Istorie dello Stato di Urbino/Libro Secondo/Trattato Primo/Capitolo Terzo

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Libro Secondo, Trattato Primo, Capitolo Terzo

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CAPITOLO TERZO.

Di Fano Cittá della Fortuna.


Ne gli estremi della Metaurense pianura, nel precedente Libro descritta, vicino al luogo, dove l’Arzilla sgorga, con arenoso piede le sue poche acque al mare, campeggiar si vede, di sontuosi edificij, & di torreggianti moli adorna la bella, ed antica Città di Fano; la quale, come per la nobiltà sua rendesi al Mondo famosa, cosi da gli Scrittori ne i Volumi loro, viene con encomi degni celebrata, come da Pomponio Mela de situ orbis, da Strabone nella Geografia, da Plinio nella sesta Regione d’Italia, da Cesare nel primo delle guerre Civili, da Tacito nel decimo dell’Historie, da Claudio Tolomeo nella Tavola sesta d'Europa, da Pio Antonino nell’Itinerario, da Agathias nelle guerre Gotiche, da Procoplo nel terzo Libro delle medesime, da Nicolò Perotti nel Cornucopia, da Flavio Biondo nell’Italia illustrata, da Leandro Alberti nella Descrittione dell'istessa, da Francesco Panfili nel suo decantato Piceno, e da mille altri, che per non tediar chi legge, nella mia penna si lasciano. Ne da picciol cagione furono indotti questi si altamente à ragionar di Fano, testimoniando quanto di esso scrissero le ruine de gli edificij eccelsi, che sino al giorno presente si scorgono in quel sito; & in particolare (al riferir del Nolfo, & del Bolgaruccio, che ambi di questa Patria loro egregiamente scrissero) si veggono i fondamenti del Tempio illustre à tutto il Mondo noto della Dea Fortuna: si come da ogni sua Provincia vi concorrevano à sacrificar i popoli; per fermar à i voti loro l’instabil Dea; e di quell’altro insieme, ove le cieche genti ancora vivo adoravan’Augusto.

Vicino al Foro si servano i fondamenti della famosa Basilica, che Vitruvio per meravigliosa descrisse ne i libri della sua Architett. come attesta Girolamo Rossi nel terzo libro dell’Historia di Ravenna; contro di cui l’Anno 535. vibrando i Barbari del lor furore le fiamme; non altro sopra il terreno, che una Torre lasciarono, accioche funesto spettacolo à’ posteri si rendesse, in segno delle ruine acerbe, che sopra inondorno [p. 100 modifica]à gl'infelici habitatori di Fano. In fronte al medesimo Foro torreggia una superba mole di rotonda figura, che Belisario cresse; additando per quella, egli esser stato di Fano già da' Gothi distrutto il riedificatore. In mezo al corso della Via Flaminia s'erge un grand'Arco, con sommo artificio lavorato in marmo, il quale da Fanesi alle glorie, che acquistò in Dalmatia il trionfante Augusto fondossi; come da gli sottoscritti caratteri, che in quello si leggono chiaramente si scorge.


DIVO AVGVSTO PIO COSTANTO PATRI DOMINO. Q. IMP. CÆSAR. DIVI. F. AVGVSTVS. PONTIFEX MAX. COS. XIII. TRIBVNALE POTEST. XXXII. IMP. PATER PATRIE MVRVM DEDIT. CVRANTE L. TVRCIO SECVNDO APRONIANI PRÆF. VRB. FIL. ASTERIO V. C. CORR. FLAM. ET PICENI.


