Il Re prega/XIX

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XIX. Ove si vede l'ultimo campione dei re d'una volta

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XIX. Ove si vede l'ultimo campione dei re d'una volta
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Il principe di Schwartzemberg istruì Bambina, in poche parole, in qual modo ella avesse a presentarsi ed a parlare, al re, ma si astenne, naturalmente, di abbozzarlene il ritratto. Non avrebbe potuto farlo, senza mancar di rispetto a quella maestà.

Tutto ciò che negli altri individui è normalmente vizio o qualità, dono o difetto, Ferdinando II lo aveva in caricatura. Aveva una testa d’imperatore romano, un po’ Vespasiano un po’ Tiberio. Quella testa però barcollava sur un collo troppo corto, spiccava fuori di un tronco di bastagìo, un tronco dalle spalle alte, dal petto rientrato, dalla spina dorsale equivoca, dall’epa protuberante. Le coscie corte, le gambe lunghe, il braccio forte, l’avambraccio esile, terminavano per dei piedi e delle mani da zoccolante. Gli è vero che un cappuccino si era mischiato un tantino alla fusione di questa statua di eroe, come dicevasi, avanti o poi che la fosse in forma.

Ferdinando II era uno dei tre sovrani epilettici dell’epoca, con l’imperatore di Austria Ferdinando e Pio IX. Di quinci il suo colorito giallastro come la scorza del mangustan, quel non so che di sbalestrato nel suo sguardo non mai vellutato. Gli occhi grigi, - che d’ordinario sono espressivi e senza malandrineria, - avevano in lui l’aria degli occhi di un lupo malinconico. La sua fronte pretuberava. Ma lungi dallo indicare l’intelligenza con i suoi bernoccoli la somigliava ad un cercine di carne gonfiata, qualche cosa come quel giro di capelli intonsi che i francescani si lasciano intorno al cranio per imitare la corona di spine del Cristo. La testa aveva così un cotal che di capitello di una colonna di ordine corintio. I capelli tosati corti si rizzavano ostinatamente in tutti i sensi, - segno di pertinacia senza riflessione.

E’ non aveva il famoso naso borbonico, indizio di razza come il famoso labbro austriaco degli Absburgo. Regolare alla punta, quel naso reale si conficcava bruscamente fra le due orbite e lasciava un cavo tra le due sopraciglie. La bocca era larga, semichiusa, arruffata agli angoli come per burlarsi dei melensi baffi che la orlavano, - baffi rari, sparuti, malesci, - segno di ferocia. I peli del suo viso erano altresì rari e duri come i sentimenti che gli spruzzavano dal cuore. La sua faccia grassa cadeva a cascatelle, lasciando dei solchi che non rifrangevano la luce. Di guisa che, quella pinguedine che d’ordinario esprime la bonomia spiritosa o stolida, in Ferdinando II addiveniva lugubre e burlesca come un ubbriaco che piange. Il mento avanzava e civettava di una fossetta; la quale, lungi dall’abbellire il sembiante, rassomigliava ad un buco restato lì da una cicatrice. Quel mento poi si sarebbe detto applicato alla faccia ad opera terminata, quasi come cosa obbliata nella formazione generale e quivi incrostato alla carlona, alla guisa di certi ornamenti dei mobili a buon mercato.

La testa si dondolava sul busto ed aveva un’espressione nel tempo stesso funebre e sinistra, sopra un fondo grottesco. Figuratevi Arlecchino rappresentante la parte di Amleto. Camminando ei si dimenava, o piuttosto le sue carni spongiose tremolavano, - altro segno di natura cattiva, quando questo fenomeno si osserva in un giovane corpo. Il suo occipite cadeva in linea retta e piatto sul collo, - e codesto denunziava la sua assenza di sensibilità e la sua freddezza verso la donna. Aveva orecchie immense, dall’interno della conca bizzarramente accidentate. Tutto ciò, impiastrato insieme, produceva un certo che non brutto, che non era maestoso, che non era simpatico, che non era rispettabile, che prestava a ridere e dava i brividi, cui si guardava come un oggetto curioso, e da cui si aveva cura di tenersi in distanza - nel tempo stesso Saturno e Sileno affetti da idropisia. La sua voce era chioccia, fessa come una vecchia campana, una specie di squittìo di scimmia che singhiozza.

