Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo XVII

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Capitolo XVII

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CAPITOLO XVII.


Le pubbliche associazioni e la stampa libera in Francia aveano suscitata la rivoluzione nel luglio del 1830, e le congiure italiche, e i moti insurrezionali delle Romagne contribuirono ad avvalorare le speranze dei carbonari nel regno, i quali dopo molti inani conati di ribellione, specialmente in Napoli, accolsero nell’animo il convincimento di non poter fondare le loro speranze unicamente nel popolo, e posero tutto il loro studio a guadagnare Carlo Alberto di Savoia, stato cospiratore e carbonaro nel 1821. Ed istigati per indiretto a mettersi audacemente all’impresa di render l’Italia una e indipendente, eccitarono la rivolta nella Savoia, la quale fu repressa dallo stesso Carlo Alberto, che, ritenendo intempestivo il momento di romper guerra allo straniero, confermò i suoi trattati coll’Austria.

In tutto quel periodo di tempo non fu scarso in Benevento il numero dei carbonari.

I più influenti di essi, appartenenti a famiglie distinte, per probità, fermezza di carattere, altezza di sensi civili, e virtù di sacrifizii, potean dirsi il fiore dei liberali del mezzodì d’Italia, e da poter essere pareggiati da pochi di quelli dei tempi posteriori. Essi composero un numeroso partito, ricco di mezzi e di occulte ma potenti aderenze, e ne sia prova il seguente fatto, divenuto ornai tradizionale in Benevento.

Gennaro Lopez, mio zio materno, languiva da più mesi [p. 263 modifica]nel carcere di Napoli, come capo di una società di carbonari, allorchè tre suoi amici di Benevento, e furono il Barone Latini e i Signori Pellegrini e De Rosa, recatisi in Napoli, carpirono da un ispettore di Polizia un ordine di consegna in iscritto, e con tal mezzo, travestiti da impiegati addetti all’ufficio carcerario, condussero il Lopez in Benevento. Un tal fatto va ancora per le bocche di tutti; ma niente valse allo sventurato tanta fede e carità di patria negli amici, poichè dopo qualche tempo diede nuovamente negli sgherri borbonici, e gettato nel fondo di un carcere perì ivi con fondato sospetto di veleno.

Non è però a negare che Ferdinando II, nei primi anni del suo regno, ebbe in animo di migliorare lo stato, e a ciò fu tratto dal suo carattere austero e non vago di giovanili sollazzi. Egli agguagliò le spese alle entrate, scemò la sua lista civile di ducati 370 mila annui, ridusse alla metà il grosso stipendio dei ministri di Stato, rifece l’esercito, migliorandolo in tutto, e diede una nuova e ottima legge alla leva militare. Fondò l’ufficio topografico, il genio militare idraulico e di terra, il corpo degli artiglieri litorali, una riserva all’armata, fonderie di cannoni, armerie, arsenali, collegi e ginnasi militari, e ai 30 settembre 1842 istituì a Pietrarsa un ampio opificio per arti meccaniche e pirotecniche, da far macchine a vapore e di ogni altra maniera, e in ciò fu il primo in Italia. Migliorò di molto la marina napoletana che distrutta nel 1799 fu rifatta nel 1816, ed ampliò la darsena e i cantieri, massime a Castellammare, e nel 1836 fece costruire accanto alla reggia il porto militare. Molto provvide pure alla marina mercantile, fondando gran numero di scuole antiche. Riformò parecchi abusi, non riconobbe le doppie cariche, e tolse ciò che vi era di esagerato nelle pensioni e nei soprassoldi. Abolite le riserve per cause reali, ridiede le terre all’agricoltura, non ammise i dritti di portolania in Napoli, tolse il dazio gravoso alla gente minuta sulla macinazione dei grani, sminuì la tariffa doganale,soppresse la sopratassa di consumazione, e moderò i dazi su oltre cento dieci categorie di prodotti stranieri, e sui [p. 264 modifica]dritti di bollo alle mercanzie forestiere. Le strade di ferro di Gapua e Nola, le bonificazioni delle terre attorno al Volturno si eseguirono con denari dello Stato. Nè omise nel tempo stesso le magnificenze da re, poichè a sue spese rifece la reggia di Napoli guasta da un incendio, decorò altri palagi a Palermo, a Capodimonte, a Caserta, a Quisisana, e rifece i quartieri militari. In breve tempo si costruirono strade, edificii comunali, lazzaretti, case di bagni minerali, prigioni col sistema penitenziario, scuole per sordimuti, ospizi ed asili per indigenti e orfanelli reietti o folli, porti a Catania, a Marsala e a Mazzara, e moli a Terranova e a Girgenti: s’istituirono consigli edilizii, monti pecuniarii e frumentarii, compagnie di pompieri, spendidi opificii, nuove accademie, nuove cattedre all’università, nuovi collegi, nuovi licei.

