Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro I/IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Cap. IX

../VIII ../X IncludiIntestazione 17 maggio 2020 75% Letteratura

Libro I - VIII Libro I - X
[p. 150 modifica]

CAPITOLO NONO.


Coronazione di Scia-Ossen, Mangeles, o Udienza

data poscia a gli Ambasciadori,

e Grandi.


AVvicinandosi adunque l’ora stimata propizia dagli Astrologi per la coronazione del nuovo Re; questi il Venerdì 6. fece comandamento, che tutti coloro, i quali vendevano ne’ Bazar, dovessero porre lumi innanzi le loro botteghe, e starvi sino alla mezza notte, sotto pena di dodici Toman. Mosso perciò da giusta curiosità, andai la sera vedendo i lumi, in compagnia d’un Signor Persiano; ed avendo girato per varie strade, non vi trovai cosa di magnifico; ardendosi solamente nelle botteghe lumi di sevo, senza fuochi di gioja, e meno torchi di cera. Facevano bella veduta i Bazar, [p. 151 modifica]più per la loro lunghezza, che per la quantità de’ lumi. Ciò era a mio giudizio, perché i Persiani più temono, che amano i loro Re; onde non è gran fatto, che l’istesso giorno, che morì Scia-Selemon, si celebrassero nozze in Ispahah. Pensava almeno di veder gran cose nel Meidan, perla buona disposizion della piazza, ma pure mi andò fallito il disegno.

Mentre s’aspettava l’ora felice, entrammo nella porta d’Ala-capì. Si veggono dentro questa due grandi volte, che sostengono una gran fabbrica di molti piani; spezialmente la seconda, sopra di cui a destra è la sala, ove il Visir, il Nabab, e l’Axond vengono a render giustizia ne’ giorni stabiliti.

Passandosi avanti per una strada scoperta (e serrata d’alte mura, con archi) si truova una conserva d’acqua; a sinistra la porta, che conduce al giardino (dove si lavò il Corpo del morto Rè) a destra le camere degli rifugiati; ed amendue queste porte erano custodite da’ Sofì, che pregavano per lo Rè.

Coll’opportunità della notte andai vedere la gran Moschea del Rè, non permettendosi d’entrarvi il giorno. Una [p. 152 modifica]gran porta coperta di lamine d’argento dà l’ingresso nella prima volta, la quale ne ha altre a’ lati in forma di mezzo circolo, e tutte conducono al Chiostro.

Quivi si vede una bella peschiera di pietre di taglio; e doppio ordine d’archi all’intorno, con camere nel primo piano per abitazione de’ Mullah, ed altri Ministri inferiori. Nel lato opposto alla suddetta porta, sono tre belle porte, per entrare alla Moschea. Tutto l’esteriore della fabbrica sin’ora descritta, delle due Torri o Minarè, che sono fuori, e delle due allato della Moschea, si vede adorno di mattoni artificiosamente coloriti, come si costuma in Persia. Le cinque navi, di cui è composta la Moschea, sono dipinte d’oro, ed azurro. In quella di mezzo, ch’è la maggiore, sta situata la cupola, sostenuta da quattro ben grandi pilastri quadrati. Le laterali, che sono più basse, stanno appoggiate a grosse Colone di pietra ordinaria. Il lume entra nel Tempio per due grandi finestre, in quello spazio delle mura della nave dimezzo, che supera l’altezza delle volte laterali.

In fine della Moschea è una buona [p. 153 modifica]pietra di Diaspro fissa nel muro, alta otto palmi, larga quattro. Non v’erano appese lampane, come usano i Turchi; però nel suolo erano buoni tappeti, ed a sinistra della nicchia il Pulpito, con un’ottima scala di pietra.

Stanchi ormai dall’aver camminato per tanti Bazar, andammo sotto la Campana, al lato settentrionale del Meidan, in una Bottega di Caffè, attendendo l’ora fortunata, col passatempo del fumare. Un’indiscreto Mullah fra questo mentre sedutosi, senza sopraveste, e turbante, principiò con molta gravità un sermone in lode dì Scia-Abas il Grande, e di Scia-sofì, innalzando sino alle stelle i loro fatti, e conquiste. Si riscaldò nel suo Panegirico in sì fatta maniera, che gridava come pazzo, anzi urlava come bestia, cadendogli talvolta la spuma per la bocca; particolarmente quando nominava qualche fatto d’arme; applaudendo gli uditori intanto con battere le mani, e pippe. Durò due ore cotal baja, in fine della quale andò il Mullah in giro raccogliendo la limosina d’uno o due Casbei per ciaschcduno, e ritornossene a casa con due Abassì.

