Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro settimo/9. Colture di questo periodo

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9. Colture di questo periodo

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[p. 34 modifica]9. Colture di questo periodo [1492-1539]. — Noi ci scarterem quinci innanzi dal nostro uso di aspettar il fine di ogni grande etá per accennar tutta insieme la coltura di essa; accenneremo via via da sé quella d’ognuno dei periodi in cui subdividiamo questa ultima etá. E ciò faremo, perché, appressandoci a’ tempi nostri, noi pensiamo che sieno piú chiare, piú alla memoria dei leggitori le suddivisioni, e possa cosí essere loro piú grato aver tutto compiuto, politica e coltura, il cenno di ciascuna di esse. — Qui dunque in questi sessantasette anni noi vedemmo peggiorar piú che mai la politica italiana, sviata sí ne’ secoli scorsi dal sommo scopo dell’indipendenza, ma sviata almeno a quello della libertá; mentre qui all’incontro ella non ebbe piú scopo nessuno, e, salve poche eccezioni, non fu piú politica nazionale, ma provinciale, la pessima di tutte per qualunque nazione, la piú stolta per una, che ha tante comunanze di schiatte e di lingua, tante solidarietà d’interessi e di bisogni. Ma se si dicesse [p. 35 modifica]ciò solamente, ne rimarrebbe incompiutissima l’idea di questo periodo, di politica pessima sí, ma di coltura la piú splendida fra quante furon mai da Pericle a’ nostri dí. Del resto, noi spiegammo giá siffatto contrasto: tutti gl’impulsi eran giá dati, tutti gli uomini giá nati e piú o meno educati, quando incominciò questo periodo; impulsi ed uomini non potevano cessare a un tratto; il fior maturato al tempo piú sereno, doveva fruttificare a malgrado la tempesta. E tanto piú, che mentre venivasi distruggendo ogni indipendenza e libertá nazionale, rimase pure per qualche tempo molta libertá personale; che chi era oppresso dagli uni trovava libertá, operosità presso ad alcun altro, presso a quegli stessi stranieri, i quali (a ragione allora, e relativamente a’ nostri avi) furon detti «barbari», ma che pur ammiravano, promovevano e venivan prendendo le nostre colture. E così in somma sorse quello che noi chiamammo giá «baccanale», ma che qui diremo elegantissimo baccanale di coltura; un rimescolio di scelleratezze e patimenti e solazzi, per cui l’intiera Italia del Cinquecento si potrebbe paragonare alla lieta brigata novellante, cantante ed amoreggiante in mezzo alla peste del Boccaccio; se non che qui, oltre alla peste, eran pure le ripetute invasioni straniere, le guerre, i saccheggi, le stragi, i tradimenti, le pugnalate e i veleni; ed oltre ai canti e alle novelle, ogni genere di scritture e di stampe, e pitture e sculture e architetture, ogni infamia, ogni eleganza, ogni contrasto. Noi vecchi rammentiamo un tempo minore, ma simile, quello dell’ultime invasioni francesi; simili i due in que’ contrasti, e simili anche in ciò, che nell’uno e nell’altro tutte le colture erano frutti, tutti gli uomini erano figli del secolo precedente. Cosí non si assomiglino intieri i due secoli decimosesto e decimonono! cosí non vengano scemando via via gli splendori del secondo, come siam per veder del primo! — Se non che, la libertá nuovamente sorta in Italia, e giá radicata in Piemonte, pare assicurarci oramai da quest’ultima somiglianza. Il sole risorto della libertá non può non maturare nuovi e migliori frutti di coltura. — E tornando a quelli del Cinquecento, noi incominciamo dalle lettere, dalla storia o politica scritta, vicina alla pratica, e dallo scrittor piú vicino, [p. 36 modifica]Machiavello. Fu in gioventù tutto uomo di pratica, colto, non letterato. A’ ventinove anni [1498?] ebbe carico di secondo segretario della repubblica fiorentina ricostituita; e tennelo sotto il Soderini gonfaloniere fino al ritorno de’ Medici, quattordici