Si bonificarono terre paludose, si diedero alla coltura terre boscose e molta parte del Tavoliere di Puglia; si fecero ponti di ferro e di fabbrica sui fiumi, fanali a gas, fari alla Tresnel; e si stipularono ottimi trattati di commercio. Laonde quei primi 10 anni del governo di Ferdinando II furon fecondi di prosperità anche per le campagne; poichè si ebbero ubertose messi, mercati pingui, miti prezzi, e niuna famiglia era priva di un certo grado di agiatezza; e a tutto ciò aggiungendosi un insolito movimento d’industria, un notevole aumento di popolazione, e un incremento di tutte cose utili, bisogna convenire che il reame di Napoli ebbe pochi tempi più gai e lieti di quelli. Anche i liberali e i politici stranieri non negarono di essere stato splendido il primo decennio del governo di Ferdinando II, e che mentre altrove gli economisti davano in luce dei libri, in Napoli le loro più assennate teorie, senza alcuna pompa, erano applicate ai fatti.

Ma di questo benessere di Napoli non partecipava in modo alcuno la città di Benevento, sebbene avesse tutto di comune con quel reame, usi, costumi, dialetto, monete, misure e ogni altra cosa, e quantunque per la sua postura topografica avesse dovuto addivenire centro di operosità e di commercio. Egli è vero che il congresso di Vienna [p. 265 modifica]adottò la massima che i piccoli stati dovessero formar parte dei più estesi dominii in cui eran chiusi, ma tuttavia fu Benevento considerata estranea al regno di Napoli, i cui sovrani tentarono sempre, aprendo nuove vie, di stornare il traffico che ivi naturalmente affluiva. Nè di ciò a quei tempi potremmo con giustizia dar loro biasimo e mala voce; poichè Benevento invece di adoperare ogni mezzo per richiamare a sè lo sviato commercio, allettando con concessione e favori i commercianti forestieri piuttosto li angariava, astringendo i regnicoli, i quali ci recavano le loro derrate, per sopperire a molta parte delle nostre occorrenze, a pagare dazii non giusti ed esagerati. E quantunque in altri secoli i papi largheggiassero con Benevento d’ogni maniera di doni e di privilegi, e la rendessero immune da qualsiasi contributo, a ristorare in parte il danno che le derivava dal suo stato d’isolamento; pur tuttavia, mutati i tempi, questa città non fu la careggiata e benevoluta, ma soggiacque alle condizioni comuni a tutto lo stato. Per la qual cosa Benevento non più colma di favori e privilegi, ma fatta segno ai moli del regno, ed estranea al bene, vide le sue condizioni peggiorare di anno in anno; tanto più che, disgiunta dal rimanente stato pontificio, per quanto provvide e benevoli fossero state le disposizioni del governo, in Benevento o esse non furono intese, o riuscirono disadatte, o troppo ampie e ineseguibili. E a tutto ciò si aggiungevano altri danni. Noi eravamo privi di un codice civile e criminale dal quale venissero rivocati i privilegi del foro, favorite le idee di ordine e di eguaglianza civile, cancellati i privilegi personali, e pel quale si fossero uguagliate le nostre condizioni a quelle degli altri popoli civili di Europa. E perciò in una città popolosa, ove senza protezioni allignavano le buone lettere e le scienze, sapea naturalmente duro a tutti il vedersi circoscritti in sì angusti confini, senza alcuna speranza futura, e senza che tanti giovani, baldi d’ingegno e di forti propositi, potessero trovar modo di aprirsi una via a un vivere onesto ed agiato.

