I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento/Dell'arco trionfale a Traiano/Esame della parte architettonica

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6. Esame della parte architettonica

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Dell'arco trionfale a Traiano - Ubicazione dell'arco Dell'arco trionfale a Traiano - Parte scultoria del monumento
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6.° esame della parte architettonica


Ho data una sommaria descrizione del monumento, tanto per farne intendere le parti principali, ma precipuo fine di questo lavoro si fu, come dissi, l’esame artistico, sia architettonico che scultorio, non essendomi sembrata completa opera quella dei varii autori che ne hanno trattato, e peculiarmente quella degli scrittori di cose d’arte, i quali, ripetendo sempre i medesimi errori, mostrano chiaramente di non aver ben conosciuto il nostro Arco.

Non voglio anticipare giudizio, ma premetto fin da ora che per riuscire affatto al mio scopo, mi sarà giuocoforza ricorrere sovente ai raffronti tra questo e l’arco di Tito, imperocchè da questo studio comparato io dovrò trarre i migliori argomenti in difesa dei pregi del nostro monumento.

Pianta, stilobate, alette — Sorgendo il monumento isolato, ha, come quello di Tito, due pilastri, che sono rappresentati in pianta (Tav. II) da due rettangoli poco allungati. Vi si nota che mentre [p. 34 modifica]tutte le otto colonne aggettano di un modulo sulle due facce principali, quelle d’angolo sporgono appena di mezzo modulo dalle facce laterali. Questo partito, dissi, serve a rendere più solidi i quattro cantoni.

Un’altra osservazione è a fare, ed è, che l’Architetto non ha dato più di un modulo di aggetto alle colonne per non togliere vista ai bassorilievi che sono incastonati negl’intercolunnii laterali. Cosi ha praticato anche per le quattro alette nell’interno del fornice.

Dissi che il sottozoccolo rappresentato al disotto dello stilobate nelle incisioni di Nolli e da questi asserito esser ricoperto dall’ineguaglianza del selciato, non esiste; e che la sostruzione di grossi blocchi di pietra calcarea, attesa la larga a disuguale risega, devesi ritenere piuttosto come una platea di fondazione.

Lo zoccolo, come il dado e la cimasa dello stilobate (Tav. I, II, III, IV e V) ricorrono per diritto sul fronte e sui fianchi; sono interrotti soltanto all’incontro delle alette del fornice, dove ricorre, con doppia profilatura sotto di queste il solo zoccolo e la cornice di base, mentre il dado e la cimasa si arrestano alle alette medesime.

Tra le alette di ciascun pilastro nell’interno del fornice, per quanta è l’altezza della cimasa sudetta e della base delle colonne, (nella Tav. III, ricavata dalle incisioni del Nolli è segnato erroneamente) ricorre un fascione liscio in aggetto, che nella Tav. I si distingue chiaro nell’interno della luce, al di sotto del quadro. Non v’ha chi non vede che così le alette sono risultate assai più svelte. Queste nell’arco di Tito, all’interno del fornice, non scendono, ma si arrestano sul fascione, che ricorre sino ai loro spigoli esterni. E per conseguenza lo zoccolo ricorre diritto nell’interno del fornice stesso. A me sembra che il nostro Arco abbia in ciò un vantaggio su quello di Tito, in quanto che il partito dell’aletta risaltata, nascente dallo zoccolo nell’interno dell’arcata, gli ha conferito maggiore sveltezza e leggiadria.

Selvatico1 non approva nell’Arco di Tito l’alto stilobate, [p. 35 modifica] [p. 36 modifica] [p. 37 modifica]perchè, ei dice, le colonne, messe lassù, acquistano un aspetto di magrezza. S’intende che lo stesso andrebbe detto del nostro Arco. Ma io non divido l’opinione di Selvatico, sembrandomi quello un partito inevitabile; imperocchè, diversamente, la massa avrebbe dovuto assumere più ampie proporzioni, elevando troppo il monumento, e le basi delle colonne, come i più bassi quadri di sculture sarebbero stati esposti a maggiori ingiurie. Se il piedistallo non è ammesso dai puristi dell’architettura, io stimo che sia miglior partito uno stilobate simigliante che quello dei magri piedistalli degli Archi di Costantino e di Settiminio Severo.

