Gerusalemme liberata/Canto diciottesimo

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Canto Diciottesimo

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Canto diciasettesimo Canto diciannovesimo


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RINALDO


ARGOMENTO.

     Prima i suoi falli piange, e poi l’impresa
Del bosco tenta, e vince il buon Rinaldo.
Del campo Egizio s’è novella intesa,
Ch’omai s’appressa; però astuto e baldo
Va a spiarne Vafrino: aspra contesa
Fassi intorno a Sion; ma tanto è saldo
L’ajuto che han dal Ciel l’armi Cristiane,
Ch’ai nostri in preda la Città rimane.



CANTO DECIMOTTAVO.


Giunto Rinaldo ove Goffredo è sorto
Ad incontrarlo, incominciò: Signore,
A vendicarmi del guerrier ch’è morto,
4Cura mi spinse di geloso onore:
E s’io n’offesi te, ben disconforto
Ne sentii poscia, e penitenza al core.
Or vegno a’ tuoi richiami: ed ogni emenda
8Son pronto a far, che grato a te mi renda.

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II.


     A lui, ch’umil gli s’inchinò, le braccia
Stese al collo Goffredo, e gli rispose:
Ogni trista memoria omai si taccia,
12E pongansi in oblio le andate cose.
E per emenda io vorrò sol che faccia,
Quai per uso faresti, opre famose:
Chè in danno de’ nemici, e ’n pro de’ nostri
16Vincer convienti della selva i mostri.

III.


     L’antichissima selva, onde fu innanti
De’ nostri ordigni la materia tratta,
(Qual si sia la cagione) ora è d’incanti
20Secreta stanza e formidabil fatta:
Nè v’è chi legno ivi troncar si vanti:
Nè vuol ragion che la Città si batta
Senza tali instrumenti: or colà dove
24Paventan gli altri, il tuo valor si prove.

IV.


     Così disse egli: e ’l cavalier s’offerse,
Con brevi detti, al rischio e alla fatica:
Ma negli atti magnanimi si scerse
28Ch’assai farà, benchè non molto ei dica.
E verso gli altri poi lieto converse
La destra e ’l volto all’accoglienza amica.
Quì Guelfo, quì Tancredi, e quì già tutti
32S’eran dell’oste i Principi ridutti.

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V.


     Poi che le dimostranze oneste e care
Con que’ soprani egli iterò più volte;
Placido affabilmente e popolare
36L’altre genti minori ebbe raccolte.
Non saria già più allegro il militare
Grido, o le turbe intorno a lui più folte,
Se, vinto l’Oriente e ’l Mezzogiorno,
40Trionfante ei n’andasse in carro adorno.

VI.


     Così ne va sino al suo albergo; e siede
In cerchio quivi ai cari amici accanto:
E molto lor risponde, e molto chiede
44Or della guerra, or del silvestre incanto.
Ma quando ogn’un partendo agio lor diede,
Così gli disse l’Eremita santo:
Ben gran cose, signore, e lungo corso
48(Mirabil peregrino) errando hai scorso.

VII.


     Quanto devi al gran Re che ’l mondo regge!
Tratto egli t’ha dalle incantate soglie:
Ei te smarrito agnel fra le sue gregge
52Or riconduce, e nel suo ovile accoglie:
E per la voce del Buglion t’elegge
Secondo esecutor delle sue voglie.
Ma non conviensi già che, ancor profano,
56Nei suoi gran ministerj armi la mano.

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VIII.


     Chè sei della caligine del mondo
E della carne tu di modo asperso,
Che ’l Nilo, o ’l Gange, o l’Ocean profondo
60Non ti potrebbe far candido e terso.
Sol la grazia del Ciel quanto hai d’immondo
Può render puro; al Ciel dunque converso
Riverente perdon richiedi, e spiega
64Le tue tacite colpe, e piangi e prega.

IX.


     Così gli disse; ed ei prima in se stesso
Pianse i superbi sdegni, e i folli amori:
Poi chinato a’ suoi piè, mesto e dimesso,
68Tutti scoprigli i giovanili errori.
Il ministro del Ciel, dopo il concesso
Perdono, a lui dicea: co’ novi albóri
Ad orar te n’andrai là su quel monte
72Che al raggio mattutin volge la fronte.

X.


     Quinci al bosco t’invia, dove cotanti
Son fantasmi ingannevoli e bugiardi.
Vincerai (questo so) mostri e giganti;
76Purch’altro folle error non ti ritardi.
Deh nè voce che dolce o pianga, o canti,
Nè beltà che soave o rida, o guardi,
Con tenere lusinghe il cor ti pieghi:
80Ma sprezza i finti aspetti, e i finti preghi.

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XI.


     Così il consiglia; e ’l Cavalier s’appresta,
Desiando e sperando, all’alta impresa.
Passa pensoso il dì, pensosa e mesta
84La notte: e pria che in Ciel sia l’alba accesa,
Le belle arme si cinge, e sopravvesta
Nova, ed estrania di color s’ha presa:
E tutto solo, e tacito, e pedone
88Lascia i compagni, e lascia il padiglione.

XII.


     Era nella stagion che anco non cede
Libero ogni confin la notte al giorno;
Ma l’Oriente rosseggiar si vede,
92Ed anco è il Ciel d’alcuna stella adorno;
Quando ei drizzò ver l’Oliveto il piede,
Con gli occhj alzati contemplando intorno
Quinci notturne e quindi mattutine
96Bellezze incorruttibili e divine.

