Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo XVI

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Capitolo XVI

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CAPITOLO XVI.


Gioacchino Murat re di Napoli, mentre i disastri di Napoleone apparecchiavano nuove mutazioni politiche, sollevando l’animo alla speranza di conseguire per sè la corona d’Italia, si sottrasse del tutto dalla dipendenza della Francia, e si dichiarò ribelle all’imperadore dei francesi. Poscia, bramoso di attuare al più presto possibile il suo disegno, stimò di cominciare dalle imprese più agevoli per farsi strada alle più ardue, e sullo scorcio del gennaio dell’anno 1814 mandò alcune milizie sotto il comando del sig. Catenacci ad occupare la città di Benevento, e poco dopo spedì il cav. De Tommasi con la qualità di commissario a prenderne in suo nome il possesso; il che venne effettuato con un verbale del dì 15 febbraio dello stesso anno. L’egregio governadore Beer, fidissimo com’era al suo principe, non si rimase dal protestare per la violenza usata da un re, elevato a un tal grado dall’imperadore, contro il primo ministro della Francia. Ma le sue proteste tornaron vane, per cui gli fu forza di lasciare Benevento, dando fine in tal modo al governo di Talleyrand, la cui durata fu di anni sette e mesi otto. Tutte le annue entrate riscosse sotto tale dominazione consistettero in ducati 347080, e le spese in ducati 214684. L’avanzo della rendita fu versato nell’erario del principe, tranne ducati 1219 che furon presi dai ministri di Murat. Gli annui balzelli non furon gravi nel nostro ducato come nel reame di Napoli, e i cittadini erano esenti dalla coscrizione, onde gran numero di forestieri pose stanza in Benevento, il che contribuì ad elevare il valore delle abitazioni e delle terre. L’abolizione del privilegio di portare le armi, la severa vigilanza di un [p. 252 modifica]tribunale di polizia, e l’esatta amministrazione della giustizia penale resero infrequenti le risse, rarissime le uccisioni. La costruzione di opere pubbliche e private, il favore dato alle industrie ed al commercio fecero in poco volgere di tempo più opulenti i cittadini, e tolse affatto la mendicità. E se a tutto ciò aggiungeremo le blandizie del governo, le feste, 1 oblio del passato, le leggi larghe, la facile amministrazione, non tasse nuove, ma anzi diminuzioni delle vecchie, non ceppi all ingegno e al commercio, e sicuro il paese, fa d uopo convenire che si vivea in quei tempi assai bene e lietamente.

Inoltre Murat conservò tutte le buone istituzioni fondate da Talleyrand, senza innovare cosa alcuna; mantenne nel lor posto i magistrati civili, militari ed amministrativi, e serbò il liceo del Principato come al tempo di Talleyrand. E anzi può ritenersi che fu quella (mi si conceda l’espressione) 1 età dell’oro del nostro liceo; poichè i professori insegnavano con passione, e le scuole erano frequentate da gran numero di allievi. In esso, oltre i forestieri, erano addetti all’insegnamento tre professori di Benevento, e furono Barbato Mutarelli per il dritto civile, Filippo Cosentini per le belle lettere, e Gaetano la Valle per la chimica, e in quelle scuole studiarono dei giovani, che poi onorarono il nostro paese, come il prof. Saverio Sorda ed altri.

Caduto Murat nel 1815, le armi del monarca austriaco occuparono il regno di Napoli e con esso Benevento, di cui l’imperadore, per mezzo del barone de Laderer, prese possesso nel giorno 11 giugno 1815, e vi destinò per governadore Carlo Ungaro duca di Monteiasi, intendente della provincia di Principato Ultra. E quasi nel tempo stesso il pontefice, per opera del suo ministro plenipotenziario il card. Ercole Consalvi, inviato al congresso di Vienna, era reintegrato ne suoi antichi dominii, e poco dopo il possesso delle altre provincie, prese anche quello di Benevento per mezzo del suo rappresentante Mons. Luigi Bottiglia da Torino, col consenso. del duca di Monteiasi, a cui erano stati [p. 253 modifica]conceduti ampissimi poteri dal conte Sauran in quel tempo ministro imperiale.