e piú anni in tutto; andando nel frattempo a ventitré legazioni, al re di Francia, all’imperatore, al papa, al duca Valentino, e ad altri di que’ perversissimi politici. I dispacci (belli, brevi, semplicissimi del resto) che rimangon di lui lo mostrano poco diverso da coloro; non è meraviglia, né grande scandalo. Venuti i Medici, e cacciato esso dall’ufficio, accusato di congiura, imprigionato, collato, e liberato per protezione di Leon X, non sentí, o almeno non mostrò l’ira di Dante contro a’ persecutori, diventò mediceo, pallesco; ed è pur caso volgare. Desiderò rientrar in uffizio, servire il nemico del governo che aveva servito, il principato dopo la repubblica; volgarissimo. Ma negletto, fece uno scritto, un memoriale politico, che dedicò ai Medici e non pubblicò; e il libro è quello del Principe che ognuno sa, e dov’è accennato sí un grande scopo colle famose parole di Giulio II, «liberar l’Italia da’ barbari»; ma dove i mezzi son quelli de’ principi, de’ popoli, della politica d’allora, astuzie, perfidie, violenze, vendette, crudeltà; e qui la colpa diventa grave, immensa, e nella perversità e negli effetti; nella perversità, la quale è sempre le mille volte maggiore in chi scrive che in chi opera perversamente, perché non ha le scuse, gli allettamenti della pratica; negli effetti, perché a pochi uomini, grazie al cielo, è dato far mali durevoli nella pratica rinnovantesi da sé, mentre durano generazioni e generazioni i mali fatti con un libro immorale. Gran semplicità parmi poi quella disputa letteraria fatta e rifatta: qual fosse l’intenzione dell’autore? Chiare dalle parole di lui mi paion due: una personale e bassa, ingraziarsi co’ principi distruttori della repubblica da lui servita; l’altra pubblica ed alta, l’indipendenza; ma peggio che mai avvilita la prima, deturpata la seconda dagli scellerati mezzi proposti. Perciocché allora, come prima, come poi, come sempre, come ultimamente, l’indipendenza non poté, non può, non potrà mai procacciarsi con questi mezzi; anzi nemmeno con quelle [p. 37 modifica]destrezze, e doppiezze, ed abilità buie, e segretumi che sono il meno male della politica di Machiavello. Non si rivendica né si tiene in libertá una nazione colla furberia, vizio da servi o tiranni. Le imprese d’indipendenza son quelle fra tutte che vogliono piú unanimità; e questa, grazie al cielo, grazie a ciò che resta di divino nella natura umana, non s’ottiene mai se non colla virtù franca, chiara, pubblica, e quasi direi grossa, o sfacciata. E quindi (mi sia tollerato il dirlo di questa, che pare a molti una delle somme glorie nazionali) io non crederei che sia stato mai un libro cosí fatale ad una nazione, come il Principe all’Italia: ha guastate e guasta le imprese d’indipendenza. V’ha un’impostura, un’ipocrisia delle scelleratezze in molti che senz’essa sarebbon buoni; s’immaginano che la politica non possa esser pratica senza essere scellerata, o almeno buia; e costoro sono confermati in tal errore da quell’autorità e quel codice. E tanto piú, che piú bello è lo scopo proposto in esso; tanto piú, che Machiavello, disgustato de’ Medici, scrisse poscia molto meno scelleratamente ne’ Discorsi, nelle Storie; e tanto piú, che in tutte l’opere sue egli è poi lo scrittore, piú, o quasi solo semplice, piano, naturale, lontano dal periodar pedante; il piú elegante, in somma, e migliore di tutti gli antichi nostri prosatori, senza paragone. Del resto, il gran politico ebbe pure disgrazia fino al fine. Fu finalmente impiegato da’ Medici; ma poco prima di lor nuova caduta del 1527. Ebbe fortuna in ciò, che non sopravisse se non pochi dí [morto 22 giugno]; non ebbe tempo a mutar una o due altre volte colla fortuna. Fece un bene vero, ma non durevole; predicò, promosse, ordinò armi proprie nella imbelle sua città, e scrissene il libro Della guerra. Una vita di Machiavello, fatta