XIII.


     Fra se stesso pensava: o quante belle
Luci il tempio celeste in se raguna!
Ha il suo gran carro il dì: l’aurate stelle
100Spiega la notte, e l’argentata Luna;
Ma non è chi vagheggi o questa o quelle:
E miriam noi torbida luce e bruna,
Ch’un girar d’occhj, un balenar di riso
104Scopre in breve confin il fragil viso.

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XIV.


     Così pensando, alle più eccelse cime
Ascese; e quivi, inchino e riverente,
Alzò il pensier sovra ogni Ciel sublime
108E le luci fissò ne l’Oriente:
La prima vita e le mie colpe prime
Mira con occhio di pietà clemente,
Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,
112Sì che ’l mio vecchio Adam purghi e rinnovi.

XV.


     Così pregava, e gli sorgeva a fronte
Fatta già d’auro la vermiglia aurora
Che l’elmo e l’arme e intorno a lui del monte
116Le verdi cime illuminando indora;
E ventillar nel petto e ne la fronte
Sentia gli spirti di piacevol’ ora,
Che sovra il capo suo scotea dal grembo
120De la bell’alba un rugiadoso nembo.

XVI.


     La rugiada del Ciel su le sue spoglie
Cade, che parean cenere al colore,
E sì l’asperge che ’l pallor ne toglie
124E induce in esse un lucido candore;
Tal rabbellisce le smarrite foglie
Ai mattutini geli arido fiore;
E tal di vaga gioventù ritorna
128Lieto il serpente, e di novo or s’adorna.

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XVII.


     Il bel candor della mutata vesta
Egli medesmo riguardando ammira.
Poscia verso l’antica alta foresta
132Con sicura baldanza i passi gira.
Era là giunto ove i men forti arresta
Solo il terror che di sua vista spira.
Pur nè spiacente a lui, nè pauroso
136Il bosco par, ma lietamente ombroso.

XVIII.


     Passa più oltre, ed ode un suono intanto
Che dolcissimamente si diffonde.
Vi sente d’un ruscello il roco pianto,
140E ’l sospirar dell’aura infra le fronde:
E di musico cigno il flebil canto,
E l’usignol che plora, e gli risponde:
Organi, e cetre, e voci umane in rime.
144Tanti e sì fatti suoni un suono esprime!

XIX.


     Il Cavalier (pur come agli altri avviene)
N’attendeva un gran tuon d’alto spavento.
E v’ode poi di Ninfe, e di Sirene,
148D’aure, d’acque, e d’augei dolce concento.
Onde, maravigliando, il piè ritiene,
E poi sen va tutto sospeso e lento:
E fra via non ritrova altro divieto
152Che quel d’un fiume trasparente e cheto.

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XX.


     L’un margo e l’altro del bel fiume adorno
Di vaghezze e d’odori olezza e ride.
Ei tanto stende il suo girevol corno,
156Che tra ’l suo giro il gran bosco s’asside:
Nè pur gli fa dolce ghirlanda intorno;
Ma un canaletto suo v’entra, e ’l divide.
Bagna egli il bosco, e ’l bosco il fiume adombra,
160Con bel cambio fra lor d’umore e d’ombra.

XXI.


     Mentre mira il guerriero ove si guade;
Ecco un ponte mirabile appariva:
Un ricco ponte d’or, che larghe strade
164Su gli archi stabilissimi gli offriva.
Passa il dorato varco: e quel giù cade
Tosto che ’l piè toccata ha l’altra riva:
E se ne ’l porta in giù l’acqua repente:
168L’acqua ch’è, d’un bel rio, fatta un torrente.

XXII.


     Ei si rivolge, e dilatato il mira
E gonfio assai, quasi per nevi sciolte,
Che in se stesso volubil si raggira
172Con mille rapidissime rivolte.
Ma pur desio di novitade il tira
A spiar tra le piante antiche e folte;
E in quelle solitudini selvagge
176Sempre a se nova maraviglia il tragge.

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XXIII.


     Dove in passando le vestigia ei posa,
Par ch’ivi scaturisca, o che germoglie.
Là s’apre il giglio, e quì spunta la rosa;
180Quì sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie.
E sovra, e intorno a lui la selva annosa
Tutte parea ringiovenir le foglie.
S’ammolliscon le scorze, e si rinverde
184Più lietamente in ogni pianta il verde.

XXIV.


     Rugiadosa di manna era ogni fronda,
E distillava dalle scorze il mele.
E di nuovo s’udia quella gioconda
188Strana armonia di canto, e di querele.
Ma il coro uman ch’a i cigni, all’aura, all’onda
Facea tenor, non sa dove si cele:
Non sa veder chi formi umani accenti,
192Nè dove siano i musici stromenti.

XXV.


     Mentre riguarda, e fede il pensier nega
A quel che ’l senso gli offeria per vero;
Vede un mirto in disparte, e là si piega,
196Ove in gran piazza termina un sentiero.
L’estranio mirto i suoi gran rami spiega,
Più del cipresso e della palma, altero:
E sovra tutti gli arbori frondeggia:
200Ed ivi par del bosco esser la reggia.

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XXVI.


