Il sogno (Tibullo)

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latino

Albio Tibullo I secolo a.C. I 1868 Giacomo Zanella Indice:Versi di Giacomo Zanella.djvu Elegie/sogno letteratura Il sogno Intestazione 28 dicembre 2011 100% Elegie

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Traduzione dal latino di Giacomo Zanella (1868)
I secolo a.C.

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Versi di Giacomo Zanella


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IL SOGNO.

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Elegia IV del Libro III

di

ALBIO TIBULLO.

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     Fato miglior mi volgano gli Dei,
E l’orribile sogno non s’avveri
3Che s’offerse sull’alba agli occhi miei.

     Itene lungi, o mobili e leggeri
Della notte fantasimi; chè vani
6Io vi conosco a prova e menzogneri.

     Solo gli Dei rivelano gli arcani;
E leggon segno de’ venturi mali
9Nelle fumanti viscere i Toscani.

     Per l’aria tenebrosa incerte l’ali
Battono i sogni, e di folli paure
12Conturbano il riposo de’ mortali.

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     Ma la schiatta dell’uom nata alle cure
Con farro e sal, che crepita sul foco,
15Placa le larve della notte oscure.

     E nondimen, sia che ne’ sogni loco
Abbiasi il vero; sia che frodolenti
18De’ mortali la fè prendansi a gioco,

     Della trascorsa notte i rei portenti
Volga in meglio Lucina, e non permetta
21Ch’io scevro d’ogni colpa invan paventi;

     Se mai non fu d’alcuna macchia infetta
Questa mia destra; nè parola altera
24Contro gli Dei con empio labbro ho detta.

     Già notte avea della stellata sfera
Compiuto il giro e nell’equoree spume
27Lavava gli assi alla quadriga nera;

     E non ancora le tranquille piume
Il sonno sul mio capo avea distese,
30A’ travagliati non amico nume.

     Alfin nell’ora che il mattino ascese
In oriente, sullo stanco letto
33Un sopore dolcissimo mi prese.

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     Qui veder mi pareva un giovinetto
Cinto le tempie d’immortale alloro
36Scendere a tacita orma entro il mio tetto.

     Più schietta leggiadrìa, pari decoro
Mai non fu visto dall’antiche genti;
39Nè mai l’arti sudaro egual lavoro.

     Gl’intonsi crini, lunghi e rilucenti
Sovra il collo cadevano stillanti
42Larga rugiada d’odorosi unguenti.

     Diffuso era un candor ne’ bei sembianti
Qual è quel della luna; e neve e rosa
45Era il bel corpo che sdegnava ammanti.

     Tale il colore di novella sposa,
Quando nel velo nascondendo il ciglio
48Segue il marito onesta e vergognosa:

     Tale il color, se l’amaranto al giglio
Accoppian le fanciulle; e tale il melo
51Fassi in autunno candido e vermiglio.

     Adombravano il piede, che del cielo
Dai nitidi sereni si diparte,
54Gli aerei fluttuanti orli del velo.

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     Una lira, lavor raro dell’arte,
Tutta d’oro e testuggine contesta
57Portava appesa alla sinistra parte.

     Come innanzi mi fu, trasse da questa
Lento un preludio e sciolse all’aure un canto
60Onde anco la dolcezza in cor mi resta.

     Poi che le corde seguitaro alquanto
L’inno celeste, il roseo labbro ei schiuse
63In questi detti a me nunzî di pianto:

     «Salve, amore de’ numi; chè le Muse
E Bacco e Febo arridono al cantore
66In cui candide voglie il cielo infuse.

     Ma la prole di Semele e le Suore
Abitatrici dell’ascrea pendice
69Dell’avvenir non leggono il tenore.

     Antiveder gli eventi a me sol lice;
È di Giove mio padre inclito dono
72Se soltanto il mio labbro il ver predice.

     De’ detti miei non mai fallaci il suono
Odi, o poeta; e ti riponi in seno
75Quanto io nume di Cinto ti ragiono.

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     Colei che tu cotanto ami, che meno
Tenera figlia alla sua madre è cara,
78Giovinetta all’amante è cara meno;

     Colei per cui de’ numi innanzi all’ara
Tu fai voti; colei che giorni ed anni
81Viver t’astringe in incertezza amara;

     Ed allor che la notte co’ suoi vanni
Il mondo oscura, alla tua mente illusa
84Mille tesse amorosi acerbi inganni;

     Quella bella Neera, alla tua musa
Argomento perenne, altri, spergiura,
87In cor vagheggia, e l’amor tuo ricusa.

     Empia! E trafitta da novella cura
Lascive nozze medita; nè gode
90Più le sante abitar natali mura.

     Ah, tutte d’un color, se il ver se n’ode,
Perfida razza e senza core! Pera
93Qual ordisce all’amante iniqua frode!

     Pur, come sai, mutabile è Neera:
Donna è pronta alle paci. Or tu la speme
96Desta e lagrime aggiungi alla preghiera.

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     Un indomito amor fatiche estreme
Insegna a tollerar: verghe e tormenti,
99Quando spira verace, amor non teme.

     Ch’io d’Admeto pascessi i bianchi armenti
Fatto pastor, non credere che sia
102Fola canora di giocose menti.

     Meco non era allor la cetra mia;
Nè potea de’ sonanti inni la piena
105Disposar delle corde all’armonia;

     Ma sovra rozza boschereccia avena
Io, di Latona il gran figlio e di Giove,
108Rustico carme modulava appena.

     Nella corte d’amor sono ben nove
L’orme tue, giovanetto, se non sai
111Curvar le spalle a simiglianti prove.

     Dunque persisti, nè ritrarti mai
Dalla preghiera: non è cor sì duro
114Che alfin non ceda agli amorosi lai.

     Che se da’ miei delubri non oscuro
Esce il responso, e quanto il ferreo dito
117Scrive de’ fati io leggo nel futuro,

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     Dille: nel cielo è questo nodo ordito;
Fortunata Neera, un Dio t’avverte,
120Se in traccia non andrai d’altro marito.»

     Disse. Veloce dalla salma inerte
Il sonno dileguossi. Ah, ch’io non miri
123Tante e sì gravi mie sventure aperte!

     Ch’io non sappia giammai che i tuoi desiri
A’ miei sono contrari; che mentita
126La pietà, che fur falsi i tuoi sospiri.

     Già tu non sei da’ tempestosi uscita
Gorghi del mare, nè le divampanti
129Fauci della chimera a te dier vita;

     Nè te Cerbero cinto di fischianti
Colubri la tergemina sua testa;
132E non Scilla, terror de’ naviganti;

     Nè nudriro in inospite foresta
Le fulve leonesse, in suol romano
135Te nata di gentil progenie onesta.

     E tal t’è madre, di cui cerchi invano
Altra più mite; e tal t’è genitore,
138Se altri visse giammai, dolce ed umano.

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     Che se premio si deve a un fido amore,
Gli Dei cangino in riso il mio sgomento,
141E l’orribile sogno ingannatore

     Pel remoto oceàn dissipi il vento.