Italia e Grecia/Per Antonio Fratti e gli altri Italiani caduti a Domokos

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Per Antonio Fratti e gli altri Italiani caduti a Domokos
L'Italia nella questione di Grecia e d'Oriente Telegramma a Canzio
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Per Antonio Fratti


e gli altri Italiani caduti


a Domokos.


[p. 107 modifica]Discorso commemorativo tenuto in Roma nella Sala Palestrina, il 30 maggio 1897.


[p. 109 modifica]Sia per voi prime, o pietose anime femminili, che qui trasse il prestigio di un sacrifizio eroico e gentile, sia per voi la parola che mi esce prima dal core, nel dirvi grazie per quei poveri morti.

Essi l’hanno già avuto il bacio estremo dei compagni d’arme, [p. 110 modifica]fra i quali caddero pugnando, là in faccia al sole, sul colle sogguardante la tessala pianura; l’hanno avuto il saluto dei compagni di fede, e quello dei loro maestri e dei magistrati delle loro città; e il saluto solenne del Parlamento italiano. Era ben giusto, nevvero? che un altro compianto si levasse alto nel cielo della loro terra natia, che altre mani a queste salme di prodi dessero fiori e corone, che cuori amanti di madri e di spose, di figlie, di sorelle inviassero loro un saluto più profondo, il saluto più caro agli [p. 111 modifica]eroi, innamorati della bellezza e della gloria; e intorno a questo olocausto, il quale compendia le idealità più squisite, aleggiasse la poesia dell' eterno femminile, il profumo di quanta poesia più gentile vive e ferve nell’anima della patria. (Applausi). Poichè nella scala dei sacrificî umani, costoro, questi cari caduti, ascesero al gradino più alto, alle vette superbe a cui sole le anime privilegiate arrivano, e di là, superata la morte, vivono in luce che discende per i secoli.

Hanno bisogno gli spiriti [p. 112 modifica]umani, brancolanti nel bujo, hanno bisogno ogni tanto di questi bagliori; non sempre così radiosa, non sempre così bella, fascinatrice splende agli uomini la poesia del dovere. Il pensatore, il filosofo che in solitudine sconsolata macera il corpo, indagando verità educatrici, studiando problemi del miglioramento umano e i modi di creare agli altri la felicità a lui negata; il lavoratore che sudando e dolorando fa della sua vita tutto un triste, lento, ignorato sacrifìcio di sè stesso ai suoi cari ed ai suoi simili, forte, [p. 113 modifica]to nelle strette del bisogno, resistente alle tentazioni per solo sentimento dell’onore; il combattente per una giusta causa, il quale per essa affronta amarezze ineffabili, beffe o vituperi del mondo, vendette di potenti o castighi della miseria; il soldato che obbedisce passivo alla rigida consegna e, stoicamente, senza entusiasmo, le sacrifica la vita, tutti questi ed altri ci additano in forme varie e dolorose la religione del dovere: ma essa è troppo melanconica ed oscura e non sedurrebbe, nè affascinerebbe le moltitudini, [p. 114 modifica]non risveglierebbe nei cuori nè fremiti, nè germi, se almeno ogni tanto il dovere non isfolgorasse su in alto, in nimbi di gloria, nelle fiamme dei febbrili entusiasmi, tra il fragore delle armi, nel superbo olocausto di chi, spontaneo, volente, corre difilato a morire per un’idea. (Applausi).

È allora che brividi corrono per le ossa, segrete invidie assalgono, afferrano i cuori dei giovani; passano ricordi marziali e lampi di giovinezza su le fronti pensose dei veterani canuti, tacciono per un giorno le lotte, gli odi, le [p. 115 modifica]divisioni del mondo; passa su tutto e su tutti i cuori un compianto unanime, gentile; è come un istantaneo squarciarsi di cieli, per improvviso balenìo; e in quel baleno, in quell’istante anche gli scettici intravvedono l’ideale. (Applausi).

E in questa festa di luce, in questa rapida abbagliante visione, passaste, o gentili, novissimi araldi dell’anima italiana, giovani armati cavalieri della patria ideale che riempie il mondo e supera i secoli con il canto di Omero e il pensiero di Socrate, che da secoli [p. 116 modifica]affascina gli spiriti dei popoli con i fantasmi del bello, eterna delizia del genere umano.