Giunta l’ora riputata dagli Astrologi [p. 154 modifica]felice (che nondimeno riuscì dispiacevole per la pioggia) circa mezza ora dopo la mezza notte, udissi un nojoso strepito di trombe, e tamburri, che applaudivano, a Scia-Ossen seduto nello stesso tempo sul Soglio: e in tal villana maniera si solennizò la coronazione di un tanto Re. Quella de’ Re Maomettani non può dirsi se non impropriamente coronazione; perché corona eglino non ne usano, ed in quell’atto altro non fanno, che ricevere omaggio da’ Grandi.

Dissero, ch’essendo stato consigliato il Re a prendere il nome di Scia Ismaele, rispose egli: Come? non ho io forsi il mio nome? A persuasione dell’Axond; confermò a’ suoi vassalli il donativo fatto loro da suo Padre di 14. mila Toman, di cui gli erano debitori.

Il Sabato 7. fece il nuovo Re vietare l’uso del vino sotto pena di morte; cominciando dalla propia casa a rompere tutti i vasi, ove l’avea tenuto suo Padre. Ma sì fatto rigore non credo che gran tempo sia durato, essendo troppo avvezzi quei Principi al vino; ed è un vizio l’ubbriachezza, che lo tramandano a’ successori insieme col Regno.

La Domenica 8. il figliuolo del G. [p. 155 modifica]Mogol mandò al Re un Pis-ches, o donativo del valore di 20. mila Toman: e fu un’Elefante, una peschiera d’argento, e un gran canestro d’oro ingiojellato, fatto a guisa di quelli, ove i Persiani pongono la frutta.

Comparve il Re finalmente in pubblico il Lunedì 9. vestito di colore incarnato; avendo prima distribuite generosamente due mila Cabaye ricchissime a tutti i Grandi, e famigliari di sua Corte, giusta la qualità delle persone.

Il Martedì 10. furono colti due meschini a bever vino: ed essendosi scusati coll’ignoranza del bando, furono nulladimeno nel Meidan fieramente battuti, sino a cader loro le unghie de’ piedi, ed uscirne in gran copia sangue: e pure si disse, che la pena era stata piacevole, considerandosi l’ignoranza, e semplicità de’ villani.

Avendo saputo il Mercordì 11. che il Re faceva Mangeles, o dava pubblica audienza con banchetto insieme; andai dall’Ambasciador di Polonia, e in sua compagnia fui al palagio Reale. Entrammo per la porta d’Ala-capì colle solite spiacevoli sinfonie; e saliti quattro gradi, trovammo la sala d’udienza di figura bislunga, col [p. 156 modifica]Cielo ben dipinto, e dorato, che veniva sostenuto da 40. colonne. La lunghezza di quella sala è divisa in tre parti, una più alta dell’altra di un gradino, per starvi i Signori, giusta la differenza del loro stato. Sopra il terzo piano è il Trono Reale, elevato due soli palmi da terra, e grande d’otto piedi in quadro. Trovammo adunque il Re a sedere sopra un’origliere di broccato, colle spalle appoggiate a un’altro simile. Allato gli stavano dieci Eunuchi in piedi, altri tenendo la caliana, o pippa, altri la scimitarra, ed altri diverse altre cose. Sopra quell’istesso piano, dieci palmi lontano dal Re, stavano l’Atmath-Dulet, il Kilar-Agasì, il Cursì-bascì, Il Saperselar, ed altri Grandi. Dal secondo gradino sino al terzo erano i Kan, o Governadori delle Provincie, e i Kisil-bascì, overo Uficiali di guerra. Nel piano basso della sala erano sonatori di varj barbari strumenti.

Entrati che furono gli Ambasciadori di Polonia, e del Papa, il Memundar, o Introduttor degli Ambasciadori, fece loro bassar la fronte sino a terra, e’l simile quando furono avanti al Trono. Dopo di ciò il Re fece segno, che si sedessero; e furono posti fra i Kan, come anche noi, [p. 157 modifica]ch’eravamo dell’accompagnameto. Nel mentre si apprestava il desinare, il Rè s’informò dall’Atmath-Dulet, chi eglino si fussero, ed a che fine fussero venuti in Persia.

Circa un’ora dopo s’imbandì la mensa all’uso del paese; cioè sendo tutti seduti colle gambe incrocicchiate, si pose avanti a ciaschcduno un drappo di seta, con una pelle di sopra. Vennero primieramente diverse sorti di confezioni, e frutta in piatti d’oro. Poi tre gran bacini di pilao rosso, bianco, e giallo, coperto di polli, e carne, che furono distribuiti in piatti d’oro. Io ch’era nella tavola degli Ambasciadori, non mangiai del pilao, perché non posso gustar butiro, ma solamente qualche frutto condito in zucchero, o in aceto. Il Re mangiava l’istesso sopra una tavola coperta di drappo d’oro. Tutti divoravano prestamente i cibi, perché il festino si faceva in fretta, all’uso di Levante. Si bevè molta limonata, ed acqua rosata con zucchero candito.

