Gerusalemme liberata/Canto diciasettesimo

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Canto Diciasettesimo

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Canto sedicesimo Canto diciottesimo


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EMIRENO


ARGOMENTO.

     Il suo esercito immenso in mostra chiama
L’Egizio, e poi contra i Cristian l’invia.
Armida che pur di Rinaldo brama
La morte, con sua gente anco giungía;
E per meglio saziar sua crudel brama,
Sè in guiderdon della vendetta offria.
Ei vestia intanto armi fatali, e dove
Mira impresse degli avi illustri prove.



CANTO DECIMOSETTIMO.


I.


Gaza è Città della Giudea nel fine,
Su quella via che inver Pelusio mena:
Posta in riva del mare, ed ha vicine
4Immense solitudini d’arena,
Le quai, come austro suol l’onde marine,
Mesce il turbo spirante; onde a gran pena
Ritrova il peregrin riparo o scampo
8Nelle tempeste dell’instabil campo.

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II.


     Del Re d’Egitto è la Città frontiera,
Da lui gran tempo innanzi ai Turchi tolta;
E però ch’opportuna e prossima era
12All’alta impresa ove la mente ha volta:
Lasciando Menfi, ch’è sua reggia altera,
Quì traslato il gran seggio, e quì raccolta
Già da varie provincie insieme avea
16L’innumerabil’ oste all’assemblea.

III.


     Musa, quale stagione e qual là fosse
Stato di cose, or tu mi reca a mente:
Qual’arme il grande Imperator, quai posse,
20Qual serva avesse, e qual compagna gente,
Quando del Mezzogiorno in guerra mosse
Le forze, e i Regi, e l’ultimo Oriente.
Tu sol le schiere e i duci, e sotto l’arme
24Mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme.

IV.


     Poscia che, ribellante, al Greco impero
Si sottrasse l’Egitto, e mutò fede;
Del sangue di Macon nato un guerriero
28Sen fè Tiranno, e vi fondò la sede.
Ei fu detto Califfo, e del primiero
Chi tien lo scettro al nome anco succede.
Così per ordin lungo il Nilo i suoi
32Faraon vide, e i Tolommei dappoi.

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V.


     Volgendo gli anni, il regno è stabilito
Ed accresciuto in guisa tal che viene,
Asia e Libia ingombrando, al Sirio lito
36Da’ Marmarici fini, e da Cirene:
E passa addentro incontra all’infinito
Corso del Nilo assai sovra Siene:
E quinci alle campagne inabitate
40Va della sabbia, e quindi al grande Eufrate.

VI.


     A destra ed a sinistra in se comprende
L’odorata maremma e ’l ricco mare.
E, fuor dell’Eritreo, molto si stende
44Incontro al Sol che mattutino appare.
L’imperio ha in se gran forze, e più le rende
Il Re, ch’or le governa, illustri e chiare:
Ch’è per sangue Signor, ma più per merto,
48Nell’arti regie e militari esperto.

VII.


     Questi, or co’ Turchi or con le genti Perse
Più guerre fè: le mosse, e le respinse:
Fu perdente, e vincente: e nell’avverse
52Fortune fu maggior che quando vinse.
Poi che la grave età più non sofferse
Dell’arme il peso, alfin la spada scinse;
Ma non depose il suo guerriero ingegno,
56Nè d’onor il desio vasto, e di regno.

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VIII.


     Ancor guerreggia per ministri: ed have
Tanto vigor di mente e di parole,
Che della monarchia la soma grave
60Non sembra agli anni suoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regni Africa pave
Tutta al suo nome, e ’l remoto Indo il cole:
E gli porge altri volontario ajuto
64D’armate genti, ed altri d’or tributo.

IX.


     Tanto e sì fatto Re l’arme raguna:
Anzi pur adunate omai le affretta
Contra il sorgente imperio, e la fortuna
68Franca, nelle vittorie omai sospetta.
Armida ultima vien: giunge opportuna
Nell’ora appunto alla rassegna eletta.
Fuor delle mura in spazioso campo
72Passa dinanzi a lui schierato il Campo.

X.


     Egli in sublime soglio, a cui per cento
Gradi eburnei s’ascende, altero siede:
E sotto l’ombra d’un gran ciel d’argento
76Porpora intesta d’or preme col piede:
E ricco di barbarico ornamento,
In abito regal splender si vede.
Fan, torti in mille fasce, i bianchi lini
80Alto diadema in nova forma ai crini.

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XI.


     Lo scettro ha nella destra: e per canuta
Barba appar venerabile e severo.
E dagli occhj, ch’etade ancor non muta,
84Spira l’ardire e ’l suo vigor primiero.
E ben da ciascun atto è sostenuta
La maestà degli anni, e dell’impero.
Apelle forse o Fidia in tal sembiante
88Giove formò; ma Giove allor tonante.

XII.