virilmente, senza la trista e solita preoccupazione di difender ogni cosa, ogni uomo italiano, sarebbe una delle opere piú utili da farsi ora, per la formazione della politica patria presente ed avvenire. — Francesco Guicciardini [nato 1482] barcheggiò egli pure, servendo prima la repubblica fiorentina al tempo del Soderini, e poi i Medici a cui rimase fedele. Certo che questa era la parte men generosa; pur meno male, poteva credere fosse oramai la sola possibile a [p. 38 modifica]Firenze. Ma fu bruttissimo il suo servire, e con zelo, e contro a’ fuorusciti, il tiranno Alessandro. Alla morte di costui, Guicciardini fu principale nel dar il potere al duca Cosimo, giovanetto ch’ei credea governare; ma nol governò; e fu deluso cosí, anche questo politico provetto. Il fatto sta, che fin d’allora sarebbe stata piú facile sempre, e piú utile sovente, quella rettitudine la quale si vien facendo sola possibile in questa nostra civiltà e pubblicità universale. Ad ogni modo, Guicciardini si ritrasse in villa, e scrisse in un anno o poco piú quella storia de’ tempi suoi, che ha nome di prima fra le italiane; che per gravità, acutezza, informazioni e libertá merita senza dubbio gran lode; e che può biasimarsi sí come mancante di politica virtù, e indifferente tra il male e il bene, ma che non cade almeno nello sfacciato lodare e proporre il male, di Machiavello. Parmi bensí molto inferiore nello stile, in tutto il modo di scrivere, lungo, intralciato, latinizzante; se non che, essendo morto l’autore in questo lavoro [27 maggio 1540], ciò che n’abbiamo non è se non l’abbozzo di ciò a che egli l’avrebbe ridotto, se avesse avuto tempo ad esser breve e limpido; ondeché è meno a biasimare lui, che non quegli imitatori, i quali imitano qui, non solamente, come al solito, i difetti del loro autore, ma quelli di un rozzo abbozzo di lui. — Non abbiam luogo a dir degli altri storici fiorentini. Nardi [1476-1540], Nerli [1485-1556], Segni [-1558], Varchi [1502-1565], men famosi forse, men grandi che i due detti, ma piú virtuosi, piú generosi, il Varchi sopra tutti. — Il Davanzati [1529-1586], piú giovane di tutti questi, cadde in un’affettazione contraria a quella del Guicciardini e di altri cinquecentisti. Traduttor di Tacito, volle essere piú breve di lui, che è impossibile senza farsi oscuro. E cadde in quella fiorentineria giá affettata da altri, ma meno male perché almeno in cose facete. E l’una e l’altra affettazione accennavano giá quella brama di novitá, che, quando viene al fine di un gran secolo, suol produrre corruzione; erano preludi al seicentismo. Borghini si volgeva intanto alla storia antica, erudita; come si suole in tempi di servitù, di censure. Tutti questi nella sola e ferace Firenze. — E di storia e politica [p. 39 modifica]scrivevano intanto nell’altre parti d’Italia, Bembo [1470-1547], Paolo Giovio [1483-1552]. Giambullari [1495-1564], Costanzo [1507-1591], Adriani [1513-1579], Foglietta [1518-1581], Sigonio [1520-1584], Bonfadio [m. 1550], Ammirato [1531-1601], oltre parecchi altri minori. Grandi ricchezze storiche, come si vede, e che superano di gran lunga quanto si scriveva allora fuor d’Italia; come gli storici stranieri piú liberi e piú misti a pratica superano ora noi, pur troppo. S’aggiunsero le storie pittoriche e gli altri scritti degli artisti, genere quasi esclusivamente nostro. Benvenuto Cellini [1500-1570] e Vasari [1512-1574] sono noti a tutti; piacevolissimo il primo, ma rozzo e partecipe de’ vizi dell’etá sua; scrittore semplice e sciolto il secondo, e tutto inteso a ciò che narra e tratta, senza pretese né imitazioni pedanti (salvo in alcuni proemi che non son di lui); ondeché gli scritti suoi rimangono de’ piú eleganti di nostra lingua. E insieme con quelli di Leonardo da Vinci, sono poi un vero tesoro di tradizioni artistiche di quel secolo aureo dell’arti.