Una delle cose più eleganti e pregevoli dell’Arco di Benevento è la cornice dello zoccolo dello stilobate (Tav. V). L’ampia gola diritta rovesciata sotto la scozia è di un grandioso effetto; come è bella la combinazione delle modanature al di sopra della scozia. Elegante del pari è la cimasa dello stesso stilobate. Serlio2 istesso, così rigoroso, non può trattenersi dall’osservare che «questi due membri sono veramente di buona maniera e belli membri di scorniciamenti»

Ordine — Al di sopra del descritto stilobate si eleva l’ordine, il quale è corintio secondo Selvatico, composito secondo Serlio 3 ed altri (Tav. I, III, V e VI).

Comincio col rilevare che Selvatico non vide il nostro monumento, e che altra cognizione non ne ebbe se non quella che apprese dall’opera citata dei continuatori del Salmon, che scrissero la stessa cosa.

Ma, a parte ciò, l’ordinanza del nostro Arco è corintia o è composita? Fa mestieri soffermarci un poco su questa difficile quistione.

Innanzi tutto, il composito fu veramente un ordine a se presso i Romani?

Roma prese il meglio delle arti dalla Grecia, e di là trasse i migliori artisti che lavorarono in Roma e nelle province soggette; e i Greci non conobbero che i tre ordini, dorico, ionico [p. 38 modifica]e corintio. Quando gli Architetti Romani presero a costruire, seguirono per lo più fedelmente i precetti dell’arte greca. Onde Vitruvio si attenne a prescrivere questi, rifiutando e riprovando ogni licenza che da essi fosse divagata.

Ed è pur vero che ai tempi suoi l’arco non ancora aveva avuto il predominio che ebbe di poi nelle romane costruzioni. Fu sotto l’impero che si crearono quelle meravigliose masse architettoniche di cui avanzano le reliquie. Per la qual cosa, se il bisogno dei primi tempi fu ristretto alle tre ordinanze su riferite con poca variazione nei particolari, poscia questi si dovettero adattare alle esigenze delle nuove proporzioni create dalle nuove masse per cagione dell’arco.

E che qualche licenza cominciava a far capolino e a svincolare la fantasia dalle pastoie di un rigoroso precettano lo apprendiamo da Vitruvio4, perchè ei ci dice: «Vi sono poi alcuni generi di capitelli, sopra le stesse colonne, diversamente denominati, dei quali però noi non possiamo indicare le proprietà delle simmetrie, nè dirli pure un nuovo genere di colonne; ma ben vediamo che le loro denominazioni sono state trasferite con varie mutazioni dalle corintie, dalle ioniche e dalle doriche; perchè sono quelle medesime simmetrie, alterate dalla raffinatezza di novelle sculture». Ora, stando a ciò che ne dice un autore si certo, egli è evidente che nuove forme di capitelli si andavano ideando, pur conservanti le simmetrie proprie dell’ordine cui si riferivano. Se fosse allora già compreso in queste nuove forme quello che noi conosciamo col nome di capitello composito non sappiamo; nè, essendovi, se fosse già ridotto alla perfezione di questo. Una nota alla stessa pagina della traduzione di Vituvio del Viviani fa avvertiti che i più antichi capitelli compositi sieno quelli dell’Arco di Tito. Della stessa opinione sono gli Architetti Giovan Battista Spampani e Carlo Antonini5, [p. 39 modifica] [p. 40 modifica] [p. 41 modifica]non che d’Aviller,6 il quale dà ragione al nostro Scamozzi di aver nomato romano anzi che composito quel capitello, poichè composito è generico di moltri altri appartenenti a diversi ordini.