Laonde in questo durissimo stato di cose non è a stupire [p. 266 modifica]se i padri di famiglia, rammaricati pei loro figli dati all’ozio, nutrissero sempre in cuor loro il desiderio d’una mutazione di governo.

Intanto il fiero caso di Cosenza macchiò in tutta Italia e fuori la fama di Ferdinando II, per avere infierito senza necessità contro pochi giovani, oscuri, senza seguito, senza fautori, e già ridotti in suo potere. (Gioberti, I prolegomeni). E allora in tutti gli stati del napoletano si diffuse vivissima la brama di nuove riforme civili, informate a quei principii liberali ai quali furono sempre avversi i Borboni.

E quando nel 1846 scendeva nella tomba Gregorio XVI, che non tenne conto alcuno del famoso memorandum presentato al governo pontificio dalle cinque grandi potenze Francia, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, col quale si chiedeva che la legislazione degli stati romani fosse ispirata ai generali principii della giustizia e della vita civile, lo stato andò sossopra per le recenti sommosse tentate in Bologna e in Rimini, e per le efferate commissioni giudiziarie, fornite di potere eccezionale, le quali erano state istituite nella Romagna. Ma i liberali più moderati, vagheggiando la splendida utopia del Durando, del Gioberti, del Balbo e di altri, che io direi neoguelfi, aspiravano alla libertà e alla nazionalità per la via lunga e dubbiosa delle riforme, e quindi, a conseguire il loro intento, attendeano con febbrile impazienza l’elezione del nuovo papa.

Dopo appena due giorni di scrutinio, a impedire l’insurrezione negli stati pontifici, fu ai 16 giugno 1846 annunziato dalle logge del Quirinale di essere stato assunto al pontificato, col nome di Pio IX, Giovan Maria Mastai da Sinigaglia, già cardinale vescovo d’Imola. Questi, per essere proclive ad accordare un certo grado di libertà civile, ed avido d’aura popolare promise sin dal principio del suo governo grandi ed utili riforme. E infatti dopo un mese le inaugurò col famoso editto che richiamava dall’esilio e dal carcere quei benemeriti italiani che erano stati puniti non di altra colpa che di amare la patria. E poichè i romani chiedevano cose nuoce e uomini nuovi, e che il [p. 267 modifica]governo trovasse ministri ed impiegati liberali, e non si avvalesse di uomini che si fecero ricchi negli antichi abusi del sistema gregoriano, creò un secondo ministero con due soli ecclesiastici il cardinale Antonelli, Presidente del Consiglio dei ministri, e il Cardinal Mezzofanti ministro dell’istruzione pubblica. E dopo ciò si fece promotore d’una confederazione italiana, per la quale le più belle speranze germogliarono nel cuore di tutti i patrioti.

Non è a dire se tali novità fossero state accolte con indicibile allegrezza in Benevento, che, come desta da lungo letargo, parve rinascere a nuova vita. La coccarda tricolore ornava il petto dei giovani. In tutte le ore del giorno, e specialmente nella sera, inni, canti, balli, battimani, girandole, luminarie, facean della gioia un delirio, e i nomi di Pio IX e di Gioberti echeggiavano di continuo per tutte le vie della città. I soli gesuiti videro naturalmente di mal viso tanta pubblica gioia, e per questo eccitarono l’indignazione generale. E perciò al primo levarsi nel popolo il noto grido «fuori i gesuiti» essi non indugiarono a chiudere le loro scuole e a battersela. E quindi il seminario dei chierici riacquistò i proprii insegnanti, che furon quasi tutti di Benevento, e i pochi forestieri ebbero alloggio e vitto nello stesso seminario, insieme al Rettore Sig. Bartolomeo Capasso, come si costumò di fare prima del 1825.