Tornata la città di Benevento nel dominio dell’apostolica sede, con la cooperazione dello stesso principe Talleyrand, fu essa retta da Monsignor Bottiglia con la qualità di primo delegato, e vi fu stabilito un governo provvisorio che con poche variazioni serbò precariamente il medesimo ordine di cose. Ma nel giorno 6 luglio 1816 fu pubblicato il Motu - proprio del pontefice Pio VII, che intese a stabilire su basi uniformi un nuovo sistema di leggi civili e di pubblica amministrazione. Si fondò un tribunale di prima istanza col Presidente e due giudici, ed un tribunale correzionale composto di cinque giudici, cioè di Mons. Delegato presidente, di due assessori civili e criminali, destinati all’amministrazione della giustizia civile e punitiva per le cause minori, di un giudice del tribunale civile, e di uno dei quattro componenti la congregazione governativa, della quale bisognava udire il parere in tutti gli affari di qualche importanza che riguardassero la pubblica amministrazione. Fu istituito altresì un consiglio di quarantotto membri per deliberare intorno agli affari di comune interesse, e fu creata una speciale magistratura, composta di un capo col titolo di gonfaloniere, e di sei altri giudici, che presero il nome di Anziani, a cui si commise di prender cura esclusivamente dell’amministrazione comunale. Il Consiglio deliberava colr approvazione dei delegato e della Congregazione del Buon governo, e di altri superiori dicasteri secondo le diverse materie, e alla magistratura spettava di far eseguire le deliberazioni dal Consiglio. E oltre a ciò il Motu -proprio conteneva un titolo di legislative disposizioni rispetto alle successioni che modificava sostanzialmente il codice giustinianeo chiamato in osservanza. Facea ancora difetto un codice inteso a stabilire metodi di procedura adatti alla forma dei nuovi tribunali, e vi fu provveduto con altro motuproprio del 22 novembre 1817. E fu ancora pubblicato un codice penale col titolo di Bandi Generali, con cui fu rifermata l’abolizione delle torture, avanzo di età barbara,

[p. 254 modifica] La tranquillità dei beneventani non fu durevole, imperocchè nuovi fatti sovvertirono quell’ordine di cose e mutarono nuovamente la forma del governo. I liberali erano in quel tempo assai numerosi e potenti nel napoletano, e, perchè le persecuzioni, cui furon segno, li astringeva a convocarsi di notte in luoghi remoti, furon detti carbonari, essendo usanza di costoro di lavorare nel fondo dei boschi e nelle forre dei monti. Essi non erano settarii religiosi, come si ritenne dal Bresciani, e da altri scrittori di partito, ma uomini d’animo nobile e Indipendente, che aspiravano alle libere forme di governo e all’unità nazionale. La rivoluzione ebbe principio in Napoli sull’alba del due luglio 1820; e siccome anche in Benevento ferveva lo spirito di rivolta, così prima dell’entrata del Pepe in Napoli si manifestò anche tra noi l’insurrezione, che parve quasi intempestiva alla maggioranza dei cittadini. Essa tolse occasione da un tafferuglio che ebbe luogo tra i carabinieri pontificii, che aveano stanza in Benevento, ed un cittadino. I carbonari, di cui non era scarso il numero nella città, vi presero parte, e la zuffa degenerò in un’aperta sedizione, in cui furono morti lo stesso provocatore della sommossa e tre carabinieri. Nel giorno 6 luglio fu proclamata anche in Benevento la costituzione, e inalberata la bandiera tricolore. Caduto in tal modo nuovamente il regime pontificio, fu mandato in Roma, senza modi violenti il delegato Mons. Olivieri, a cui tenne dietro il corpo dei carabinieri. Il governo tu affidato a 10 cittadini di specchiata probità e di molto senno, i quali assunsero il sovrano potere, e, risedendo nel palagio apostolico, non solo intesero a infrenare gli eccessi del popolo, ma benanche a pubblicare savie leggi. E presero anche a stabilire tribunali con le forme adottate nel decennio, a sopprimere luoghi pii e conventi, e a conferire degli impieghi. Ma in appresso il Consiglio, persuaso di non poter da solo reggere la città di Benevento, divisò di annetterla al reame di Napoli, e a tal fine spedì alcuni deputati al parlamento nazionale istituito nella metropoli del regno delle due Sicilie; ma i rappresentanti del parlamento per lodevole prudenza rifiutarono l’offerta, [p. 255 modifica]È fa perciò che la provincia di Benevento si tenne indipendente, in balia di sè medesima, e il Consiglio, a impedire qualsiasi disordine, ordinò un reggimento di soldati di fanteria sotto il comando del mio avo sig. Biagio dei conti Isernia, capo dei carbonari di Benevento, che tolse il titolo di colonnello, e il quale non di rado, a sue spese, stornò il popolino da ogni idea di saccheggio, e di attentare alla proprietà dei privati, mantenne l’ordine pubblico, preservò illesi da qualsiasi oltraggio in momenti difficili gli ecclesiastici, e specialmente l’arcivescovo Spinucci e i gesuiti, e, (scrivo cose note a tutti), si rese benemerito in tanti modi della patria.