Il trovarsi il capitello composito o romano usato per la prima volta nell’arco di Tito ha fatto ritenere a qualche scrittore d’arte, come Ponza, che quello sia proprio di spettanza degli Archi di trionfo, e lo chiamano trionfale; pur noi sappiamo che vi sono molti archi che hanno il capitello corintio.

Ma, con la creazione di questo nuovo capitello si creò un nuovo ordine che i più chiamano composito? L’autorità di tutti i migliori scrittori di cose d’arte, fra cui Quatremère de Quincy, Canina, Melani, Selvatico, Milizia, non lo fa ritenere, come non lo possono far ritenere gli esempi stessi dell’arte romana, imperocchè tanto nell’Arco di Benevento che in quello di Tito, come nella più parte, base, colonna, trabeazione appartengono all’ordine corintio. Dove è dunque l’ordine trionfale di Ponza, l’ordine composito o romano di altri? Per la qual cosa non ha ragione il Selvatico di dire addirittura corintio l’ordine del nostro Arco; ma non è men vero che esso non sia composito o romano o trionfale, come lo si voglia chiamare, e che s’inganni Serlio, il quale pur rileva che la base è corintia. L’errore il più sovente è contagioso. Nolli avrebbe voluto addirittura cambiar la base da corintia in atticurga, non ponendo mente che l’ordine, meno il capitello, sia corintio.

Base.— Abbiamo appreso già, senza volerlo, che la base delle colonne dell’Arco Traiano di Benevento sia corintia. Essa non poggia immediatamente sopra la cornice dello stilobate, ma su di uno zoccolo, (Tav. V) di felice concepimento, perchè, così sollevata, meglio la si scorge; cosa sì di leggieri trasandata nelle moderne costruzioni. Cosi è stato praticato pure negli Archi di Tito e di Ancona. Però in quest’ultimo lo zoccolo presenta uno specchio incavato con pianetto e gola in giro, mentre in questo [p. 42 modifica]nostro e in quello di Tito è liscio, e risalta in corrispondenza delle basi delle colonne.

L’altezza dello zoccolo è uguale nei due ultimi Archi. La base di questo di Benevento è ⅝ di parte (col modulo diviso in 30 parti) più alto di quello di Tito, che è uguale ad un modulo. Ma le proporzioni delle membrature variano insensibilmente. Serlio la stima molto ben proporzionala alla colonna. Come nell’Arco di Tito, questa base ricorre intera con tutte le sue modinature sui tre fronti esterni di ciascun pilastro, negli spazii degli intercolunnii.

Colonne — Il fusto delle colonne ha l’altezza di moduli 15, parti 26 e ⅔, compresi l’imo e il sommo scapo; e, compresovi pure l’astragalo del capitello, l’altezza è di moduli 16, parti 0 e 1/6. Nell’Arco di Tito, per contrario, tale altezza è di moduli 16 e parti 19. E aggiungendo tanto all’una che all’altra l’altezza della base, si ha che mentre nell’Arco di Benevento l’altezza della colonna con l’astragalo è di moduli 17 ed 1 parte, in quello di Tito è di moduli 17 e parti 19; quindi in quest’ultimo è più alta di parti 18, cioè di poco più di mezzo modulo. Però, mentre la rastremazione della colonna del primo è di parti otto, quella della colonna del secondo è di parti 8 e 5/6. La maggiore rastremazione della colonna del nostro monumento giudiziosamente le conferisce quella sveltezza che le sarebbe venuta meno per manco di altezza. Ecco come erano profondi nella conoscenza dei principii dell’arte gli artisti di quell’epoca!

La rastremazione comincia ad un terzo del fusto della colonna; la quale ha 24 scannellature cave come nell’Arco di Tito.