Scorrono, come di presente fabricati fossero, sotto le vecchie strade i canali Antichi, portando l'acque piovane al Mare; sì come parimente i condotti, con le conserve ample, e profonde, che alle Fontane somministravano l'acque, di tal materia, & di cosi ricco lavoro fabricati, che nulla sono dalle Instrutioni meravigliose delle Terme di Tito in [p. 101 modifica]Roma, (che hoggi volgarmente le sette sale communemente si nomano) differenti. Mà di questi, un’altro assai più degno, che della meraviglia si fà oggetto, sotto il terreno, fuor delle mura scorgesi, nel medesimo essere fabricato; il quale, ove d’Hidofilace stà frà le ruine la famosa Torre, pigliando l’acque dal Metauro, e tutta quella gran pianura intersecando si porta nel Mare, al luogo, in cui da Cesare Augusto il famoso Porto aprissi che poscia fù dall’invido Goto serrato; & da’ Fanesi (benche dal primiero assai differente) con grande spesa in questi giorni rifatto: del cui Porto l’accennato canale servì d’emissario, & di sicurezza. Et oltre queste cose, mille altre simili vedonsi, che delle grandeze antiche ritengono i vestigij, singolarmente i marmi scritti, che non solo quì serbansi, mà in Pesaro etiandio alcuni altri si trovano eretti: ove dall’una, e dall’altra Cittade veggonsi gli Elogij, che à questa, & à quella mirabilmente diedero i Romani; come nelle Historiche Notitie da Salvadore interpretare si leggono. Che se alle memorabili rovine antiche, che sfuggite sono al tempo, fede si presta; senza dubbio Nobilissima fù questa Città, sin da gli antichi secoli. Quindi avvenne, che da molti vecchi Scrittori, supponendosi questo, come principio noto, con brama curiosa vanno di essa l’edificatore cercando, per cerebrarlo, come Autor Heroico di opra si degna. Gabino Leto (come già dissi) à Picenio Fano, questa gloria dona, & afferma, ch’egli inanti al Parto della Vergine, l’Anno 708. in questi lidi l’erigesse, cosi scrivendone: Phanum Civitas nobilis, iuxta litus Maris Adriatici, à Pisario Fannio Duce, Anno quadragesimoquarto, ab Vrbe condita, vbi post tempus Templum Egregium erexere, in quo honorificijs pompis, Fortunam, coluere. Altri vollero, che i Pelasgi, l’Italia inondando, quivi l’habitationi, per lungo tempo fermassero. Non mancò parimente, chi senza fondamento dicesse, come i Senoni questa Regione possedendo, habbian Fano co’l Tempio della Fortuna edificato, come qui sotto scrivendone: Celte Galli patrijs sedibus relictis, huc penetrant, sedesque hic ponunt; Templumque Fortunæ, cui id acceptum ferunt, ædificant: Et oltre à questi, cento altri, diversamente di tal’origine parlano, che quì à raccontarli troppo sarei prolisso, come che senza base del vero i detti loro, si scorgono veraci le prove, non tanto dentro gli scritti marmi, sin da gli antichi secoli, i quali apertamente l’affermano (come diremo) quanto nelle rovine de i più vecchi edificij, che in quel recinto si trovano; specialmente nel Tempio della Fortuna, ove parte del Pavimento, già trofeo del tempo si vede; nella compositione del quale (ch’è di picciole, e fine pietre) chiaro riluce il magistero Tosco: e più ne i caratteri, che parlando esprimono: Phanum Fortunæ, dentro il [p. 102 modifica]pavimento medesimo incastrati, ogni cosa più chiaramente affermano. Frà certe materie antiche, già ritrovossi un marmo, il quale à caratteri maiuscoli cosi favella.


PFanum Fortunæ ab Hetruscis conditum est, à quibus præcipué Fortuna colebatur, quæ eorum lingua Hortia appellatur, & Hanum Templum.


Oltra questo un'altro simile, non molti Anni àdietro trà sassi di un ruinato Ponte dell'Arzilla, discoprissi come quì sotto à caratteri antichi ragiona.


Q. CLODIVS. Q LERO. S. PR. AOMO. FANESTRIVM SEX VIR. L. TITVLENVS L. L. Tertius oriundus Colonia Iulia Fano Fortunæ Sex Vir. L. Titulenus Tituleni Lib. L. Vrscio annorum XLI.