     Stannogli a destra l’un, l’altro a sinistra
Due Satrapi i maggiori: alza il più degno
La nuda spada del rigor ministra;
92L’altro il sigillo, del suo uficio in segno.
Custode un de’ secreti, al Re ministra
Opra civil ne’ grandi affar del regno:
Ma Prence degli eserciti, e con piena
96Possanza, è l’altro ordinator di pena.

XIII.


     Sotto, folta corona al seggio fanno
Con fedel guardia i suoi Circassi astati:
Ed oltra l’aste hanno corazze, ed hanno
100Spade lunghe e ricurve all’un de’ lati.
Così sedea, così scopria il Tiranno
Da eccelsa parte i popoli adunati.
Tutte a’ suoi piè, nel trapassar, le schiere
104Chinan, quasi adorando, armi e bandiere.

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XIV.


     Il popol dell’Egitto in ordin primo
Fa di se mostra: e quattro i duci sono,
Duo’ dell’alto paese, e duo’ dell’imo,
108Ch’è del celeste Nilo opera e dono.
Al mare usurpò il letto il fertil limo,
E rassodato al coltivar fu buono.
Sì crebbe Egitto: o quanto addentro è posto
112Quel che fu lido ai naviganti esposto!

XV.


     Nel primiero squadron appar la gente
Ch’abitò d’Alessandria il ricco piano,
Ch’abitò il lido volto all’Occidente,
116Ch’esser comincia omai lido Africano.
Araspe è il duce lor, duce potente
D’ingegno più che di vigor di mano;
Ei di furtivi aguati è mastro egregio,
120E d’ogni arte Moresca in guerra ha il pregio.

XVI.


     Secondan quei che, posti inver l’Aurora,
Nella costa Asiatica albergaro:
E gli guida Aronteo, cui nulla onora
124Pregio o virtù; ma i titoli il fan chiaro.
Non sudò il molle sotto l’elmo ancora:
Nè mattutine trombe anco il destaro;
Ma dagli agj e dall’ombre a dura vita
128Intempestiva ambizion l’invita.

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XVII.


     Quella che terza è poi, squadra non pare;
Ma un’oste immensa: e campi e lidi tiene.
Non crederai ch’Egitto mieta ed are
132Per tanti: e pur da una Città sua viene:
Città ch’alle provincie emula e pare,
Mille cittadinanze in se contiene:
Del Cairo i’ parlo; indi il gran volgo adduce,
136Volgo all’arme restío, Campsone il duce.

XVIII.


     Vengon sotto Gazel quei che le biade
Segaron nel vicin campo fecondo,
E più suso, infin là dove ricade
140Il fiume al precipizio suo secondo.
La turba Egizia avea sol archi e spade:
Nè sosterria d’elmo o corazza il pondo.
D’abito è ricca: onde altrui vien che porte
144Desio di preda, e non timor di morte.

XIX.


     Poi la plebe di Barca, e nuda e inerme
Quasi, sotto Alarcon passar si vede:
Che la vita famelica nell’erme
148Piagge gran tempo sostentò di prede.
Con istuol manco reo, ma inetto a ferme
Battaglie, di Zumara il Re succede.
Quel di Tripoli poscia: e l’uno e l’altro
152Nel pugnar volteggiando è dotto e scaltro.

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XX.


     Diretro ad essi apparvero i cultori
Dell’Arabia Petrea, della Felice,
Che ’l soverchio del gelo e degli ardori
156Non sente mai; se ’l ver la fama dice:
Ove nascon gl’incensi, e gli altri odori:
Ove rinasce l’immortal fenice
Che tra i fiori odoriferi, ch’aduna
160All’esequie ai natali, ha tomba e cuna.

XXI.


     L’abito di costoro è meno adorno;
Ma l’armi a quei d’Egitto han simiglianti.
Ecco altri Arabi poi che, di soggiorno
164Certo, non sono stabili abitanti.
Peregrini perpetui usano intorno
Trarne gli alberghi, e le Cittadi erranti.
Han questi femminil voce, e statura:
168Crin lungo, e negro; e negra faccia, e scura.

XXII.


     Lunghe canne Indiane arman di corte
Punte di ferro: e in su destrier correnti
Diresti ben che un turbine lor porte;
172Se pur han turbo sì veloce i venti.
Da Siface le prime erano scorte:
Aldino in guardia ha le seconde genti:
Le terze guida Albiazar ch’è fiero
176Omicida ladron, non cavaliero.

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XXIII.


     La turba è appresso che lasciate avea
L’isole cinte dalle Arabiche onde,
Da cui, pescando, già raccor solea
180Conche di perle gravide e feconde.
Sono i Negri con lor, sull’Eritrea
Marina posti alle sinistre sponde:
Quegli Agricalte, e questi Osmida regge
184Che schernisce ogni fede ed ogni legge.

XXIV.


     Gli Etiópi di Meroe indi seguiro:
Meroe che quindi il Nilo isola face,
Ed Astrabora quinci, il cui gran giro
188È di tre regni, e di due fe capace.
Gli conducea Canario, ed Assimiro:
Re l’uno e l’altro, e di Macon seguace,
E tributario al Califè; ma tenne
192Santa credenza il terzo, e quì non venne.