I professori che nel 1848 insegnarono nel seminario di Benevento si mostravano sottosopra liberali, ma d’un liberalismo di che Dio ci scampi. S’inneggiava e plaudiva di continuo a Pio IX e all’Italia; ma solo per pompa rettorica. Era una vera Arcadia politica, e gl’insegnanti del Seminario si godevano uno stato di cose da essi non mai sperato, e nel modo stesso che, facendo plauso a quel baccanale politico, inneggiavano a Pio IX e all’Italia risorta, avrebbero, con eguale sincerità di convenzioni, inneggiato alla servitù d’Italia e al dispotismo dei suoi sovrani.

Non tutti però i beneventani si cullavano d’infantili illusioni, paghi d’inutili feste e bagordi, ma non pochi di essi divisavano i modi migliori, per aggiungere al reame delle due [p. 268 modifica]Sicilie la città di Benevento. In Napoli erasi in quel tempo costituito un poderoso partito esteso a tutte le provincie del napoletano, che avea in mira di costringere Ferdinando II a concedere la costituzione del 1820. Nella capitale avea sede il comitato generale che trasmetteva i suoi ordini ai comitati istituiti occultamente nelle provincie, ai quali incombeva di levar gente in caso di bisogno. (Nisco, vita di Ferdinando II). I liberali di Napoli fecero disegno anche sui beneventani, che adescarono con la promessa dell’annessione, antica nostra aspirazione. I cittadini più liberali ed operosi, e segnatamente i principali ufficiali della Guardia nazionale, agognavano ardentemente che si porgesse qualche occasione propizia all’annessione, ma essi erano con tutto ciò avversi a qualunque idea di rivoluzione, o di dar mano al partito che agitavasi in Napoli per tenere in fede il re, il quale sembrava propenso a cogliere qualsivoglia pretesto per non mantenere i patti. E fu perciò che il Comitato generale ritenne indispensabile di far capo ad altri uomini più arrischiati, e, con la lusinga anche di privilegi ed altro, riuscì nel fine che si era proposto. Salvadore Sabariani, discendente della nobilissima famiglia di quell’Ettore Sabariani che, per avere ucciso il governadore Andreoni, subì il taglio del capo, e che per una tale memoria di famiglia abborriva più che la morte il governo pontificio, accettò il periglioso mandato, e, circondatosi di uomini risoluti a porsi a qualunque cimento, compose un comitato, a cui dava mano il Barone Nicola Nisco, ed altri della Valle Caudina. E quando stimò che il momento fosse stato maturo, fece circolare tra i suoi amici una specie di proclamazione ai cittadini per incitarli alla rivolta. Però avendo inconsultamente confidato a qualche amico di Napoli il suo disegno, fu denunziato alla delegazione di Benevento da un tal Alessandro Perfetto, uomo devoto al governo pontificio, e per giunta delatore di mestiere, onde si ordinò la cattura del Sahariani e dei suoi fautori. Il marchese Andreotti, colonnello della Guardia Civica, avendo accettato l’incarico di eseguirla, si recò a tarda sera, seguito da molte Guardie Nazionali, e da taluni gendarmi a [p. 269 modifica]picchiare al portone del Sabariani, intimandogli l’arresto. Questi, a quell’ora, ignorando il nembo che gli si addensava sul capo, discorreva o congiurava con quattro dei suoi aderenti, e a quella intimazione si negò di aprire, adducendo a pretesto che l’ora era inopportuna, per cui si minacciò di appiccare il fuoco al palagio. Allora il Sabariani e i suoi amici diedero di piglio ai fucili, e nello stesso tempo si fece suonare a stormo la campana della prossima parrocchia di S. Marco, che comunicava col palagio, noto poi col nome di palagio incendiato, affine di adunare i congiurati, i quali, per non avere avuto sentore di nulla, non risposero all’appello, Gli assalitori dopo molti colpi esplosi da amendue le parti, vedendo ferita una guardia nazionale, ed ucciso un sergente del governo pontificio, a evitare una maggiore effusione di sangue, con materie combustibili ivi recate, appiccarono da più lati l’incendio al palagio, astringendo in tal modo Sabariani e i suoi seguaci a uscirne per mettere in salvo la loro vita. E nel dì seguente, cioè nel 16 aprile, si procedette alla cattura di altri 24 cittadini, ritenuti complici del Sahariani, i quali un mese dopo furono spediti in Roma, dove fu compilata a loro carico una lunga processura. Il Sahariani e gli altri quattro congiurati, che erano con lui nella notte in cui ebbe luogo l’incendio del palagio, accusati di aver tentato di cambiare la forma del governo, soggiacquero alla pena di morte, che fu poi commutata in quella dei lavori forzati a vita e gli altri per difetto di prova furono assoluti. Ma anche i primi acquistarono la libertà in Roma nel tempo della fuga di Pio IX, quando nella metropoli del mondo cristiano alla signoria del papa successe per poco il governo popolare, ma poi, rimesso il papa nell’antica potenza, furono nuovamente incarcerati. Tre di essi, tra i quali Sabariani, perirono nel carcere, e a due fu ridata la libertà nel 1859. (Giacinto de Sivo, Memorie storiche del regno di Napoli, dal 1847 al 1861).

