Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro III/Capitolo I

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CAPITOLO PRIMO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO PRIMO
Libro III - Capitolo II


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DELLA

GEOGRAFIA

DI STRABONE




LIBRO TERZO



CAPO PRIMO

Idea generale dell’Iberia. Descrizione delle sue coste da Calpe al promontorio Sacro.


Abbiamo fin qui posto dinanzi a chi legge il primo tipo della descrizione della terra: ora è naturale che il seguente discorso sia intorno alle singole sue parti. Così almeno ci siamo proposto di fare; e sembra che insino a qui il nostro lavoro sia stato convenevolmente partito. Per le ragioni adunque già dette vuolsi ricominciare dall’Europa, e propriamente da quelle parti di essa dalle quali cominciammo anche prima.

La prima parte dell’Europa verso l’occidente è, come dicemmo, l’Iberia: il più della quale non può senza disagio abitarsi, per essere formata di monti, di foreste, di campi con terreno leggiero, e in parte anche manchevole d’acqua. Verso il settentrione, oltre [p. 297 modifica]all’avere un suolo aspro, è sommamente fredda, e bagnata dall’oceano; e vi s’aggiunge che non ha mischianza nè commercio colle altre parti, sicchè è di abitazione eccessivamente disagiata. E questo ci basti di quelle parti. Verso il mezzogiorno invece è fertile quasi tutta, e principalmente quella al di fuori delle Colonne, come si farà manifesto quando tratteremo partitamente di questa regione dopo averne prima descritta la figura e la grandezza.

Somiglia dunque l’Iberia alla pelle di un bue distesa pel lungo dall’occidente all’oriente, sicchè abbia rivolta a quest’ultimo le sue parti anteriori; e pel largo da settentrione a mezzodì. La lunghezza dell’Iberia è di circa seimila stadii; la larghezza di cinquemila dov’è maggiore: ma in qualche luogo è molto minore di tremila, massime verso i Pirenei che ne formano il fianco orientale. Perocchè quei monti stendendosi senza interrompimento dal mezzogiorno al settentrione1 dividono la Celtica dall’Iberia: le quali regioni sono entrambe irregolari nella loro larghezza, e il sito più angusto di tutte e due è quello che va dal nostro mare all’oceano presso ai Pirenei, dove dall’una e dall’altra parte sono golfi formati dall’Oceano e dal Mediterraneo; sì peraltro che i Celtici detti anche i Galatici sono maggiori e fanno l’istmo alquanto più stretto dalla parte dell’Iberia. [p. 298 modifica]

Il fianco orientale dell’Iberia pertanto è formato dai Pirenei; il meridionale dal Mediterraneo, cominciandosi da’ Pirenei fino alle Colonne, e poi fuori di queste, fino al promontorio denominato Sacro2, dall’Oceano. Terzo è il lato occidentale quasi parallelo ai monti Pirenei, che va dal promontorio Sacro fino a quello ch’è presso gli Artabri, denominato Nerio3. Quarto si è il lato che muove da questo Capo e va fino alle estremità settentrionali de’ Pirenei.

Ripigliando ora la nostra descrizione ci faremo a parlare delle singole parti cominciando dal promontorio Sacro. È questo il punto più occidentale non solamente dell’Europa, ma di tuttaquanta la Terra abitata: questa è terminata verso occidente da due continenti che sono le estremità dell’Europa e della Libia, quella abitata dagl’Iberi, questa dai Maurosii. Ma l’estremità iberica del promontorio già detto si spinge circa mille e cinquecento stadii oltre quella di Libia.

Il paese ivi contiguo con latina voce chiamasi Cuneo volendo significare un cono. In quanto poi al promontorio stesso che spingesi in mare, Artemidoro che afferma di esservi stato lo somiglia ad una nave; ma comprende in questa figura anche tre isolette, una delle quali rappresenta il rostro, le altre l’epotidi4; [p. 299 modifica]e tutte con piccoli porti. Aggiunge che gli abitanti sogliono quivi mostrare un tempio d’Ercole; ma ch’esso è tutto una finzione di Eforo. Perocchè non avvi altare nè di Ercole nè di verun altro Dio; ma solo s’incontrano in parecchi luoghi tre o quattro pietre insieme raccolte, le quali per un certo costume tramandato ab antico sogliono essere tramutate da’ forestieri, spacciandosi poi che si muovano di per sè stesse. Che non è lecito sagrificare in quel luogo, nè approdarvi di notte, perchè dicono che vi stanno allora gl’Iddii: però quelli che vanno per vedere il paese pernottano in un villaggio vicino, poscia vi sbarcan di giorno provveduti di acqua, sapendosi che il sito n’è privo.