     Fermo il guerrier nella gran piazza, affisa
A maggior novitate allor le ciglia.
Quercia gli appar, che per se stessa incisa
204Apre feconda il cavo ventre, e figlia:
E n’esce fuor vestita in strana guisa
Ninfa d’età cresciuta; (o maraviglia!)
E vede insieme poi cento altre piante
208Cento ninfe produr dal sen pregnante.

XXVII.


     Quai le mostra la scena, o quai dipinte
Talvolta rimiriam Dee boscarecce,
Nude le braccia, e l’abito succinte,
212Con bei coturni, e con disciolte trecce:
Tali in sembianza si vedean le finte
Figlie delle selvatiche cortecce;
Se non che in vece d’arco o di faretra,
216Chi tien leuto, e chi viola, o cetra.

XXVIII.


     E incominciar costor danze e carole:
E di se stesse una corona ordiro,
E cinsero il guerrier, siccome suole
220Esser punto rinchiuso entro il suo giro.
Cinser la pianta ancora: e tai parole
Nel dolce canto lor da lui s’udiro:
Ben caro giungi in queste chiostre amene,
224O della donna nostra amore e spene.

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XXIX.


     Giungi aspettato a dar salute all’egra,
D’amoroso pensiero arsa e ferita.
Questa selva che dianzi era sì negra,
228Stanza conforme alla dolente vita;
Vedi che tutta al tuo venir s’allegra,
E in più leggiadre forme è rivestita.
Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
232Un dolcissimo suono: e quel s’apria.

XXX.


     Già nell’aprir di un rustico Sileno
Maraviglie vedea l’antica etade;
Ma quel gran mirto dall’aperto seno
236Immagini mostrò più belle e rade:
Donna mostrò ch’assomigliava appieno,
Nel falso aspetto, angelica beltade.
Rinaldo guata, e di veder gli è avviso
240Le sembianze d’Armida, e il dolce viso.

XXXI.


     Quella lui mira in un lieta e dolente:
Mille affetti in un guardo appajon misti.
Poi dice: io pur ti veggio: e finalmente
244Pur ritorni a colei da cui fuggisti.
A chè ne vieni? a consolar presente
Le mie vedove notti e i giorni tristi?
O vieni a mover guerra, a discacciarme;
248Chè mi celi il bel volto, e mostri l’arme?

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XXXII.


     Giungi amante, o nemico? il ricco ponte
Io già non preparava ad uom nemico;
Nè gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,
252Sgombrando i dumi, e ciò ch’a’ passi è intrico.
Togli quest’elmo omai: scopri la fronte,
E gli occhj agli occhj miei, s’arrivi amico:
Giungi i labbri alle labbra, il seno al seno:
256Porgi la destra alla mia destra almeno.

XXXIII.


     Seguia parlando, e in bei pietosi giri
Volgeva i lumi, e scoloria i sembianti;
Falseggiando i dolcissimi sospiri,
260E i soavi singulti, e i vaghi pianti:
Tal che incauta pietade a quei martírj
Intenerir potea gli aspri diamanti.
Ma il Cavaliero, accorto si non crudo,
264Più non v’attende, e stringe il ferro ignudo.

XXXIV.


     Vassene al mirto; allor colei s’abbraccia
Al caro tronco, e s’interpone, e grida:
Ah non sarà mai ver che tu mi faccia
268Oltraggio tal, che l’alber mio recida.
Deponi il ferro, o dispietato, o ’l caccia
Pria nelle vene all’infelice Armida;
Per questo sen, per questo cor, la spada
272Solo al bel mirto mio trovar può strada.

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XXXV.


     Egli alza il ferro, e ’l suo pregar non cura:
Ma colei si trasmuta (o novi mostri!)
Siccome avvien che d’una altra figura
276Trasformando repente il sogno mostri.
Così ingrossò le membra, e tornò scura
La faccia; e vi sparìr gli avorj e gli ostri:
Crebbe in gigante altissimo, e si feo
280Con cento armate braccia un Briareo.

XXXVI.


     Cinquanta spade impugna, e con cinquanta
Scudi risuona, e minacciando freme.
Ogn’altra Ninfa ancor d’arme s’ammanta,
284Fatta un Ciclope orrendo: ed ei non teme;
Ma doppia i colpi alla difesa pianta
Che pur, come animata, ai colpi geme.
Sembran dell’aria i campi, i campi Stigj:
288Tanti appajono in lor mostri e prodigj!

XXXVII.


     Sopra il turbato Ciel, sotto la terra,
Tuona e fulmina quello, e trema questa:
Vengono i venti e le procelle in guerra,
292E gli soffiano al volto aspra tempesta.
Ma pur mai colpo il Cavalier non erra:
Nè per tanto furor punto s’arresta;
Tronca la noce: e noce e mirto parve.
296Quì l’incanto finì, sparir le larve.

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XXXVIII.


     Tornò sereno il Cielo, e l’aura cheta:
Tornò la selva al natural suo stato:
Non d’incanti terribile, e non lieta,
300Piena d’orror, ma dell’orror innato.
Ritenta il vincitor s’altro più vieta
Ch’esser non possa il bosco omai troncato,
Poscia sorride, e fra se dice: o vane
304Sembianze; o folle chi per voi rimane!

XXXIX.