Altra specie di rivolta, chi il crederebbe? ebbe luogo non molto dopo nel nostro Seminario Arcivescovile, ove insieme ai beneventani insegnavano alcuni professori [p. 270 modifica]forestieri. I loro alunni, nei quali erasi anche propagato lo spirito d’intolleranza, in una bella sera, provvedutisi di alcune armi, si fecero a gridare: fuori gli insegnanti forestieri; e recatisi in furia alle loro stanze, li avrebbero forse trucidati, poichè trapassarono coi coltelli le coltri e le lenzuola dei loro letti, se a quell’ora, benchè tarda, gli insegnanti, alla cui vita si tramava, non si fossero trovati assenti insieme al Rettore Capasso, il quale, giunto poco dopo con la Guardia nazionale, rimise subitamente l’ordine colla espulsione dei principali promotori di quel tumulto.

Pio IX nel 1850 rientrò in Roma, dopo il memorabile assedio, e immediatamente i gesuiti riaprirono in Benevento le loro scuole, e con sottilissima arte divennero quasi gli arbitri di tutto. Essi di maniere piacenti si acquistarono facilmente l’amore di non pochi giovani che esaltavansi al solo nome dei gesuiti, e per essere di austeri costumi guadagnatasi la fiducia di molti cittadini, e di ciò trassero profitto per mescolarsi nei più importanti affari di famiglia. Ma l’interesse assai più che la fiducia legava tanti padri di famiglia ai gesuiti, poichè essi solo volgean le chiavi del cuore de11 arcivescovo, il cui potere sovrastava di molto a quello dei delegati apostolici e del Comune, sicchè dalle loro occulte proposte derivava in gran parte il conferimento della maggior parte delle cariche civili e specialmente ecclesiastiche.

L’insegnamento dei gesuiti in quei tempi era in molte parti assai difettoso e inadeguato ai bisogni del tempo. Si studiava per quattro anni la grammatica latina con un autore in latino, cioè Alvaro, che fu assai tardi volgarizzato, pretendendosi che i giovani dovessero apprendere un ignoto mediante un altro ignoto. Il maggiore esercizio consisteva nella composizione dei versi latini, ma questo esercizio era del tutto meccanico, poichè ai giovani non si facevano notare le vere bellezze della poesia latina. Lo studio poi dell’italiano mancava del tutto, e anzi si dava a credere ai.loro alunni che i genitori li mandassero alla scuola unicamente per apprendere la lingua latina, e non solo mancava interamente lo studio dell’italiano, ma pur quello [p. 271 modifica]dell’istoria. Le scienze naturali insegnavansi altresì in latino, e nella stessa lingua doveano gli alunni ripetere le udite lezioni. Non può negarsi però che la metafisica si studiava con qualche fervore, e che l’usanza delle dispute mensili acuiva gli ingegni, ma con tutto ciò bisogna convenire che la forma di argomentare del tutto scolastica ostava al libero svolgimento dell’idea, onde il sofisma tenea luogo della verità; e al meccanismo della forma si posponeva il concetto. La matematica e la fisica, e massime quest’ultima, s’insegnavano discretamente, ed erano anche apprese con amore dai loro alunni. E infine a tutti gli indicati inconvenienti si aggiungeva l’abuso di porre in mano ai giovani per tutte le materie degli autori gesuiti, i quali non erano certamente i migliori; ma l’Ordine prescriveva che tutti gli insegnanti si attenessero a un tale sistema, poichè dallo smercio e dalla vendita dei loro libri desumevano i gesuiti la più cospicua delle loro entrate. Insomma l’insegnamento dei gesuiti era pesante e meccanico, ed essi miravano assai più a tenere occupati i loro alunni in quasi tutte le ore del giorno, affinchè non si pervertissero nei costumi, che a renderli, quanto più fosse stato loro possibile, istrutti nelle materie insegnate.