Capitello — Il capitello dell’Arco di Benevento è romano, come già dissi, e come il disegno l’indica (Tav. VI), identicamente a quello di Tito; e come questo ha la foglia di ulivo. Però l’altezza del nostro è di moduli 2 parti 8 e 11/12 cioè circa di moduli 2 e parti 9; mentre quello di Tito è di moduli 2, parti 12 e ⅓, cioè un poco più alto. Questa leggiera differenza è vinta dalla maggiore rastremazione della colonna al sommoscapo, e quindi del capitello alla base delle foglie sull’astragalo, e dalla minore altezza della voluta.

[p. 43 modifica]Ho detto che il capitello del nostro Arco, come quello di Tito, è romano ed ha la foglia d’ulivo. Al proposito osserva Melani:7 «Amante di imprimere ovunque la traccia del proprio genio, invece dell’acanto spinoso, usato in Grecia, il romano usò molto la foglia d’ulivo; strana contradizione in un popolo sempre in guerra e che diffondeva con suprema prodigalità il segno della pace sui proprii monumenti.»

E devesi ritenere che, se nello adottare tale foglia nel capitello corintio l’artista romano v’impresse uno stile affatto proprio, a più forte ragione ei sia riuscito originale compiutamente quando l’applicò al capitello composito o romano, che per tal guisa può denominarsi addirittura romanamente romano

Non farò quistioni di gusto, nè di predilezione della foglia di acanto o di ulivo, potendo ripetere con Giannina Milli

Son belle al pari, ambo in disparte;

ma non posso dispensarmi dal pregare il lettore ad ammirare meco la bellezza e la eleganza del capitello del nostro monumento, bellezza ed eleganza che ci trasporterebbero nell’intricata quistione sul se i romani ebbero sentimento artistico. Se è incontrastabile che questo capitello è creazione affatto romana, sia pure di Apollodoro o di altro artista greco che abbia lavorato in Roma, devesi convenire che i Romani ebbero il gusto e il sentimento dell’arte; e se questa nei suoi principii organici e ornamentali si discosta dall’arte greca, ciò avvenne per effetto dell’ambiente, dei costumi e dei bisogni diversi.

Trabeazione — Questa (Tav. VI.) non poggia direttamente sul capitello, ma, come nell’Arco di Tito, su di un dado, che nel primo è alto 3 parti e 1/6 e nel secondo 4 parti e mezzo. Questo dado, che è ricavato dalla stessa pietra del capitello, aggetta fuori il vivo dell’architrave e fuori la colonna di quattro parti. Lo scopo ne è evidente, quello di non far gravare sull’abaco del capitello, che ne potrebbe essere offeso. Questo giudizioso partito fu [p. 44 modifica]adottato non ostante che la tegola dell’abaco non fosse intagliata, come nel capitello di Vignola.

Nell’Arco di Tito tutta la trabeazione è alta 5 moduli, 1 parte e 5/6; nel nostro è alta 4 moduli, 25 parti e 1/12, cioè poco meno di cinque moduli. Ma nella distribuzione dell’altezza tra l’architrave, il fregio e la cornice variano alquanto.

Architrave — Nell’Arco di Tito è alto 1 modulo e 15 parti; nel nostro 1 modulo, 9 parti e 5/12. Le membrature sono identiche e dello stesso numero.

Fregio — Nel primo è alto 1 modulo parti 14 e ⅛, nel secondo 1 modulo, 17 parti e ⅔. A me sembra essere più grandioso partito questo di aumentare l’altezza del fregio a spese dell’architrave, per mettere in miglior veduta i bassorilievi della marcia trionfale.