Ma non trascorse assai tempo che, invasa Napoli dalle armi austriache, ed abolita ivi la costituzione, due reggimenti di ungheresi e di croati occuparono Benevento nel giorno 23 marzo 1821, e abbattuto il vessillo tricolore vi sostituirono l’insegna pontificia, e la città tornò all’ubbidienza della santa sede. Ai gregarii del partito liberale il papa fu liberale di perdono, limitandosi a mandare in bando i capi, meno il colonnello Isernia per la sua probità, e per il bene operato allorchè tenne il comando militare di Benevento. Con tutto ciò quel benemerito patriota, accusato indi a poco da alcuni malevoli di cospirare nuovamente contro lo stato, fu tenuto prigioniere in Roma, però non andò molto che con un pubblico giudizio venne dichiarato innocente del delitto che gli si era apposto di perduellione, ma per misura dì pubblica sicurezza fu rilegato per più anni a Velletri.

Inoltre Pio VII stabilì che una Commissione accertasse la vera misura dei danni apportati all’Erario pubblico, ai conventi, agli impiegati, e agli altri cittadini, per conseguirne la reintegra. E poco dopo tutti i religiosi, espulsi dopo il 5 luglio, fecero ritorno in Benevento, e rientrarono nei loro conventi, e gli scolopii aprirono due scuole elementari, e un’altra di belle lettere. Poscia l’arcivescovo Spinucci addisse alla pubblica istruzione i padri Somaschi della Congregazione di S. Maiolo nello stesso collegio dei gesuiti, se non che essi non fecero buona prova, e dopo breve tempo [p. 256 modifica]lasciarono la città, e si chiuse un’altra volta il nostro liceo.

Nel 19 agosto 1823 passò di vita il pontefice Pio VII, e gli successe Leone XII che ascese al pontificato il giorno 28 settembre 1823. Questo pontefice il giorno 3 maggio 1824 nominò arcivescovo di Benevento il card. Giovan Battista Bussi, per essere trapassato l’arcivescovo Spinucci nel 1 gennaio 1823. Fu prima cura di questo arcivescovo di esporre al papa le misere condizioni della pubblica istruzione in Benevento, e di caldeggiare il ritorno dei gesuiti. E costoro, per le premure del Bussi, e in virtù di una bolla, con la quale si dava esecuzione al rescritto pontificio del 21 novembre, presero di nuovo il possesso, nel giorno 31 decembre detto anno, della chiesa e del collegio con tutte le sue entrate. Inoltre fu statuito che altri ducati 1500 si dovessero in ogni anno pagare dal Municipio ai gesuiti sulla gabella del vino; onde metter su la somma di ducati 3000 che si giudicava indispensabile per il mantenimento almeno di 15 padri con la condizione che dalla detta somma si dovessero togliere, finchè non si fosse disposto altrimenti, ducati 220 per le spese necessarie all’apertura delle scuole dei primi rudimenti delle lettere pei poveri dei villaggi circostanti. E i gesuiti, annuendo a tale condizione, nel giorno 7 gennaio 1825, riaprirono le loro scuole alla pubblica istruzione. E nello stesso anno il card, arcivescovo Bussi congedò i maestri del Seminario, ordinando che tutti i seminaristi frequentassero le scuole dei gesuiti, ed invano si protestò più volte per questi inopportuni provvedimenti.

