I rossi e i neri/Secondo volume/XXVIII

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XXVIII

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XXVIII.

Che le signore donne sono pregate a non leggere

Siamo al 15 di ottobre, che doveva essere per Bonaventura e pel suo tristo discepolo il giorno delle vendette, ed era in quella vece il giorno della espiazione. Il cadavere del gesuita, lasciato in custodia a gente prezzolata, aspettava gli ultimi uffizi del mondo, ne’ quali ha maggior parte l’igiene che non la pietà dei superstiti. Il Collini, grandemente turbato per quella rovina di casi, s’era ridotto in casa sua a meditare sul nulla delle umane speranze: e aspettando dalla sua tempra malvagia il ritorno alle antiche consuetudini, si accasciava sgomentito sotto i colpi del fato.

Egli tuttavia, la sera innanzi, non aveva così perduta la testa da cedere ai consigli del Torre Vivaldi, il quale, fatto oramai certo della fuga della governante di Bonaventura, pensava che all’autorità si dovesse dare ragguaglio di tutto. - No, no, per carità, che potrebbe accadere di peggio! aveva gridato il Collini. E poichè il marchese Antoniotto lo aveva incalzato per udire la spiegazione di quelle parole, gli balbettò di certi maneggi del gesuita, i quali, sebbene a pro’ della santa causa, non erano fior di farina, e che sarebbero di certo venuti a galla, mettendo a grave risico parecchie persone, e delle più autorevoli nella loro società; la quale, pari alla moglie di Cesare, non doveva essere neanche sospettata. A qual pro’, aveva egli soggiunto, andare incontro ad uno scandalo? Non rimestiamo quest’acqua torbida, che manderà fuori il marciume.

In quella sentenza venne anche il Torre Vivaldi, e lasciò che il discepolo di Bonaventura operasse in quel negozio come prudenza voleva. E fatta ne’ debiti modi testimonianza [p. 252 modifica]della morte repentina, ma naturale, del gesuita, provveduto a quelle poche incombenze che richiedeva lo stato dell’estinto, se ne andarono pe’ fatti loro. La mattina del 15 ottobre, come s’è detto, il Collini era chiuso nel suo quartierino; il Torre Vivaldi, per non aversi a contristare di più, se n’andava colla marchesa Ginevra in campagna.

Andiamo ora in traccia d’Aloise, che era scampato pur dianzi dalla ignominia, mercè il provvido aiuto del duca di Feira, ma non aveva smesso il fiero proposito di sottrarsi morendo alle angosce del suo amor desolato.

Egli, siccome è già noto, aveva scritto il giorno innanzi al vecchio gentiluomo d’esser pronto a firmare con lui il contratto che doveva saldare il suo debito, e in quella medesima ora che uno schianto di rabbia impossente uccideva il gesuita, sottoscriveva presso il notaio Marinasco l’atto di vendita della Montalda, dopo aver detto all’intendente del Duca che sarebbe andato il giorno seguente nel palazzo non più suo, per pigliarsi alcuni piccoli ricordi della famiglia e dare un ultimo saluto alla tomba di sua madre.

Un’ora dopo, Aloise riceveva una seconda lettera del duca di Feira. Il vecchio gentiluomo si scusava anzitutto con lui di non essersi recato egli in persona dal notaio, non avendoglielo consentito alcuni urgenti negozi: indi, venendo a toccare del desiderio di Aloise, gli accennava cortesemente che egli era come per lo innanzi padrone di andare e rimanere alla Montalda quanto più gli piacesse. Poter rendere un servizio al marchese di Montalto senza esserne pagato con quella cessione, gli sarebbe stato gratissimo; ma bene aveva inteso che la giusta alterezza del giovine signore non gli avrebbe concesso tanta fortuna. Ma poichè la cosa aveva dovuto finire in quella guisa, gli usasse almeno la cortesia di ricordare che la Montalda rimaneva aperta al suo primo padrone, e che nulla vi sarebbe mutato delle consuetudini antiche. Intorno a ciò, notava il duca che la tomba della marchesa Eugenia era un sacro deposito ch’egli si recava ad onore di custodire, che quanti erano lassù, ed avevano servito in suo vivente la nobilissima dama, vi sarebbero rimasti, ne’ loro pietosi uffici di prima.

