Il romanzo della fortuna/XV

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Il retrobottega del tabaccaio

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Il retrobottega del tabaccaio
XIV XVI

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XV.

Il retrobottega del tabaccaio.

Il ventinove settembre è a Milano una delle più brutte giornate dell’anno. Chi non ha la fortuna di potersene stare in campagna o l’abnegazione di chiudersi in casa propria, è travolto dall’alba alla sera fra i carri e carretti dei traslochi i quali percorrono la città in tutti i sensi trascinando masserizie d’ogni genere.

Chiarina, mentre recavasi al negozio, dovette cedere il passo a un carrozzone che ingombrava il sottoportico. Era donna Ersilia in procinto di trasferire i suoi penati verso una casa più civile — diceva lei. — La portinaia invece dava un’altra versione: donna Ers [p. 208 modifica]ilia prendeva il largo per quartieri lontani essendosi oramai risaputo chi era e in qual conto dovevasi tenere il suo blasone e la sua vedovanza. Nè il calcolo era sbagliato, perchè sui dodici quartieri che formano Milano, ella poteva oramai suddividere il resto della sua vita sloggiando tutte le volte che se ne veniva a conoscere il principio e rifacendosi ad ogni anno, se non proprio una verginità, che sarebbe stato troppo difficile, almeno una firma di signora a modo.

Anche la Virginia era sparita fin dal giorno prima, leggera come un uccello, non avendo mobili da trasportare; di ciò si erano incaricati i suoi creditori.

— Che diresti — fu Giovanni a interrogare sua sorella, mentre poneva piede nel negozio — se facessimo anche noi il nostro trasloco oggi o domani?

— Noi traslocare?

— Non noi precisamente, ma quel mio letto tarlato che ti dà tanto sui nervi e quella tavola bianca piena di macchie... eh? Che diresti? Verranno presto a trovarci i signori Firmiani e con una bella ottomana nuova, un tavolino e quattro sedie sarà una stanzetta decente per accoglierli. [p. 209 modifica]

— Che bella idea, Giovanni! fece Chiarina battendo le mani — ma costeranno troppo i mobili nuovi — soggiunse subito colla sua prudenza di massaia.

— Non troppo, non troppo, sorellina. Si tratta di una occasione. È il tabaccaio che li ha comperati ed ora pentito perchè non ci stanno nel suo locale li darebbe a meno del costo. Per noi, trattandosi sem-plicemente di una sostituzione, lo spazio non ci preoccupa.

Voleva condurla subito a vedere il nuovo acquisto, per sapere che cosa ne pensasse innanzi di concludere, ma durante il giorno non fu possibile di abbandonare il negozio. Vi si recarono tutti e due dopo cena. Percorrendo il breve tratto di strada fianco a fianco, lungo il muro, Giovanni disse:

— Bisognerà che mi decida a prendere un commesso. Noi non bastiamo più al lavoro.

— È vero. Cresce tutti i giorni — confermò Chiarina.

— E poi, ora che hai preso la pratica, puoi stare tu alla sorveglianza del negozio. Io ho in mente altri affari.

— Come vuoi — rispose docile la sorella.

Trovarono il tabaccaio che li aspettava [p. 210 modifica]sulla soglia, colle mani in tasca. Egli fece loro attraversare il piccolo spazio destinato alla rivendita e li introdusse nel camerone retrospettivo dove alcuni operai già stavano bevendo vino e discutendo ad alta voce. Più in là ancora in uno stambugio senza finestre Chiarina trovò l’ottomana, il tavolino e le quattro sedie.

— Noce, vero noce — disse il venditore battendo colle nocche. sul tavolino — è legno stagionato che non teme scherzi.

Fratello e sorella si avvicinarono per osservare. Il compare, tenendo sollevato un lume a mano, lo andava spostando dall’uno all’altro mobile per metterne in rilievo i pregi. — E la stoffa — egli disse a un tratto rivolgendosi particolarmente a Chiarina — prego di osservare la stoffa.

Chiarina si chinò verso l’ottomana passando leggermente due dita sulla stoffa pavonazza a disegni gialli.

— Non è lana? — chiese timidamente.

— Nossignora. La lana nella mobilia è stata abbandonata: era troppo comoda per le tarme. Questa è stoffa solida, di buon colore; stia sicura. [p. 211 modifica]

Chiarina pensava che effetto avrebbe fatto quell’ottomana ai signori Firmiani: certo che a lei, nella sua ignoranza, sembrava molto bella e fu un poco stupita di udire Giovanni che diceva con fare dubbioso:

— Potrebbe essere meglio.

Temette per un istante che non se ne facesse nulla, ma infine Giovanni si decise e la questione venne portata sul prezzo.

— Restino serviti — fece a questo punto con premura il tabaccaio guidandoli verso lo stanzone ed obbligandoli, quasi per forza a sedere a una tavola appartata — non mi faranno il torto di rifiutare una bottiglia.