Tutto questo può essere, e convien credere che sia davvero: non così diremo di quelle altre cose ch’egli racconta come un uomo della plebe e volgare. Perocchè Posidonio dice affermarsi dal volgo che il sole tramonta più grande che altrove nei paesi bagnati dall’Oceano, e manda un cotal suono come se il mare sibilasse mentr’esso si estingue nel discendere al fondo. È falso eziandio che la notte conseguiti immediatamente al tramonto del sole: mentre questo non accade immediatamente, ma bensì poco dopo, siccome succede dovunque si trovano grandi mari. Perocchè dove il sole discende dietro a monti, il giorno dura a lungo anche dopo ch’esso è già disceso a motivo della luce che si diffonde all’intorno: ma sul mare il crepuscolo è più breve, non tanto però che al tramontar del sole venga immediatamente appresso l’oscurità della notte; e questo è quello che vediamo accadere anche nelle grandi [p. 300 modifica]pianure. Rispetto poi alla mole del sole, la quale sì nel tramonto come nel levarsi apparisce maggiore che altrove in vicinanza degli ampj mari, questo proviene dal sollevarsi in maggior copia i vapori dall’acqua; giacchè per essere i vapori trasparenti trasmettono i raggi visuali, e questi col rifrangersi ci fanno parere gli oggetti più grandi che non sono davvero. Così succede che se noi vediamo il sole o la luna tramontare o levarsi a traverso di una nube secca e leggiera5, ci paiono rosseggianti. E Posidonio afferma di avere scoperta questa menzogna osservando egli stesso il tramonto del sole in Gadi ove stette ben trenta giorni. E nondimeno Artemidoro asserisce che il sole al tramonto appare colà cento volte maggiore, e che la notte comincia tosto ch’esso è tramontato. Ma ch’egli abbia veduto questo fenomeno stando sul promontorio Sacro non è cosa credibile da chi ponga mente alle sue proprie parole. E veramente egli afferma che niuno può approdarvi di notte: dunque nè anche in sul tramontare del sole, se, come egli dice, la notte precipita [p. 301 modifica]subito dopo. Nè ha potuto fare questa osservazione in veruna altra parte della spiaggia lungo l’Oceano; dacchè anche Gadi è sull’Oceano, e Posidonio ed altri parecchi attestano ch’ivi succede il contrario di quello che Artemidoro asserisce.

Della spiaggia poi che tien dietro al promontorio Sacro, una parte è il principio del fianco occidentale dell’Iberia, e va sino alla foce del fiume Tago; l’altra del fianco meridionale fino ad un altro fiume detto Ana 6 ed al luogo dov’esso sbocca nel mare. Ambedue questi fiumi discorrono dalle parti orientali; ma il Tago, molto maggiore dell’Ana, va diritto a metter foce nel fianco orientale; e l’Ana divergendo a mezzodì abbraccia un’estensione di paese abitata quasi tutta dai Celtici ed in parte anche da alcuni popoli di Lusitania, che i Romani vi tramutarono dalle regioni al di là del Tago. Nelle parti superiori7 stanno i Carpetani, gli Oretani ed i Vettoni in gran numero: e tutto questo paese è mediocremente felice. Ma quello che gli è vicino dai lati d’ [p. 302 modifica]oriente e di mezzogiorno non cede al confronto di qualsivoglia altra regione della Terra abitata nell’abbondanza di quanti beni producono il suolo ed il mare. E questo paese è quello che il Beti attraversa; il qual fiume piglia il suo principio in quelle parti medesime d’onde l’hanno l’Ana ed il Tago, e nella sua grandezza tiene per così dire il di mezzo fra questi due: ed esso pure sul principio discorre alcun poco verso occidente come fa l’Ana, poscia convertesi al mezzogiorno, e sbocca nel mare da una stessa spiaggia con quello. Dal nome di questo fiume chiamano Betica tutto il paese, che dicesi anche Turditania da’ suoi abitanti, i quali si nominano Turditani e Turdoli8. E v’ha chi li reputa un popolo solo, mentre invece altri li distinguono in due, fra i quali è Polibio; giacchè dice che presso ai Turditani dalla parte del settentrione abitano i Turdoli. Ma oggidì non apparisce fra loro distinzione veruna. Credesi che costoro siano i popoli più colti fra tutti gl’Iberi: danno opera alle lettere, ed hanno relazioni scritte delle antiche memorie; e poemi, e leggi in versi, dicono, da sei mila anni. Anche alcuni altri Iberi hanno una letteratura, la quale non è peraltro da per tutto la stessa, giacché non è lo stesso nè anche il linguaggio. Questo paese al di qua dell’Ana si stende verso l’Oriente fino all’Oretania, e verso il mezzogiorno dalle foci dell’Ana, lungo la marina fino allo stretto delle Colonne. Ma è necessario parlare più minutamente [p. 303 modifica]di questa regione e dei luoghi che le sono vicini, sicchè se ne possano conoscere le buone qualità naturali e la fertilità.