In questa onda luminosa passaste, voi, la più parte ancora jeri militi oscuri, appena nati alle battaglie del dovere e del diritto, oggi consacrati per sempre alla storia e alla gloria; non più umane creature che la triste prosa della vita ingojerà o la vecchiaia squallida, rugosa, fastidiosa aspetta al varco, ma simboli viventi in eterna giovinezza, eternamente baciati dal sole del maggio come nell’istante che il piombo [p. 117 modifica]ottomano troncava il canto della vostra primavera. (Applausi prolungati).

Nel mondo ideale, nel ciclo di leggende, dove entraste morendo, dove eterni vivrete, vi aspettano le ombre che le vostre anime sognavano.

Ecco, dal mare dove posa solitario, guarda lo spirito di Garibaldi e dice: «Queste sì sono ancora, queste di Domokos, le mie camicie rosse; queste che spiccano in macchie rosse tra gli alberi, in riga rossa, serpentina, lungo i fianchi del monte, sotto la [p. 118 modifica]grandine del fuoco, non quelle che incorniciano, formando quadri plastici, nei giorni inaugurali, i piedestalli delle statue mie.» (Applausi vivissimi).

Dal colle di San Giusto guarda e sorride ai nuovi giunti il giovinetto che finora era l’ultimo dei martiri della nuova età, spontaneamente immolatisi all’Ideale. E dice: «Ben giunti nei regni della morte! tanto tempo solitario vi attesi! anche voi, come me, voleste il vostro fato, e lo portaste con voi; anche voi, come me, spruzzaste il giovine sangue sul [p. 119 modifica]livido volto della bieca arte di Stato; qui, ombre abbracciate, aspetteremo insieme che da quel sangue nostro, dal purpureo lavacro rigermini il sogno adorato della nostra giovinezza, fiorisca la nuova, la sacra, la sospirata primavera d’Italia.» (Applausi vivissimi).

E se alcun senso di vita scende nei regni della morte, invidiati ne andrete, o giovani morti sui greppi dell’Ellade, a piè delle sacre giogaje dell’Età, invidiati dai mille e mille poveri eroi le cui ossa biancheggiano su l’Ambe [p. 120 modifica]maledette. Diranno le voci valicanti il mare, portate dal vento del funesto altipiano: «Beatissimi voi, che gittaste le care anime al bel sogno che le affannava! Voi partiste da Atene, la città sacra ai poeti, sotto la pioggia di fiori, fra le patrie, festanti canzoni di guerra, inebriati i cuori da luminose visioni, sognando per il mar dell’Eubea, Artemisio e Maratona e le Termopili, e i lauri e la gloria di chi pugna per il diritto.

«A noi pure, su le arene che il nostro sangue tinse, splende, [p. 121 modifica]come raggio melanconico, siderale, la luce di un dovere compiuto; ma alle nostre fosse che il pianto notturno delle jene disturba, non mani care e pietose porteranno corone; nè, conforto al morire nell’ora disperata e suprema, sorrise allo spirito un ideale adorato.» (Applausi).

Oh, come si direbbe che la coscienza d’Italia abbia voluto, cercato dare a sè stessa una soddisfazione amara, cruenta, per imporre silenzio a un acuto, cruento rimorso!

Troppi fiotti di sangue, il più [p. 122 modifica]puro e gentile, aveva dato la patria ad mia causa che il suo cuore non sentiva; altro sangue gentile, ma votato alla pura poesia degli ideali, altri suoi figli le offersero, quasi ostie espiatorie della immane ecatombe, vittime placanti le coorti trucidate.

Or consoli i percossi di Amba Alagi e di Adua, la rossa, la pura propiziatrice rugiada! Coronate le coppe e date i fiori; ombre gloriose di Da Bormida e Toselli dormite in pace; il rito è perfetto ed era degno di voi.

Oh, sì passate, vittime gentili, [p. 123 modifica]passate nel nuovo martirologio italiano, e sopra il dolore e il rimorso recente scenda la nuova e pia benedizione. L’avevano ridotta così prosaica, così brutta, così depressa, oscura, questa vita italiana! Non indarno voi l’avrete costretta a rammentarsi degli entusiasmi sopiti, non indarno l’avrete ridesta alla fede di bei giorni lontani!

