L'arte popolare in Romania/Capitolo IV

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Capitolo IV

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CAPITOLO IV.


il vestiario e la sua decorazione.

Fin dove l’antico costume (in romeno = port) s’è conservato e non si son presi dagli usi cittadini elementi di complicazione, la classe rurale della Romania e della penisola balcanica veste la camicia, il cui nome latino è stato conservato dai Romeni: cămașă, cămeșă. Per le sue origini, Arturo Haberlandt (1) rimanda alla «dalmatica» conservata nell’uso della chiesa cristiana, e per i suoi ornamenti ricorda la menzione fatta nelle antiche fonti del lavoro «frigio».

Vien tessuta sopra uno strumento che ha quasi identica forma a nord e a sud del Danubio e il cui nome slavo di războiu non deve indurci a credere che le nazioni slave, iniziate più tardi all’arte antica di queste regioni, l’abbiano scoperta e trasmessa agli abitanti indigeni che ne hanno avuto bisogno principalmente come capo essenziale del loro vestiario (in romeno veșmânt, lat. vestimentum).

Il materiale impiegato è il lino e la canapa, i cui nomi latini si sono conservati in romeno: in (2) e cânepă.

La forma della camicia varia secondo il sesso. Quella della donna, che è coperta dalle parti inferiori del vestiario, ha sempre lo stesso tipo, scendente fin verso i ginocchi; quella [p. - modifica] [p. - modifica] [p. - modifica] [p. - modifica] [p. - modifica] dell’uomo è di forma diversa secondo le regioni, o, per essere più precisi, talora anche secondo le vallate.

La camicia del contadino della Transilvania è lunga e larga nelle regioni occidentali che sono in pianura e subirono una lunga e dolorosa servitù; non è quella d’un lottatore pronto a montare a cavallo e a combattere: somiglia alla camicia dei coabitanti magiari. Nelle montagne transilvane è corta, sgonfiante, spesso ad artistici cannoncini. La si trova pure nelle regioni dell’Oltenia, della Valacchia, di tutta la Moldavia fino al Dniester «bessarabo». Nelle pianure riappare la forma larga senza cannoncini.

Fra questa camicia e quella dei Balcanici non corre alcuna differenza, compresa la piccola camicia degli Albanesi sempre in cerca di avventure, che hanno trasmessa in parte la loro foggia di vestire ai Greci di schiatta ellenica, facendoli rinunziare alle ben diverse tradizioni dell’ampia veste antica dalle pieghe d’una euritmia individuale.

Una cintura di lana colorata rossa o verde circonda la vita e serve in pari tempo di tasca (col «seno» stesso della camicia), massime per il coltello. Quando è sostituita dalla cintola di cuoio bruno o nero con placche di metallo gialle offre un largo campo alla fantasia creatrice.

I pantaloni, ițari (da ițe, fili da tessere), o strâmțari («che stringe») e presso i Transilvani anche nădragi, di canapa o di lana, hanno forme diverse secondo le regioni. Nella Transilvania occidentale sono larghissimi, scampanati in basso, come presso gli Ungheresi: pare che sia un costume sarmata, venuto dagli antichi Iazigi. Sulla Colonna Traiana non si vedono che i pantaloni aderenti molto pieghettati, il che richiede doppia lunghezza: si trovano nella montagna e nella maggior parte del territorio dell’Antico Regno. Potrebbe trattarsi dell’antica bracca, la braca celta, perchè in romeno vestirsi si dice a se îmbrăca (cfr. brăcinar). Nella regione danubiana, i larghi pantaloni bulgari, legati al ginocchio, fin [p. 57 modifica] dove salgono le corregge dei sandali, sono i più usati. Nella penisola balcanica, presso i Romeni di Macedonia, gli Albanesi, i Greci, i pantaloni aderenti sono più diffusi di quelli che noi attribuiamo ai Sarmati.

Sopra la camicia il contadino romeno si getta un mantello (il termine mantă è turco; mantie è un neologismo; vi è pure la șubă che di solito è foderata di pelliccia). E’ di lana (lână) bianca a disegni neri in Oltenia, tanto in montagna che in pianura; la stoffa è lavorata secondo antichi sistemi nello stesso ambiente rurale, e fin nelle radure delle foreste le pive o piue (singolare piuă o pivă, dal latino pillula) (3) si trovano lungo i corsi d’acqua e fanno sentire nella notte il loro monotono ritmo. Questo prodotto, assai spesso ma fine alla superficie, si chiama con termine turco abà, e fu senza dubbio naturalizzato dai mercanti d’oltre Danubio, antichi fabbricanti di questo panno orientale, a buon mercato. C’erano degli abadgì (in romeno = abagii: la loro fabbrica e il loro commercio si chiamano abagerie). L’equivalente di questo termine è dimie, d’origine slava. Il costume dell’Albania e della maggior parte dei distretti serbi è fatto di questa stoffa e di questo colore.