Quella lettera fu come un po’ di balsamo sul cuore esulcerato del giovine. Ma era soltanto una goccia, una misera goccia, sottratta da un mar d’amarezze. L’anima sua s’era inasprita: tutto quanto vedesse dintorno a sè, gli tornava molesto; si chiudeva nel profondo della sua coscienza, e vi trovava le ricordanze del passato, che gli si tramutavano tosto [p. 253 modifica]in veleno. Egli avrebbe voluto non vedere, non udire, non pensare, fino a quel momento supremo, nel quale aveva posto ogni sua voluttà. E certo, se egli non avesse considerato come un debito sacro il dire un’affettuosa parola di commiato al vecchio gastaldo, se non avesse reputato ufficio di filiale affetto avvicinarsi nella morte a quella santa gentildonna che, inconsapevole, innocente, lo aveva dato alla luce e1 alle lagrime, egli avrebbe pur volentieri abbreviato d’un giorno i suoi mali, sfuggita con un colpo sollecito quell’orrida notte d’angoscia che lo aspettava nei silenzi della sua cameretta, sotto quelle azzurre cortine già testimoni di tanti arcani struggimenti, di tante vane querele.

Il Pietrasanta, ottimo amico che aveva sudato freddo in que’ giorni per lui, ed assaporava, per Aloise e per sè, i frutti della vittoria ottenuta, giunse nella sera per invitarlo ad uscire, e andare in qualche luogo, in conversazione, al casino, a teatro, foss’anche quello delle marionette, purchè facesse ora e si ammazzasse la noia. Aloise non accettò, perchè si sentiva spossato; bensì accolse la proposta di una cavalcata mattutina a Pegli, per celebrare l’uscita d’Israele dall’Egitto (come il festevole Pietrasanta chiamava l’impresa di quel giorno) e non già con una colazione di manna, sibbene col meglio che avessero in cucina gli ostieri di quel gaio deserto.

La mattina vegnente, alle sette in punto, i cavalli attendevano i due cavalieri sulla piazza dell’Acquaverde. Aloise recava impressi sulle guance e negli occhi i segni della insonnia patita; ma l’aria frizzante del mattino e il riscaldarsi2 che fece, correndo di buon trotto fino alle porte della Lanterna, gli rifiorirono il volto. Anche il Pietrasanta, che aveva dormito come un ghiro, ma soltanto la metà delle dieci ore che gli occorrevano per inoliar la sua macchina, aveva avuto bisogno di quel moto per isneghittirsi, per isgranchirsi, sgomitolarsi le membra. È collo sgelarsi del corpo (tutti verbi che egli aveva sciorinati l’un dopo l’altro per dipingere il suo misero stato) gli si era anche sciolta, liquefatta, la vena del buon umore, e la parlantina che gli è fida compagna.

Giunsero a Pegli, e comandata la colazione, tanto per non istare all’ozio e annoiarsi aspettando, tirarono oltre fino ai pressi di Voltri; donde, tornati sui loro passi, ripigliarono la via della locanda. Aloise, certo che il suo ultimo giorno era finalmente quello, e già n’aveva spizzicata una parte, fu disinvolto e sereno, se non gaio e festevole come il suo Pilade; e questi, che soleva vederlo contegnoso mai sempre e [p. 254 modifica]severo, l’ebbe per ilare a dirittura, e non seppe tenersi che non glielo dicesse, s’intende a guisa d’elogio e ascrivendolo alla sua bella pensata.