Nell’anno 1826 si verificò il trasferimento dei cappellani della confraternita del Monte dei morti dalla chiesa del Gesù a quella, fino a quel tempo chiusa, di S. Teresa dei padri Carmelitani Scalzi, mediante il pagamento, per via di restituzione al Monte, di quei medesimi ducati 500 che il medesimo aveva pagato ai gesuiti nel 1648 per l’acquisto dell’altare, della sepoltura e di altri dritti. E così la chiesa del Gesù ed i gesuiti furono esenti da una servitù e soggezione addivenuta quasi incomportabile, massime per i continui seppellimenti ilei confrati defunti. Indi nel 1827 Leone XII, dopo [p. 257 modifica]la morte del Cardinal Fabrizio Ruffo, abolì l’antichissima Badia di S. Sofia di Benevento, della quale lo stesso Cardinal Ruffo era abate commendatario, e ne annesse le entrate al collegio dei gesuiti coi possesso della chiesa e del monastero, che poi i gesuiti cedettero nel 1834 all’arcivescovo Bussi, per fondarvi una casa dei fratelli delle scuole cristiane.

Non si fece luogo ad alcuna innovazione, in quanto alle leggi politiche, amministrative e giudiziarie, pubblicate prima dell’ultima rivoluzione da Pio VII, e solo quando ascese al pontificato Leone XII, questi con diversi motu-proprio apportò alcune riforme alle precedenti leggi. Vennero anche fondate due così dette Podesterie, una nel comune di S. Leucio, e l’altra in quello di S. Angelo a Cupolo, alle quali aggregaronsi diversi collegi. La nomina dei due Podestà era riservata al Delegato con l’approvazione del cardinale Prefetto della S. Consulta. I Podestà emettevano dei giudicati nelle controversie pecuniarie di poco rilievo, e negli affari correzionali. L’amministrazione della giustizia civile era in Benevento affidata ad un Pretore, il quale decideva in prima istanza tutte le cause di limitato valore, ed in grado di appello le cause trattate dall’assessore civile, a cui era commessa la decisione delle cause di danno, di mercedi, di sommarissimo possessorio, e delle quistioni che nascevano nelle fiere e nei mercati, purché il valore di esse non fosse stato maggiore di scudi trecento.

L’amministrazione della giustizia punitrice era affidata ad un tribunale composto di cinque giudici; cioè dal delegato Presidente, dai due assessori, dal Pretore, e do uno dei consiglieri comunali eletti dal sovrano. Questo tribunale giudicava in prima istanza tutte le cause dei delitti più gravi, e in grado di appello quelle trattate dall’assessore comunale. L’amministrazione municipale era regolata da un consiglio composto di 48 consiglieri, compresi i magistrati, e il quale si divideva in due sezioni. I patrizii, i nobili viventi, e i cittadini appartenenti a cospicue famiglie costituivano la prima sezione, e tutti gli altri, esclusi solo coloro che [p. 258 modifica]esercitavano le arti più vili, la seconda. La magistratura comunale era presieduta dal suo capo col titolo di gonfaloniere, il quale durava in carica un triennio.

Fu pubblicato da Leone XII un nuovo codice di regolamento giudiziario per le controversie forensi, e lo stesso pontefice introdusse in Benevento il dazio fondiario, del quale la città era stata sempre esente. Questo stato di cose durò finché visse Leone XII, ma assunto al pontificato Gregorio XVI furono eseguite nuove riforme. In primo luogo si fondò una congregazione governativa composta di quattro consiglieri, con la facoltà di coadiuvare nelle deliberazioni amministrative il delegato, il quale la convocava coll’intervento di un segretario generale, che da lui esclusivamente dipendeva. Fu anche pubblicato un nuovo codice penale e un nuovo regolamento di procedura civile e criminale, coll’aggiunzione di alcuni provvedimenti legislativi che concernevano lo stato delle persone, le successioni e gli atti di ultima volontà, i fedecommessi, i contratti, i privilegi e le ipoteche. Fu pure emanato un nuovo editto sull’ordinamento amministrativo delle provincie e dei comuni, e intrapresa una riforma riguardante il numero e le classi dei magistrati e consiglieri comunali. Sotto il governo di Leone XII nel novero dei 48 consiglieri si comprendeva anche la magistratura, ma il pontefice Gregorio, pur conservando un tal numero di consiglieri, ne escluse i magistrati.