Nella qual'iscrittione, chiaro si scorge Fano esser stato al governo del Magistrato di sei huomini eletti soggetto; e per conseguenza in quei giorni, sotto il Dominio Toso trovarsi, non usandosi questa sorte di governo da verun'altro popolo: Nè sentendovi altro inditio, che prima de' Toschi, altri popoli habitassero quivi, senza errore conchiuder si può, che da i medesimi, e non da altri, erette queste mura ne fossero. Mentre stava Fano à questa gente soggetto, con somma felicitade viveva: Onde i suoi Cittadini, trovandosi di ricchezze abbondanti, fecero si generoso pensiero di fondar in honore della Dea Fortuna quel tanto celebre Tempio, affinche ella tanto da essi honorata, à favor loro inchiodasse la sua volubil ruota, e sempre nella felicità medesima lo conservasse. [p. 103 modifica]Mà questa, bugiarda essendo, alla comparsa in Italia de i Celti schiodolla, e Fano come l’altre città di quella Contrada, gettò co’ gli suoi divoti Adoratori, di tutte le calamitadi al fondo: perche da quelli furono i Fanesi cacciati, perseguitati, e morti, & le reliquie loro senza patria trovandosi, raminghi, andarono per gli altrui paesi à mendicarsi il vitto. Trovandosi dunque senza che l’habitasse, fù questa Città da Celti sprezzata; Indi fatti bersaglio del tempo gli suoi alteri edificij, non potendo quelli resister più oltre, cascarono ruinati per terra: si che di velenosi animali, e truculenti fiere misero albergo divenne, come ad ogni altre Città, che à Senoni restarono in questa Regione soggette. Risorse finalmente dall’accennata ruina, quando i Senoni da’ Romani cacciati, fù delle vittoriose militie data in potere; dalle quali in tal bellezza rifatta, passandovi Cesare il Dittatore sopra modo affettionossi ad essa: che si compiacque l’Anno di Roma 708. dedurvi una Colonia de suoi più cari amici; Onde vien perciò da gli Scrittori Colonia Fanestre appellata, e da Pomponio Mela in particolare de situ orbis. Morto nella congiura Cesare, Augusto, suo figlio legale, verso di essa l’istesso affetto continuando, di molti Privilegij honorolla, facendola di forti muraglie cingere, con una Rocca inespugnabile, e facendovi fondare non solo il nobilissimo Tempio, che à Giove Massimo consacrò; ed altre simili sontuose strutture: mà etiandio per habitatione sua la casa Imperiale, ove dimorò finche la via Flaminia risarcisse, co’ gli suoi, Et alla sua casa aggregandola, di Giulio Fanestre volle che godesse il nome. Nella felicità primiera tornato Fano, in quella perseverò, intorno à nove lustri sopra quattro secoli: mà passandovi con l’Essercito lo sdegnato Alarico, fatto sua preda, restò in poter de’ Goti, da cui per ordine del crudel Vetige demolito fù, e ridotto in cenere. Mà non soffrendo Belisario, Duce delle Greche genti, che sito cosi nobile, privo d’habitanti restasse, dalle ceneri tosto rilevollo; e fortificato, come di Propugnacolo invincibile contro il nemico detto, per se lo tenne. Cessate poscia le miserie con la morte di Totila, e quello restando in pace; à gli Essarchi in Ravenna soggiornanti si fè soggetto, benche per mala sorte vi dimorasse poco; essendo per ordine di Astulfo Re de’ Longobardi occupato, da cui fù poi anche (sforzato da Pipino) con molte altre Cittadi alla Romana Chiesa restituito; alla quale da i giusti Imperatori Carlo Magno, & da Lodovico Pio il possesso gli fù confermato. Quivi per Decreto particolare dal medesimo Lodovico Pio venne un Magistrato eretto, dal quale all’altre Città delle Pentapoli, ed Arimino: da che Fano con titolo giusto, Città della ragione fù chiamato. E dopò infiniti successi, trovandosi egli sotto l’Imperiale Dominio, da Ottone Quarto fù ad Azzo da Este conceduto [p. 104 modifica]in feudo, all’hora di Ferrara Marchese: mà travagliato essendo aspramente da Federico Secondo Imperatore, non potendo più à sì fiero nemico resistere cascò nelle sue mani forzato, l’Anno 1230. dalla cui Tirannide restarono gli suoi Cittadini gravemente oppressi. Dopò la morte di questo iniquo, all’obedienza passò di Manfredo suo figlio, dal quale venne di molti Privilegij arricchito. Havendo penetrato Ridolfo Imperatore Conte d’Haspurch, che Fano, con l’altre, che furono all’Essarcato soggette, erano all’Ecclesiastica Giurisditione spettanti, à Gregorio Decimo Pontefice Massimo restituille: mà niun conto facendone l’Apostolica Sede, che in Avignone trovavasi, da gli Ottimati reggevasi, con le proprie Leggi: Nel qual tempo, tanto frà Cittadini de gli odij le fiamme s’accesero, che divisi trà loro in Guelfi, & in Ghibellini, si gran copia spargevan di sangue, che le strade correndo come torrenti, non furono bastevoli ad estinguerle; siche la povera Città, restando per la morte di tanti suoi Cittadini spogliata, e gli avanzati retirandosi ad istantiar altrove, affatto dishabitata rimase. Alcuni de’ più generosi, stimando non dovesse più nell’avvenire Fano da queste rovine risorgere, nel centro della Marca ritiratosi, riedificarono una Patria nova, l’anno 1322. A cui diedero il medemo nome, con l’aggiunta del generale del sito, dove fondoronla che fù un delitioso, ed humil monte: Onde venne Montefano chiamata; la quale si come da nobili persone hebbe l’origine; cosi è stata in ogni tempo madre di Nobili Cittadini, ed huomini nelle virtù segnalati, i quali caminando per lo latteo calle della buontà, sino all’Auge de gli honori, & al supremo Polo del Pontificato portati si sono; havendo in essa Marcello Secondo preso i natali, il quale non men si gloriava d’essere di Montefano figliuolo, che della Nobiltà Fanese legitimo nipote. Si rifè col tempo ultimamente Fano, e con migliori augurij, da gli suoi Cittadini rihabitossi di nuovo, rimettendosi quelli regnante Nicolò Terzo Pontefice, sotto l’obedienza della Romana Chiesa: benche non vi dimorasse gran tempo; dato essendo à Galeotto Malatesta da Clemente Sesto in feudo, dal quale con titolo di Vicario perpetuo fù posseduto; si come dopò lui da molti della medesima Casa, co’ l’istesso titolo, sino al Pontificato di Pio Secondo: Da cui per mezo di Federico Feltrio, cacciatone Sigismondo, fù ricuperato, & all’obedienza della Chiesa riposto; sotto cui hà sommo giubilo de’ Cittadini suoi, sino al presente vissuto; da un gran Prelato diretto, che ivi co’l titolo di Governatore risiede, il quale delle sue risolutioni, ad altri rendere conto astretto non viene, che alla Sacra Consulta, sopraintendente di tutto l’Ecclesiastico Stato.