Chiarina si sentì subito presa alla gola dal fumo di pipa che ammorbava l’aria, ma non fece osservazioni e sedette accanto al muro ritta e composta come era suo costume. Era d’altra parte così compresa dell'importanza dell’acquisto e vedeva già così bene l’ottomana a suo posto, circondata dalle quattro sedie uguali, che ben poco interesse le rimaneva per il resto: senonchè proprio dirimpetto a lei la lavorante in nastri col suo uomo ridevano a voce tanto alta da richiamare per forza la sua attenzione. Sollevò gli occhi e li guardò pensando: Chi [p. 212 modifica]direbbe che hanno a casa una figlia moribonda?

Dal cantuccio in cui si era posta, Chiarina dominava l’ampio stanzone dei bevitori e per l’uscio aperto vedeva il banco della rivendita colla scansia piena di pacchi di sigari e di scatole di tabacco, terminanti con una piramide di bottiglie di liquori e di ciliege nello spirito. La moglie del tabaccaio, flemmatica e grassa, staccava con un fare da addormentata i francobolli che un ragazzetto era venuto a prendere e il tabaccaio piccolo, secco, con un porro sul naso, andava e veniva da un locale all’altro tenendo volentieri le mani in tasca ma pronto a levarle per servire un mezzo litro di nuovo.

Un gruppo di giovani operai fra cui erano due giovanissime operaie in gran toupet, perle false al collo e trine di cotone alle maniche, vociavano più degli altri.

— Quattro lire al giorno — gridava un bruno piccolo e tarchiato, dal collo vigoroso che usciva fuori dalla maglia di lana nera — come fa uno a vivere con quattro lire al giorno se, poniamo, ha sei figli da mantenere?

— E peggio ancora se ne ha sette — esclamò una voce alle sue spalle. Due o tre si voltarono, fra cui le giovanissime. [p. 213 modifica]

— Ecco Walter! — dissero accomodando i loro toupets e sorridendo a colui che aveva parlato: un giovane alto, vestito di nero, con una figura gentile, la fronte larga solcata da qualche ruga e l’occhio ardente.

Egli però non si mosse; appoggiato allo stipite dell’uscio si accontentò di lanciar loro una boccata di fumo della sua sigaretta.

— Vi lagnate delle mercedi qui a Milano che è la città dove gli operai sono meglio retribuiti; che dovremmo dire noi? — questa domanda ingenua usciva dalla bocca di un manovale avventizio.

— Dite dite perbacco — esclamò il bruno dal collo taurino — chi si fa pecora peggio per lui.

— Ma voi altri state bene — ripetè l’ingenuo seguendo una sua idea fissa — dovreste tacere voi altri.

— Che minchione! Non sa che l’appetito viene mangiando.

— Però la giustizia...

Dalla tavola dove si trovava la lavoratrice di nastri partì una affermazione recisa:

— Finchè non avremo abolita la proprietà è inutile parlare di giustizia.

— Bravissimo! [p. 214 modifica]

— Il nostro dovere è quello.

— E anche il nostro diritto.

In quel momento entrava il polentaio che veniva come al solito a bere il suo quinto prima di andare a letto.

— Non è vero che è il nostro diritto? — gli gridò contro quello dalla maglia nera.

Il polentaio che non aveva udito nulla, ma che conosceva l’umore del pubblico rispose:

— Certamente, certamente, ci deve essere polenta per tutti.

— Al diavolo la polenta! Capponi devono essere.

— Capponi, capponi — riprese il proprietario di case; e ordinò tranquillamente il suo quinto.

Colui che per il primo aveva lanciato il grido di abolizione della proprietà era un orribile ceffo dall’espressione bestiale, quasi ributtante, in un volto verde di bilioso che l’abitudine del bere stirava con rughe profonde pari a cicatrici. Egli tornò a dire:

— La ricchezza a questo mondo è ripartita troppo ingiustamente.

Per quanto il luogo comune fosse ripetuto allo stesso posto tutte le sere non mancò di [p. 215 modifica]ottenere il solito successo e le donne principalmente ebbero un guizzo nelle pupille. Walter acconsentì in quel punto a staccarsi dallo stipite dalla porta e fissando acutamente la brutta faccia del bilioso pronunciò una di quelle frasi a doppio significato dove sembrava che il suo animo godesse come di una doppia staffilata.

— E che cosa è giustamente ripartito, amico mio?

Non uno dei presenti colse l’ironia, se non forse le giovanissime che la intuirono per naturale malizia o che per malizia risero senza capire.

— Walter — cominciò una di esse con un principio di languore, cercando di attirarselo vicino — fa caldo questa sera.