Il morale non era poi meno bizzarro del fisico. Ferdinando II era avaro come tutta una sinagoga. La regina Teresa, sua mogliera, rattoppava i fondi delle sue brache. Ed e’ prestava alla settimana al Tesoro, il quale non aveva bisogno di mutui, ma che faceva sembiante di averne onde dar dei profitti a S. M. Il bilancio napoletano era il solo in Europa che si saldasse in equilibrio! In realtà, quel bilancio si saldava con un avanzo considerevole; ma il ministro delle finanze portava quel di più al re come un’economia sulle spese del ministero.

Re Ferdinando si credeva il più grande capitano del secolo, in teoria, aspettando l’ora di spiegare le sue brillanti capacità sur un campo di battaglia. Laonde viveva sempre in mezzo a quel famoso esercito cui egli credeva il pilastro del suo trono e cui suo figlio non trovò più quando volle servirsene seriamente contro la patria.

Questo patriottismo fu addimandato codardia e calunnia ed ingratitudine! Imperocchè, egli è ben che si sappia, la fu una spavalderia dei garibaldeschi quella così detta allora viltà dell’esercito napolitano. I generali realisti, i quali ne sapevano lo spirito nazionale, non l’esposero, l’esercito, a pronunziarsi che in due circostanze, sul Volturno ed a Gaeta, ove fece sembiante di battersi per dare una cotale grandezza alla caduta della dinastia, - sul desiderio forse espresso dal conte di Cavour.

Re Ferdinando passava riviste, quando non pregava. Egli era ostinatissimo in ciò che riguardava come suo diritto. Quindi lo si vide tener testa alla Francia ed all’Inghilterra riunite, nel famoso affare del Cagliari, e sbrancar note singolarmente audaci, - scritte tutte di suo pugno. Egli era il botolo nella razza canis dei sovrani. Non avendo alcuno istinto leale, diffidava di tutti, - al punto che, essendo piissimo, ed avendo un confessore reale titolare, e’ si confessava a tre o quattro altri frati o preti, presi a caso, un po’ dovunque, ove egli andasse. E’ divideva e sperperava così la confessione de’ suoi peccati. Di modo che la sua partita con Dio era in regola, ma alcun uomo non lo conosceva tutto intero.

Ferdinando II era inesorabile, ma solamente pei crimini di Stato. Il sangue ed i gemiti del delinquente lo esilaravano, quelli del deliquente ordinario non lo allettavano.

La sua istruzione era singolare per un re. Egli avrebbe potuto insegnare teologia al Collegio Romano; ma ignorava completamente la storia, il diritto pubblico, l’economia sociale. Non un sarto di Lamagna avrebbe tagliato un uniforme come lui; ma e’ faceva manovrare le truppe a controsenso. Sapeva il Bollandista a menadito; ma e’ non seppe mai perdurare nella lettura di un romanzo, di un poeta, di un filosofo, di un istorico. E’ chiamava il signor Thiers un compilatore di almanacchi! Aveva in orrore il teatro. Ond’è che accolse con entusiasmo l’idea della regina Teresa, un dì canonichessa a Vienna, brutta e gelosa, la quale propose di tuffar le ballerine in un paio di brache di percallina cilestre larghissime e di cucirle in un canzou chiuso fino al collo.

Egli diceva ad ogni pie’ sospinto, come Luigi XVI disse una volta sola, in una circostanza solenne: "È legale, poichè io lo voglio!" Il sentimento della giustizia e del diritto gli mancava organicamente al par di quello del bello fisico e morale. Non comprendeva che l’utile.

Re Ferdinando fu duro verso suo fratello Carlo e verso l’infelice suo figlio Francesco II, cui aveva avuto da una prima moglie. Verso i suoi altri figli e fratelli fu equo e tollerante. E’ scendeva di vettura di cavallo per baciar la mano ad un frate o ad un prete che passava; ma si tenne per offeso quando lo tzar Nicola gli presentò a Napoli il conte Orloff ed il suo bel cane come i soli suoi amici! Egli dava un baiocco ad un povero che incontrava; ma dimandava una piastra al suo cavalier di compagnia per fare quella limosina e teneva per sè il resto.