Cornice — Questa è presso che delle medesime proporzioni nei due monumenti, non differendo in altezza che di ⅔ di parte, di cui è più alta quella dell’Arco di Tito. Le membrature sono quasi le stesse, meno che al di sotto della gola della cimasa, dove, in cambio del listello e della gola rovescia, nel nostro monumento è un grazioso ovolo greco, leggiadramente intagliato e riflessato nell’innesto con la grande gola diritta. Non puossi disconvenire che fu questa una felice ispirazione per ovviare alla monotonia della ripetizione della gola rovescia due volte nella cornice e altrettanti nell’architrave. Il dentello è molto più svelto nel nostro Arco. Quivi, come nella nostra cornice, al di sotto dei dentelli non v’ha che la sola gola rovescia, che poggia sul fregio direttamente Questo mi sembra più logico partito di quello di Vignola che aggiunge sotto di essa un fusarolo e un listellino, due membrature delicate, improprie a reggere la soprastante carica.

Modiglioni — Una particolarità degna di considerazione è che i modiglioni della nostra cornice, come quelli dell’Arco di Tito, portano al di sotto, invece della foglia, due delfini intrecciati, aventi le teste, fra cui è una vaga conchiglia, rivolte alla base, e le code involgenti il cartoccio esterno (Tav. VI). Essi sono ripartiti in guisa da corrispondere il penultimo sull’asse e l’ultimo sul cateto della colonna.

[p. 45 modifica]Ovoli — Questi rispondono avvicendatamente al mezzo dei dentelli e degli spazii, a differenza di quelli del Vignola che vanno tutti al mezzo del dentello.

Gli ovoli del nostro monumento sono tra i più belli esempii che presenti l’architettura romana. Scolpiti in tutto rilievo, appena di poco si attaccano al marmo, con effetto mirabile di prospettiva aerea. Sembrano addirittura degli uovi incastonati nel cercine o guscio, da cui li separa il cavo artisticamente profondato. Ciò non praticavasi per prodigalità di lavoro di scalpello ma per sapiente magistero, per profonde conoscenze dei principii dell’arte. Laddove mancava la luce, come sotto il gocciolatoio, si otteneva il rilievo degli ornati col profondarli di più.

Lacunari — Il lacunare o soffitto del gocciolatoio ha i rosoni variati (Tav. VI). Quello dell’architrave (Tav. IX) ha dei vaghi fiori d’acanto incastonati in un incorniciamento di gola e pianetto.

Considerazioni generali sulla trabeazione — Più che le parole, il disegno dimostra mirabilmente la bellezza di questa trabeazione, dove l’occhio trova un giusto riposo nella ordinata e proporzionata successione delle parti, e la ricca ornamentazione è trattata con gusto elegante, senza disturbo della ricorrenza delle linee e dell’effetto d’insieme. È la sintesi più bella della varietà nell’unità. Serlio istesso la dice molto ben proporzionata al rimanente dell’edifizio: «e benchè la cornice sia alquanto più alta dell’ordine dato da Vitruvio, (ma abbiam visto che non si discosta che di una frazione da quella di Tito) non di meno ella è ben proporzionata.» È quanto dire. Però non sappiamo se questo giudizio sarebbe rimasto lo stesso, ove Serlio avesse saputo che il nostro cornicione ha i dentelli intagliati, contro i quali si scaglia fieramente, quando sieno accoppiati ai modiglioni. Dissi che egli da un disegno della trabeazione col dentello continuo, e sopra di esso intesse il suo discorso, elogiando l’architetto dell’opera che si sarebbe ispirato ai precetti Vitruviani. Ebbi ragione di credere che Serlio non vide il nostro monumento; ovvero è a pensare che abbia omesso l’intaglio nello schizzare, e poi se ne sia affatto dimenticato. Egli stesso confessa essersi dimenticato degli ornati nel disegnare la cornice d’imposta dell’arcata del fornice.

[p. 46 modifica]Hanno poi ragione tutti siffatti precettisti a dare l’ostracismo ai dentelli intagliati in quella cornice che porti i modiglioni? I moltissimi esempii dell’antichità e del rinascimento non gliela danno di certo. Ma loro, come ai retori ed ai grammatici, vanno compatite molte cose, in grazia dell’amore per l’arte!