     Quinci s’invia verso le tende; e intanto
Colà gridava il solitario Piero:
Già vinto è della selva il fero incanto:
308Già sen ritorna il vincitor guerriero.
Vedilo; ed ei da lunge, in bianco manto,
Comparia venerabile ed altero:
E dell’aquila sua le argentee piume
312Splendeano al Sol d’inusitato lume.

XL.


     Ei dal campo giojoso alto saluto
Ha con sonoro replicar di gridi:
E poi con lieto onore è ricevuto
316Dal pio Buglione; e non è chi l’invídi.
Dice al Duce il Guerriero: a quel temuto
Bosco n’andai, come imponesti, e ’l vidi:
Vidi, e vinsi gl’incanti: or vadan pure
320Le genti là, chè son le vie sicure.

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XLI.


     Vassi all’antica selva: e quindi è tolta
Materia tal qual buon giudizio elesse.
E benchè oscuro fabbro arte non molta
324Por nelle prime machine sapesse;
Pur artefice illustre a questa volta
È colui ch’alle travi i vinchi intesse;
Guglielmo, il Duce Ligure, che pria
328Signor del mare corseggiar solía.

XLII.


     Poi sforzato a ritrarsi, ei cesse i regni
Al gran navigio Saracin de’ mari.
Ed ora al campo conducea dai legni
332E le marittime arme, e i marinari.
Ed era questi infra i più industri ingegni
Ne’ meccanici ordigni uom senza pari.
E cento seco avea fabbri minori,
336Di ciò ch’egli disegna esecutori.

XLIII.


     Costui non solo incominciò a comporre
Catapulte, baliste, ed arieti;
Onde alle mura le difese torre
340Possa, e spezzar le sode alte pareti;
Ma fece opra maggior: mirabil torre,
Ch’entro di pin tessuta era, e d’abeti;
E nelle cuoja avvolto ha quel di fuore,
344Per ischermirsi da lanciato ardore.

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XLIV.


     Si scommette la mole, e ricompone
Con sottili giunture in un congiunta:
E la trave che testa ha di montone
348Dall’ime parti sue cozzando spunta.
Lancia dal mezzo un ponte: e spesso il pone
Sull’opposta muraglia a prima giunta:
E fuor da lei su per la cima n’esce
352Torre minor, che in suso è spinta, e cresce.

XLV.


     Per le facili vie destra e corrente
Sovra ben cento sue volubil rote,
Gravida d’arme, e gravida di gente
356Senza molta fatica ella gir puote.
Stanno le schiere in rimirando intente
La prestezza de’ fabbri, e l’arti ignote.
E due torri in quel punto anco son fatte,
360Della prima ad immagine ritratte.

XLVI.


     Ma non eran frattanto ai Saracini
L’opre, ch’ivi si fean, del tutto ascoste;
Perchè nell’alte mura ai più vicini
364Lochi le guardie ad ispiar son poste.
Questi gran salmeríe d’orni e di pini
Vedean dal bosco esser condotte all’oste:
E machine vedean; ma non appieno
368Riconoscer la forma indi potieno.

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XLVII.


     Fan lor machine anch’essi; e con molt’arte
Rinforzano le torri e la muraglia:
E l’alzaron così, da quella parte
372Ov’è men’atta a sostener battaglia,
Che, a lor credenza, omai sforzo di Marte
Esser non può che ad espugnarla vaglia.
Ma sovra ogni difesa Ismen prepara
376Copia di fochi inusitata e rara.

XLVIII.


     Mesce il Mago fellon zolfo e bitume,
Che dal lago di Sodoma ha raccolto,
E fu, credo, in Inferno: e dal gran fiume,
380Che nove volte il cerchia, anco n’ha tolto;
Così fa che quel foco e puta e fume,
E che s’avventi, fiammeggiando, al volto.
E ben co’ feri incendj egli s’avvisa
384Di vendicar la cara selva incisa.

XLIX.


     Mentre il campo all’assalto, e la Cittade
S’apparecchia in tal modo alle difese;
Una colomba per l’aeree strade
388Vista è passar sovra lo stuol Francese:
Che ne dimena i presti vanni, e rade
Quelle liquide vie con l’ali tese.
E già la messaggiera peregrina
392Dall’alte nubi alla Città s’inchina;

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L.


     Quando, di non so donde, esce un falcone
D’adunco rostro armato e di grand’ugna,
Che fra ’l campo e le mura a lei s’oppone.
396Non aspetta ella del crudel la pugna;
Quegli, d’alto volando, al padiglione
Maggior l’incalza, e par ch’omai l’aggiugna:
Ed al tenero capo il piede ha sovra;
400Essa nel grembo al pio Buglion ricovra.

LI.


     La raccoglie Goffredo, e la difende:
Poi scorge, in lei guardando, estrania cosa.
Chè dal collo ad un filo avvinta pende
404Rinchiusa carta, e sotto un’ala ascosa.
La disserra, e dispiega: e bene intende
Quella che in se contien non lunga prosa.
Al Signor di Giudea (dicea lo scritto)
408Invia salute il Capitan d’Egitto.

LII.


     Non sbigottir, Signor: resisti e dura
Insino al quarto, o insino al giorno quinto;
Ch’io vengo a liberar coteste mura:
412E vedrai tosto il tuo nemico vinto.
Questo il secreto fu che la scrittura,
In barbariche note, avea distinto,
Dato in custodia al portator volante:
416Chè tai messi in quel tempo usò il Levante.