- Sicuro! E perchè non sarei lieto? La vita è così mirabilmente bella! - gridò con impeto quasi febbrile Aloise. - Vedi che limpido mattino! Il mare è cheto, azzurro, lucente, come ne’ più bei giorni di primavera inoltrata. Il cielo sereno, nitido e terso, splende soavemente incerto tra il cilestrino e il dorato. Quella nube che tu vedi laggiù sull’orizzonte, non è una nube, è una vela aerea che porta i nostri bei sogni, le nostre liete speranze, alle più lontane regioni del vaporoso futuro. Esser giovani; bella cosa! Avere dinanzi a sè l’ignoto, l’incantevole ignoto, largo di dolci promesse, custode d’inesauste lusinghe, di sconfinate delizie! Che ci accadrà egli domani? Non mette conto oggi saperlo. Sperare, rinvenire, desiderare, ottenere; agognare di più, ottenerlo ancora; andare di voluttà in voluttà; questa, non altra, è la vita, chi sappia gustarla. Ti ammali? È una sosta, oltre la quale c’è la guarigione, e il futuro, il futuro che ti attende ancora colle braccia aperte.... dico male, colle braccia chiuse sul petto, per nasconderti un suo dono e fartelo parer più gradito. Sei triste? hai cagione di grave rammarico? È la vigilia d’una nuova allegrezza. Lo stesso uscir di pena non ha egli il suo dolce? Vivere! vivere! vivere! Tutto chiama, tutto conduce, tutto incalza alla vita; essa è mezzo, fine e premio a sè stessa. Ma intendiamoci; non bisogna amare. Quello è uno scoglio dove quella vela che tu vedi laggiù nell’orizzonte, va qualche volta a rompere. Non amare, Enrico, non amare; experto crede Ruperto, come dicevano i vecchi.

- Baie! - rispose il Pietrasanta, mentre di rincontro alla luce della finestra (poichè già erano a tavola) egli stava ecclissando la nube di Aloise con un bicchiere di Bordò, di cui considerava il rubino). - L’amore è un’ottima cosa; e, sto per dire, il condimento necessario, il guazzetto, l’intingolo, la salsa sine qua non di tutte le vivande che ci ammannisce il futuro. Scusami se il tuo futuro io lo vedo in sembianza di cuoco; ognuno se lo dipinge come sa. Senza l’amore, vedi, non c’è nulla di buono; tutto è sciocco, scipito, perfino la mostarda dell’ambizione e la senapa dell’orgoglio. Amore! amore! dammi dell’amore, e t’improvviso una mensa nel vuoto, ti slazzero una frittata da una padella (il mio maestro di retorica avrebbe detto sartagine) che non sia mai esistita. Amore, ottima cosa, dirò io, copiando [p. 255 modifica]la tua giaculatoria; ma s’intende che bisogna usarne in un certo modo.

- Come? - dimandò, sorridendo a fior di labbra, Aloise.

- Come ne uso io, amando come io amo. Io amo, prima persona del tempo presente. Ego amo, j’aime, I love, Ich liebe, yo quiero, e tutto il rimanente che si riscontra nella grammatica poliglotta. Io amo; non lo credi? amo la Giulia, che è una donna stupenda, e la sua ombretta sdegnosa, che mi aleggia dintorno, non se l’abbia a male se la chiamo soltanto una donna. Ella ci ha del sangue nelle vene, non già dell’ambrosia, come certe dame che so io. Bisogna saper amare, te l’ho già detto; ma anzitutto bisogna saper trovare. Tutta la scienza è lì; that is the question. E questa frase d’Amleto, vale il tuo experto crede Ruperto, che è errato, poichè tu non sei Roberto, ma Aloise, il mio caro Aloise. Ora, per trovare, occorre cercare, e per cercare a modo, bisogna avere un occhio alla macchia e l’altro al cane, non innamorarsi al primo uscio, non far come hai fatto tu, che l’hai trovata superlativamente bella, ma superlativamente fredda, superlativamente contegnosa, superlativamente.... Scusa, veh! Poichè tu m’hai detto dianzi che non bisogna amare, suppongo....