L’ «abà» non penetra oltre l’Olt, ma l’Oltenia conosce pure altri mantelli che le sono particolari: sopra un fondo bruno si staccano dei fiori dei più svariati colori, di un bell’aspetto d’intarsio policromo, rosso, turchino, verde, giallo. Nella Valacchia il lungo mantello non è mai bianco nè ha le trecce nere così complicate, benché sia fabbricato con gli stessi metodi da artigiani che sono pure «abagii».

La Moldavia conosce due forme di mantelli, che beninteso s’incontrano pure nelle province che già ne furono [p. 58 modifica] staccate e anche presso i vicini, Sziculi o Ucraini, nonché presso certi Polacchi, gli Slovacchi e i lontani Cechi: il suman o sucman, detto anche ghebă, e il cojoc.

Il primo è di lana, d’un tessuto rozzo ma solido, bruno di colore, senza ornamenti alla superficie, ma terminato da una specie di passamanteria di grosse palle rotonde. Quando è più corto, il suman si chiama bondiță. Ambedue questi mantelli sono chiusi davanti con bottoni di panno grosso presi dentro cappi di filo nero. Nella vicina Transilvania il «somari» non è ignoto.

Il cojoc sostituisce il mantello d’inverno, nella maggior parte delle reg’ori romene, per non dire in tutte. E’ di cuoio bianco su cui, come si vedrà, risaltano degli ornamenti cuciti con lana, dei più vari colori, che rappresentano tipi di cui parleremo in seguito, quando cercheremo di determinare le forme generali della decorazione. Le dimensioni e il taglio di questa giacchetta di pelle, variano: vi sono in Transilvania dei «cojoc» più corti, senza maniche. In Valacchia si tagliano e si guarniscono più semplicemente, e in generale in questa parte del territorio romeno si vedono molto meno. La Moldavia in genere, ma in ispecie i distretti settentrionali e la Bucovina, presentano le mode più belle: il mantello di cuoio è lungo, scende oltre la vita e la segna, ha un colletto che si può rialzare, e le maniche lunghe, rese necessarie dal clima più rigido. I sarti che fanno questo lavoro abbondano di dettagli ornamentali più che nell’Oltenia; a Craiova ima strada intera è riservata a questa antica industria rustica (4). Il pastore porta mia larga giacchetta di pelle con la lana fuori; è la burcă.

Spesso, ma non in tutte le regioni, il contadino romeno è [p. 59 modifica] calzato di sandali, o piuttosto d’un pezzo di cuoio fermalo per mezzo di lacci o altrimenti: gli opinci. Questa è l’unica calzatura del pastore, eccellente per le strade di montagna; non ferisce mai il piede, e i soldati in guerra la reclamavano invece di quel tremendo strumento di tortura che è lo stivaletto austriaco. E’ una calzatura conosciuta in tutta la penisola balcanica, fino alle regioni albanesi e greche, ove la punta si solleva a forma di becco e può portare un fiore di lana. Non le si applica mai alcuna ornamentazione. Nelle regioni più ricche o più raffinate, come nella Moldavia superiore, gli opinci sono sostituiti da forti stivali che salgono oltre il ginocchio, e possono essere abbelliti da «punti» cuciti sulla parte più larga che copre il polpaccio.

Chi porta i sandali, lascia vedere le calze: călțuni, colțuni in Moldavia fun tempo si diceva calțe; cfr. il verbo a incălța, il sostantivo încălțăminte, calzatura, donde proviene il cognome di Călțaru), ciorapi, dal turco, in Valacchia. Sono di lana grossa, e soltanto nella valle del Danubio, e soprattutto nei distretti di Ilfov, Vlașca, Ialomița e nel Banato, hanno una decorazione a colori, corrispondente a quella del vestiario e dei guanti (mănuși, da mână, mano) di lana.

