Il romanzo della fortuna/VII

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Il giorno luminoso

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VI VIII

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VII.

Il giorno luminoso.

L’afa d’agosto imperava torrida.

Una mollezza sciroccale era nell’aria, per cui tutte le manifestazioni della vita sembravano cedere a un prepotente bisogno di riposo. Non tremava una foglia, non volava un insetto; i rumori del villaggio rari e fiacchi si attutivano in una specie di generale sonnolenza. Lontano, il martello del fabbro picchiava a tratti qualche colpo sull'incudine; più lontano ancora un cane abbaiava; e niente altro.

Nella botteguccia faceva quasi buio: le imposte semichiuse avevano il doppio sco [p. 94 modifica]po di mitigare l’eccessivo calore e di tener lontane le mosche. Chiarina aveva anche spruzzato il suolo con acqua fresca e la leggera umidità si diffondeva nel piccolo ambiente con una intenzione di refrigerio più suggestiva che reale. Alcune punteggiature chiare facevano macchia qua e là; gli orli rilevati delle scodelle, i coperchi di metallo bianco sui due vasi di cristallo, il bicchiere di vino del Reno, giallo, da cui si estolleva insieme a un magnifico garofano color di sangue un pallido ramicello di reseda.

Languente, dalla sua seggioletta di paglia, Chiarina, a cui il lavoro cascava dalle mani per il caldo eccessivo, seguiva con uno sguardo distratto il biancore opaco delle scodelle, quello più lucente dei co-perchi, e si fermava magnetizzato sulla macchia sanguigna del garofano la cui porpora intensa sembrava una stella di fuoco. Poi saliva con lentezza attraverso i balocchi e gli oggetti di cancelleria disposti sul primo piano della scansia, su su lungo la trama dei cotonnati. Forse, come aveva notato Giovanni, vi si poteva far stare un altro asse per disporvi dei fustagni da far casacche ai contadini; ma allora [p. 95 modifica]occorreva anche una scala, oh! una piccola scala di cinque o sei gradini per salire fino lassù. Già Chiarina si vedeva su questa sua scala a disporre le pezze di fustagno; e perchè non anche qualche taglio di leggiere caroline per camicetta?...

Ma chi aveva spalancato i due battenti dell’uscio sì che il rettangolo di sole invadeva bruscamente la botteguccia? Un’ombra sulla soglia, i battenti che si rinchiudono, nell’aria umida e fresca una im-provvisa corrente di vita.

— Oh! signor Enzo!

Mai ella troverebbe davanti a lui una diversa attitudine che non fosse quella innocente sorpresa mista di gioia e di tremore, quella esclamazione ingenua tante volte ripetuta, sempre la stessa, nella quale era come un balzo di fanciullo e uno scuotere d’ali.

Oltre la sedia di paglia non vi era nella botteguccia che uno sgabello di legno. Il giovane vi si lasciò cadere con atto famigliare di abbandono.

— Con questo caldo, signor Enzo!

Egli spiegò che era venuto per cercare alcune carte e che sarebbe ripartito in giornata. [p. 96 modifica]Alle premurose offerte di Chiarina rispose che non gli occorreva altro che la chiave della Villa e se la fece dare dalla fanciulla; ma poiehè il fresco e la semi-oscurità della botteguccia lo invitavano a riposare non sembrava avere troppa fretta di alzarsi.

— Stai bene qui?

— Oh! sì, signore, sto bene.

— E Giovanni?

— È fuori col biroccio.

— Sempre lesto?

— Come un pesce. E Giuseppe è molto tempo che non lo vede?

— Molto tempo. So che è andato a fare il tipografo.

— Il tipografo!

Chiarina parve sorpresa; forse non comprendeva esattamente il significato di quella parola nè l’importanza di quel mestiere, nè perchè Giuseppe lo avesse scelto; ma si guardò bene dal manifestare i suoi dubbi e disse invece:

— Mar...

Corresse subito:

— La signorina Mariuccia come sta?

— Mariuccia è felice.

Parve a Chiarina che una specie di amarezza gli facesse tremare la voce e si sentì a [p. 97 modifica]sua volta presa dall’affanno. Enzo dallo sgabello dove stava seduto aveva appoggiato un gomito sul banco e rifacendo la sua posa abituale reggeva colla mano la fronte. Per il timore di dargli noia Chiarina non parlò più, ma poichè egli teneva gli occhi a terra si permise di guardarlo — e guardandolo, e sospirando dietro a’ suoi sospiri senza conoscerne la cagione, si sentiva presa da un tale desiderio di sollevarlo, di fargli del bene, che tutto il suo essere ne era scosso.

Aveva messo da parte il lavoro e se ne stava immobile, un po’ turbata, un po’ ansiosa come nella aspettativa di qualche fatto nuovo e straordinario che dovesse cambiare tutta la sua vita.