XXV.


     Poi due Regi soggetti anco veniano
Con squadre d’arco armate e di quadrella.
Un Soldano è d’Ormus, che dal gran seno
196Persico è cinta, nobil terra e bella.
L’altro di Boecan: questa è nel pieno
Del gran flusso marino, isola anch’ella;
Ma quando poi, scemando, il mar s’abbassa,
200Col piede asciutto il peregrin vi passa.

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XXVI.


     Nè te, Altamoro, entro al pudíco letto
Potuto ha ritener la sposa amata.
Pianse, percosse il biondo crine e ’l petto
204Per distornar la tua fatale andata.
Dunque, dicea, crudel, più che ’l mio aspetto
Del mar l’orrida faccia a te fia grata?
Fian l’arme al braccio tuo più caro peso,
208Che ’l picciol figlio ai dolci scherzi inteso?

XXVII.


     È questi il Re di Sarmacante; e ’l manco
Che in lui si pregi è il libero diadema:
Così dotto è nell’arme, e così franco
212Ardir congiunge a gagliardia suprema!
Saprallo ben (l’annunzio) il popol Franco:
Ed è ragion che insino ad or ne tema.
I suoi guerrieri indosso han la corazza,
216La spada al fianco, ed all’arcion la mazza.

XXVIII.


     Ecco poi, fin dagl’Indi e dall’albergo
Dell’aurora, venuto Adrasto il fero:
Che d’un serpente indosso ha per usbergo
220Il cuojo verde, e maculato a nero:
E smisurato a un elefante il tergo
Preme così, come si suol destriero.
Gente guida costui di qua dal Gange,
224Che si lava nel mar che l’Indo frange.

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XXIX.


     Nella squadra che segue è scelto il fiore
Della regal milizia; e v’ha quei tutti,
Che con larga mercè, con degno onore,
228E per guerra e per pace eran condutti:
Ch’armati a sicurezza, ed a terrore
Vengono in su destrier possenti instrutti:
E de’ purpurei manti, e della luce
232Dell’acciajo e dell’oro il Ciel riluce.

XXX.


     Fra questi è il crudo Alarco, ed Odemaro
Ordinator di squadre, ed Idraorte:
E Rimedon, che per l’audacia è chiaro,
236Sprezzator de’ mortali, e della morte:
E Tigrane, e Rapoldo il gran corsaro,
Già de’ mari tiranno, e Ormondo il forte,
E Marlabusto Arabico, a chi il nome
240L’Arabie dier, che ribellanti ha dome.

XXXI.


     Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte
Espugnator delle Città, Suifante
Domator de’ cavalli, e tu dell’arte
244Della lotta maestro, Aridamante,
E Tisaferno il folgore di Marte,
A cui non è chi d’agguagliar si vante,
O se in arcione, o se pedon contrasta,
248O se rota la spada, o corre l’asta.

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XXXII.


     Guida un Armen la squadra, il qual tragitto
Al Paganesmo nell’età novella
Fè dalla vera fede: ed ove ditto
252Fu già Clemente, ora Emiren s’appella:
Per altro uom fido, e caro al Re d’Egitto
Sovra quanti per lui calcar mai sella;
E duce insieme, e cavalier soprano
256Per cor, per senno, e per valor di mano.

XXXIII.


     Nessun più rimanea; quando improvvisa
Armida apparve, e dimostrò sua schiera.
Venia sublime in un gran carro assisa,
260Succinta in gonna, e faretrata arciera.
E mescolato il novo sdegno in guisa
Col natío dolce in quel bel volto s’era,
Che vigor dalle; e cruda ed acerbetta
264Par che minacci, e minacciando alletta.

XXXIV.


     Somiglia il carro a quel che porta il giorno,
Lucido di pirópi e di giacinti:
E frena il dotto auriga al giogo adorno
268Quattro unicorni a coppia a coppia avvinti:
Cento donzelle e cento paggj intorno
Pur di faretra gli omeri van cinti,
Ed a bianchi destrier premono il dorso,
272Che sono al giro pronti, e lievi al corso.

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XXXV.


     Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello
Ch’Idraote assoldò nella Soria.
Come allor che ’l rinato unico augello
276I suo’ Etiópi a visitar s’invia,
Vario e vago la piuma, e ricco e bello
Di monil, di corona aurea natía;
Stupisce il mondo, e va dietro ed ai lati,
280Maravigliando, esercito d’alati:

XXXVI.


     Così passa costei, maravigliosa
D’abito, di maniere, e di sembiante.
Non è allor sì inumana o sì ritrosa
284Alma d’Amor, che non divenga amante.
Veduta appena, e in gravità sdegnosa,
Invaghir può genti sì varie e tante!
Che sarà poi quando, in più lieto viso,
288Co’ begli occhj lusinghi e col bel riso?

XXXVII.