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LIII.


     Libera il Prence la colomba: e quella,
Che de’ secreti fu rivelatrice,
Come esser creda al suo Signor rubella,
420Non ardì più tornar nunzia infelice.
Ma il sopran Duce i minor duci appella,
E lor mostra la carta, e così dice:
Vedete come il tutto a noi riveli
424La provvidenza del Signor de’ Cieli.

LIV.


     Già più di ritardar tempo non parmi.
Nuova spianata or cominciar potrassi:
E fatica e sudor non si risparmi,
428Per superar d’inverso l’Austro i sassi.
Duro fia si far colà strada all’armi:
Pur far si può; notato ho il loco e i passi.
E ben quel muro, che assicura il sito,
432D’arme e d’opre men deve esser munito.

LV.


     Tu, Raimondo, vogl’io, che da quel lato
Con le machine tue le mura offenda.
Vuò, che dell’arme mie l’alto apparato
436Contra la porta aquilonar si stenda;
Sì che il nemico il vegga, ed, ingannato,
Indi il maggior impeto nostro attenda.
Poi la gran torre mia, ch’agevol move,
440Trascorra alquanto, e porti guerra altrove.

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LVI.


     Tu drizzerai, Camillo, al tempo stesso
Non lontana da me la terza torre.
Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso,
444E che, parlando lui, fra se discorre;
Disse: al consiglio da Goffredo espresso
Nulla giunger si puote, e nulla torre.
Lodo solo, oltre ciò, ch’alcun s’invii
448Nel campo ostil, che i suoi secreti spii.

LVII.


     E ne ridica il numero, e ’l pensiero
(Quanto raccor potrà) certo e verace.
Soggiunge allor Tancredi: ho un mio scudiero,
452Che a questo ufficio di propor mi piace:
Uom pronto e destro, e sovra i piè leggiero:
Audace si, ma cautamente audace:
Che parla in molte lingue, e varia il noto
456Suon della voce, e ’l portamento, e ’l moto.

LVIII.


     Venne colui chiamato; e poi ch’intese
Ciò che Goffredo, e ’l suo Signor desia;
Alzò ridendo il volto, ed intraprese
460La cura, e disse: or or mi pongo in via.
Tosto sarò, dove quel campo tese
Le tende avrà, non conosciuta spia;
Vuò penetrar di mezzodì nel vallo,
464E numerarvi ogn’uomo, ogni cavallo.

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LIX.


     Quanta e qual sia quell’oste, e ciò che pensi
Il Duce loro, a voi ridir prometto.
Vantomi in lui scoprir gl’intimi sensi,
468E i secreti pensier trargli del petto.
Così parla Vafrino, e non trattiensi;
Ma cangia in lungo manto il suo farsetto:
E mostra fa del nudo collo: e prende
472D’intorno al capo attorcigliate bende.

LX.


     La faretra s’adatta, e l’arco Siro:
E barbarico sembra ogni suo gesto.
Stupiron quei che favellar l’udiro,
476Ed in diverse lingue esser sì presto,
Ch’Egizio in Menfi, o pur Fenice in Tiro
L’avria creduto e quel popolo e questo.
Egli sen va sovra un destrier ch’appena
480Segna nel corso la più molle arena.

LXI.


     Ma i Franchi, pria che ’l terzo dì sia giunto,
Appianaron le vie scoscese e rotte:
E finir gl’instromenti anco in quel punto,
484Chè non fur le fatiche unqua interrotte;
Anzi all’opre de’ giorni avean congiunto,
Togliendola al riposo, anco la notte.
Nè cosa è più che ritardar gli possa
488Dal far l’estremo omai d’ogni lor possa.

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LXII.


     Del dì, cui dell’assalto il dì successe,
Gran parte orando il pio Buglion dispensa:
E impon che ogn’altro i falli suoi confesse,
492E pasca il pan dell’alme alla gran mensa.
Machine ed arme poscia ivi più spesse
Dimostra, ove adoprarle egli men pensa.
E ’l deluso Pagan si riconforta,
496Ch’oppor le vede alla munita porta.

LXIII.


     Col bujo della notte è poi la vasta
Agil machina sua colà traslata,
Ove è men curvo il muro, e men contrasta,
500Ch’angulosa non fa parte, e piegata.
E d’in sul colle alla Città sovrasta
Raimondo ancor con la sua torre armata.
La sua Camillo a quel lato avvicina,
504Che dal Borea all’Occaso alquanto inchina.

LXIV.


     Ma come furo in Oriente apparsi
I mattutini messaggier del Sole,
S’avvidero i Pagani (e ben turbarsi)
508Che la torre non è dove esser suole:
E mirar quinci e quindi anco innalzarsi,
Non più veduta, una ed un’altra mole.
E in numero infinito anco son viste
512Catapulte, monton, gatti, e baliste.

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LXV.


     Non è la turba di Soria già lenta
A trasportarne là molte difese,
Ove il Buglion le machine appresenta
516Da quella parte, ove primier l’attese.
Ma il Capitan, ch’a tergo aver rammenta
L’oste d’Egitto, ha quelle vie già prese.
E Guelfo, e i due Roberti a se chiamati:
520State, dice, a cavallo in sella armati.

LXVI.