Offriva un sigaro ad un generale, passando una rivista, ma gli prendeva un grazioso scibuk di schiuma ed ambra. Gustava al pane del soldato onde avere il pretesto di trovare il pane cattivo e far pagare agli appaltatori una forte ammenda, cui intascava. Canzonava volontieri i suoi ministri, ma per soggiungere con più famigliarità: "Padroni miei, voi rubate: fatemi la mia parte." Affettava una grande semplicità di vita, unicamente perchè le pompe reali, le feste, i balli, i pranzi, le caccie, si pagavano dalla lista civile. Non amò che le sue mogli; dapprima, perchè una ganza era per lui una superfluità, poscia, perchè la gli sarebbe costata denari.

Tutto era reale nel suo regno; i lazzaretti, le fogne, il boia, l’ospedale delle donne pubbliche, - tranne il palazzo reale che fu dichiarato nazionale perchè occorrevano due milioni per ripararlo e mobigliarlo. Il debito pubblico esso pure fu dichiarato nazionale, - avvegnachè contratto interamente per pagare tre ristaurazioni borboniche, gli austriaci, gli svizzeri e mons. di Talleyrand, il quale prese 10 milioni per perorare la causa di re Nasone al Congresso di Vienna. Spirito pieno di taccole carattere falso e basso, tendenze sordide e feroci, sussiego militare da caporale avvinato, divozione interessata, - specie di usura fatta con Dio, - oltracotanza senza pericolo, ostinazione senza discernimento, cupidità senza scelta, assenza di gusto, di tatto, di finezza, di nobiltà di sentimenti delicati, di voluttà squisite, di vizii grandiosi, di virtù utili, di sapere politico, di fiuto dell’opportunità, di coraggio di uomo, di tenerezza cristiana, jattanza di forza fuori proposito, di dritto non contestato.... tali erano i tratti principali del sovrano cui Bambina andava a salvare: Falstaff innestato sopra sant’Ignazio!

Il mattino era splendido. Il cielo aveva i riflessi dell’oro stemperato nell’azzurro. Un vapore dalla tinta violetta avviluppava ed addolciva il paesaggio.

Come era stato convenuto, il principe di Schwartzemberg, dando il braccio a Bambina passeggiava nel parco, vicino l’Eremitaggio. E’ parlava poco, provava un sentimento indefinibile all’interno trovandosi in contatto sì intimo con una persona la cui condotta era equivoca, il cui scopo era un mistero. Bambina lo comprese e ritirò dolcemente la sua mano dal braccio dell’ambasciatore, facendo sembiante di cogliere il grande fiore di una coccinea color cupo.

- Qual è il nome di questo bel fiore signor principe? domandò ella.

- Io ne ignoro il nome italiano, rispose l’ambasciatore; ma se la memoria non mi tradisce esso si addimanda qualche cosa come lychnis Haageana hybrida

- Chi sospetterebbe giammai, ascoltando i nomi stravaganti che danno la tortura alla lingua ed alla memoria e cui la scienza infligge al fiore ed all’uccello, chi sospetterebbe mai, riprese Bambina, ch’e’ si tratti dei più meravigliosi splendori della creazione? I nomi con cui la società gualcisce talvolta le persone e le azioni hanno sovente questa medesima bizzarria.

Il principe, la di cui anima mormorava, lui inconsciente, i nomi misteriosi di spia, di denunziatrice, di segugio da bargello, comprese la lezione e si tacque. Ma egli non osò offrire di nuovo il braccio alla giovinetta. Il re, che giunse allora, fumando il suo sigaro, li sorprese zozzando fianco a fianco. Ei fece un segno al principe di seguirlo ed entrò nel palazzino in mezzo al parco.

Ferdinando era solo. Il custode dell’Eremitaggio aprì immediatamente il piccolo salotto ai visitatori. Il re indicò al principe di chiudere la porta e disparve.

- Egli va a pregare in qualche angolo, disse il principe a Bambina. Sovvengavi della piccola lezione che vi ho fatta sui modi della corte.

- Sarà difficile, rispose Bambina: l’emozione mi coglie.

Il re rientrò e restò in piedi vicino ad un tavolo rotondo in mezzo al salotto.

- Principe, diss’egli, indirizzandosi al signor di Schwartzemberg, è costei la donna che desidera parlarmi?

- Sì, sire, rispose l’ambasciadore inchinandosi.

- Che parli allora, sclamò il re.