La testa, d’inverno — e per molti contadini romeni anche d’estate — è coperta dal berretto di pelo, la căciulă (cfr. la cucula romana), che corrisponde al berretto frigio dell’antichità, il copri-capo dei Traci, che era il distintivo dei Daci pileati e contrastava colle teste nude dei semplici cormati. La forma varia molto secondo le regioni: ve ne sono di diritti, come in Moldavia, altri hanno la punta piegata a destra, come lo portano i cacciatori delle montagne moldave, e altri ancora hanno la punta schiacciata, il che dà al berretto una forma quadrata e massiccia. L’origine d’un pastore, d’un contadino, si riconosce al suo modo di trattare la «căciulă». Questo berretto, questa «tiara» difficilmente è di lana bianca, spesso è di lana grigia. [p. 60 modifica]

È noto nella penisola balcanica, senza differenze nel carattere generale, presso tutti gli Slavi. Gli Albanesi invece, seguendo forse una tradizione illirica, usano la corta berretta rotonda di pelle bianca. Il fez popolare dei Greci, diverso da quello che Mahmud II rese obbligatorio in Turchia solo verso il 1830, è un berretto albanese di lana, con fiocco di frange.

Il cappello, pălărie (nella Transilvania settentrionale: clop, dal magiaro), è certo di origine transilvana. Figura nelle più antiche tariffe doganali dei Principi romeni, verso il principio del XV secolo. Talvolta, come in Moldavia, ha i bordi larghi, un po’ rialzati; talora la parte rialzata arriva sino alla linea del fondo, come in certe parti della Bucovina, nella Transilvania occidentale e nel Maramurăș. È circondato da un nastro che si presta a svariate guarnizioni, per le penne di pavone, che vi sono infilate dentro, o le perle di cui è cosparso.

Abbiamo già parlato della camicia che portano le donne (ie; diminutivo: iiță; che l’origine sia inie, tela d’in, di lino?): la parte inferiore è coperta dal grembiule che fa da vestito o dal vestito intero che avvolge strettamente il corpo, e che, se la donna è maritata, ha un’apertura laterale che mostra una piega fatta esteriormente nella camicia (5), Quest’ultima forma si trova nella Bucovina, nella Bessarabia settentrionale, nella regione montuosa della Moldavia, e, come tutto il resto del vestiario, dà un aspetto particolarmente semplice, svelto ed elegante alla contadina romena, non meno che alla Piccola Russa della Bucovina, della Bessarabia settentrionale (regione di Hotin) ed anche dei paesi vicini. Con termine slavo è chiamata catrință, ma, là dove la terra valacca tocca la Moldavia, si ha l’antica espressione romena di strângătoare, «quella che stringe». [p. 61 modifica]

In Valacchia la sottana è, per così dire, formata da due pezzi di stoffa fissati dalla cintura (brâu); è la fotă, di cui mostreremo l’ornamentazione insieme con quella della «catrință-strângătoare».

L’Oltenia, sottomessa ad altre influenze, e che forse rappresenta un altro antico strato barbaro, ha nel suo vâlnic (nome slavo) una strângătoare tutta d’un pezzo, con ornamenti esclusivamente curdi nella stoffa, e distinta dal fatto di essere più corta, molto larga e fittamente pieghettata. Se la «fotă» fa parte anche del vestiario della donna bulgara, fino a quella regione dei Balcani ove le donne portano solo un semplice vestito, nero come il velo che copre la loro testa, il vâlnic a sua volta si trova presso i Serbi e presso tutti gli abitanti, di razza diversa, della Macedonia.

Nel Banato infine, come in alcune regioni del Pindo, la parte tessuta della «fotă», lavorata molto riccamente con oro ed argento, è estremamente corta, e serve di semplice base fiammante a dei lunghi fili rossi che, con la loro criniera, coprono la camicia. Queste frange danno un carattere di particolare eleganza al vestito, che si trasforma in un semplice ornamento, e che quasi sempre, invece di posare direttamente sulla camicia, posa sopra una sottana. Spesso la «fotă» si trova solo di fronte o di fianco, e dall’altro lato è sostituita da un grembiule qualsiasi.

La Transilvania conosce le forme della parte corrispondente dell’Antico Regno: la parola șorț (Schurze), di importazione sassone, serve a indicare il grembiule.

Il suman e il cojoc servono di mantello anche alle donne, identici di forma, di colore, ornati nello stesso modo. Si chiama cațaveică (l’origine della parola è slava, ma si trova peraltro il nome proprio Cațaveiu) un corto mantello foderato di pelliccia.

Le donne, come gli uomini, portano gli «opinci» che si trovano anche talvolta nelle regioni assai ricche della [p. 62 modifica] montagna, a meno che, come nella Moldavia orientale, non preferiscano gli stivali che salgono fino al di sopra del ginocchio. Le pantofole, papuci, cipici, târâiți, e con un neologismo: pantofi — con o senza tacco — sono la specialità delle donne del sobborgo.