Fornice (Tav. III).— Sottraendo allo stilobate il più basso zoccolo, che non esiste, come vedemmo, e che non potrebbesi considerare mai per tale, l’altezza di tutto l’arco resta di moduli 25, parti 2 e 11/12, sulla larghezza della luce di moduli 16 e 5/6 di parte; cioè l’altezza è una volta e mezzo il diametro dell’arco, secondo trovasi praticato anche in quello di Tito. Parlando di quest’ultimo, Selvatico riprova tale proporzione; ma Canina attesta esser la proporzione più comunemente impiegata. A creder mio (perchè pare che Canina erri alquanto intorno all’Arco di Sergio Lepido a Pola, riportato anche dal Selvatico) solo l’Arco a Traiano in Ancona si eleva di molto, oltre queste proporzioni, e di tanto da cadere in un difetto opposto. Se i fornici della prima maniera si vogliono dir grevi, quest’ultimo è eccessivamente secco con circa tre diametri di altezza, checchè ne dicano gli entusiastici della magrezza, che è un difetto come la pesantezza. E io opino che non già per ragioni di estetica, ma perchè il navigante lo potesse scorgere di lontano, l’artista lo volle costruire cosi alto. In appoggio di questa supposizione sta pure la esistenza dell’alto stilobate, oltre il proprio, su cui si eleva tutto il monumento, a differenza di altri simiglianti.

Dalle tavole IV e VIII si rileva la grandiosità e bellezza dell’interno del fornice del nostro monumento, interno che stimo di gran lunga superiore a quello di Tito. Le quattro alette che fan da stipiti dell’Arco con cornice intagliata portano per tutta l’altezza un ricco fiore a stelo, nascente da un maestoso acanto, (non caulicolo, come dice Rossi), e sostenente sulla cima l’aquila romana con una specie di scettro fra gli artigli. Non si ravvisa più se col becco portava una corona di alloro, come asserisce il citato autore.

All’imposta dell’Arco ricorre una cornice, che Serlio dice bene intesa, formata di listello, astragalo, fregio e cimasa; i due primi son lisci, l’ultima è finamente intagliata. Per membrature [p. 47 modifica]ed ornati è identica alla sopracornice della trabeazione, perchè, come questa, ha gocciolatoio, listello, ovolo greco, gola dritta e pianetto. Questa cornice d’imposta risalta sulle alette, e permette che nell’intradosso giri, ai due estremi dell’arcata, una fascia di pari larghezza e scorniciamento delle alette, con un bel fiore di acanto, più volte ripetuto.

Al di sopra della medesima cornice d’imposta, tra le due fasce descritte, ricorre un fregio ornato di una specie di giglio di foglie d’acanto e di graziose rosette avvicendatamente. Della grazia e bellezza di esso lascio giudice il lettore.

Da questo fregio ha inizio lo scompartimento del volto a cassettoni, divisi fra loro da una treccia ad elica, fermata da rosette ad ogni incrocio.

È inutile aggiungere descrizione per ispiegare l’ornamentazione dei cassettoni, perchè i disegni ne mostrano tutti i particolari.

Nel mezzo del volto lasciano un maggior quadrato, incorniciato, da un trofeo di armi, vesti ed altri arnesi guerreschi, e portante nello specchio di mezzo due figure in bassorilievo Traiano in abito eroico e manto imperiale, ed una Vittoria alata che gli posa sul capo una corona di alloro.

L’archivolto è formato di un listello, una gola rovescia, un tondino, una prima fascia, un’altra fascia, un altro tondino ed una terza fascia, tutto liscio, senza ornamentazione o intaglio. È di larghezza pari a quella dell’aletta.