Se non che col tempo i gesuiti modificarono alcun poco il loro sistema d’insegnamento, e a impedire che i giovani, sviati dalle loro scuole, frequentassero quelle degli scolopii, che in quel tempo si atteggiavano a liberali, concessero alcun che di quanto era richiesto dalla mutata condizione dei tempi. E perciò mitigarono il rigore dell’antica disciplina, smisero la istituzione dei luigini, che la gioventù d’allora volgea in derisione, e in quanto ai libri patriottici ed erotici, si limitarono a sconsigliarne ai giovani la lettura, subordinando sempre l’istruzione al buon costume e ai loro fini politici. E siccome il nostro municipio protestò che non avrebbe continuato a concedere ai gesuiti il sussidio di ducati 1500 a cui si obbligava nel 1825, se non a patto che avessero alle altre scuole aggiunta anche quella di legge, fu per questo fondata nel collegio dei gesuiti una cattedra di dritto civile e penale, e [p. 272 modifica]v’insegnarono i Signori Francesco Manciotti e Giovanni Carifi, giudici supplenti del tribunale pontificio di Benevento.

Al monopolio della pubblica istruzione, affidata interamente ai frati, si contrapponeva in qualche modo il privato insegnamento, che educava i giovani a severi studii. E niuno ignora come a quei tempi era in fiore in tutto il regno, e specialmente in Napoli, la privata istruzione; e che mentre la stessa Università non riusciva utile che solo ai medici, agli avvocati, e a qualche ingegnere di ponti e strade, i nostri più insigni legisti, dottori, filosofi, e critici uscivano dalle scuole private del Genovesi, del Cotugno, del Galluppi, del Niccolini, del Savarese, del Puoti, di Francesco de Sanctis, e di altri elevati ingegni, e ciò che si avverava nelle provincie del regno di Napoli, avea luogo, fatte le debite proporzioni, anche in Benevento.

Nè era meno biasimevole l’amministrazione della Giustizia. Le leggi o non erano eque, o non assecondavano il progresso dei tempi; e l’eguaglianza civile dei cittadini si vedea violata dai privilegi del Clero, e da un tribunale eccezionale presieduto da ecclesiastici. Le decisioni dei supremi tribunali si accettavano senza esame in tutte le controversie, onde la giurisprudenza soffocava la logica, il raziocinio e il buon senso. E sebbene fiorissero allora in Benevento acuti e valenti legisti, pur tuttavia lo studio delle leggi, che salì in Napoli a tanta eccellenza, e che ivi facea via agli onori e alle dovizie, in Benevento era arido e fastidioso, e non dava speranza nè di distinte cariche, nè di lucri lusinghieri.

Il commercio era stato del tutto sviato, e si ritenea per un raro avvenimento la venuta in Benevento di qualsiasi forestiere, e quindi le feste religiose, i litigi e le gare che ne seguivano furono in quei tempi i più memorabili avvenimenti di una città sì famosa in tutti i secoli. E per allegare di ciò qualche esempio mi limiterò a un solo, il quale, o ch’io m’inganni, parmi sufficiente ad attestare la verità di quanto ho asserito. Era nata da tempo una gara di preminenza tra i due collegi di S, Spirito e di S. Bartolomeo, pretendendo i canonici di S. Spirito, i quali nelle processioni soleano [p. 273 modifica]procredere a mano sinistra, di essere anteposti agli altri per la maggiore antichità e splendore del loro collegio, e si continuò, per sostenere una tale pretensione, una causa già introdotta qualche secolo prima nei supremi tribunali di Roma, e che va annoverata tra le cause celebri discusse nel foro romano, per la quale si spesero ingenti somme; finché il governo ecclesiastico, non trovando altro modo per mettere di accordo le parti contendenti, ordinò che il dritto di tenere la destra nelle processioni fosse alternato tra i due collegi.

