Il Marchese di Roccaverdina/Capitolo XVI

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XVI.


Il povero don Silvio attendeva da più di mezz’ora nell’anticamera, e mamma Grazia veniva di tanto in tanto a tenergli compagnia.

— Abbiate pazienza! C’è l’ingegnere.

— Non ho fretta, mamma Grazia.

— Siamo con la casa sossopra.

— Pel matrimonio, l’ho sentito dire.

— Che tosse!... Riguardatevi, don Silvio!

— Sia fatta.... la volontà.... di Dio!

Con la tosse che gli soffocava le parole in gola, il petto di quel magro corpicciuolo, scosso rudemente a ogni assalto, pareva dovesse schiantarsi.

— Andate a mettervi a letto; fate una buona sudata!

— E i poveretti che muoiono di fame? Per questo sono qui.

— Ah, don Silvio! Non si finisce mai! Il marchese [p. 166 modifica]ha vuotato il magazzino del grano.... Fave, ceci, cicerchia.... Che non ha dato?

— Lo so, lo so! Chi più ha più deve dare.

— Famiglie intere su le spalle!

— Lo so. Ma ci sarà qualche cosa anche pei miei poveretti, mamma Grazia.

— Figuratevi! Non se lo lascerà nemmeno dire.

Il marchese, che accompagnava l’ingegnere fino all’anticamera, si fermò, turbato, alla inattesa vista di don Silvio.

— E andate attorno con questa tosse? — gli disse l’ingegnere dopo averlo salutato.

Don Silvio si levò a stento da sedere, inchinandosi al marchese e all’ingegnere, senza poter pronunziare una sola parola, scusandosi con umile gesto di rassegnazione.

— Che abbiamo? — gli domandò il marchese, ostentando disinvoltura. — Qua, su questa poltrona; è più comoda.

Lo aveva fatto entrare nella stanza accanto, e gli si era fermato davanti, in piedi, con le braccia dietro la schiena, guardandolo fisso, per indovinare il motivo di quella visita prima che quegli parlasse.

— Mi manda Gesù Cristo! — disse don Silvio.

— Quale Gesù Cristo? Perchè?... Andate a raccontare queste storie alle femminucce!

Il marchese quasi balbettava, pallido, da la improvvisa concitazione. [p. 167 modifica]

— Mi perdoni.... voscenza!... Me ne vado....

E don Silvio non potè proseguire, sopraffatto dalla tosse.

Vedendolo avviare verso l’uscio, il marchese lo fermò pel braccio:

— Perchè siete venuto?... Che volevate da me?... Perchè siete venuto?

— Pei poveretti, marchese! Non ho saputo esprimermi.

— Ci sono soltanto io a Ràbbato? Ho dato assai. Troppo! Troppo!... Sono già dissanguato.

— Si calmi!... Non ha obbligo....

— Eh?... Siete stato voi che avete detto al prevosto Montoro...?

Gli si era piantato davanti, ringhiando le parole, fissandolo negli occhi.

— Che cosa? — domandò timidamente don Silvio.

— Che cosa? Gli dava noia in casa quel Crocifisso al marchese!

— E ha potuto supporlo? Oh, voscenza! Io, anzi, ho lodato il bell’atto che toglieva quella sacra immagine da un posto non degno.

— Non degno?

— Certamente; il suo degno posto era l’altare.

— Perchè dunque or ora dicevate: Mi manda Gesù Cristo?.... Mi avete scambiato per una donnicciuola, mi avete scambiato?

— Ha ragione! Sono parole piene di superbia [p. 168 modifica]quelle!... Me ne accorgo; ha ragione!... Credevo che quando uno va a chiedere pei poveri fosse quasi mandato da Gesù Cristo.... Se la prenda con me. I poveretti che hanno fame non debbono scontare il mio peccato. Gliene chiedo perdono.... anche in ginocchio....

Il marchese lo trattenne. Si vergognava di esser trascorso; ma non voleva lasciarsi intimidire da quel pretucolo. Gli pareva che colui intendesse di abusare della circostanza di essere stato messo a parte, in confessione, di un terribile segreto... Doveva farglielo capire, perchè non ricominciasse più e la finisse una volta per sempre! Non osò.

— Che vi immaginate? — riprese con un tono meno alterato. — Mi è rimasto appena tanto grano da bastare per me.

— Oh, penserà il Signore a ricoprirle di nuovo i canicci!

— Infatti!... Infatti!