Serraglia — Alla chiave i due archivolti vengono interrotti da una serraglia, a forma di mensola, che lascia tanto sporger di sotto una grandiosa foglia d’acanto, da sostenere due figure allegoriche in tutto rilievo (Tav. I, III, VII e VIII). Della bellezza e dei ricchi intagli che l’adornano fanno fede i disegni. Dovendovi ritornar sopra, non aggiungo altro per ora.

Attico (Tav. I, III e VII).— Accennai all’attico quando descrissi sommariamente il nostro monumento, ed ora è tempo di riferirne i particolari.

I puristi o rigoristi in arte ripugnano da questa parte dell’architettura, e credo che abbiano perfettamente ragione allorchè si riferiscono agli edifizii; ma non così trattandosi di [p. 48 modifica]monumenti in genere, e in ispecie degli Archi, per i quali l'attico è parte integrale dell’organesimo. Il voler fare astrazione dalla natura ed origine di siffatti monumenti lascia cadere Ponza in un grave errore di giudizio a riguardo degli attici, come Durand per l’applicazione degli ordini in essi. Nè credo sia pur giustificato il pensiero di Ponza sulla eccessiva altezza dell’attico negli Archi, se si pon mente all’ufficio cui esso è destinato, cioè quello di contenere la grande tavola dedicatoria, ove i caratteri si vedessero tutti, ad onta dell’aggetto della trabeazione sottoposta, e di tale grandezza da essere ben leggibili. Al qual proposito Wey8 giustamente dice: «Perchè mai gli Architetti moderni che fanno talvolta, in tisiche lettere illeggibili, bugiarde iscrizioni, perchè i nostri edili non si ispirano alle giuste e leggibili iscrizioni dell’antichità? Quanto più risaliamo verso il secolo di Augusto, tanto più esse sono tracciate in lettere grandi. Quella gente di gran criterio aveva compreso che l’occhio deve trovare la sua piena soddisfazione in tutto ciò che gli vien presentato, e che i caratteri di scrittura arabesco parlante, che anima e adorna una superficie, devono essere leggibili dal punto un po’ lontano in cui il monumento verrà contemplato nel suo complesso.» A conseguire questo intento ci voleva l’attico; e ne è prova che tutti ne sono decorati. Sulle loro proporzioni poi, l’artista ebbe vario talento, a seconda delle circostanze. In questo di Benevento e in quello di Tito è metà di tutta l’altezza del sottoposto ordine; in quello di Ancona è un terzo. Ma bisogna ricordarsi che le proporzioni di quest’ultimo escono dalle norme più comuni degli Archi.

L’attico ha base, dado e cornice, tutti e tre risaltati in corrispondenza di quelli descritti del sottoposto ordine. La base si compone di un alto zoccolo e di una parte modinata presso che come quella dello stilobate, eccetto che è priva della scozia. Serlio elogia il poco aggetto di essa (conseguito appunto con siffatta sottrazione) onde meglio la si veda da basso. Il dado, sulle due fronti principali, risalta nel mezzo ove è la cartella o tavola per l’iscrizione dedicatoria, risalta pure sui due pilastri d’angolo e [p. 49 modifica]incassa tra questi e la prima. Aggiungere altri particolari è ozioso, poichè i disegni mostrano evidenti le varie parti.

Osservisi la elegante semplicità dello scorniciamento della cartella e la elegante e proporzionata forma delle lettere. Di queste ora avanza soltanto l’incasso, con i fori che trattenevano le lettere in bronzo dorato, che avidità di guadagno dovè consigliare a togliere.

La cornice è a simiglianza della ionica, come si vede. Serlio la stima troppo alta rispetto alla proporzione dell’epitaffio; avrebbe voluto il gocciolatoio più alto e di maggiore sporto; e l’avrebbe lodata ancora più (onde è a concepirne che in genere gli piacque) se «non vi fossero tanti intagli, ma che i membri fossero cosi compartiti, uno schietto e l’altro intagliato.»