Mai silenzio fu più ardente di quello. Gli occhi di Chiarina quali conche arse bevevano la bellezza del giovine e la contemplazione dilettosa le scendeva veramente attraverso le vene a guisa di linfa re-frigerante. Ella avrebbe voluto accarezzargli almeno i capelli, lentamente, dolcemente, come ad un bambino. Invidiava la mano di lui sulla quale appoggiava la fronte, e il cammino che fece spostandosi per andare a raggiungere con un movimento nervoso i piccoli baffi biondi che gli [p. 98 modifica]ombreggiavano il labbro, e il labbro stesso per un istante dischiuso nella sua freschezza vermiglia di ferita...

A che cosa pensava? Dov’era, dov’era la sua anima? In quale sogno? In quale plaga? Stava forse per parlare? Quale parola avrebbe pronunciata? E se anche non avesse parlato ma fosse rimasto sempre lì, davanti a lei, riempiendo tutta l’aria? Sì, questa era l’impressione di Chiarina; tutta l’aria piena di lui. E il mondo, la vita, l’eternità, ogni cosa riunita in quell’istante nel breve spazio semi-buio della botteguccia.

Enzo appoggiò il piede sulla striscia sottilissima di sole che filtrava attraverso le imposte dell’uscio e Chiarina guardò subito quella striscia cercando di indovinare in qual modo aveva potuto attrarre la di lui attenzione. Credendo finalmente di aver compreso, balbettò:

— Le dà noia?

Come uno che sente da lontano il suono di una voce ma non distingue il significato delle parole, Enzo sollevò gli occhi a guardarla.

— Le dà noia? — ripetè Chiarina assaporando con tutte le fibre il piacere di vederlo pendere da’ suoi detti. [p. 99 modifica]

— Ma no, figurati, non me ne ero neppure accorto.

Infatti, perché avrebbe dovuto accorgersene? — pensò Chiarina. E il silenzio si rifece languido, molle, percorso da striscie di ardore che la mettevano in uno stato di ebbrezza.

Sempre distratto e così bello col suo sguardo profondo che sembrava fissare cose invisibili, Enzo toccò a un tratto il garofano che stava nel bicchiere. Lo toccò prima leggermente colle falangi estreme delle dita, poi lo tolse dal bicchiere e se lo accostò al volto, fiutandolo, godendone la morbida freschezza. Le sue labbra, i suoi piccoli baffi biondi, vennero in contatto col fiore di porpora facendo trasalire la fanciulla, la quale ebbe un rapido desiderio di offrirglielo, ma frenò l’offerta per paura di un rifiuto che l’avrebbe addolorata troppo. Enzo continuò per un pezzo a gingillarsi con esso, mordendone delicatamente lo stelo, tentando la resistenza dei petali e la durezza del pistillo, finchè lo rimise nel bicchiere, e allora — quasi accorgendosi in quel momento [p. 100 modifica]di Chiarina — le chiese con gentilezza sorridente:

— E il tuo galante che te lo ha dato?

Come! Come! Egli osava domandarle questo? Chiarina ebbe uno scatto violento di protesta e per poco non si mise a piangere. Enzo che pronunciando una frase scherzosa non immaginava certo di vederla interpretata in un modo così serio, fece un movimento verso di lei, ma così brusco che i loro ginocchi si urtarono e Chiarina si sentì involta per un attimo nel calore del di lui corpo.

— Scusa. Chiarina, non volevo offenderti...

Siccome la giovinetta tremava adesso, e il suo volto si era fatto di fiamma, Enzo continuò a starle vicino susurrandole parole buone e dolci finchè le prese anche una mano per calmarla.

— Ma come tremi! Sei troppo sensibile. Anch’io m’impressiono facilmente e per questo la nonna diceva che non ho la tempra che ci vuole a sostenere le lotte della vita. Su, su, fammi vedere se hai ancora gli occhi color delle veroniche. Ti ricordi quando la nonna diceva che i tuoi occhi erano del colore delle veroniche? [p. 101 modifica]

Chiarina abbozzò un sorriso e si fece a ritirare adagio adagio la sua mano dalla mano di Enzo, il quale ricadde ben presto nel silenzio di prima. Ma siccome non si era mosso più le stava ora molto da presso tenendo prigioniero contro un suo ginocchio l’abito di Chiarina, che non osava nemmeno rifiatare per non rompere l’incantesimo di quell’ora meravigliosa.

Vedeva distintamente ad una vicinanza non mai sognata la radice dei suoi capelli così morbidi e lucenti che non ne conosceva di uguali e ne seguiva la curva sinuosa intorno alle tempie, dietro l’orecchio, fino al bel collo fiorente che doveva odorare come una mela...

La sensazione diventava sempre più acuta.