- Di’ pure liberamente; - soggiunse Aloise. - Io non amo più quella donna. -

E il povero giovine chinò gli occhi sul piatto, perchè Enrico non avesse a leggervi la bugìa manifesta.

- Ah, meglio così! - disse Enrico. - Io da un pezzo temevo di te. Che vuoi? La Ginevra è bellissima, non lo nego; che diamine? anzi l’ho gridato or ora; ma io l’ho sempre giudicata senz’anima. Ti ricordi? Dio le fa belle, poi leva loro l’anima perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati. Ha ingegno, la Ginevra, ha una rara istruzione, ha grazia, e sto per dire giustizia; ma l’interno è un abisso, che ti manda agli esteri difilato; il suo commercio è geniale, assai più dell’agricoltura, che ella ha lasciata, insieme colle finanze, al marito; ma ai culti più divoti risponde colla guerra, e ti fa venire una matta voglia di affogarti nella marina, rinunziando per sempre alla presidenza del consiglio. Insomma, è una divinità da metter sull’altare; ma a star ginocchioni sul marmo, si gela, si....

- Parlami della Monterosso; - interruppe Aloise.

- Ah, quella è una donna! - gridò il Pietrasanta, accompagnando le parole con uno scoppiettìo di lingua contro il palato, che bene non s’intendeva se fosse per la Monterosso [p. 256 modifica]o per una sorsata di Bordò mandata giù poco prima. - Un po’ leggerina se vuoi, un po’ oca; ma che rileva? Non ho mica a imparar da lei algebra, nè trigonometria! Ella, a dirtela di passata, non ci ha angoli da far studiare; è una sequela di ammirabili curve. Tutti quei pregi che fanno gradita una dama nella civil compagnia la Monterosso li ha; l’arguzia, quello spolvero d’ingegno che le manca, lo sa pigliare da chi l’avvicina, e così accortamente, che neppur te ne avvedi. Hai osservata la luna? Dicono che sia opaca; pure essa risplende. A me non fa caso che ciò le avvenga per ragion di riflesso; m’illumina, e basta. Tu l’hai veduta (parlo della Monterosso, e non della luna) in casa della Ginevra! or dimmi, anche senza tanti sfolgoreggiamenti di spirito, non sa ella tenersi a pari di tutte le sottigliezze, di tutte le delicature della superba castellana? Ella ci ha per giunta un po’ d’anima, di fuoco, di gasse; ella sente d’esser nata per l’uomo, e questo è l’essenziale.... per l’uomo. Io l’amo, adunque; sono nel tenero, e piacendo ai Numi, navigherò un giorno nel dolce.

- E puoi durarla così placidamente? - chiese ammirato il Montalto. - L’attesa non ha angosce, non ha agonie per te?

- Dio è grande, - sentenziò il Pietrasanta, - e la donna è la ministressa delle sue misericordie.

- Tu sei felice!

- Certo! Che cosa mi manca? Un po’ di giudizio, qualche volta, un po’ d’ingegno come il tuo, sempre....

- Eh via! - disse Aloise, dandogli sulla voce.

- No, no, lasciami seguitare. Anch’io mi conosco; è questa la parte d’ingegno ch’io ho. Del resto non me ne accoro; io non ho da inventar nulla, nè la stampa, nè la polvere da cannone. Ho capito che cos’è il mondo, e per dargli a’ versi mi basta saper fare il nodo alla cravatta (vedrai che un giorno tornerà l’uso dei nodi belli fatti, e si avrà fama senza fatica), vestire attillato, aver belle pariglie e un bel nome che sappia d’antico. Il mio risale al 1200, ed era allora già celebre. Un Pietrasanta venne da Milano podestà dei Genovesi, e ci si accasò, come i natali del tuo umilissimo servo dimostrano. Ti par poco? Molti c’invidiano queste picciole cose, che io darei tutte a mazzo, qualche volta, per uno di quegli ingegni robusti che fanno operare le grandi. Vorrei esser te, anche senza la memoria de’ tuoi dogi; vorrei essere il Salvani, che andrà molto innanzi, se la fortuna, come n’ha debito, darà la mano al valore; ma, [p. 257 modifica]queste malinconie me le tengo nel gozzo, per non scemare il mio pregio dinanzi ai profani. Quello che io sono fa gola a molti, ripeto; ce n’è dunque d’avanzo. Ne cerchi un altro, la Giulia; non lo trova, salvo il caso che a te non salti in mente di farle la corte. La qual cosa tu non farai, perchè mi vuoi bene.... -

