Giacomo Leopardi/XXII. 1826-27: Epistola «Al conte Carlo Pepoli»

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XXII. 1826-27: Epistola «Al conte Carlo Pepoli»

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XXII. 1826-27: Epistola «Al conte Carlo Pepoli»
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XXII

1826-27


EPISTOLA «AL CONTE CARLO PEPOLI»

Leopardi passò tutta la state a Bologna e a’ 3 novembre del 1826 tornò a Recanati, dove l’invemo gli pareva meno rigido. Aveva già compiuto il Petrarca, e a Recanati metteva mano all’Antologia o Crestomazia per commissione dello Stella. Era già uscito in luce il suo Martirio de’ Santi Padri; e nel Nuovo Ricoglitore erano apparsi alcuni suoi scrittarelli, fra l’altro gl’Idillii.

Tutti sanno che Leopardi nel Martirio simulò con tale maestria la lingua del trecento, da trarre in errore parecchi letterati e fino l’abate Cesari. In verità, leggendo quella narrazione, a me pare che i modi rozzi e disusati vi sieno profusi in modo che scoprono l’artificio, e che quella rozzezza antica sia in manifesto contrasto con la tessitura del discorso, proprio di tempi più adulti. Nondimeno, se il suo scopo era di mostrare a’ puristi la sua profonda conoscenza di quella lingua, quello scopo fu perfettamente ottenuto. I pedanti dovettero smettere la loro superbia, e inchinare il capo dinanzi a quell’uomo, chiaritosi superiore anche nel campo che credevano tutto loro.

Il Petrarca e la Crestomazia, lavori di commissione, costarono all’autore molta fatica e molta noia, con poca sua soddisfazione, e guadagno non piccolo dell’editore. Non si creda però che egli non ci mettesse tutto il suo, coscienzioso come era e [p. 189 modifica]stretto al suo dovere. Anche oggi da quei lavori sudati cavano guadagno parecchi librai, lavori pagati all’autore alcuni pochi scudi al mese.

Il Petrarca uscì in otto volumetti, parte di una Biblioteca amena e istruttiva per le donne gentili. È una interpretazione, più che un comento, con lo scopo di rendere accessibile il poeta agli stranieri e alle donne. Come tale, è un lavoro perfettamente riuscito; vi si ammira la sobrietà e la precisione di una mente superiore. E ch’egli sapeva quel che voleva, si vede dalla prefazione, amabile e arguta, quasi il poeta parlasse innanzi alle gentili donne. Ma i lettori non la intendevano a quel modo, e vagheggiando in astratto non so che profondo, giudicavano quello un lavoretto superficiale. Ai quali risponde con garbo sprezzante l’interprete con una sua «scusa» in fine del secondo volume e una nuova prefazione nella ristampa. Il lavoro non fu inutile, e più ci allontaniamo da quei commenti pesanti e polverosi dei tempi scorsi, più si apprezza quella modestia d’intenti e di mezzi.

E non fu inutile quella sua Antologia prosaica e poetica, a cui diè principio in Recanati, e che intitolò Crestomazia. La scelta de’ luoghi e l’ordine dei tempi fa di quel lavoro come uno specchio della nostra letteratura, e una lettura non meno piacevole che istruttiva. Soprattutto è notevole la scelta dei luoghi nelle opere di Galilei, e il suo studio non solo del ben dire, ma anche del ben pensare; ciò che lo distingue da quei puristi che credevano non potersi imparare la lingua altrimenti che «spensando», come diceva Alfieri.

Fra i suoi scrittarelli, pubblicati nel Nuovo Ricoglitore, giornale dello Stella, oltre gl’Idillii, è un Volgarizzamento della Satira di Simonide sopra le donne, scritto, dicesi, nel 1823, e la Guerra dei topi e delle rane, o la sua Batracomiomachia rifatta. E ci è pure alcune coserelle in prosa, come un frammento di un suo volgarizzamento della Ciropedia, un volgarizzamento di una orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone con un suo discorso, e un suo saporitissimo articoletto critico, dove annunzia le Nuove canzoni con una ironia, un brio pieno di sale, a scherno della stupida plebe letterata. [p. 190 modifica]

Leopardi stimava la lingua del trecento attissima a tradurre dal greco con semplicità ed efficacia. E lo mostra nel volgarizzamento di Senofonte, notevole per proprietà di vocaboli e di locuzioni. Il discorso che precede l’altro volgarizzamento è diretto a confutare il Giordani, che stimava inutili le traduzioni dal greco e dal latino. Leopardi si scuopre di molto superiore allo splendido letterato di Piacenza per giustezza e vigore di argomentazione, e per chiarezza e sobrietà di esposizione.