In proceder di tempo la rappresentanza comunale rimase composta di nove cittadini che si dissero anziani con un capo che prese il titolo di Gonfaloniere, il quale era scelto tra le famiglie più chiare per natali e beni di fortuna. Gol nuovo ordinamento giudiziario al Pretore fu sostituito un tribunale collegiale composto di un presidente, e di due giudici titolari per le cause civili, e questo medesimo Tribunale coll’aggiunta di due supplenti decideva anche le cause penali. Esso nelle cause non eccedenti la sua competenza giudicava da tribunale di prima istanza, da tribunale di commercio negli affari commerciali, e da tribunale di appello nelle cause civili e penali decise dall’assessore legale, il quale era stato surrogato ai due [p. 259 modifica]assessori civili e criminali, per essersi congiunte in esso le due facoltà. I reclami contro le sentenze del tribunale di prima istanza erano discussi in Roma. Formavano infine parte del tribunale un difensore dei poveri nelle cause penali, un procuratore fiscale e due possidenti.

In questo periodo di tempo fu illustrata Benevento dal celebre Cardinal Bartolomeo Pacca.

Bartolomeo Pacca nacque di donna di casa Malaspina, di quella casa cotanto celebrata da Vincenzo Monti, e cinque secoli prima di lui dal divino Alighieri, il quale ne consegnò le lodi ad alcuni versi, che saranno sempre il più splendido ed invidiato monumento di gloria pel nobilissimo casato de’ Malaspina.

Dal pregio della spada in fuori, unico non rispondente al suo stato ecclesiastico, che il Pacca preferì a quello di cavaliere di Malta dove l’aveano iniziato, in lui era ogni altra eccellenza di merito celebrata nei versi del divino poeta. Egli ancor giovinetto tolse ad emulare nelle azioni e nella vastità degli studii il suo prozio Mons. Francesco Pacca, onde presto venne in voce di bello ingegno, e in tanta stima del pontefice Pio VI che, nell’età di soli anni 28, lo creò arcivescovo di Damiata e Nunzio Apostolico al Tratto del Reno in Colonia. Scoppiò a quei dì la famosa rivoluzione di Francia, ed il Pacca usando frequentemente coll’alta nobiltà, che fuoruscita migrava a stormo in quelle remote contrade potè nei suoi ragguagli alla Santa Sede presagir di buona ora non pure la infelicissima fine della reale famiglia, ma eziandio quali e quante si preparassero mutazioni politiche in Europa. Il pontefice lo assunse nel febbraio del 1794 alla nunziatura di Portogallo, e l’appressarsi delle vittrici armi repubblicane di Francia costrinse il Pacca ad accelerare la sua partenza. Tornato in Italia vide Venezia e la sua antica grandezza vicina a sommergersi, qual nave senza timone, e accolto in Roma con singolare esultanza dal papa, nel maggio del 1795 salpava per Lisbona. Ivi ebbe onorificenze di ricevimento e doni senza fine, ma nessuna influenza, poichè prevalevano i ministri gianseniani; finchè un [p. 260 modifica]dispaccio della romana repubblica lo avvisò del cittadino governo sottentrato al papale, e dai pubblici fogli seppe la cattività, l’esiglio e la morte dell’ottuagenario papa suo benefattore. Al morto pontefice ordinò pompa di esequie con istraordinario apparato, e v’intervenne la Corte, e poscia eletto pontefice nel conclave in Venezia Pio VII, questi nella prima generai promozione il nominò cardinale. Lasciata allora Lisbona, il Pacca andò a visitare la inespugnabile Gibilterra e ottenne ivi onorevoli accoglienze dai principi inglesi, e venato poi a Roma trovò nuova corte a lui non punto gradita. Sette anni visse ivi solitario e tutto inteso agli studii, quando sopravvennero quei preveduti avvenimenti che alla fine l’indussero ad accettare la carica a quei dì veramente grave di Segretario di Stato. Nella notte del 6 luglio 1809 fu arrestato il pontefice, e con lui anche il ministro. Andò compagno all’augusto prigione fino a Firenze, e colà, divisone a forza, quegli a Savona, ed egli fu trasferito al forte di Fenestrelle, carcere de’ più orrendi in cui si espiassero i delitti di stato.