Bambina restò all’altra estremità del salone, non osando levare lo sguardo. Provò di parlare, ma non una parola si presentò alle sue labbra. Le tenebre invadevano il suo spirito. Il re aspettava. Bambina cadde a ginocchio.

- Parla dunque, disse il re della sua voce rauca esile e nasale.

- Sire, balbettò Bambina, io.... io....

- Rimettetevi, susurrò il principe a bassa voce. Non temete di nulla.

Bambina fece un immenso sforzo sopra sè stessa e tutta tremante soggiunse:

- Sire, mio fratello, Don Diego Spani, un degno prete, è stato incarcerato come cospiratore. Ciò è falso. Non è desso che cospira.

- E chi dunque? dimandò il re, ricordandosi la storia di questo uomo, cui il ministro della polizia gli aveva dettagliata qualche giorno innanzi.

- Io non so, sire, continuò Bambina, rianimandosi a misura che parlava e che l’immagine di suo fratello dominava la sua mente. Io non conosco nè i nomi nè le persone dei cospiratori.

- Ma allora? gridò il re con impazienza.

- Sì, mormorò Bambina ricominciando a turbarsi. Me ne hanno nominato uno.

- Innanzi tutto, dimandò il re comprendendo che bisognava condurre l’interrogatorio da sè stesso e con calma se voleva arrivare ad un risultato, - innanzi tutto chi è la persona che ti ha parlato di codeste cose?

- Ciò non lo dirò giammai, giammai! gridò Bambina levandosi di uno slancio. Io vi porto, sire, un segreto di Stato, non un segreto di donna.

Ferdinando inarcò le sopracciglia e guardò per la prima volta in faccia la giovinetta. Bambina era divenuta rossa, e la collera istintiva che l’agitava faceva brillare il suo sguardo, ravvicinava le sue sopracciglia arcate come la foglia del siry.

- Dite allora l’altro nome, disse il re raddolcito, cessando di darle del tu. Coordinate le vostre idee, signorina.

- Sire, riprese Bambina, la persona che mi ha rivelate queste cose sa tutto. Voi potete crederlo, come credereste il vostro confessore. Egli ha avuto pietà di mio fratello, e, per salvarlo, m’ha messa a portata di render servigio a Vostra Maestà.

- Ma quale è dunque codesto segreto?

- Sire, permettetemi di mettere le mie condizioni....

- Delle condizioni! sclamò Ferdinando rizzandosi sulla persona.

- Sire, senza ciò, continuò ingenuamente Bambina, io non sarei venuta ai piedi di V. M. Io pure ho promesso qualche cosa, io pure, onde ottenere quella rivelazione. Io ho promesso la mia vita. Vostra Maestà mi comprenderà se io esigo una promessa.

- Andiamo. Vediamo codeste condizioni.

- D’altronde, se V. M. trova che il segreto non ha l’importanza cui mi hanno assicurato valesse, V. M. può ritirare la sua promessa.

- Dite dunque, alla fine.

- Sire, voi farete mettere immediatamente in libertà mio fratello, poi, come egli è un santo e dotto prete, lo nominerete vescovo.

Il re guardò il principe di Schwartezmberg, che abbassò gli sguardi sotto il rimprovero degli occhi reali; poi soggiunse di voce sorda:

- Ti hanno fatta una lezione bene audace, quella giovane!

Bambina, che per fortuna non comprendeva nulla alla gradazione degli sguardi, dell’accento, della parola del re, non lasciò presa alla sua dimanda.

- Sire, rispose ella, se V. M. mi rifiuta queste due grazie, io mi taccio. Non ottenendo nulla e non rivelando nulla, io non sono più a nulla tenuta, ed arriverà ciò che la volontà di Dio vorrà. Io vi parlo come a Dio stesso. Io ho detto ad un uomo: l’anima per l’onore! Non usando della sua anima, mi riscatto di mie promesse.

Il re non rispose e si ritirò lentamente nel contiguo gabinetto ove era di già entrato prima.

- Va a pregare di nuovo, brontolò il principe. Io vi comprendo alla fine, signorina, ma le vostre domande sono esagerate.

- Non è egli il re? osservò Bambina. Non vengo io a salvarlo a quel che mi han detto?

Il re rientrò. Infatti, egli era andato ad inginocchiarsi innanzi a non so che immagine, cui si cavava dal petto sotto forma di scapolare, ed aveva invocato l’inspirazione divina.