Il suo articoletto critico è forse il brano meglio riuscito delle sue prose, scritto in un momento di vena e di brio, che dà al suo stile una franchezza e una movenza tutta moderna. Ci si vede anche l’ambiente favorevole di Bologna, dove il poeta non si sentiva più solitario, aveva di che soddisfare a’ suoi scarsi bisogni, era circondato di amici e di benevoli, e non era costretto a dissimulare la sua superiorità. Molto bene dové fare al suo spirito la conversazione della Malvezzi, presso alla quale passava le intere serate, attivata da un sentimento, ch’era più che amicizia, e non era amore, ma che gliene creava l’illusione. Certo, non furono piccoli i suoi conforti morali presso una donna, di una grazia e di uno spirito che suppliva alla gioventù, e gli «creava un’illusione maravigliosa». Ed anche alcun conforto doveva trarre dalle riunioni letterarie, dove si sentiva stimato, e dove recitò un giorno tra molti applausi una Epistola a Carlo Pepoli. Se crudele gli fu l’inverno, alla nuova stagione ripigliava le forze e le illusioni, contento soprattutto di vedersi messo in istampa; e questa volta l’edizione dovea comprendere le Opere «tutte quante, con ritratto, cenni biografici, in somma con tutte le cerimonie». Ma le prose furono lasciate stare, e uscirono i Versi del conte Giacomo Leopardi. Ci trovi gl’idillii, le elegie, i sonetti, la Batracomiomachia rifatta, la Satira sopra le donne e l’Epistola al Pepoli, sola poesia composta in quell’anno (1826).

L’Epistola è tutta in versi sciolti, con periodo a onda, con andatura franca e scorrevole, con abbondanza di epiteti, con familiarità di tono. Queste qualità spiccano più dirimpetto allo stile chiuso e concentrato e solenne delle Nuove canzoni. La differenza procede dal genere, essendo chiaro che il poeta ha [p. 191 modifica]avuto innanzi il tipo oraziano, una elegante famigliarità, come in una conversazione tra gente a modo. Nel suo manoscritto si vedono a margine molte annotazioni, che esprimono diverse maniere di dire ciò che ha detto. Accanto al verso:

L’ozio che ti lasciar gli avi remoti,

vedi un verso dello stesso senso, ma in altra forma:

L’ozio che a te gli antichi avi lasciaro.

Verso posposto all’altro, non solo per quel brutto «lasciaro» messo in fine, ma anche per quell’armonia troppo solenne e sonora; dove il verso preferito ha andatura naturale, quasi simile alla prosa.

E non è solo la differenza del genere, che ci spiega una forma così aliena alla sua maniera, ma ancora il suo stato morale. Qui non è più quel puzzo di chiuso e di solo, quello umor nero e denso che senti nelle canzoni. Anzi ci si vede un ambiente grato, e un umor discorrevole, una espansione che solleva lo spirito e rende ilare il volto, anche a dir cose triste. In effetti, tristissimo è l’argomento di questa epistola. Si vuol provare che, non avendo la vita nessun altro fine se non la felicità, e non potendo questo fine esser raggiunto, tutto quell’operare che si chiama vita non è che ozio. È un concetto fondamentale della sua filosofia, espresso già poeticamente in diversi modi. Ma questo concetto, che nelle altre poesie è un sentimento connesso e intimo con la sua persona, qui piglia forma di una tesi, svolta accademicamente. Non trovi né la novità di un pensiero importante apparso per la prima volta innanzi allo spirito, né il dolore di una così terribile convinzione, congiunto con un soffrire presente e reale. Quel dolere è già scontato, e quella novità è già passata. Rimane una tesi splendida, svolta con facondia, e che ha tutta l’aria di un paradosso, dove il motivo estetico è meno il dolore di una così crudele verità, che il piacere di dimostrarla con tanto gusto: il poeta ci s’intrattiene e ci ricama sopra. Ma se la felicità non è [p. 192 modifica]possibile, rimane come unico campo l’illusione, concessa a chi ha intatta la virtù dell’immaginazione e la gioventù del core. Qui il parlare è più ammirato, e si sente quel sentimento personale che dettò la lettera a Jacopssen. La fine della poesia ci rivela colui, che già era tutto dietro alla composizione dei suoi dialoghi, fondati sullo stesso concetto dell’epistola; anzi è un annunzio e quasi una prefazione delle sue Operette morali:

Altri studi men dolci, in ch’io riponga
L’ingrato avanzo della ferrea vita,
Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi
Destini investigar delle mortali
E delle eterne cose; a che prodotta,
A che d’affanni e di miserie carca
L’umana stirpe; a quale ultimo intento
Lei spinga il fato e la natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi:
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano universo; il qual di lode
Colmano i saggi io d’ammirar son pago.
    In questo specular gli ozi traendo
Verrò. . . . .

Quel «verrò» era già venuto, perché da un bel pezzo il poeta era tutto in questo speculare, ch’egli chiama pure ozio, o, come diceva a Giordani, vana curiosità. L’epistola è il programma di tutte le sue speculazioni in prosa sull’acerbo «Vero».

Alle quali ci pare oramai tempo di accostarci anche noi, pigliando per ora commiato dal poeta.