Nè alcuno vi sia che ritenga estraneo Napoleone alla prigionia del Cardinal Pacca, poichè egli non ignorava che l’illustre porporato era l’ispiratore della resistenza della corte papale, e stimò utile separare il pontefice dal più animoso dei suoi consiglieri. E infatti in una sua lettera diretta al Ministro della polizia il 18 luglio 1809 scrivea; — «doversi arrestare il cardinale Pacca, e lasciare queto il papa.... Il cardinale Pacca sia rinchiuso in Finestrelle; e fategli sapere che se vi sarà un solo francese assassinato per le sue istigazioni, gli farò tagliare la testa.» E Bonaparte non avrebbe certamente esitato ad effettuare le sue minacce, poichè fu uno dei sovrani più violenti, e ne fan prova le sue cieche proscrizioni dopo la macchina infernale, e più ancora la nefanda morte dell’innocente e infelice duca d’Enghien che ei fece moschettare nella fossa di Vincennes. (Gazzola, Mellusi.)

Dopo la campagna della Russia, il Pacca, recuperata la libertà, si reca a Fontaineblau, vede Napoleone, e insieme ai [p. 261 modifica]cardinali caduti in disgrazia, per avere riprovato il matrimonio dell’imperadore con Maria Luisa, torna in Roma, e riprende l’opposizione per annientare il celebre concordato di Fontainebleu. Partito poi per il congresso di Vienna il cardinale Consalvi, stato già suo strenuo compagno nella lotta contro la potenza napoleonica, Pio VII commetteva provvisoriamente alle mani del Cardinal Pacca, già creato Camerlengo della Romana Chiesa, le redini dello Stato.

Accaduta la catastrofe di Waterloo, piacque al papa dilungarsi da Roma insieme al Cardinal Pacca, dopo di aver affidata ogni cosa al cardinale della Somaglia presidente della Giunta di Stato. Nè molto andò che il Pacca fece col pontefice ritorno in Roma, e venuto di Vienna il Cardinal Consalvi gli rimise la Segreteria di Stato, volgendo ogni sua cura ad esercitare la carica di Camerlengo, da cui gran parte della interna amministrazione dipendeva. Con sue notificazioni ordinò le dogane e le poste, e la seminazione dell’agro romano, provvide al marittimo commercio dei sudditi pontificii, e in breve tempo rimise in fiore la marina mercantile, e ristaurò i più preziosi monumenti, tra i quali sonda noverare i superbi affreschi di Raffaello nel tempio della Pace. A tanta mole di affari gli bastò tutto il pontificato di Pio VII, avendo rinunziato ad ogni alta sua carica in quello di Leone XII, che dolcemente gli fece obbligo di accettare la dateria. Nel 1829, salito a grado e dignità di decano del S. Collegio e di vescovo d’Ostia, ebbe a consacrare nella chiesa di S. Pietro il novello pontefice Gregorio XVI. Non ebbe nome e giurisdizione di principe, ma con beneplacito sovrano prese titolo e qualità di legato apostolico. Velletri per opera sua divenne capitale di legazione popolosa e centro di esteso potere amministrativo e giudiziario. Nè mai accadde che personaggi di alto grado per nobiltà di casato e pei merito di ingegno, italiani e stranieri non visitassero in Roma il Cardinal Pacca. Egli come Pio VII si infermò per una caduta nella propria stanza, che gli produsse forte contusione al femore, per la quale muovevasi a stento e con dolore. Dopo cinque mesi circa dalia caduta fu preso da un [p. 262 modifica]brivido come di febbre, resse qualche settimana, ma alla fine ebbe a giacersi nel letto, e dopo 17 giorni di penosa malattia d’infiammazione al petto e violentissima febbre continua, nulla giovando gli argomenti dell’arte, s’addormentò nel Signore, lasciando al mondo rari esempi di virtù, e fama di dottrina. La sua morte fu rimpianta da tutti, e preclari ingegni in Italia e fuori ne esaltarono le virtù e la dottrina.