Finito di mangiare, verso mezzodì fu licenziata l’udienza, e ogn’uno usci fuori. Alzandosi in piedi il Re, osservai, che portava una Cabaya a color d’oro, con cintola, e turbante alla Persiana adorno [p. 158 modifica]d’una gioja di diamanti. Egli si era di 25. anni in circa, di statura più bassa, che alta, di ciglia grosse, carnagione bianca, e barba nera.

Nell’uscire che facemmo, ebbe la bontà l’Ambasciador di Polonia di farmi vedere le stalle, e i cavalli del Re. Ve n’erano superbissimi, con conche d’oro dinanzi, e chiodi dello stesso metallo intorno, per ligargli da’ piedi, come si è il costume di Persia. L’altre non curammo di vederle, per esser l’ora già tarda; però ne fù detto, che vi erano in tutto 1500. cavalli per servigio così del Re (per lo quale ogni dì ne deono star sempre due pronti con sella) come delle donne dell’Aram, degli Eunuchi, e degli altri Corteggiani. Lungo la gran porta v’erano anche Leoni, serviti in oro come i Cavalli.

Accompagnato ch’ebbi l’Ambasciadore in casa, mentre ritornava in Convento, incontrai una moltitudine di Cavalieri, che si ritiravano; la maggior parte de’ quali in segno d’essere ufficiali del Re, portavano all’arcion della sella appeso un picciolo tamburro, con l’orlo coperto d’argento; che sogliono toccare quando in alcun affare imposto loro dal Re, han [p. 159 modifica]bisogno d’assistenza, e d’ajuto.

Il Giovedì 12. andai a vedere la Zecca d’Ispahan, vicino la casa degl’Inglesi. Quivi si contano Abassì, mamudy, e sciay dell’istessa maniera ch’in Tauris, ed Erivan. Il Venerdì 13. non feci altro che andare a desinare col P. Elia; ma il Sabato 14. andai a caccia, e tornai la sera con gran quantità di colombe.

Fummo poi io, il P. Priore, e tutti i Frati del Convento la Domenica 15. fuori la Città, a vedere il giardino detto di Bach-xosc-cunà, dove suol trattenersi il Re, quando dee far viaggio, aspettando l'ora favorevole, segnata dagli Astrologi per la partenza. Prima d'entrarvi vidi una buona Moschea, col solito ornamento di mattoni coloriti; però le due Torri minacciavano rovina. Nel giardino trovammo gran varietà di frutta; ma non di molta bontà, per la spessezza degli alberi, che si tolgono l’un l’altro il nutrimento, e i raggi del Sole. V’è un ruscello di acqua, chiuso in un canal di pietra; e nel mezzo una casetta di delizia per lo Re. Questo edificio consiste in una gran volta quadrata, con una fontana di buon marmo nel mezzo e quattro porte a’ lati. Presso a’ quattro angoli nel basso sono [p. 160 modifica]quattro picciole camere, e nel piano superiore otto. Le volte sono tutto dorate, e dipinte per lo più di figure in atto di bere, o di donne, che di sotto trasparenti veli mostrano ogni lor parte ignuda. In un lato del giardino è un picciolo Aram serrato d’alte mura, con un picciolo giardinetto dentro. Tutta l’abitazione è d’una sala, quattro picciole camere, ed una loggia ordinariamente ornata, come tutto il resto.

La sera del Lunedì 16. se ne fuggì secretamente il P. Manuele Agostiniano, per girsene a Roma a chieder penitenza del suo fallo. Costui quattro anni prima, essendo Vicario del Convento, avea malamente dissipato molto danajo, onde temendo dell’ira del Superiore, s’era poi fatto Maomettano, con gran dispiacere di tutti i Portughesi, prendendo il nome di Assan Culibech.

Essendo il Re stato sempre sin dalla culla chiuso nell’Aram, si seppe il Martedì 17. che nel giardino lo insegnavano di stare a cavallo, per poter comparire in pubblico. Ciò accade per la politica della Corte Persiana (ben differente da quella degli altri Principi del Mondo) di non sapersi mai, eziandio da’ principali [p. 161 modifica]Signori, se vi sia, o no Successore della Corona; custodendosi assai religiosamente il secreto dagli Eunuchi, che hanno la cura de’ figliuoli del Re nell’appartamento delle donne.