- Vi accordo la vostra dimanda, disse egli a Bambina, se ciò che state per rivelarmi merita codesta ricompensa.

- Me ne date la vostra parola, sire? insistè Bambina.

- Ve la do, replicò Ferdinando esitando.

- Siate testimone, soggiunse Bambina, volgendosi all’ambasciatore, che S. M. mi dà la sua parola di far mettere in libertà mio fratello, Don Diego Spani, e di nominarlo vescovo.

- Parlate adesso, parlate, chiocciò il re impazientito.

- Sire, mi hanno detto che V. M. non ignora forse che si cospira onde strapparle non so che, - una Carta, una Costituzione. - Ma ciò che V. M. non sa per certo, è il luogo ove i cospiratori si riuniscono ed il capo del complotto.

- Credono?

- Io ripeto ciò che mi han detto. Che M. V. ne giudichi del resto.

- Ebbene?

- Ebbene, il sito ove i cospiratori tengono le loro sedute è la villa abitata da lady Keith, al Vomero, ove abito io stessa da qualche settimana in qua.

- E voi avete visto codesti cospiratori?

- No, sire, io non ho visto nulla, forse perchè non è negli appartamenti di questa eccellente ed innocente dama che essi si radunano, ma in un padiglione nel fondo del giardino.

- Ed il capo?

- Il capo, sire, è il vostro ministro della polizia, egli stesso, il marchese di Sora.

Il re e l’ambasciadore si guardarono reciprocamente: il re con sospetto, quasi avesse voluto dire: Siete voi che tramate questa farsa! - l’ambasciatore, con un’aria di trionfo, come se avesse detto: Non avevo io ragione? Seguì un silenzio di qualche minuto. Il re disparve per la terza volta.

- Ancora! borbottò il principe.

Poi indirizzandosi a Bambina, soggiunse:

- Voi portate un’accusa terribile. Voi, vostro fratello, la persona che vi ha consigliata e cui si scoprirà, voi siete tutti perduti se avete mentito.

- Io non so, replicò Bambina. Ma io credo nell’uomo che mi ha rivelati questi misteri.

Il re ritornò. Era turbatissimo.

- Signorina, diss’egli, vostro fratello sarà libero e vescovo, parola di re, se voi o la persona che v’inspira potete provarmi la verità di questa formidabile accusa. Capite?

- Sire, replicò Bambina, io sono un’eco. Io ho ripetuto ciò che mi hanno comunicato. Ma come V. M. vuole ella che io glielo provi?

- Facendomi vedere.

- Ma io non posso nulla, sire. Io non posso che soggiungere questo semplice dettaglio: Lunedì, 27 settembre, vi sarà un’unione generale dei delegati di provincia nel padiglione di lady Keith, e probabilmente il marchese di Sora vi sarà e vi vedrà qualcuno dei capi.

- Ebbene, io voglio assistere a questa riunione.

- Assistetevi, sire. La mia missione è terminata. Che V. M. adesso tenga la sua parola, cui dicono sacra.

- La terrò per fermo quando avrò veduto io stesso, quando avrò il convincimento che non mi hanno ingannato.

- Ah! sire, di già!...

Bambina non terminò la frase. Il suo singhiozzo fece comprendere al re ch’ella diffidava di lui.

- Rassicuratevi, sclamò Ferdinando. Voi abitate la villa di lady Keith. Voi mi introdurrete.... principe, sarete voi con me?

- Mille grazie di questo grande onore, sire. Io lo sollecito come una grazia.

- Ebbene, signorina, voi c’introdurrete nel padiglione, al momento che i cospiratori delibereranno.

- Ah! sire, nella casa ove questa nobile dama mi accorda un asilo!

- Non temete nulla per alcuno. Verremo soli, travestiti, nessuno soffrirà male. Voglio solo assicurarmi dei miei propri occhi, delle mie proprie orecchie.

- Infine, sclamò Bambina, poichè io debbo morire, espierò per tutti.

- Voi non morrete, osservò Ferdinando. Principe, convenite con codesta signora come questa bella avventura dovrà essere condotta. Vi aspetto domani.

Il re andò a terminare il suo sigaro, pregando ancora una volta perchè alcun malore non lo cogliesse nell’impresa, e l’ambasciadore e Bambina uscirono.

Tutto fu convenuto. Bambina si recò al Gesù Nuovo per vedere il gesuita.