     E procurate voi che mentre ascendo
Colà dove quel muro appar men forte,
Schiera non sia che subita venendo
524S’atterghi agli occupati, e guerra porte.
Tacque; e già da tre lati assalto orrendo
Movon le tre sì valorose scorte.
E da tre lati ha il Re sue genti opposte:
528Chè riprese quel dì l’arme deposte.

LXVII.


     Egli medesmo al corpo omai tremante
Per gli anni, e grave del suo proprio pondo,
L’arme che disusò gran tempo innante,
532Circonda, e se ne va contra Raimondo.
Solimano a Goffredo, e ’l fero Argante
Al buon Camillo oppon, che di Boemondo
Seco ha il nipote: e lui fortuna or guida,
536Perchè ’l nemico a se dovuto uccida.

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LXVIII.


     Incominciaro a saettar gli arcieri,
Infette di veleno, arme mortali:
Ed adombrato il Ciel par che s’anneri
540Sotto un immenso nuvolo di strali.
Ma con forza maggior colpi più feri
Ne venian dalle machine murali.
Indi gran palle uscian marmoree e gravi,
544E con punta d’acciar ferrate travi.

LXIX.


     Par fulmine ogni sasso, e così trita
L’armatura e le membra a chi n’è colto,
Che gli toglie non pur l’alma e la vita,
548Ma la forma del corpo anco e del volto.
Non si ferma la lancia alla ferita:
Dopo il colpo del corso avanza molto:
Entra da un lato, e fuor per l’altro passa
552Fuggendo, e nel fuggir la morte lassa.

LXX.


     Ma non togliea però dalla difesa
Tanto furor le Saracine genti.
Contra quelle percosse avean già tesa
556Pieghevol tela, e cose altre cedenti.
L’impeto, che in lor cade, ivi contesa
Non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti:
Essi, ove miran più la calca esposta,
560Fan con l’arme volanti aspra risposta.

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LXXI.


     Con tutto ciò d’andarne oltre non cessa
L’assalitor, che tripartito move.
E chi va sotto gatti, ove la spessa
564Gragnuola di saette indarno piove:
E chi le torri all’alto muro appressa,
Che loro a suo poter da se rimove;
Tenta ogni torre omai lanciare il ponte,
568Cozza il monton con la ferrata fronte.

LXXII.


     Rinaldo intanto irresoluto bada,
Chè quel rischio di lui degno non era.
E stima onor plebeo, quando egli vada
572Per le comuni vie col volgo in schiera.
E volge intorno gli occhj, e quella strada
Sol gli piace tentar ch’altri dispera.
Là dove il muro più munito ed alto
576In pace stassi, ei vuol portar l’assalto.

LXXIII.


     E volgendosi a quegli, i quai già furo
Guidati da Dudon guerrier famosi:
O vergogna, dicea, che là quel muro
580Fra cotante arme in pace or si riposi.
Ogni rischio al valor sempre è sicuro:
Tutte le vie son piane agli animosi.
Moviam la guerra, e contra ai colpi crudi
584Facciam densa testuggine di scudi.

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LXXIV.


     Giunsersi tutti seco a questo detto:
Tutti gli scudi alzar sovra la testa:
E gli uniron così, che ferreo tetto
588Facean contra l’orribile tempesta.
Sotto il coperchio il fero stuol ristretto
Va di gran corso, e nulla il corso arresta:
Chè la soda testuggine sostiene
592Ciò che di ruinoso in giù ne viene.

LXXV.


     Son già sotto le mura; allor Rinaldo
Scala drizzò di cento gradi e cento:
E lei con braccio maneggiò sì saldo,
596Ch’agile è men picciola canna al vento.
Or lancia o trave, or gran colonna o spaldo
D’alto discende: ei non va su più lento;
Ma intrepido ed invitto ad ogni scossa,
600Sprezzeria, se cadesse, Olimpo ed Ossa.

LXXVI.


     Una selva di strali e di ruine
Sostien sul dosso, e sullo scudo un monte.
Scuote una man le mura a se vicine,
604L’altra, sospesa, in guardia è della fronte.
L’esempio all’opre ardite e peregrine
Spinge i compagni: ei non è sol che monte:
Chè molti appoggian seco eccelse scale,
608Ma ’l valore e la sorte è disuguale.

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LXXVII.


     More alcuno, altri cade; egli sublime
Poggia, e questi conforta, e quei minaccia.
Tanto è già in su, che le merlate cime
612Puote afferrar con le distese braccia.
Gran gente allor vi trae, l’urta, il reprime,
Cerca precipitarlo, e pur nol caccia.
(Mirabil vista!) a un grande e fermo stuolo
616Resister può, sospeso in aria, un solo.

LXXVIII.


     E resiste, e s’avanza, e si rinforza:
E come palma suol, cui pondo aggreva,
Suo valor combattuto ha maggior forza,
620E nella oppression più si solleva.
E vince alfin tutti i nemici, e sforza
L’aste e gl’intoppi che d’incontro aveva:
E sale il muro, e ’l signoreggia, e ’l rende
624Sgombro e sicuro a chi diretro ascende.

LXXIX.


     Ed egli stesso all’ultimo germano
Del pio Buglion, ch’è di cadere in forse,
Stesa la vincitrice amica mano,
628Di salirne secondo aita porse.
Frattanto erano altrove al Capitano
Varie fortune e perigliose occorse:
Ch’ivi non pur fra gli uomini si pugna;
632Ma le machine insieme anco fan pugna.