Aloise gli rispose con un gesto di volenteroso diniego.

- Grazie! - proseguì allegramente Enrico. - Io dunque tiro innanzi. Ella mi ama, me ne sono avveduto; anzi lo so, e potrei dirti....

- Di’ pure; domani io non me ne ricorderò più; - soggiunse Aloise, con un suo risolino sottile.

- Ah, bada, - ripigliò il Pietrasanta. - Tu mi metterai al punto di raccontarti posdimani ogni cosa da capo. Con te non voglio avere segreti. Non mi hai tu confidate le tue pene, quando eri innamorato della Ginevra? E perchè ti amo tanto io, se non perchè sei un gentiluomo più di noi tutti? A qualcuno bisogna pur dire ciò che si sente, quando si è sventurati; figuriamoci poi quando si è felici! -

Aloise trasse un sospiro; ma il Pietrasanta, tutto nel suo racconto com’era, non gli pose mente.

- L’amo, - diss’egli con enfasi, - l’ho confessato a lei, e s’è messa a ridere, ma mi ha lasciato baciar la sua mano. -

E qui, poichè aveva preso l’aire, il festevole giovinotto raccontò la sua conversazione colla Giulia, ed altre parecchie tenute di poi, che ai lettori non farebbero nè caldo nè freddo, e che le lettrici, non ci domanderanno, poichè, cortesi come sono, avranno esaudita la preghiera posta in fronte a questo capitolo. Enrico Pietrasanta, come è noto fin da principio, e come s’è visto poc’anzi, aveva assai sciolto lo scilinguagnolo; Aloise era l’unico suo confidente, al quale gli tornava grato dir questo, ed altro ancora, se ne avesse avuto; laonde, si può argomentare che se ne pigliasse una vera satolla.

- Ora, aspetto che caschi, - diss’egli conchiudendo, - e cascherà certamente.

- Perchè? - dimandò Aloise.

- Perchè! oh bella! perchè sono forte.

- Forte! forte, con una donna che si ami?

- E dàlli! ma io l’amo in quel tal modo che già t’ho detto, e senza perdere il lume della ragione, come chi so dir io. Non cascherà? Stia ritta a sua posta, e arrivederci nella valle di Giosafat! Ella mi va a genio, lo sai; ma tienti [p. 258 modifica]bene in mente che non darò nei gerundii, che non finirò per lei, nè al camposanto, nè all’ospedale de’ pazzi.

- Beato te!

- E tu, dimmi, non hai fatto lo stesso, alla perfine? Non ti sei forse consolato?

- Io?... - esclamò Aloise con impeto. E già era per uscire di riga; ma ravvedutosi in tempo, sorrise malinconicamente, e diè ragione all’amico. - Sicuro; anch’io, sebbene mi sia costato una grossa fatica. Sento ancora un po’ di bruciore; ma passerà anche questo tra breve.

- Farai bene. Sorridi, Aloise, rallègrati: tu sei nato vestito. La Usodimare è invaghita di te.

- Eh via!

- Ho detto male; dovevo dir cotta e stracotta. Ella ancor ier l’altro si lagnava di non vederti più spesso; ella giura per te, non sa parlar che di te. Amala, Aloise; amala.... e credila, come dicono tutte le lettere, all’ultimo verso.

- Pazzo!