— Non disperi della misericordia di Dio, marchese!

— E intanto la gente muore come le mosche. Dovrei avere la zecca in casa, o stampare carte false.... Ma non vedete che non vi reggete in piedi?

Don Silvio assalito da un nuovo e più forte accesso di tosse, aveva dovuto rimettersi a sedere, mezzo tramortito.

— Ecco!... Soltanto per mostrarvi la buona intenzione — aggiunse il marchese. [p. 169 modifica]

— Lo sapevo che non sarei venuto invano! — rispose don Silvio ringraziando. Aveva le lagrime agli occhi.

Il marchese rimase, tutta la giornata, con un senso di sorda irritazione nell’animo, quasi il sentimento di pietà che all’ultimo lo aveva commosso fosse stato una specie di soverchieria, una prepotenza usatagli, con fina arte, da quel prete.

Si sfogò con mamma Grazia:

— Ci mancava lui per venire a smungermi!

— È un santo, figlio mio!

— I santi.... stiano appiccicati al muro, o in Paradiso, — rispose duramente il marchese.

E due giorni dopo, don Silvio era davvero in via di andarsene in Paradiso, dove il marchese lo voleva.

Davanti la porta della sua abitazione, gruppi di gente costernata, con gli occhi al balconcino della cameretta del malato.

Il dottore aveva dovuto ordinare di tener chiusa la porta perchè la cameretta non fosse invasa. Di tratto in tratto, qualcuno dei pochi ammessi in casa veniva fuori asciugandosi le lagrime, ed era sùbito circondato. Lo interrogavano con gli sguardi, con una lieve mossa del capo, quasi il suono delle parole potesse disturbare l’agonizzante. — Si è confessato! — Udite? Gli portano il viatico e l’estrema unzione!

La campanella di Sant’Isidoro dava il segnale con [p. 170 modifica]pochi squilli affrettati; e, sùbito dopo, la campana grande un tocco, due, tre, che ondulavano lenti tristamente. Tutti in orecchie, a contarli: — Quattro! Cinque! — Dappertutto; in Casino, nelle farmacie, nelle botteghe, in ogni casa, davanti le porte. — Sei! Sette! — Come se quei rintocchi cupi e lenti stessero per annunziare una pubblica sciagura.

Si sapeva: otto tocchi per le donne; nove per gli uomini; dieci pei sacerdoti!

E il decimo rintocco, più cupo, più lento, ondulò a lungo per l’aria.

Altra gente accorreva: popolane, contadini, tutti i poverelli da lui beneficati, magri, squallidi, che dimenticavano in quel momento la mal’annata e la fame, con occhi gonfi di lagrime, con visi sbalorditi. Ah, il Signore avrebbe dovuto prendersi, invece, qualcuno di loro!

Ed ecco il viatico! Si udiva il campanello che precedeva il prete con la pisside e l’olio santo.

Il canonico Cipolla, sotto il baldacchino, circondato dai fedeli che portavano le lanterne di scorta e seguito da un centinaio di persone recitanti il rosario, passava a stento tra la folla inginocchiata che ingombrava il vicolo da un capo all’altro. La porta fu spalancata; il campanello cessò di suonare.

Anche il marchese aveva contato: — Uno!... Due!... Cinque!... Dieci! — i rintocchi della campana grande di Sant’Isidoro. Da parecchi giorni, tre, quattro volte [p. 171 modifica]il giorno, egli mandava Titta, il cocchiere, a prendere notizie. Lo atterriva l’idea che la febbre facesse delirare don Silvio, e che nel delirio gli sfuggisse una parola, un accenno!... Poteva darsi!

Smaniava attendendo il ritorno del messo.

— Sei entrato proprio in camera? Lo hai visto?

— Già sembra un cadavere. Non c’è più speranza!

Il marchese socchiudeva gli occhi, un po’ deluso, crudele. Aveva la pelle dura quel prete! E il giorno appresso:

— Come va? Perchè hai tardato tanto?

— Non volevano farmi entrare. Mi ha riconosciuto. Mi ha detto: — Ringraziate il marchese! — parlava con un fil di voce. — Ditegli che preghi per me! —

— Ah!... Poveretto!

Ma, nel suo interno, egli dava un significato ironico alle parole riferitegli da Titta; e così giustificava il rancore che gli faceva desiderare più pronta la sparizione di colui che possedeva il suo segreto, e che era per lui, non solamente un rimprovero continuo, ma un pericolo; o, se non un pericolo, un'ossessione che gli dava fastidio.