Hanno i Fanesi fatto noto in ogni tempo al Mondo, con l’attioni [p. 105 modifica]magnanime, & con heroici fatti l’inclito valore, e la nobiltà natia: però che al tempo, nel quale da’ Barbari Aquileia fieramente astretta, stava per cascare, l’invitto Bartologio, con mille valorosi Concittadini suoi Fanesi, à quella difesa trovandosi, mille volte sortendo, sempre mai in varie stratagemi, faceva di quelle incredibile strage; per modo, che il nome suo trà Unni rendendosi formidabile si fece per tutta l’Italia famoso. Nel glorioso acquisto, che fè di Sion il Gallo Boglione, l’inclito Duce Ugone del Cassano, con numerose schiere de gli suoi stessi si coraggiosamente pugnò, che del sangue infedele riempì la Città Santa di Gierusalemme, e come fiumi fece allagar le strade: onde meritò da i Prencipi giusti della Lega, d’essere nella distributione di quel terreno, della Regione Tiberiade generosamente rimunerato, della quale intitolossi Conte: Indi trà gli suoi medesimi dividendo i Tiberiadi campi, restarono Colonia celebre di Fano. Essendo in libertà questi popoli, bramosi di allargar i confini, stimando esser bastevole poter movere à Fossambronesi la guerra, sopra la Città loro, con tal furore si mossero, che in breve la presero, saccheggiandola, e delle mura smatellatala, con Novellara, e Monte Baroccio, à S. Patrigniano Protettore di Fano soggetta la fecero; e come attesta nell’Historie di Rimino di Cesare Clementini, Signori di Fossambrone s’intitolaro, e de gli due altri luoghi, che à forza d’armi pur acquistato s’havevano. Et essendo l’Anno 1140. questa lor Città da’ Pesaresi, e da’ Riminesi, con gran strettezza vallata, mai ceder vollero alle forze di quelli, benche inferiori molto si vedessero: mà con somma costanza resistendo, generosamente si difesero, sin che da Pietro Dandolo Doge di Venetia, con l’armata Navale furono soccorsi, e liberati; & uscendo poi de gli nemici alle spalle, fecero di loro nella partenza sanguinosissima strage.