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LXXX.


     Sul muro aveano i Siri un tronco alzato
Ch’antenna un tempo esser solea di nave:
E sovra lui col capo aspro e ferrato,
636Per traverso, sospesa è grossa trave:
È indietro quel da canapi tirato,
Poi torna innanzi impetuoso e grave:
Talor rientra nel suo guscio, ed ora
640La testuggin rimanda il collo fuora.

LXXXI.


     Urtò la trave immensa, e così dure
Nella torre addoppiò le sue percosse;
Che le ben teste in lei salde giunture
644Lentando aperse, e la rispinse, e scosse.
La torre a quel bisogno armi sicure
Avea già in punto, e due gran falci mosse,
Che, avventate con arte incontra al legno,
648Quelle funi troncar ch’eran sostegno.

LXXXII.


     Qual gran sasso talor, che o la vecchiezza
Solve d’un monte, o svelle ira de’ venti,
Ruinoso dirupa: e porta, e spezza
652Le selve, e con le case anco gli armenti;
Tal giù traea dalla sublime altezza
L’orribil trave e merli, ed arme, e genti.
Diè la torre, a quel moto, uno e duo’ crolli:
656Tremar le mura, e rimbombaro i colli.

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LXXXIII.


     Passa il Buglion vittorioso avanti,
E già le mura d’occupar si crede;
Ma fiamme allora fetide e fumanti
660Lanciarsi incontra immantinente ei vede.
Nè dal sulfureo sen fochi mai tanti
Il cavernoso Mongibel fuor diede:
Nè mai cotanti, negli estivi ardori,
664Piove l’Indico Ciel caldi vapori.

LXXXIV.


     Quì vasi, e cerchj, ed aste ardenti sono:
Qual fiamma nera, e qual sanguigna splende.
L’odore appuzza, assorda il rombo e ’l tuono,
668Accieca il fumo, il foco arde e s’apprende.
L’umido cuojo alfin saria mal buono
Schermo alla torre: appena or la difende.
Già suda, e si rincrespa, e se più tarda
672Il soccorso del Ciel, convien pur ch’arda.

LXXXV.


     Il magnanimo Duce innanzi a tutti
Stassi, e non muta nè color nè loco:
E quei conforta che su’ cuoj asciutti
676Versan l’onde apprestate incontra al foco.
In tale stato eran costor ridutti:
E già dell’acque rimanea lor poco.
Quando ecco un vento, ch’improvviso spira,
680Contra gli autori suoi l’incendio gira.

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LXXXVI.


     Vien contro al foco il turbo, e indietro volto
Il foco, ove i Pagan le tele alzaro,
Quella molle materia in se raccolto
684L’ha immantinente, e n’arde ogni riparo.
O glorioso Capitano, o molto
Dal gran Dio custodito, al gran Dio caro!
A te guerreggia il Cielo: ed ubbidienti
688Vengon chiamati, a suon di trombe, i venti.

LXXXVII.


     Ma l’empio Ismen, che le sulfuree faci
Vide da Borea incontra se converse,
Ritentar volle l’arti sue fallaci
692Per sforzar la natura, e l’aure avverse:
E fra due maghe, che di lui seguaci
Si fer, sul muro agli occhj altrui s’offerse:
E torvo, e nero, e squallido, e barbuto
696Fra due Furie parea Caronte, o Pluto.

LXXXVIII.


     Già il mormorar s’udia delle parole
Di cui teme Cocíto, e Flegetonte:
Già si vedea l’aria turbare, e ’l Sole
700Cinger d’oscuri nuvoli la fronte;
Quando avventato fu dall’alta mole
Un gran sasso, che fu parte d’un monte:
E tra lor colse sì, ch’una percossa
704Sparse di tutti insieme il sangue e l’ossa.

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LXXXIX.


     In pezzi minutissimi e sanguigni
Si disperser così le inique teste;
Che di sotto ai pesanti aspri macigni
708Soglion poco le biade uscir più peste.
Lasciar, gemendo, i tre spirti maligni
L’aria serena, e ’l bel raggio celeste:
E sen fuggir tra l’ombre empie infernali.
712Apprendete pietà quinci, o mortali.

XC.


     In questo mezzo alla Città la torre,
Cui dall’incendio il turbine assicura,
S’avvicina così, che può ben porre
716E fermare il suo ponte in su le mura;
Ma Solimano intrepido v’accorre,
E ’l passo angusto di tagliar procura:
E doppia i colpi, e ben l’avria reciso;
720Ma un’altra torre apparse all’improvviso.

XCI.


     La gran mole crescente oltra i confini
De’ più alti edifizj in aria passa.
Attoniti a quel mostro i Saracini
724Restar, vedendo la Città più bassa.
Ma il fero Turco, ancor che’n lui ruini
Di pietre un nembo, il loco suo non lassa:
Nè di tagliare il ponte anco diffida,
728E gli altri che temean rincora, e sgrida.

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XCII.


     S’offerse agli occhj di Goffredo allora,
Invisibile altrui, l’Angel Michele
Cinto d’armi celesti: e vinto fora
732Il Sol da lui, cui nulla nube vele.
Ecco, disse, Goffredo, è giunta l’ora
Ch’esca Sion di servitù crudele.
Non chinar, non chinar gli occhj smarriti:
736Mira con quante forze il Ciel t’aiti.