     Ma poi ch’ella è passata, il Re de’ Regi
Comanda ch’Emireno a se nè vegna:
Chè lui preporre a tutti i duci egregj,
292E duce farlo universal disegna.
Quel, già presago, ai meritati pregj
Con fronte vien che ben del grado è degna:
La guardia de’ Circassi in due si fende
296E gli fa strada al seggio, ed ei v’ascende.

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XXXVIII.


     E chino il capo e le ginocchia, al petto
Giunge la destra; e’l Re così gli dice:
Tè questo scettro; a te, Emiren, commetto
300Le genti, e tu sostieni in lor mia vice:
E porta, liberando il Re soggetto,
Su’ Franchi l’ira mia vendicatrice.
Và, vedi, e vinci: e non lasciar de’ vinti
304Avanzo, e mena presi i non estinti.

XXXIX.


     Così parlò il Tiranno; e del soprano
Imperio il cavalier la verga prese.
Prendo scettro, Signor, d’invitta mano,
308Disse, e vo co’ tuo’ auspicj all’alte imprese:
E spero in tua virtù, tuo capitano,
Dell’Asia vendicar le gravi offese.
Nè tornerò, se vincitor non torno;
312E la perdita avrà morte, non scorno.

XL.


     Ben prego il Ciel che, s’ordinato male
(Ch’io già nol credo) di là su minaccia;
Tutta sul capo mio quella fatale
316Tempesta accolta di sfogar gli piaccia:
E salvo rieda il campo, e in trionfale
Più che in funebre pompa il duce giaccia.
Tacque; e seguì co’ popolari accenti
320Misto un gran suon di barbari instrumenti.

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XLI.


     E fra le grida e i suoni, in mezzo a densa
Nobile turba, il Re de’ Re si parte:
E giunto alla gran tenda, a lieta mensa
324Raccoglie i duci, e siede egli in disparte:
Ond’or cibo, or parole altrui dispensa;
Nè lascia inonorata alcuna parte.
Armida all’arte sue ben trova loco
328Quivi opportun, fra l’allegrezza e ’l gioco.

XLII.


     Ma già tolte le mense, ella che vede
Tutte le viste in se fisse ed intente:
E che a’ segni ben noti omai s’avvede
332Che sparso è il suo velen per ogni mente:
Sorge, e si volge al Re dalla sua sede
Con atto insieme altero e riverente:
E quanto può, magnanima e feroce
336Cerca parer nel volto e nella voce.

XLIII.


     O Re supremo, dice, anch’io ne vegno
Per la fe, per la patria ad impiegarmi.
Donna son’io; ma regal donna: indegno
340Già di Reina il guerreggiar non parmi.
Usi ogn’arte regal chi vuole il regno:
Dansi all’istessa man lo scettro, e l’armi.
Saprà la mia (nè torpe al ferro, o langue)
344Ferire, e trar delle ferite il sangue.

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XLIV.


     Nè creder che sia questo il dì primiero,
Ch’a ciò nobil m’invoglia alta vaghezza;
Chè in pro di nostra legge, e del tuo impero
348Son’io già prima a militar avvezza.
Ben rammentar dei tu s’io dico il vero;
Chè d’alcun’opra nostra hai pur contezza:
E sai, che molti de’ maggior campioni
352Che dispieghin la Croce, io fei prigioni.

XLV.


     Da me presi ed avvinti, e da me furo
In magnifico dono a te mandati:
Ed ancor si stariano in fondo oscuro
356Di perpetua prigion per te guardati:
E saresti ora tu via più sicuro
Di terminar, vincendo, i tuoi gran piati;
Se non che ’l fier Rinaldo, il qual uccise
360I miei guerrieri, in libertà gli mise.

XLVI.


     Chi sia Rinaldo è noto: e quì di lui
Lunga istoria di cose anco si conta:
Questi è il crudele, ond’aspramente i’ fui
364Offesa poi, nè vendicata ho l’onta.
Onde sdegno a ragione aggiunge i sui
Stimoli, e più mi rende all’arme pronta.
Ma qual sia la mia ingiuria, a lungo detta
368Saravvi: or tanto basti. Io vuò vendetta.

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XLVII.


     E la procurerò: chè non invano
Soglion portarne ogni saetta i venti.
E la destra del Ciel di giusta mano
372Drizza l’arme talor contra i nocenti.
Ma s’alcun fia ch’al barbaro inumano
Tronchi il capo odioso, e me ’l presenti,
A grado avrò questa vendetta ancora;
376Benchè fatta da me più nobil fora.

XLVIII.


     A grado sì, che gli sarà concessa
Quella ch’io posso dar maggior mercede.
Me d’un tesor dotata, e di me stessa,
380In moglie avrà, se in guiderdon mi chiede.
Così ne faccio quì stabil promessa:
Così ne giuro inviolabil fede:
Or s’alcuno è che stimi i premj nostri
384Degni del rischio, parli e si dimostri.

XLIX.