Chiarina ora guardandosi in giro vedeva doppio: due scansie, due banchi; e poi si sentiva mancare come se una carezza straordinariamente dolce la cingesse tutta e una bocca invisibile le stesse a suc-chiare tutto il sangue che aveva nelle vene, e finalmente le parve che ogni cosa girasse intorno a lei. Chiuse le palpebre e sarebbe forse caduta vinta dal languore se lo strepito degli scolaretti irrompenti a guisa di uragano non l’avessero scossa producendole una violenta reazione. [p. 102 modifica]

Nell’aprire gli occhi vide Enzo che si salvava verso la Villa; ma i fanciulli quel giorno ebbero buon giuoco, perchè Chiarina non sapeva contare le caramelle e i piccini poterono salire a tutto loro agio sul sacco del riso; nè mancò il bricconcello in erba che si fece scivolare nelle tasche una bella matita di colore.

Quando i piccoli vandali se ne furono partiti, Chiarina trasognata si accinse meccanicamente a rassettare il disordine della botteguccia; ma si moveva a guisa di sonnambula colle membra irrigidite e il cervello velato dal sogno.

— Ecco la chiave — disse Enzo rientrando e porgendole la chiave della Villa.

— Verrà presto la signorina Mariuccia?

— Credo di sì. Forse in settembre. E tu quando verrai a Milano a trovarci?

— A Milano, io? Oh! signor Enzo...

— Perchè no? Ti sembra una cosa impossibile?

— Impossibile non dico, ma tanto difficile...

— Noi non sappiamo nulla di ciò che ci riserba l’avvenire.

Il giovine pronunciò queste parole in tono grave, gli occhi fissi nel vuoto. Che pensa? [p. 103 modifica]Che pensa? si domandava ancora Chiarina collo struggimento della sua ignoranza, della sua impotenza a com-prenderlo. E mentre egli accennava a muoversi, col gesto di un moribondo che vuoi trattenere la vita, Chiarina soggiunse:

— Non ha ordini per la Villa?

— No, tutto va bene così.

— Mi saluti la signorina Mariuccia.

— Sarà fatto.

— E il signor Firmiani.

Egli era già oltre la soglia.

— ...il signor Firmiani — ripetè Chiarina.

Si volse sorridendo e la salutò con un cenno amichevole.

— Buon viaggio, signor Enzo!

— Addio, Chiarina! — gridò lui da lontano.

Ecco non si vede quasi più: a momenti tocca l’angolo; una porta ancora e poi sarebbe svoltato... un passo ancora... è sparito. La giovinetta dà uno sguardo angoscioso alle case, alla via deserta, al sentiero battuto dal sole, alla striscia di cielo di un azzurro intenso, a tutta quella solitudine indifferente e rientra [p. 104 modifica]nella sua botteguccia con una stretta al cuore. Torna ad accostare le imposte accuratamente l’una contro l’altra e riprende il suo posto sulla seggioletta.

Ma quanto mutato è l’animo di Chiarina! Ella non ritrova più i semplici pensieri abituali; non è più sola colle sue umili faccenduole, coi poveri oggetti che la circondano e che erano bastati fino allora alla sua attività.

Nella penombra calda e molle ella non scorge oramai che la forma rimasta indelebile nelle sue pupille del giovine seduto vicino a lei. Ama ricordarne i più minuti particolari: l’abito di una stoffa grigio chiara, la cravatta celeste percorsa da crocelline bianche e da fascia nere, la catena dell’orologio, sottile, con un ciondolo di lapislazzuli.

Ella non sa questo nome, ma vede il turchino intenso della pietra come se le stesse ancora innanzi.

Ed ama ripetere le sue parole: «Forse in settembre. Quando verrai a Milano a trovarci?» Se le ripete evocando il suono preciso della sua voce, la piega del suo labbro, l’espressione che animava la sua fisionomia pronunciandole. «Noi non sappiamo nulla di ciò che ci riserba l’avvenire». Queste soprattutto le sembrano [p. 105 modifica]gonfie di un significato oscuro che la rendono perplessa come dinanzi ad un mistero dal quale dovesse dipendere la sua felicità.

In seguito a tali sforzi di rievocazione dove i suoi nervi si fiaccavano la riprende un languore voluttuoso, un’estasi di sensi ancora frementi nei ricordi della vista, del respiro, della mano che aveva toccata la sua, per la prima volta!

È per Chiarina un genere di sensazioni affatto nuovo. Se pure altre fiate l’aspetto del giovane l’aveva turbata, ella poteva allora illudersi che un sentimento di soggezione solo la dominasse; mai come in quell’ora che le parve un convegno segnato dal destino ella aveva sentito in Enzo la presenza dell’uomo.

Ella avrebbe combattuto, oh! sì, certo, con tutte le forze del suo animo forte; ma l’attacco era stato troppo violento per poter subito riprendersi. Si sentiva disfatta, in balia di una potenza occulta e terribile alla quale non osava dare un nome.

Ad un tratto i suoi sguardi cadono sul garofano; dà un balzo, lo afferra, se lo accosta al volto e vi sprofonda le labbra perdutamente. [p. 106 modifica]