Fra questa spiaggia sulla quale il Beti e l’Ana sboccano in mare, e le estreme parti della Maurosia, cacciasi dentro l’Atlantico, e fa lo stretto delle Colonne, per mezzo del quale il mare interno si unisce coll’esteriore. Quivi è Calpe9, monte di quegl’Iberi che si chiamano Bastetani o Bastuli; il quale nella circonferenza non è grande, ma tanto eccelso ed erto che da lontano par che campeggi isolato. Chi esce navigando dal Mediterraneo nel mar esterno ha questo monte alla destra; ed a quaranta stadii da quello è Calpe10, città considerevole e antica, e, già tempo, arsenale degl’Iberi. Alcuni dicono ezandio che la fondò Ercole, e nel numero di costoro è anche Timostene. Il quale afferma che anticamente fu denominata anche Eraclea, e che quivi soglionsi far vedere un gran ricinto, e stazioni di navi. Vien poscia Mellasia dove si fanno salsumi; e poi la [p. 304 modifica]città di Belo11 col fiume di questo nome: d’onde tragittansi principalmente a Tingi nella Maurosia le merci e i salsumi già detti. Vicin di Tingi v’ebbe già Zele, ma i Romani la trasportarono sulla spiaggia d’Iberia, e v’aggiunsero nuovi abitanti fatti venire da Tingi; ed alcuni vene mandarono anche dei proprii, e la nominarono Iulia Ioza. Più oltre sta Gadi12, cui uno stretto di mare isoleggia dalla Turditania, lontana da Calpe circa settecento cinquanta stadii, ovvero ottocento come asseriscono alcuni. Quest’isola in tutto il restante non si distingue punto dalle altre; ma pel coraggio de’ suoi abitanti nelle cose di mare, e per la sua amicizia coi Romani crebbe siffattamente in ogni maniera di prosperità, che sebbene sia l’ultima della terra13, è nondimeno più rinomata di tutte l’isole. Ma noi ne parleremo quando ci faremo a trattare anche dell’altre.

A Gadi seguitano il porto detto di Menesteo14 e le lagune presso Asta e Nabrissa15. Chiamansi lagune alcune vallate empiute dal flusso del mare, sicchè a guisa di fiumi si possono navigare per condursi alle regioni interiori ed alle città da cui le vallate medesime sono cinte. [p. 305 modifica]Subito dopo è la bipartita foce del Beti, e l’isola che dalle due bocche viene abbracciata descrive una spiaggia di cento, e, secondo alcuni, anche di più che cento, stadii. Colà intorno è l’oracolo di Menesteo, e la torre di Cepione che innalzasi sopra una pietra circondata dal mare, ed è mirabilmente costrutta (come il Faro) per la salvezza dei naviganti. Perocchè il fango che il fiume gitta all’infuori forma quivi de’banchi, ed il mare che gli sta dinanzi è anche sparso di scogli, sicché v’ha mestieri di qualche visibil segnale. Di quivi si naviga a ritroso del Beti, e trovansi la città di Ebura e il tempio di Lucifera16 cui chiamano Luce Dubbia. Appresso vengono le altre lagune navigabili, e poscia il fiume Ana, anch’esso con due bocche, ciascuna delle quali può navigarsi: ed ultimo finalmente è il promontorio Sacro distante da Gadi meno che due mila stadii. Alcuni dicono che dal promontorio Sacro alla bocca dell’Ana v’hanno sessanta migjia; cento dal promontorio stesso alla bocca del Beti; e settanta di quivi a Gadi.