     Mentre la donna in guisa tal favella,
Adrasto affigge in lei cupidi gli occhj.
Tolga il Ciel, dice poi, che le quadrella
388Nel barbaro omicida unqua tu scocchi:
Chè non è degno un cor villano, o bella
Saettatrice, che tuo colpo il tocchi.
Atto, dell’ira tua, ministro io sono:
392Ed io del capo suo ti farò dono.

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L.


     Io sterperogli il core: io darò in pasto
Le membra lacerate agli avoltoj.
Così parlava l’Indiano Adrasto:
396Nè soffrì Tisaferno i vanti suoi.
E chi sei, disse, tu che sì gran fasto
Mostri, presente il Re, presenti noi?
Forse è quì tal ch’ogni tuo vanto audace
400Supererà co’ fatti, e pur si tace.

LI.


     Rispose l’Indo fero: io mi sono uno
Ch’appo l’opre il parlare ho scarso e scemo.
Ma s’altrove che quì così importuno
404Parlavi tu, parlavi il detto estremo.
Seguíto avrian; ma raffrenò ciascuno,
Distendendo la destra, il Re supremo.
Disse ad Armida poi: Donna gentile,
408Ben hai tu cor magnanimo e virile;

LII.


     E ben sei degna, a cui suoi sdegni ed ire
L’uno e l’altro di lor conceda e done:
Perchè tu poscia a voglia tua le gire
412Contra quel forte predator fellone.
Là fian meglio impiegate; e ’l loro ardire
Là può chiaro mostrarsi in paragone.
Tacque ciò detto; e quegli offerta nova
416Fecero a lei di vendicarla a prova.

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LIII.


     Nè quelli pur, ma qual più in guerra è chiaro
La lingua al vanto ha baldanzosa e presta.
S’offerser tutti a lei: tutti giuraro
420Vendetta far sull’esecrabil testa:
Tante contra il guerrier, ch’ebbe sì caro,
Arme or costei commove, e sdegni desta!
Ma esso, poi ch’abbandonò la riva,
424Felicemente al gran corso veniva.

LIV.


     Per le medesme vie, che in prima corse,
La navicella in dietro si raggira:
E l’aura ch’alle vele il volo porse,
428Non men seconda al ritornar vi spira.
Il giovinetto or guarda il Polo, e l’Orse,
Ed or le stelle rilucenti mira,
Via dell’opaca notte; or fiumi, or monti
432Che sporgono sul mar le alpestre fronti.

LV.


     Or lo stato del campo, or il costume
Di varie genti investigando intende.
E tanto van per le salate spume,
436Che lor dall’Orto il quarto Sol risplende.
E quando omai n’è disparito il lume,
La nave terra finalmente prende.
Disse la donna allor: le Palestine
440Piaggie son quì: quì del viaggio è il fine.

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LVI.


     Quinci i tre cavalier sul lido spose,
E sparve in men che non si forma un detto.
Sorgea la notte intanto, e delle cose
444Confondea i varj aspetti un solo aspetto.
E in quelle solitudini arenose
Essi veder non ponno o muro o tetto:
Nè d’uomo, o di destriero appajon l’orme;
448Od altro pur, che del cammin gl’informe.

LVII.


     Poi che stati sospesi alquanto foro,
Mossero i passi, e dier le spalle al mare:
Ed ecco di lontano agli occhj loro
452Un non so che di luminoso appare,
Che con raggj d’argento e lampi d’oro
La notte illustra, e fa l’ombre più rare.
Essi ne vanno allor contra la luce:
456E già veggion chè sia quel che sì luce.

LVIII.


     Veggiono a un grosso tronco armi novelle,
Incontra i raggj della Luna, appese:
E fiammeggiar, più che nel Ciel le stelle,
460Gemme nell’elmo aurato e nell’arnese:
E scoprono a quel lume immagin belle
Nel grande scudo in lungo ordine stese.
Presso, quasi custode, un vecchio siede,
464Che contra lor sen va, come gli vede.

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LIX.


     Ben è dai due guerrier riconosciuto
Del saggio amico il venerabil volto.
Ma poi ch’ei ricevè lieto saluto,
468E ch’ebbe lor cortesemente accolto;
Al giovinetto, il qual tacito e muto
Il riguardava, il ragionar rivolto:
Signor, te sol, gli disse, io quì soletto
472In cotal’ ora desiando aspetto.

LX.


     Chè, se no’l sai, ti sono amico: e quanto
Curi le cose tue chiedilo a questi:
Ch’essi, scorti da me, vinser l’incanto
476Ove tu vita misera traesti.
Or odi i detti miei contrarj al canto
Delle Sirene, e non ti sian molesti;
Ma gli serba nel cor, fin che distingua
480Meglio a te il ver più saggia e santa lingua.

LXI.