- Savio, Aloise! Ricòrdati che m’hai paragonato più volte ad uno dei sette Savi della Grecia. -

Con queste chiacchiere era finita la colazione. Pochi minuti dopo, i due amici, tornati in sella, galoppavano alla volta di Genova.

Colà giunti, il Pietrasanta tolse commiato da Aloise, per andare a mutar d’abiti. Aloise, nel dipartirsi da lui, non ebbe cuore di annunziargli che andava quel giorno medesimo alla Montalda, temendo che l’amico avesse a leggergli, tra una parola e l’altra, il suo disperato proposito; ma gli strinse più e più volte la mano, e gli disse:

- Enrico, tu sei un ottimo giovane; ti auguro ogni fortuna.

- È una tratta sulla Monterosso, questa! - aveva risposto il Pietrasanta. - Corro a presentarla oggi stesso al vezzoso banchiere. -

Come Aloise fu solo, le forze che lo avevano sostenuto fino allora lo abbandonarono a un tratto.

- Va, uomo felice; - diss’egli tra sè, in quella che saliva faticosamente le scale del suo quartierino; - segui pur la tua strada! Tu hai ragione; la vita è come ognuno la vede. L’aspetto delle cose, le forme, i colori, non sono essi dentro di noi? Qual meraviglia se Enrico scorge la vita colorata di rose? E in fondo in fondo, non potrebbe ella esser tale davvero? È il cuore, il cuore, questo viscere malnato, che c’intorbida ogni cosa, che ci matura gli affanni, che [p. 259 modifica]ci scompiglia lo spirito. Pure, Enrico non è senza cuore; la sua amicizia per me, così divota, così salda, così sollecitamente operosa, ne fa buona testimonianza. Ma egli è fortunato; a lui soccorre un senso arcano, che io non ebbi nascendo, per correre sicuramente questo gran mare. Possa questo senso durargli, condurlo sano e salvo a quella età che più non teme patimenti morali! -

Mutati i panni, poichè quella corsa lo aveva fradicio di sudore e di polvere, Aloise voleva partir subito alla volta della Montalda. Ogni cosa era all’ordine; le sue carte bruciate, i suoi libri riposti, il suo quartierino di via Balbi poteva paragonarsi ad una casa rimessa a nuovo pur dianzi. Solo un rotolo di musica, legato da un nastro nero, stava in mostra su d’un tavolino. Perchè un nastro nero? Aloise lo aveva messo la sera innanzi, senza pure badarvi. Quando gli venne sott’occhi, fu per cambiarlo; ma tosto mutò di proposito. Non è forse giusto? pensò. Ella lo riceverà questa sera.

Quel rotolo intanto aveva attratto la sua attenzione. Rimase un pezzo seduto sopra un divano a guardarlo. Quella era musica della marchesa Ginevra, che egli aveva presa qualche tempo innanzi, per leggerla al cembalo, e che voleva restituirle. Ma, guardando quel rotolo, gli venne in mente che forse era male mandarlo pel servo. Avrebb’egli fatta la commissione quel giorno medesimo? Non l’avrebbe dimenticata, per avventura?

Così pensando, si alzò e prese il rotolo per portarlo egli stesso. Due sere innanzi, se i lettori rammentano, egli era stato dalla marchesa, e aveva fatto giuramento di non rimettere il piede in sua casa. Ma gli parve che la cortesia dimandasse il sacrificio di quella sua prima e troppo asciutta deliberazione. Noblesse oblige.