E quali dolci figure nella splendida schiera! Mai più soavi profili non traversarono i campi della morte. Ogni plaga d’Italia vi [p. 124 modifica]ha recato il tributo, perchè era giusto che l’Italia intiera sentisse la stretta di uu altro vincolo santo, rivivesse tutta quanta in questi lutti, in questo orgoglio. E quanti affetti commoventi sembran essersi dato sopra quei campi convegno!

Ecco Romolo Garroni di Roma, fervido ingegno e libero cuore, che, ventenne, lascia la dolce sposa e il bambino: se ne va segretamente, dopo avere confidato a un amico del cuore il testamento per la compagna dei suoi dì e una suprema raccomandazione ai [p. 125 modifica]parenti per il piccolo Spartaco, il piccolo idolo suo. Nella breve campagna, lungo le aspre marcie, scrive giorno per giorno il suo diario con isprazzi di poesia e ricordi classici e parola sobria di vecchio soldato.

La mattina del dì 17 distribuisce ai compagni le lettere e nel suo taccuino sospirando annota:

«Nulla per me! Le trombe chiamano a raccolta. I Turchi sono in marcia verso noi. Finalmente!...» Finalmente? anelavi forse a stordire nel tumulto della pugna il dolore per la lettera cara che [p. 126 modifica]aspettavi e che non giunse? Ah sì, finalmente! Ma il pensiero troncato lì, povero Romolo, non lo finirai. Poche ore dopo era cadavere. «Oh il mio Spartacuccio! Spartacuccio mio!» furono le ultime parole.

Ecco Antonio Pini di Arezzo, gentil sangue toscano, il primissimo a cadere di una palla in fronte. La sposa adorata e due vezzosi bambini lo vanno or chiamando per la casa deserta. Una muta imagine e un ricordo di gloria... null’altro più resta di un idillio d’amore.

[p. 127 modifica]Da pochi istanti il povero Pini è caduto e Alarico Silvestri di Amelia, studente del romano Ateneo, dolcissima e fiera anima umbra. lo segue. Ferito alla gola, trasportato dal campo, nel trasporto muore. Pochi dì innanzi un compagno tornante in Italia volea seco ricondurlo. «Ah no! gli rispose — tu ti sei battuto ed io no; tornerò quando avrò fatto il mio dovere.»

E lo ha fatto!... Ora dorme. I compagni lo hanno sepolto piangendo, questo fiore di giovinezza, là a Santa Marina, nel piccolo [p. 128 modifica]cimitero fra il verde, ridente paesaggio, in vista del mare. Lo hanno coperto di fiori e della, rossa camicia intrisa di sangue e gli hanno messo sul petto una lettera con i capelli della sua fidanzata. «Questo — hanno detto — gli farà piacere

Vecchi marinai abbronzati facevano ala al corteo e alla salma del giovinetto presentando le armi; resero gli ultimi militari onori e sui volti ruvidi, abbronzati, luccicavano le lacrime.

Poco dopo Silvestri erano feriti i tenenti Michelangelo [p. 129 modifica]Campanozzi e Giordano Barnaba di Sicilia; erano stati dei primi che iniziarono la guerra insieme con le schiere che entrarono in Macedonia; lasciata al suo sciogliersi la legione Cipriani, li aveva seguiti e raggiunti l’accusa di viltà. Sul campo di Domokos, sotto il grandinare delle palle, si incontrarono nell’accusatore. Gli sorridono, lo abbracciano, lo baciano, lo fanno piangere... e cadono nel proprio sangue.1

[p. 130 modifica]E la morte continua a mietere nella esile schiera in proporzioni nuove, quali la guerra non aveva avuto sino lì.

Cadono Simeoni Pio di Bassano Veneto e Bellini Ugo di Comacchio, e Frapampina di Bari, che arrestato in Brindisi al partire, perchè ancora minorenne, e ricondotto alla mamma, tanto la pregò, scongiurò, carezzò e la illuse, fino a che le ebbe strappato l’assenso che doveva rapirle ogni gioja.