     Signor, non sotto l’ombra in piaggia molle
Tra fonti e fior, tra Ninfe e tra Sirene;
Ma in cima all’erto e faticoso colle
484Della virtù riposto è il nostro bene.
Chi non gela, e non suda, e non s’estolle
Dalle vie del piacer, là non perviene.
Or vorrai tu lungi dall’alte cime
488Giacer, quasi tra valli augel sublime?

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LXII.


     T’alzò Natura inverso il Ciel la fronte,
E ti diè spirti generosi ed alti,
Perchè in su miri: e con illustri e conte
492Opre, te stesso al sommo pregio esalti.
E ti diè l’ire ancor veloci e pronte;
Non perchè l’usi ne’ civili assalti:
Nè perchè sian di desiderj ingordi
496Elle ministre, ed a ragion discordi;

LXIII.


     Ma perchè il tuo valore, armato d’esse,
Più fero assalga gli avversarj esterni;
E sian con maggior forza indi ripresse
500Le cupidigie, empj nemici interni.
Dunque nell’uso per cui fur concesse,
Le impieghi il saggio duce, e le governi:
Ed a suo senno or tepide or ardenti
504Le faccia: ed or le affretti ed or le allenti.

LXIV.


     Così parlava; e l’altro attento e cheto
Alle parole sue d’alto consiglio,
Fea de’ detti conserva: e mansueto
508Volgeva a terra e vergognoso il ciglio.
Ben vide il saggio Veglio il suo secreto,
E gli soggiunse: alza la fronte, o figlio:
E in questo scudo affissa gli occhj omai,
512Ch’ivi de’ tuoi maggior l’opre vedrai.

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LXV.


     Vedrai degli avi il divulgato onore,
Lunge precorso in luogo erto e solingo:
Tu dietro anco riman, lento cursore,
516Per questo della gloria illustre arringo.
Su su, te stesso incíta: al tuo valore
Sia sferza e spron quel ch’io colà dipingo.
Così diceva; e ’l cavaliero affisse
520Lo sguardo là, mentre colui sì disse.

LXVI.


     Con sottil magistero, in campo angusto,
Forme infinite espresse il fabbro dotto.
Del sangue d’Azzio glorioso augusto
524L’ordin vi si vedea nulla interrotto.
Vedeasi dal Roman fonte vetusto
I suoi rivi dedur puro e incorrotto.
Stan coronati i Principi d’alloro:
528Mostra il Vecchio le guerre, e i pregj loro.

LXVII.


     Mostragli Cajo, allor ch’a strane genti
Va prima in preda il già inclinato impero,
Prendere il fren de’ popoli volenti,
532E farsi d’Este il Principe primiero;
Ed a lui ricovrarsi i men potenti
Vicini, a cui rettor facea mestiero;
Poscia quando ripassa il varco noto
536Agl’inviti d’Onorio il fero Goto;

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LXVIII.


     E quando sembra che più avvampi e ferva
Di barbarico incendio Italia tutta:
E quando Roma, prigioniera e serva,
540Sin dal suo fondo teme esser distrutta;
Mostra ch’Aurelio in libertà conserva
La gente sotto al suo scettro ridutta.
Mostragli poi Foresto che s’oppone
544All’Unno regnator dell’Aquilone.

LXIX.


     Ben si conosce al volto Attila il fello,
Che con occhj di drago par che guati:
Ed ha faccia di cane, ed a vedello
548Dirai che ringhi, e udir credi i latrati.
Poi vinto il fiero in singolar duello
Mirasi rifuggir tra gli altri armati:
E la difesa d’Aquilea poi torre
552Il buon Foresto dell’Italia Ettorre.

LXX.


     Altrove è la sua morte; e ’l suo destino
È destin della patria. Ecco l’erede
Del padre grande il gran figlio Acarino,
556Che all’Italico onor campion succede.
Cedeva ai fati, e non agli Unni Altino:
Poi riparava in più secura sede:
Poi raccoglieva una Città di mille
560In val di Po case disperse in ville.

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LXXI.


     Contra il gran fiume, che in diluvio ondeggia,
Muniasi, e quindi la Città sorgea
Che ne’ futuri secoli la reggia
564De’ magnanimi Estensi esser dovea.
Par che rompa gli Alani: e che si veggia
Contra Odoacro aver poi sorte rea:
E morir per l’Italia. O nobil morte,
568Che dell’onor paterno il fa consorte!

LXXII.


     Cader seco Alforisio: ire in esiglio
Azzo si vede, e ’l suo fratel con esso:
E ritornar con l’arme, e col consiglio
572Dapoi che fu il Tiranno Erulo oppresso.
Trafitto di saetta il destro ciglio,
Segue l’Estense Epaminonda appresso:
E par lieto morir; poscia che ’l crudo
576Totila è vinto, e salvo il caro scudo.

LXXIII.


     Di Bonifacio parlo: e fanciulletto
Premea Valerian l’orme del padre:
Già di destra viril, viril di petto
580Cento nol sostenean Gotiche squadre.
Non lunge ferocissimo in aspetto
Fea contra Schiavi Ernesto opre leggiadre.
Ma innanzi a lui l’intrepido Aldoardo
584Da Monselce escludeva il Re Lombardo.