Walter non rispose a lei, ma stette in ascolto del compagno che vuotando in un fiato il suo bicchiere parve vi trovasse nel fondo un argomento irresistibile:

— Noi siamo troppo buoni — disse ricollocando con violenza il bicchiere vuoto sulla tavola — questo è il nostro difetto.

— Sì — esclamò impetuosamente l’operaia in nastri — e la nostra bontà è debolezza della [p. 216 modifica]quale i padroni abusano per farci loro vittime.

Alla parola «vittime» una corrente elettrica percorse i due gruppi.

Io — proruppe un operaio che non aveva ancora parlato — quando il padrone volle diminuirmi la paga col pretesto che gli rovinavo i lavori mi sono rimesso e per sei mesi non ebbi che due e cinquanta. Chi ha guadagnato il resto? Il padrone. E quando dopo sei mesi volli i miei tre franchi sacrosanti perchè rifiutarmeli ancora? Non erano passati i sei mesi di prova? Dunque avevo diritto ai tre franchi. Ma chi ci guadagnava a negarmeli? Il padrone. E quando lo piantai in asso e che, entrato in un’altra fabbrica, non mi vollero dare di più, chi aveva ancora il vantaggio? Il padrone. Il tirocinio io l’avevo pur fatto, ma se dopo non viene la paga a che cosa serve? Gli operai migliori sono una invenzione dei padroni per pagarne pochi e mandare alla malora tutti gli altri.

Ognuno dei presenti alla reiterata evocazione del padrone trovò nella propria memoria una quantità straordinaria di accuse le quali non essendoci nessuno a contestare si diedero a percorrere un cammino trionfante dall’una [p. 217 modifica]all’altra tavola. Riscaldandosi a vicenda quasi ciascuno sovrapponesse ai torti che credeva di aver ricevuto i torti narrati dai compagni e li sentisse tutti gravare sul proprio capo a guisa di una formidabile oppressione, si eccitavano via via; ed eccitandosi nel disgusto delle colpe dei padroni, vedevano salire a galla come bilancia vuotata da ogni peso le loro proprie virtù. Uno per uno si riconosceva a sua volta pieno di meriti, di qualità sconosciute e oltraggiate.

Io — disse il giovinotto dalla maglia nera — avevo una tosse d’inferno nel momento che il lavoro era cresciuto e per non danneggiare il padrone non mi volli curare nemmeno restando a casa una giornata, che sarei divenuto tisico certamente se non fossi così robusto. Non credi Walter che fu amore al padrone?

— Va avanti, va avanti — ghignò Walter — tanto i padroni bisogna abolirli e botta più botta meno fa lo stesso.

— Tisico sarei diventato! — ripetè il giovinotto picchiando un pugno sulla tavola.

—Ed io — saltò su l’operaia in nastri — io che l’ho una figliuola tisica, posso forse stare a casa a curarla? Noi siamo gli schiavi dei [p. 218 modifica]nostri padroni: noi diamo a loro le nostre forze, la nostra gioventù, il nostro sangue. Ed essi che cosa ci danno?

— Due e cinquanta al giorno! — interruppe l’operaio che non aveva mai potuto prendere di più.

L’amarezza colla quale egli pronunciò tali parole prese gli altri a guisa di contagio.

— Io — disse il bilioso — cominciai con cinquanta centesimi ed avevo mia madre a casa con quattro marmocchi minori di me... e il padre in galera, per una inezia, per l’odio che hanno verso la povera gente. Cinquanta centesimi al giorno in sei! Nemmeno dieci centesimi a testa!... E vogliono che si lavori. E proibiscono l’accattonaggio. E mettono in galera se spinti dalla fame, si scassina qualche mobile. Walter, quando la fate questa legge per la povera gente?

— Sì, una legge, una legge! — urlarono in coro.

Tutti divennero giustizieri. Si sentivano tanto alti, tanto migliori della loro sorte che a dettare una legge vi si provò ciascuno: anzi ne dettarono parecchie. Solo le ragazze non vi presero parte, un po’ assonnate, arrotolando macchinalmente colle dita i loro toupets che avevano perduta l’arricciatura. [p. 219 modifica]

Giovanni colla sorella si erano eclissati da un pezzo, quando il bilioso da cui era partito il primo assalto alla proprietà chiese colla lingua già legata e gli occhi torbidi:

— Chi ha bevuto il mio vino?

Nessuno, naturalmente, poichè tutti protestavano di aver bevuto il vino proprio; ma su questa questioncella del tuo e del mio, data l’ora tarda e gli spiriti in ebollizione, ne sorsero parecchie altre che presto degenerarono in una rissa. Allora Walter lanciando sui gruppi un’occhiata ironica e perversa si allontanò silenzioso.

— Signor Walter — fece il tabaccaio correndogli dietro — ha dimenticato un giornale.

— Lascialo, lascialo — rispose Walter sogghignando — bisogna bene che il popolo si istruisca.

Era l’Asino. [p. 220 modifica]