Cade Antinori Alfredo di Ancona, tipo gioviale e burlone, che [p. 131 modifica]con motti e scherzi teneva allegra la compagnia. Cade nella ritirata trapassato il petto, mentre, sotto le palle sibilanti, ai compagni e alla morte gettava l’ultima facezia.

Cadono due forti giovani romagnuoli: Ugo Silvestrini, già sergente di Savoja cavalleria, degno figlio di veterano, e Giovanni Capra; già caporale del 32° reggimento fanteria.

In Castel Bolognese, che diè a entrambi i natali, la madre di Capra vide il proprio genitore salire, martire d’Italia, il patibolo; [p. 132 modifica]così fra due bare, due lutti, due dolori ineffabili, all’aurora della vita e al tramonto, sul cuore di una madre si è chiuso ogni cielo. (Applausi).

E la funebre lista non finisce ancora.

Ecco Ettore Panzeri di Bergamo, superbo e bello, sottotenente di alpini, erculea forza, dal volto infantile, ridente al bacio di ventuna primavere. Buon sangue non mente: perchè il padre suo fu dei Mille gloriosi sbarcati a Marsala; e suo fratello era già corso a Creta. Ed eccolo, avido, [p. 133 modifica]in cerca delle orme fraterne, poco dopo avere qui in Italia, sui gioghi delle Alpi, cimentata la vita, dal foudo d’un burrone traendo a disperato salvamento un compagno, precipitato laggiù.

Qualcuno al suo partire aveva tentato trattenerlo. «Parto — rispose — come partì mio fratello: e la camicia rossa l’ha portata anche il papà.» — «Ma e la mamma?» Non rispose; ruppe in pianto e fuggì via. La povera donna lo aspetta ancora, e i gioghi delle Alpi non lo vedranno mai più.

[p. 134 modifica]Nè le vie di Milano, della mia città, più non vedranno un fanciullo che, morendo a 17 anni da eroe, aveva già da anni guardato in faccia la morte. Guido Cappelli era il nome che ai fanciulli d’Italia vorrei fosse un giorno insegnato nelle scuole. A undici anni, in rapidissima, perigliosa corrente di fiume gittatosi alle onde, fra l’ansia degli astanti, strappa alle onde e alla morte una dopo l’altra due giovinette.

Non diversamente Garibaldi, fanciullo, esordiva nella vita. E anche egli, come il piccolo [p. 135 modifica]zardo, conobbe le carezze e i baci convulsi di una madre piangente di gratitudine e di gioia; il Governo iusignivalo della medaglia al valore civile.

Poco più tardi, quattordicenne, come l’indole avventurosa lo porta, lasciati gli agi della ricca famiglia, si fa mozzo di bastimento mercantile e sbarca in Tunisia. Piccolo, ardito esploratore, con la sola compagnia di un cavallo e di due cani, si addentra nel deserto, dove predoni lo assalgono, lo spogliano, lo lasciano ferito. Ritorna stoicamente sui passi, rivede [p. 136 modifica]i suoi cari, dei quali era l’idolo, e di nuovo si strappa ai loro baci, perchè il dolce nome della Grecia lo chiama. — Ma là, nel chiasso di Atene, tra molte uniformi smaglianti che videro intatte la fine della guerra, tra divise tempestate di decorazioni e di medaglie fantastiche, la sua rossa camicia non portava sul petto alcun segno. Quando, da una lettera di un amico, il suo comandante seppe che quel fanciullo era già un decorato: «Perchè non dirlo?» gli domandò. Sorrise e rispose: «E [p. 137 modifica]perchè dovevo dirlo? Non ne valeva la pena!»

Colpito al petto, si rialzò; semplicemente e tranquillamente disse: «Sono ferito!» e tranquillamente si avviò all’ambulanza. Fece ancora pochi passi e senza un lamento ricadde per non più rialzarsi. Così moriva questo eroe, ch’era ancora un fanciullo e che già aveva una storia. (Commozione.)