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LXXIV.


     Enrico v’era, e Berengario: e dove
Spiega il gran Carlo la sua augusta insegna,
Par ch’egli il primo feritor si trove
588Ministro o capitan d’impresa degna.
Poi segue Lodovico: e quegli il move
Contra il nipote che in Italia regna:
Ecco in battaglia il vince, e ’l fa prigione.
592Eravi poi co’ cinque figlj Ottone.

LXXV.


     V’era Almerico: e si vedea già fatto
Della Città, donna del Po, Marchese.
Devotamente il Ciel riguarda, in atto
596Di contemplante, il fondator di chiese.
D’incontro Azzo secondo avean ritratto
Far contra Berengario aspre contese:
Che dopo un corso di fortuna alterno
600Vinceva, e dell’Italia avea il governo.

LXXVI.


     Vedi Alberto il figliuolo ir fra’ Germani,
E colà far le sue virtù sì note,
Che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani,
604Genero il compra Otton con larga dote.
Vedigli a tergo Ugon, quel ch’ai Romani
Fiaccar le corna impetuoso puote:
E che Marchese dell’Italia fia
608Detto, e Toscana tutta avrà in balía.

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LXXVII.


     Poscia Tedaldo, e Bonifacio accanto
A Beatrice sua poi v’era espresso.
Non si vedea virile erede a tanto
612Retaggio, a sì gran padre esser successo.
Seguia Matilda, ed adempía ben quanto
Difetto par nel numero, e nel sesso:
Chè può la saggia e valorosa Donna
616Sovra corone e scettri alzar la gonna.

LXXVIII.


     Spira spiriti maschj il nobil volto:
Mostra vigor più che viril lo sguardo.
Là sconfiggea i Normandi, e in fuga volto
620Si dileguava il già invitto Guiscardo.
Quì rompea Enrico il quarto: ed, a lui tolto,
Offriva al tempio imperial stendardo:
Quì riponea il Pontefice soprano
624Nel gran soglio di Pietro in Vaticano.

LXXIX.


     Poi vedi in guisa d’uom che onori ed ami,
Ch’or l’è al fianco Azzo il quinto, or la seconda:
Ma d’Azzo il quarto in più felici rami
628Germogliava la prole alma e feconda.
Va dove par che la Germania il chiami
Guelfo il figliuol, figliuol di Cunigonda:
E ’l buon germe Roman con destro fato
632È ne’ campi Bavarici traslato.

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LXXX.


     Là d’un gran ramo Estense ei par ch’innesti
L’arbore di Guelfon, ch’è per se vieto.
Quel ne’ suoi Guelfi rinnovar vedresti
636Scettri e corone d’or, più che mai lieto:
E col favor de’ bei lumi celesti
Andar poggiando, e non aver divieto.
Già confina col Ciel, già mezza ingombra
640La gran Germania, e tutta anco l’adombra.

LXXXI.


     Ma ne’ suoi rami Italici fioriva
Bella non men la regal pianta a prova;
Bertoldo quì d’incontra a Guelfo usciva:
644Quì Azzo il sesto i suoi prischi rinnova.
Questa è la serie degli eroi, che viva
Nel metallo spirante par si mova.
Rinaldo sveglia, in rimirando, mille
648Spirti d’onor dalle natíe faville.

LXXXII.


     E d’emula virtù l’animo altero
Commosso avvampa: ed è rapito in guisa,
Che ciò che immaginando ha nel pensiero,
652Città battuta e presa, e gente uccisa,
Pur come sia presente, e come vero
Dinanzi agli occhj suoi vedere avvisa:
E s’arma frettoloso: e con la spene
656Già la vittoria usurpa, e la previene.

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LXXXIII.


     Ma Carlo, il quale a lui del regio erede
Di Dania già narrata avea la morte,
La destinata spada allor gli diede.
660Prendila, disse, e sia con lieta sorte:
E solo in pro della Cristiana fede
L’adopra, giusto e pio, non men che forte.
E fa del primo suo signor vendetta,
664Che t’amò tanto: e ben a te s’aspetta.

LXXXIV.


     Rispose egli al Guerriero: ai Cieli piaccia,
Che la man che la spada ora riceve
Con lei del suo signor vendetta faccia:
668Paghi con lei ciò che per lei si deve.
Carlo rivolto a lui, con lieta faccia,
Lunghe grazie ristrinse in sermon breve.
Ma lor s’offriva intento, ed al viaggio
672Notturno gli affrettava il nobil Saggio.

LXXXV.


     Tempo è, dicea, di girne ove t’attende
Goffredo e ’l campo; e ben giungi opportuno.
Or n’andiam pur; chè alle Cristiane tende
676Scorger ben vi saprò per l’aer bruno.
Così dice egli; e poi sul carro ascende,
E lor v’accoglie senza indugio alcuno:
E rallentando a’ suoi destrieri il morso,
680Gli sferza, e drizza all’Oriente il corso.