E a questi mali aggiungeasi l’abbandono dell’agricoltura — per appartenere ai luoghi pii il diretto dominio di quasi tutti i latifondi del contado di Benevento — il pericolo che sovrastava agli enfiteuti di non poter conseguire, nel caso di devoluzione, il prezzo dei miglioramenti apportati ai fondi per lungo volgere di anni; e in fine la conservazione dei fidecommessi, le quali cose non rendeano possibile qualsiasi miglioramento.

Il Municipio, privo di entrate, destituito d’ogni potere, e ridotto a una larva di ciò che era stato in tempi più remoti, se per imprendere qualche pubblico lavoro avesse tentato di sottoporre i cittadini a qualche balzello, non gli sarebbe riuscito di venirne a capo, per la povertà del popolo, e i sottilissimi lucri di tutti coloro che attendeano alle industrie, e all’esercizio delle professioni e delle arti meccaniche. E ciò per l’appunto si avverava nella popolare sommossa del 1855.

Il Comune avea stipulato l’appalto del nuovo teatro, della riattazione e vasolazione dei Corso, e di altre opere pubbliche di minor rilievo, ma giudicate dalla rappresentanza municipale indispensabili al decoro del paese, e per sopperire alla spesa erasi creduto di aggiungere agli antichi assai lievi balzelli un nuovo dazio. I commercianti, ai quali riusciva gravoso quel dazio, rifiutaronsi di pagarlo, e si ribellarono apertamente alla ordinanza municipale, per modo che si procedette alla cattura dei caporioni della sedizione: però il dì seguente il popolo trasse a levarli dal carcere, e quasi in trionfo li restituirono alle loro famiglie. Per un tal fatto fu spedito da Roma in Benevento un battaglione [p. 274 modifica]di soldati di fanteria, poichè la scarsa guarnigione che vi stanziava non era stata sufficiente a mantenere l’ordine pubblico, e indurre i cittadini ad osservare la legge. E allora furono di nuovo incarcerati i riottosi commercianti, ma non andò molto che, per la interposizione del cardinale Carata, a cui ricorse il popolino, essi riacquistarono la libertà, senza essere stati sottoposti a regolare procedimento giudiziario. E siccome in quell’occasione si fece correre una voce infondata che qualche consigliere comunale, a trarre dei vantaggi dai lavori pubblici già in parte eseguiti, erasi messo in riprensibile accordo coll’appaltatore, a fine di esagerarne i prezzi; così il governo pontificio, a dissipare qualsiasi sospetto o malcontento nel popolo, ordinò un’inchiesta sulle intraprese opere pubbliche, e, non pago di ciò, compose un nuovo consiglio comunale di persone assai le patate, e scelte imparzialmente da tutte le classi della cittadinanza, per provvedere ai bisogni del paese, e rassicurare il pubblico in quanto al regolare andamento dell’amministrazione municipale.

Nè il danno derivato ai cittadini dal loro totale isolamento potea ritenersi in parte compensato dalla vicinanza di Benevento alla metropoli del regno delle due Sicilie; dacchè Ferdinando II, dopo i fatti del 1848, tutto assorto nei pensieri della propria sicurezza, e inteso unicamente a prevenire e mandare in fumo i disegni dei liberali per sommuovere i suoi stati, avea in odio la città di Benevento, perchè giudicava che fosse l’asilo di tutti i regnicoli pedinati dalla polizia e ricettacolo di congiure, e tentava sempre più desolarla, sviandone ogni rimasuglio di commercio.