Dite, dite, non avevo ragione che la poesia più soave si è data convegno sul campo della morte? Nevvero che la Grecia stessa nei [p. 138 modifica]suoi giorni classici e belli non ebbe tributo di sangue più gentile? E che un paese, il quale alleva nel suo grembo di queste anime e le regala alla Parca con la prodigalità di un ricco signore, questo paese certamente ha un dimani e vale meglio di tanti che, parlando in suo nome, lo calunniano? (Approvazioni vivissime). 2

[p. 139 modifica]E degni dei morti e numerosi i feriti; numerosi anche essi a una stregua che nella campagna non si era vista ancora. Ad essi, degenti nell’ospedale del Pireo, il comandante della nostra Sardegna, ancorata nel porto, recava il saluto della flotta italiana, e nella sala, ove a sue cure li raccolse, fece spiegare la bandiera d’Italia. Bravo comandante, che il cielo vi rimeriti! Ecco, gli occhi dei giacenti guardano dai letti sorridendo al tricolore, che ad essi appare per la prima volta in una luce nuova: sembra loro un [p. 140 modifica]messaggio della patria che dice che è superba di loro, della patria plaudente e benedicente. (Applausi vivissimi). Oh, bel tricolore, lì sì che stai bene! lì sì, sei a posto! lì ti trovi assai meglio che nelle acque di Creta!

Ma non voglio lasciarlo l’ospedale senza ricordarne per tutti almeno due. Amilcare Cipriani, comandante a Domokos la fulminata compagnia, ritto sull’alto della trincea, dando ordini e consigli con calma serena, impassibile sedatore della morte, anima stoica, che Atene riconoscente nominò [p. 141 modifica]suo cittadino: e il titolo gli dovette essere caro, se in esso sentì qualche cosa dell’intimo sogno che lo portava sui campi più diversi e che gli additava per sua patria il mondo.

E poichè del Piemonte non anche citai nomi, venga innanzi un bel tipo, un tipo autentico della terra marziale. È Pietro Rabezzana, di Casal Monferrato. Sempre in piedi, sulla trincea, allo scoperto, va da un punto all’altro a portare cartuccie ai combattenti: trapassato il braccio sinistro, l’alza sanguinante e dice ai compagni: [p. 142 modifica]«Non è nulla, coraggio, figliuoli!» Gli gridano di scendere, di ripararsi nella trincea; risponde: «Ma che! si sta bene qui!» E infatti ci sta tanto bene che un’altra palla gli spezza le gambe. Cade rovescio senza dare un lamento. Così in terra di Grecia un pronipote di Santarosa tanto tentò e stuzzicò la morte, che la morte irritata, piccata, non volle saperne di lui! (Applausi).

Passate, passate davanti al mio pensiero, giovani, balde, poetiche figure, e teste bionde, dolcissimi [p. 143 modifica]adolescenti profili! In questa festa marziale, sublime, della giovinezza italiana, in questo tripudio di giovinetti anelanti al bacio della Parca, accorrenti alle nozze della morte, era giusto onore che Antonio Fratti cadesse come nella luce più degna di lui, dopo trent’anni di lotte e di prove, con ancora il sorriso della giovinezza sul volto e ancora la fede dei primi aprili nel core. A lui, compiente già il decimo lustro, pur jeri acclamato rappresentante di un popolo, caduto sul campo soldato di un’idea, non poteva rendere [p. 144 modifica]più superba onoranza la morte, che tanti cuori italiani percosse, tanto lutto italiano destò.

Alla sua età, e quale ei visse, io non conosco, io non saprei imaginare una morte più ideale e più invidiata.