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LXXXVI.


     Taciti se ne gían per l’aria nera;
Quando al Garzon si volge il Vecchio, e dice:
Veduto hai tu della tua stirpe altera
684I rami, e la vetusta alta radice.
E sebben ella dell’età primiera
Stata è fertil d’eroi madre, e felice;
Non è, nè fia di partorir mai stanca;
688Chè per vecchiezza in lei virtù non manca.

LXXXVII.


     Oh, come tratto ho fuor del fosco seno
Dell’età prisca i primi padri ignoti;
Così potessi ancor scoprire appieno
692Ne’ secoli avvenire i tuoi nipoti!
E pria ch’essi apran gli occhj al bel sereno
Di questa luce, fargli al mondo noti;
Chè de’ futuri eroi già non vedresti
696L’ordin men lungo, o pur men chiari i gesti.

LXXXVIII.


     Ma l’arte mia per se dentro al futuro
Non scorge il ver, che troppo occulto giace,
Se non caliginoso e dubbio e scuro,
700Quasi lunge per nebbia incerta face.
E se cosa qual certo io m’assicuro
Affermarti, non sono in questo audace;
Ch’io l’intesi da tal che, senza velo,
704I secreti talor scopre del Cielo.

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LXXXIX.


     Quel ch’a lui rivelò luce divina,
E ch’egli a me scoperse, io a te predíco.
Non fu mai greca, o barbara, o latina
708Progenie, in questo o nel buon tempo antico,
Ricca di tanti eroi, quanti destina
A te chiari nipoti il Cielo amico:
Ch’agguaglieran qual più chiaro si noma
712Di Sparta, di Cartagine, e di Roma.

XC.


     Ma fra gli altri, mi disse, Alfonso io sceglio
Primo in virtù, ma in titolo secondo,
Che nascer dee quando, corrotto e veglio,
716Povero fia d’uomini illustri il mondo.
Questo fia tal, che non sarà chi meglio
La spada usi o lo scettro, o meglio il pondo
O dell’arme sostegna o del diadema,
720Gloria del sangue tuo somma e suprema.

XCI.


     Darà fanciullo, in varie immagin fere
Di guerra, indizio di valor sublime.
Fia terror delle selve e delle fere:
724E negli arringhi avrà le lodi prime.
Poscia riporterà da pugne vere
Palme vittoriose, e spoglie opíme:
E sovente avverrà che ’l crin si cigna
728Or di lauro, or di quercia, or di gramigna.

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XCII.


     Della matura età pregj men degni
Non fiano stabilir pace e quiete:
Mantener sue Città, fra l’arme e i regni
732Di possenti vicin, tranquille e chete:
Nutrire e fecondar l’arti e gl’ingegni,
Celebrar giochi illustri, e pompe liete:
Librar con giusta lance e pene e premj,
736Mirar da lunge, e preveder gli estremi.

XCIII.


     Oh s’avvenisse mai che contra gli empj,
Che tutte infesteran le terre e i mari,
E della pace, in quei miseri tempi,
740Daran le leggi ai popoli più chiari,
Duce sen gisse a vendicare i tempj
Da lor distrutti, e i violati altari;
Qual’ei giusta faria grave vendetta
744Sul gran Tiranno, e sull’iniqua setta!

XCIV.


     Indarno a lui con mille schiere armate
Quinci il Turco opporriasi, e quindi il Mauro;
Ch’egli portar potrebbe oltre l’Eufrate,
748Ed oltre i gioghi del nevoso Tauro,
Ed oltre i regni ov’è perpetua state,
La Croce, e ’l bianco augello, e i giglj d’auro:
E, per battesmo delle nere fronti,
752Del gran Nilo scoprir le ignote fonti.

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XCV.


     Così parlava il Veglio; e le parole
Lietamente accoglieva il giovinetto,
Che del pensier della futura prole
756Un tacito piacer sentía nel petto.
L’Alba intanto sorgea, nunzia del Sole,
E ’l Ciel cangiava in Oriente aspetto:
E sulle tende già potean vedere
760Da lunge il tremolar delle bandiere.

XCVI.


     Ricominciò di novo allora il Saggio:
Vedete il Sol che vi riluce in fronte,
E vi discopre, con l’amico raggio,
764Le tende e ’l piano e la Cittade e ’l monte.
Sicuri d’ogni intoppo e d’ogni oltraggio
Io scorti v’ho fin quì per vie non conte.
Potete senza guida ir per voi stessi
768Omai; nè lece a me che più m’appressi.

XCVII.


     Così tolse congedo, e fè ritorno,
Lasciando i cavalieri ivi pedoni.
Ed essi pur contra il nascente giorno
772Seguir la strada, e giro ai padiglioni.
Portò la Fama, e divulgò d’intorno
L’aspettato venir de’ tre baroni:
E innanzi ad essi al pio Goffredo corse,
776Che per raccorgli dal suo seggio sorse.