E quando udì in Casino (vi era andato a posta per sentire quel che si diceva) quando udì raccontare dal notaio Mazza che don Silvio aveva detto a sua sorella: — Abbi pazienza, fino a venerdì a ventun’ora! — i tre giorni e mezzo che ancora mancavano gli parvero una eternità. Sarebbe stato vero? [p. 172 modifica]

Il venerdì non potè restare ad attendere che la campana grande di Sant’Isidoro suonasse a morto a ventun’ora, com’è di rito. Il cameriere del Casino era stato mandato a informarsi, anche per la curiosità di sapere se la predizione — e tutti lo credevano — si sarebbe avverata.

Vedendo che don Pietro Salvo cavava a ogni cinque minuti l’orologio di tasca, il dottor Meccio esclamò:

— Stiamo qui a tirargli il fiato di corpo. È sconveniente!

— Andatevene. Chi vi trattiene?

Erano sul punto di bisticciarsi; ma dalla cantonata spuntava don Marmotta come il cameriere era soprannominato. Veniva col suo comodo, dando la notizia a quanti lo fermavano, riprendendo a camminare a passi lenti, con la testa ciondoloni che secondava il movimento dei passi, senza curarsi che fosse impazientemente aspettato.

Il marchese gli andò incontro:

— Ebbene?

— È spirato proprio allo scocco di ventun’ora.

Si era immaginato di dover respirare più liberamente a quella notizia. Invece, rimase là, dubbioso. Non credeva ai suoi orecchi, quasi don Silvio avesse potuto fargli il cattivo scherzo di fingere di morire.

A casa, trovò mamma Grazia che recitava il rosario in suffragio dell’anima del sant’omo. [p. 173 modifica]

— È morto! Che disgrazia! A trentanove anni! Gli uomini come lui non dovrebbero morire mai!

— Muoiono tanti padri di famiglia! — la rimbrottò. — La morte non porta rispetto a nessuno.

Quel lutto di tutto il paese lo irritava. Lo irritava anche il pensiero della morte, che ora gli ronzava nella mente con insolita vivacità e strana insistenza. Gli sembrava che qualcuno gli sussurrasse dentro il cervello: — Oggi a me, domani a te! — E quel qualcuno, a poco a poco, prendeva le sembianze di don Silvio.

Avrebbe voluto esser sordo per non udire le campane di tutte le chiese che suonavano a mortorio, tacevano un po’, riprendevano a suonare! Sarebbe scappato per Margitello, se non avesse riflettuto che le avrebbe udite egualmente e più incupite dalla distanza.

Eppure non si sentiva ancora rassicurato! Volle vedere il trasporto dalla terrazza davanti al Casino.

In Piazza dell’Orologio gran calca. Il mortorio che andava attorno da un’ora, secondo la costumanza, per le vie principali del paese, doveva passare di là per deporre il cadavere nella chiesa di Sant’Isidoro dove gli avrebbero cantato la messa funebre. E già affluiva in piazza la gente che si riversava dalle traverse precedendo il convoglio.

La processione s’inoltrava lentamente: confraternite con gli stendardi avvolti all’asta, frati [p. 174 modifica]Cappuccini, frati di Sant’Antonio, frati Minori conventuali, preti in cotta e stola nera, canonici con mozzetta di lutto, tutti coi torcetti accesi in mano, salmodianti; e dietro, sul cataletto, il cadavere, scoperto, con le mani in croce, in cotta e stola, e col berretto a tre spicchi in testa, che spiccava su la coltre nera di broccato orlata con frangia di argento; corto, sparuto, col viso giallo, con gli occhi socchiusi e il naso affilato, sembrava che tentennasse il capo a ogni passo dei portatori.

Giunti vicino al Casino, essi deponevano a terra il cataletto, e la gente faceva ressa attorno al cadavere per baciargli le mani. Quattro carabinieri erano pronti, dai lati, a impedire che strappassero in brandelli gli abiti del morto per tenerli come reliquie.

E così il marchese potè osservar bene quella bocca chiusa per sempre, che non avrebbe potuto mai più, mai più, ridire a nessuno il segreto da lui rivelato in confessione! Allora si sentì forte, vittorioso, quasi la fine di quell’uomo fosse stata opera sua. E soltanto per decenza non sorrise, quando il cugino Pergola gli disse all’orecchio:

— Dev’essere rimasto male don Silvio, non trovando di là il Paradiso!