All’alba della vita, inconsci delle sue miserie, delle sue tempeste e dei suoi dolori, in una febbre d’entusiasmo, con le armi in pugno sparire, è passare in un bel sogno: ma della vita traversar le miserie e le bufere, passar per le brutture del mondo, i disinganni e le viltà, passar per le prove dove [p. 145 modifica]tempre anche forti smarriscono la fede, dove alti intelletti smarriscono la luce, e uscirne credenti e vittoriosi; e ancora saper cogliere l’ora giusta perchè il ricordo di quella vittoria nou muoja e un raggio sempiterno la illumini e ne tramandi l’esempio ai combattenti venturi, — questo non è sogno, è l’ideale vero, umano, il più alto degli ideali, che passa vivente, armato in mezzo a noi, e, stampate sulla terra le orme perchè si sappia dove egli passò, sale trasfigurato ai cieli della gloria. [p. 146 modifica]Antonio Fratti, io non ripeterò la tua storia, perché essa è scritta nei cuori d’Italia e ormai fa parte della storia italiana. Tu non sei più che un nome: ma quel nome è un simbolo, un insegnamento, una forza; un insegnamento che vai più di cento libri; una forza che vai più di cento schiere. Lo stesso Cousin, il grande filosofo che dalle pagine immortali di Platone attingeva e rievocava le visioni della greca bellezza, gl’insegnamenti della greca sapienza, avrebbe di te potuto ripetere quel che scrisse del suo amico del cuore, [p. 147 modifica]caduto a Sfacteria, di Santorre Santarosa: «Altri hanno avuto maggiore influenza sul mio spirito e sulle mie idee, ma egli mi ha mostrato un’anima giusta ed eroica: è ancora lui che mi ha insegnato di più.» E anche tu, Antonio Fratti, potevi, come Santorre Santarosa, innanzi ai filosofi chiamarti filosofo: potevi ripetere come Santarosa: «Filosofia non è sapere molte cose, ma collocarsi in alto nella vita.» Così dalla tua tomba, Antonio Fratti, tu insegni.

O mio fratel d’armi delle balze trentine, fratel di dolore nei giorni [p. 148 modifica]di Napoli, compagno dei forti che caddero a Mentana, che caddero a Digione, non era, no, un campo di battaglia di più che ti occorreva di aggiungere alla gloria del tuo nome: ma il suggello cruento ad una fede di uomo libero e giusto, che alle giuste cause non segnava confine, che alla vita dei popoli sognava vincoli di amore. Ed anche insegnasti che, pei devoti alle cause più alte e più belle, gli apostolati più santi non si scompagnano dalla mitezza dell’animo, dalla bontà del cuore, dalla soavità degli affetti. [p. 149 modifica]Come il capitano immortale di cui seguisti le bandiere, come l’immortale maestro che t’instillò la sua fede, fosti forte, perchè eri buono: e il dovere lo intravedesti più lontano, più in alto, perchè la bontà illuminava il tuo cielo.

Dianzi ricordavo Santorre Santarosa. Certamente nell’intimo impulso che sospinse ai classici campi dell’Ellade il discepolo di Mazzini e di Saffi, pellegrino armato di una grande causa, come egli stesso lasciò scritto sette giorni innanzi la morte nella lettera dal campo che fu l’ultima sua, [p. 150 modifica]certamente in quell’impulso passò qualcosa del sentimento che sotto il cielo grigio e fra le brume d’Inghilterra, all’annunzio delle lotte per la greca libertà, tentò il cuore fervido del profugo soldato. «Sento per la Grecia — scriveva in quei dì Santarosa — un amore che ha del solenne; è la patria di Socrate.» Eppure quando quell’amore lo trascinò al suo fato, quando, settantun’anni ora compiono, in un mesto tramonto di dicembre, su la tolda della nave che dall’Inghilterra trasportavalo in Grecia, appoggiato ad un cannone, [p. 151 modifica]fissando il mare, Santorre Santarosa vide disegnarsi i profili delle coste greche avvicinantisi e farsi via via più distinti, una nube di mestizia improvvisa gli si diffuse sul volto: e a Giacinto Collegno, suo compagno di gloria e di esilio e di sventure, il quale gliene dimandava il perchè, rispondeva: «Non so perchè mi dispiaccia che il viaggio sia terminato: la Grecia, forse, non risponderà all’idea che me ne sono formato. Chi sa quale accoglienza, quale fine mi attende laggiù!»

Sbarcò e fu costretto a celare, [p. 152 modifica]a mutare il suo nome, perchè il governo insurrezionale greco diffidava di lui, nè voleva guastarsi con la Santa Alleanza: negatogli il grado, pugnò da semplice soldato: caduto a Sfacteria, il giorno dopo, nell’orazione funebre in onor degli estinti, l’oratore, da uomo di Stato, passò in silenzio il suo nome.