Per riguardo agli ornamenti o intagli parmi abbia ragione, tanto più che il lacunare del gocciolatoio è a sua volta pure ornato a squame. Ma non così nel resto; ove si consideri che questa cornice è situata a tale eminenza che l’occhio in prospettiva ne abbraccia l’insieme sotto un certo angolo, che diminuisce l’altezza delle parti verticali, tutta l’altezza di essa non pare eccessiva. Nè sembra giustificato il desiderio del maggiore aggetto del gocciolatoio, se con tal partito il Serlio avesse voluto ovviare all’inconveniente dello stillicidio sulla tegola della sottoposta trabeazione; imperocché allora l’aggetto di tutta la cornice dell’attico avrebbe dovuto sorpassare quello di quest’ultima. Il che non mi sembra logico, ove si consideri che se la prima è un coronamento, la trabeazione è la cornice principale del monumento; e che, per la eminenza di quella, l’angolo prospettico fa vedere tutte le facce orizzontali delle varie membrature, e sembrare, per conseguenza, in maggiore aggetto il gocciolatoio. Avrei concepito piuttosto la soppressione della gola rovescia e del listello che intercedono tra la cimasa e il gocciolatoio, perchè non vi producono buona armonia di parti; e ciò a vantaggio dell’elevazione del gocciolatoio e della cimasa, pur rimanendo costante l’altezza di tutta la cornice.

Considerazioni generali sulla parte architettonica del monumento — Dall’ampia descrizione ed esposizione delle parti architettoniche del nostro monumento, dal parallelo con quello di Tito, penso [p. 50 modifica]che il lettore abbia dovuto già trarre argomento che il primo abbia pregi che non la cedono al secondo, e che in talune parti, come nelle alette e in altri particolari del fornice, nella sopracornice della trabeazione lo avanzi ancora.

Quindi avevo ragione di lamentare che il nostro Arco non soltanto sia poco conosciuto, come vuole Quatremère de Quincy, ma male in quel poco che gl’italiani e i forestieri ne sanno.

Io oso affermare che in vantaggio dell’Arco di Tito non esista che la priorità di data, e ciò è indiscutibile. L’Architetto che ideò il nostro si dovette ispirare, non v’ha dubbio, all’altro, che preesisteva, ma non ne fece una copia; bensì vi trasfuse tutto il suo genio in emendare quelle parti che al suo delicato sentimento di artista non sembravano perfette, ed in aggiungervi quelle altre che gli dovevano conferire tanta parte di grandiosità, di vaghezza e di ricchezza, onde fosse riuscito degno di quel Principe che per fortuna dell’epoca riunì in una sintesi mirabile tutte le più preclari virtù, civili e guerresche, pubbliche e private, profane e religiose. Se Apollodoro ne fu il grande Architetto, deve convenirsi che non mai fortuna di Principe abbia trovato in migliore artista l’interprete fedele del suo genio.

Ma se abbiamo potuto ammirate i pregi del nostro monumento esaminandolo solo dal lato Architettonico, quale non ne sarà la nostra meraviglia ove ai primi si potranno a più doppii aggiungere quelli scultorii?

Note

  1. Op. cit. pag. 163 della parte prima.
  2. Op. cit.
  3. Op. cit.
  4. L’Architettura di Vitruvio, tradotta da Viviani, Udine 1830, libro IV, capo I. paragrafo 12.
  5. Gli ordini di Architettura Civile di M. Jacopo Barozzi da Vignola ecc. Edizione 2.a Milanese— Milano MDCCCXIV, Vallardi P. e Gius. pagina 59.
  6. Cours d’Architecture, par le Sieur C. A. d’Aviller, Architecte, a Paris, chez Charles—Antoine Iombert, MDCCLX, pag. 88.
  7. Melani, Decorazione e Industrie Artistiche (Manuali Hoepli) Vol. I. pag. 102.
  8. Op. cit. pag. 71.