Essendosi poscia co i detti Riminesi pacificati, vedendo l’Anno 1616. quelli essere da Bolognesi, che assediavano forte la lor Città gravemente afflitti, di ripente con formato Essercito gli soccorsero, e da coraggiosi deportandosi fecero non solo disloggiar quel nemico; mà in fuga tale il posero, che ritornar l’astrinsero alla Patria. Correndo l’Anno della Salute nostra 1517. dal Duca Francesco Maria della Rovere l’istesso Fano assediato, e per le batterie, di un lungo tratto di mura scamisciato, fece tal difesa, che in vece del già caduto muro servando i petti de gli suoi Cittadini, agevolmente potè da gli assalti liberarsi. Altri eventi simili leggonsi essere in questa Cittade accaduti, i quali tutti alla sua gloria resi favorevoli, per evitare la prolissità del discorso, à dietro si lasciano. Veggonsi hoggi nella medesima eretti sontuosi Palaggi, privati, e publici, Tempij superbi, e torreggianti moli, con ampli Monasteri, quasi d’ogni sorte di Religiosi, tanto dell’uno, come dell’altro sesso, ricchi Hospitali, e [p. 106 modifica]Confraternite molte, che in ogni opera pia essercitandosi, utile grandissimo à poveri arrecano, in particolare a disaventurati bambini, che dall’empietà de’ parenti vengono fuori delle lor case esposti. Hebbe non molti secoli adietro amplissimo Territorio di popolatissimi Castelli, & di nobilissime Terre: mà nella divisione sopraaccennata de’ Cittadini suoi, le più nobili, e quelle, che più potenti si viddero (convertito essendo in tirannide quel Dominio) da quella soggettione liberaronsi; specialmente Mondavio, ch’era di tutte la maggiore, come da Brevi Pontificij si vede. Questa benche assai modesta sia) edificata dopò la morte di San Francesco essendo (per attestatione, che ne fà Monsignor Rodulfi nel secondo libro dell’Historie della Religione del medesimo Serafico Padre, come quì sotto scrivendone: Locus Mondavij captus à Beato Francisco antequam Mondavium Oppidum construeretur in Monte Silveso, & Hermo. (Con tutto ciò da Sisto Quarto Pontefice Romano di molti Privilegij honorata, massimamente della residenza del Tribunale supremo di tutta quella Regione, ove intorno à quattordici Castelli situati ritrovansi; in guisa di Nobili habitatori s’accrebbe, che divenne Illustre, e di tutta la Provincia sudetta chiamata Metropoli: Nel cui essere, anco sino al presente mantiensi, di molti huomini Illustri chiamandosi Madre. Di questa, e di altre assai poco inferiori privoronsi i Fanesi per la discordia loro: Nulladimeno, benche il Territorio sudetto estenuato restasse; per la fertilità de’ campi, e non imaginata belezza loro, anch’hoggi assai stimato, e riguardevole rendesi: Onde alla Città, non solo de’ necessarij abbondantemente provede; mà de gli avanzi ne fà copia ad altri, non men che di Rimino, e di Pesaro si disse. Restarono tuttavia suddite à Fano le Terre nomate, in quanto allo spirituale; per lo che di si numerosa Diocesi gloriandosi, di grand’autoritade appo la Romana Corte si rende; in cui perciò quei Cittadini vengono sopra modo honorati, che sino alla dignità suprema del Pontificato avanzati si sono, come nella persone viddesi di Clemente Ottavo, che quivi havuti i natali non isdegnò mai di Cittadino Fanese chiamarsi; & altri alle dignità del Cardinalato, come Gabriello Gabrielli, e Girolamo Rusticucci: Altri à Vescovadi, ad Abbatie, à Generalati, & à simili, che sogliono, con le Patrie render chi li possede famosi. Nelle Scienze legali, infiniti lasciando alle Stampe delle fatiche loro degne memorie a’ posteri, eterni, & immortali si rendono; mà più nell’armi, che (se gl’Historici raccontano il vero) i Fanesi ad ogni altra natione han preceduto: havendo quelli per tutte le guerre di Europa havuti eminentissimi carichi, ne’ quali, con vanto del lor valore ne sono riusciti famosi. Mà più che non fanno questi giù in terra, acresce à questa Patria la gloria in Cielo Paterniano, con Pelegrino suo compagno fido, Eusebio, [p. 107 modifica]Fortunato, ed Orso, che con heroici fatti, la primitiva Chiesa illustraro, quando gli empi Tiranni tentarono estinguerla. Mà perche de gli gloriosi encomi loro ne son piene le Historie non osa la mia penna d’avantaggio à ragionarne; perloche di Fano chiudendo il presente Discorso, di Sinigaglia incominciarò il trattato.