Ma appunto per questi suoi timori Ferdinando II ambiva ardentemente il possesso di Benevento, ed ebbero luogo a tal fine delle lunghe pratiche col governo pontificio, le quali, malgrado lo studio posto a tenerle celate, trasparirono abbastanza, e i beneventani esultarono nella speranza di veder finalmente esauditi i loro desiderii. E si fece credere ancora che il re di Napoli, stimando certa omai la cessione di Benevento, divisasse di elevarla a capoluogo di una florida [p. 275 modifica]ed estesa provincia, e che ne avesse già disegnati i confini. Ma ciò non ostante la intrapresa convenzione dopo qualche tempo andò a monte, poiché il governo papale pretese in cambio di Benevento, come permuta, la città di Aquila, posta al confine dei territorio pontificio, e a questo Ferdinando II. non volle giammai acconsentire.

Con lo svanire di tale speranza crebbe il malcontento dei beneventani, e specialmente dei giovani, ai quali era tolto ogni mezzo di occupare posti distinti in qualsiasi carriera. In sì misera condizione di cose non fruivano i beneventani che di due soli vantaggi, troppo scarso compenso a tanto cumulo di mali. Il primo vantaggio era riposto in una certa misura di libertà civile non conceduta ai napoletani, gementi allora sotto il giogo d’un immane governo, che ascriveva a colpa nei sudditi anche i semplici desiderii d’un libero reggimento. Nondimeno se, nei limiti del territorio beneventano, non era pei cittadini un delitto l’amor di patria, come nelle province del reame di Napoli, ed anzi poteano essi dir corna del re e del papa senza darne conto ad alcuno, guai però a chi, lungi un palmo dai nostri confini, si fosse attentato di parlare in modo irriverente del re di Napoli, o avesse accennato a qualche speranza di risorgimento nazionale.1 Ma se, fino a un certo segno, non era inceppata in Benevento la libertà della parola era per lo contrario del tutto schiava la stampa, stante la duplice censura preventiva, cioè la governativa e la ecclesiastica. Con tutto ciò non può negarsi che tornava facile eludere in ciò la legge e infischiarsi di tutto, col porre sotto il titolo dell’opera il nome di una lontana o straniera tipografia, poiché in tali casi niuno si dava la briga d indagare la verità del fatto, e in questo modo potè [p. 276 modifica]eseguirsi in Benevento la ristampa delle opere del Gioberti e di altri scritti assai celebrati in quel tempo.

Il secondo vantaggio, chi il crederebbe? consisteva nella quasi libertà del contrabbando dei tabacchi. Egli è noto che i tabacchi del beneventano, non meno decantati di quelli di Lecce, costituivano allora la prima industria dei cittadini. E siccome tale privativa erasi conceduta dah governo in appalto a privati; così lo stato non davasi alcun pensiero di provvedere energicamente alla repressione del contrabbando del tabacco, addivenuto ornai tradizionale in Benevento. E da ciò nacque che anche i cittadini di chiari natali, o ricchi di censo, e gli stessi magistrati ed ecclesiastici di fama irreprensibile, allettati dalla certezza di un subito e pingue guadagno, non si astenevano], dall’acquistare e vendere furtivamente del tabacco in contrabbando, poiché la pubblica opinione non apponeva a colpa Un tal fatto; nè i cittadini riteneano che l’acquisto e la vendita di nascosto di un tal genere di privativa, che era per essi l’unica industria concessa dalle loro condizioni politiche, fosse stata cosa contraria alla moralità e alle leggi. Laonde non è a stupire se il popolo beneventano, contristato da tante sciagure, non potendo riporle alcuna speranza di miglioramento nel governo pontificio, anelasse a mutare signoria; se svolgesse l’animo di continuo al lontano Piemonte, unico propugnacolo in quei giorni della libertà italiana; se tenesse dietro con un fremito di speranza ai fatti che seguirono la spedizione, di Crimea; e se infine fosse stato quasi il primo tra i popoli del mezzodì d’Italia ad aspirare ali’ unità nazionale.


Note

  1. E infatti un mio germano, a nome Domenico, per alcune ardite parole che volse nel prossimo comune di Apice a certi contadini adunati sul sacrato di una chiesa, mentre suonava a messa, addivenne segno alle persecuzioni del governo napoletano, che ne chiese inutilmente la consegna, sicché per evitare danni maggiori credette indispensabile di preserp tersi spontaneo nel carcere, ove languì per più anni.