XCIII.


     Drizza pur gli occhj a riguardar l’immenso
Esercito immortal ch’è in aria accolto:
Ch’io dinanzi torrotti il nuvol denso
740Di vostra umanità, ch’intorno avvolto
Adombrando t’appanna il mortal senso,
Sì che vedrai gl’ignudi spirti in volto:
E sostener per breve spazio i rai
744Delle angeliche forme anco potrai.

XCIV.


     Mira di quei che fur campion di Cristo,
L’anime fatte in Cielo or cittadine,
Che pugnan teco, e di sì alto acquisto
748Si trovan teco al glorioso fine.
Là ’ve ondeggiar la polve, e ’l fumo misto
Vedi, e di rotte moli alte ruine;
Tra quella folta nebbia Ugon combatte,
752E delle torri i fondamenti abbatte.

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XCV.


     Ecco poi là Dudon che l’alta porta
Aquilonar con ferro e fiamma assale:
Ministra l’arme ai combattenti, esorta
756Ch’altri su monti, e drizza, e tien le scale.
Quel ch’è sul colle, e ’l sacro abito porta,
E la corona ai crin sacerdotale,
È il pastore Ademaro, alma felice:
760Vedi ch’ancor vi segna, e benedice.

XCVI.


     Leva più in su le ardite luci, e tutta
La grande oste del Ciel congiunta guata.
Egli alzò il guardo: e vide in un ridutta
764Milizia innumerabile, ed alata.
Tre folte squadre, ed ogni squadra instrutta
In tre ordini gira, e si dilata;
Ma si dilata più quanto più in fuori
768I cerchj son: son gl’intimi i minori.

XCVII.


     Quì chinò vinti i lumi, e gli alzò poi:
Nè lo spettacol grande ei più rivide.
Ma riguardando d’ogni parte i suoi,
772Scorge che a tutti la vittoria arride.
Molti dietro a Rinaldo illustri eroi
Saliano: ei già salito i Siri uccide.
Il Capitan, che più indugiar si sdegna,
776Toglie di mano al fido alfier l’insegna.

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XCVIII.


     E passa primo il ponte, ed impedita
Gli è a mezzo il corso dal Soldan la via.
Un picciol varco è campo ad infinita
780Virtù, che in pochi colpi ivi apparia.
Grida il fier Solimano: all’altrui vita
Dono e consacro io quì la vita mia.
Tagliate, amici, alle mie spalle or questo
784Ponte: chè quì non facil preda i’ resto.

XCIX.


     Ma venirne Rinaldo, in volto orrendo,
E fuggirne ciascun vedea lontano.
Or che farò? se quì la vita spendo,
788La spando, disse, e la disperdo invano.
E in se nove difese anco volgendo,
Cedea libero il passo al Capitano,
Che minacciando il segue, e della santa
792Croce il vessillo in su le mura pianta.

C.


     La vincitrice insegna in mille giri
Alteramente si rivolge intorno:
E par che in lei più riverente spiri
796L’aura, e che splenda in lei più chiaro il giorno:
Ch’ogni dardo, ogni stral che in lei si tiri,
O la declini, o faccia indi ritorno:
Par che Sion, par che l’opposto monte
800Lieto l’adori, e inchini a lei la fronte.

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CI.


     Allor tutte le squadre il grido alzaro
Della vittoria altissimo e festante:
E risonarne i monti, e replicaro
804Gli ultimi accenti: e quasi in quello istante
Ruppe e vinse Tancredi ogni riparo
Che gli aveva all’incontro opposto Argante:
E, lanciando il suo ponte, anch’ei veloce
808Passò nel muro, e v’innalzò la Croce.

CII.


     Ma verso il Mezzogiorno, ove il canuto
Raimondo pugna, e ’l Palestin Tiranno,
I guerrier di Guascogna anco potuto
812Giunger la torre alla Città non hanno:
Chè ’l nerbo delle genti ha il Re in ajuto,
Ed ostinati alla difesa stanno:
E sebben quivi il muro era men fermo,
816Di machine v’avea maggior lo schermo.

CIII.


     Oltrechè, men che altrove, in questo canto
La gran mole il sentier trovò spedito.
Nè tanto arte potè, che pur alquanto
820Di sua natura non ritegna il sito.
Fu l’alto segno di vittoria intanto
Dai difensori, e dai Guasconi udito:
Ed avvisò il Tiranno, e ’l Tolosano,
824Che la Città già presa è verso il piano.

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CIV.


     Onde Raimondo ai suoi, dall’altra parte,
Grida: o compagni, è la Città già presa.
Vinta ancor ne resiste? or soli a parte
828Non sarem noi di sì onorata impresa?
Ma il Re cedendo alfin di là si parte:
Perch’ivi disperata è la difesa:
E sen rifugge in loco forte ed alto,
832Ove egli spera sostener l’assalto.

CV.


     Entra allor vincitore il campo tutto
Per le mura non sol, ma per le porte.
Ch’è già aperto, abbattuto, arso, e distrutto
836Ciò che lor s’opponea, rinchiuso e forte.
Spazia l’ira del ferro: e va col lutto
E con l’orror, compagni suoi, la morte.
Ristagna il sangue in gorghi, e corre in rivi
840Pieni di corpi estinti, e di mal vivi.

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