  1. I Pirenei stendonsi invece dall’est all’ouest inclinando alcun poco verso il settentrione. In conseguenza di questo errore Strabone assegna poi ai fiumi della Francia un corso che a loro non si conviene. (G.)
  2. Il capo San Vincenzo.
  3. Il capo Finisterre. Questo lato poi non è punto parallelo a quello de’ Pirenei.
  4. Epotidi od orecchie dicevansi due travi più o meno lunghe che nei vascelli antichi sporgevano a ciascun lato della prora.
  5. Διὰ νὶφους ξηροῦ υχὶ λιπτοῦ. Lo Schneider suppone che il testo sia alterato; e forse (dicono gli Edit. franc.) in luogo di λεπτοὔ dovrebbe leggersi λευκοὔ, bianca; poichè una nube bianca è di necessità leggiera, procedendo la sua bianchezza dalla poca densità dei vapori. L’aggiunto di secca (ξηρού) vuole intendersi in questo modo, che quanto meno una nube è spessa, tanto meno è carica d’acqua, e perciò è più acconcia a trasmettere i raggi della luce. Non trattasi dunque di una secchezza assoluta, ma relativa, e quale è possibile immaginarla in una nube.
  6. Ora dicesi Guadiana. Osserva poi il Gossellin che il Tago, l’Ana e il Beti (ora Guadalquivir) si piegano tutti e tre al mezzogiorno correndo al mare, sebbene il Tago devii meno che gli altri dalla linea retta.
  7. S’intende superiori ai paesi fra il Tago e l’Ana, risalendo verso le sorgenti di questi fiumi. - I Carpetani poi occupavano la nuova Castiglia, dove sono ora Madrid, Toledo, Consuegra ec. Gli Oretani stavano al mezzogiorno di quella stessa provincia dove si veggono ora Calatrava, Giudad-real, Alcaraz ec. I Vettoni estendevansi in quella parte dell’Estremadura dove oggidì stanno Plasencia, Alcantara, Truxillo ec. (G.)
  8. Questi popoli occupavano le due sponde del fiume Guadalquivir per quanto si stende tutta la moderna Andalusia.
  9. Ora Gibilterra.
  10. Gli Edit. franc. leggono invece Carteja seguitando il Casaubono ed il Bochart. Ma nè il Wesselingio nè il Coray credettero di dover adottare questa variante. Il Gossellin nota che v’ebbero nel luogo di cui parla Strabone, due città, Carteja e Calpe: che le rovine di Carteja sussistono ancora nella baia di Gibilterra, sotto il nome moderno di Rocadillo: che la situazione di queste rovine corrisponde precisamente alla distanza di 40 stadii posta dal nostro Autore fra il monte e la città; sicchè viene ad essere pienamente giustificata la correzione proposta dal Casaubono.
  11. Belo, ora Balonia, è all’ovest di Tarifa. La città di Tingi menzionata subito dopo è Tanger nell’Africa.
  12. Cadice: in greco Γάδειρα, Gadeira.
  13. S’intende l’ultima fra le isole frequentate dai Greci e dai Romani: del resto le isole Fortunate, l’Inghilterra e l’Irlanda erano molto più lontane. (G.)
  14. Ora di santa Maria.
  15. Leggasi col Coray: καὶ ἡ κατὰ Ἄσταν ἀνάχυσις καὶ Νάβρισσαν.
  16. Τὸ τῆς Φυσφόρον είρὸν. Il soprannome di Φυσφόρος, lucifera, o apportatrice di luce lo davano i Greci a Diana.