Oh! io non lo so se alcunchè del presentimento mestissimo dell’eroe subalpino abbia traversato l’anima fine, artistica, ellenica di Antonio Fratti al suo giungere in Atene. Non so se la Grecia, [p. 153 modifica]quale ei la vide e trovò, abbia recato offesa al suo sogno. Certo quest’ultima guerra passò dolorosa su molti entusiasmi: e alla patria antica, gloriosa, intellettuale del mondo, avrà indugiato, forse per anni, il destino. Indugio non infecondo però, e prova non inutile, quantunque dura, per lei, se ai nepoti di Milziade e di Temistocle avrà rammentato che i più bei sogni, i più grandi sogni dei popoli vogliono, più che discorsi e spensierate fiducie, preparazioni lunghe, savie, concordi, virili, temprate alla scuola della [p. 154 modifica]sventura; che non basta prestigio di nomi gloriosi, di memorie sublimi, se riempiano l’aria come semplice suono e meno dei ricordi sieno alti i cuori.

Non altrimenti ventitrè secoli or sono, mentre dalle gole istesse di Tessaglia e Macedonia, sopra la Grecia s’addensava il nembo, Demostene rampognava e ammoniva gli Ateniesi disputanti sotto i portici e nei quadrivi, chiudenti gli occhi al pericolo, dormenti su di esso, impreparati fino a che il [p. 155 modifica]giorno terribile di Cheronea li svegliò.

Ma ai gentili che tinsero del loro sangue più vivo la terra sacra ai popoli civili, l’avversa fortuna delle armi nulla avrà tolto di ciò che fa grande e fecondo il loro sacrificio. Lo benedice l’Italia, perchè in essa riaffacciasi alla poesia dei giorni migliori che alla sua vita segnavano ben più alta la meta, rivive alla speranza di energie che la ritrovino, di giustizie che la compiano. Non avrete, no, poveri morti, non avrete salvato la Grecia: neanche i [p. 156 modifica]trecento Tebani immortali la salvarono a Cheronea: ma qui sì, in Italia, avrete salvato qualche cosa che correva pericolo, avrete salvato qualche cosa che dormiva, qualche cosa che moriva; voi che, pugnando non lontano dalle Termopili, andaste là non ad apprendere, ma ad insegnare come si muore!

Là, sul colle di Antela, al passo delle porte fatali, i secoli le hanno distrutte le pietre modeste che rammentavano i Lacedemoni e i Tespiesi eroi. Il viandante più non vi legge: «Passeggero, vanne a [p. 157 modifica]Sparta a raccontare che qui giaciamo obbedienti alle sue leggi.» Ma se un cippo sarà posto sul colle di Domokos, dirà che una altra volta quei monti e quelle gole, per qualche arcano destino, dopo ventiquattro secoli, un’altra volta le hanno rivedute le camicie rosse, le fiammanti fenichìde dal color del sangue che arrestarono la marcia dell’esercito di Serse.3 E dirà che anche queste ultime erano poche centinaja, e [p. 158 modifica]che anche innanzi ad esse gli stendardi falcati e le turche coorti dovettero per un giorno fermare la marcia vittoriosa. E di più dirà la lapide, che non rigore di patrie leggi minaccianti, nè dorico fatalismo impose ai pugnanti e rese bello il morire, nel pensiero dei castighi di Sparta: ma libero e fervido innamoramento di anime, libere trasvolanti alla tomba come a letto nuziale, obbedienti, devote soltanto alla legge che avevano dato a sè stesso. O Leonida, Leonida, al tuo sepolcro, [p. 159 modifica]tornando da Mentana, anche con queste tu potrai dormire! (Applausi vivissimi, prolungati).

Note

  1. Quando l’oratore tenne questo discorso, la fama dava l’uno e l’altro dei due giovani valorosi Campanozzi e Giordano, per morti: fortuna li volle salvi e ridonati alla forte isola natia, testimoni viventi di una pagina di gloria.
  2. Dopo che l’amico Cavallotti aveva proferito il suo discorso, si venne a sapere dai reduci di Grecia che alle vittime devesi aggiungere anche il giovane Tomassi di Voghera, che apparteneva alla colonna Ricciotti. Onore alla memoria del prode!
  3. φοινικίδες chiamavansi dal colore le camicie o tuniche rosse che gli Spartani portavano in guerra, per nascondere il sangue delle ferite.