Fortificato contro la sua coscienza, che lo accusava di debolezza, uscì allora di casa. Erano le due dopo il meriggio. Quando fu dinanzi al palazzo Vivaldi, la coscienza parlò un tratto più forte, ed egli ebbe vergogna di sè; la persona aveva già accennato a voltarsi per infilare il portone, ma i piedi lo condussero oltre. Andò fino alla Posta; ma giunto al cominciamento della piazza, gli vennero veduti da lontano il Riario, il Cigàla, ed altri suoi conoscenti, raunati a crocchio in un luogo donde avrebbero potuto scorgerlo, se egli fosse andato più in là. Tornò indietro sollecito; passò di bel nuovo rasente al palazzo Vivaldi, e questa volta poi v’entrò a dirittura. Salì le scale, giunse all’uscio padronale [p. 260 modifica]del primo piano, e stese la mano alla nappa del campanello. Ma qui ancora la coscienza gli disse: codardo! Scese da capo, e per andarsene senz’altro. Ma non era anche giunto all’ultimo scalino, che un dubbio lo assalse. Dalle finestre, qualcheduno, affacciatosi a caso, non aveva potuto vederlo ad entrare? Non si sarebbero fatte le meraviglie che non fosse salito? E queste meraviglie non avrebbero condotto a svariate congetture, allorquando si fosse finalmente risaputo quello che era ancora di là da venire?

Scuse, pretesti, e non altro. Diffatti, risalendo, egli sentiva il bisogno di aggiungere: Alla perfine, io debbo vederla ancora una volta; anco se trista, ella è pur stata la stella di questa mia vita.

Suonò finalmente; ma stettero molto, innanzi di aprirgli, di modo che egli ebbe tempo a pentirsi di essersi condotto a quel punto. - Che vado a fare? Ella non si cura di me. La vedrò; patirò mille morti in pochi istanti; dovrò divorare in silenzio altre lagrime.... Oh, se tardassero ancora! potrei tornarmene via.

Mentre egli meditava in tal guisa la fuga, udì un rumore di passi nell’anticamera. Poco stante l’uscio si aperse, e comparve nel vano un valletto della marchesa.

- Illustrissimo! - disse il servo, inchinandosi. -

- È3 in casa la marchesa? - dimandò Aloise, entrando nell’anticamera.

- No, illustrissimo, e nemmeno Sua Eccellenza il padrone. Sono partiti, or fanno due ore, per alla volta di Quinto. -

Aloise ebbe al cuore un’orribile scossa.

- O come? - chiese egli turbato: - Così all’improvviso?

- Sì, illustrissimo; ier sera è avvenuta una disgrazia. È morto qui sopra un casigliano di Sua Eccellenza; la cosa ha fatto senso al padrone, e la signora marchesa ha voluto andarsene questa mattina per tempo, per levarlo di qua. Son rimasto io nel palazzo, per dar sesto ad alcune faccende. -

Il cuore di Aloise si riempì d’amarezza. Partita! E il consiglio è venuto da lei!

Contenendosi a stento, trasse di tasca il taccuino; ne cavò un biglietto di visita; gli fece, secondo l’usanza, un orecchio nell’angolo, e lo diede, insieme col rotolo di musica al servitore, perchè fosse consegnato alla marchesa Ginevra.

- È il fato che lo vuole! - esclamò, discendendo per la seconda volta le scale, e questa volta da senno.

Un’ora dopo, Aloise partiva per la Montalda. Il cielo gli parve buio; la città [p. 261 modifica]era orbata di Ginevra, della sua unica luce.

La carrozza, che lo aspettava al portone della sua casa, era scoperta. Egli fece chiudere i mantici, poichè fortunatamente era un landò, e vi si rannicchiò dentro, tutto tremante di freddo, sebbene uno splendido sole riscaldasse l’aria come in un giorno di estate.

- Comanda altro, Eccellenza? - gli chiese il suo servo, che stava ossequiosamente ritto al predellino.

- No; rimango alcuni giorni in campagna. Bada alla casa, e se verrà il marchese Pietrasanta, obbedisci a lui come ad un altro me stesso. Avanti, cocchiere; ho premura. Il cocchiere stimolò i cavalli con uno scoppiettìo di lingua e con un altro di frusta, e la carrozza si mosse rapidamente sul selciato, non tuttavia quanto avrebbe voluto Aloise. Tanto era egli smanioso di finirla!


Note

  1. Nell’originale "a".
  2. Nell’originale "riscardarsi".
  3. Nell’originale "E".