Le donne hanno di speciale il copricapo. Diverso di tessuto e di forma, esso serve presso i Romeni, come presso i Francesi delle varie regioni, a far conoscere l’origine più precisa delle persone. Quando non è sostituito da un brutto tulpan a fiori, d’importazione turca, comperato oggi, come nella maggior parte della Moldavia, nelle botteghe degli Ebrei, esso rappresenta un ramo importante del lavoro del paese, e, ben inteso, dell’arte popolare.

Talora è una leggera maramă (il greco moderno ha la forma «machramas», plurale «machramades») o cârpă, d’un fine tessuto di lino o di seta, che ricopre discretamente i capelli spartiti in trecce, spesso rialzate e combinate in modo da formare un’acconciatura più o meno complicata. Essa può talvolta prolungarsi sulle spalle e ricadere anche oltre la cintura; e ricinge, strettamente e delicatamente, quale appare in Occidente, durante il Medio Evo, dalle tele dei maestri del XVI secolo, il contorno del viso, spesso di un fine ovale aristocratico. In questo caso — nei distretti di Argeș, e specialmente nelle vallate che partono dall’antica «città» capitale, e per imitazione anche di Muscel — è un uso imitato dalla moda di Corte, d’origine bizantina, come si può osservarla negli affreschi delle chiese rappresentanti principesse del XIV, XV e XVI secolo.

Nei dintorni di Brașov, ove i «sette villaggi» costituiscono dei raggruppamenti importantissimi, quasi urbani, il velo prende all’incirca la forma di quello che continuano a usare le donne sassoni.

Un modo speciale di portarlo è quello di Săliște, il Grossdorf, già dipendenza sassone, vicino a Sibiiu-Hermannstadt: [p. 63 modifica] un largo nodo, che copre con la sua neve bianca solo la parte inferiore della pettinatura. Il suo nome è pachiol, che significa fachiol, termine greco, phakiolon, parente del fazzoletto italiano. Siccome gli abitanti di Săliște sono anch’essi pastori transumanti, l’àmbito di migrazione del pachiol si estende fino in Russia, e, poiché frequentano le fiere, l’imitazione d’un nome straniero è spiegabile. Nelle vicinanze, più in sù nella montagna, a Poiana, dove questo velo, nero di colore, è disposto con minore ricercatezza, il nome è sconosciuto.

Dacico è senza dubbio l’antico costume che consiste nel mettere questo velo, di cui presto descriveremo l’ornamentazione a linee verticali, sopra una montatura di legno, di fìl di ferro, di paglia intrecciata, di verghe, che si chiama il conciu o la ceapsă. Tale «diadema» si trova tanto nel vecchio centro della vita dei Baci, l’antica Sarmisagctusa di quei barbari straordinari, presso ad Hațeg, quanto nelle regioni vicine, a occidente sino in fondo alla stretta valle che conduce al Banato, a oriente fino a Dănsuș e in tutto il paese dell’Olt, attorno alla fortezza di Făgăraș. Oltrepassando la parte orientale della Transilvania, o meglio la parte Sud-Est che i Romeni dividono con gli Sziculi simili di costumi e di abitudini, lo si trova pure presso le Ungheresi dei distretti moldavi di Bacău e di Roman, le sole che lo conservino, accanto alle Romene che portano dei tulpan, neri o gialli, di fabbrica. Presso queste straniere, come nelle regioni montuose della Valacchia di cui s’è parlato, il velo discende imperialmente sino ai calcagni, e poggia sulla testa ad angolo retto, mentre le donne di Făgăraș lo avvolgono — senza alcuna influenza turca — attorno alla testa, con parecchi giri in modo da formare un turbante. Anche la Bucovina si conserva fedele a questa moda della maramă, ma senza il sostegno. Le Moldave del nord l’hanno trasmessa alle Piccole Russe, loro vicine, e nella Bessarabia, abitata anticamente dai Romeni, sono le sole a portarla, dalle parti di Hotin. Nessuna acconciatura [p. 64 modifica]

Altra casa valacca di Vălenii-de-Munte

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Costume popolare; delle montagne moldave

[p. - modifica] [p. - modifica] femminile può accoppiare tanta maestà a tanta grazia. Una gran parte della penisola balcanica conosce questa eredità dei Traco Illiri: la si ritrova in Serbia, anche fuori della valle del Timoc, abitata solo da Romeni; in Macedonia, ove la Romena si circonda la testa con una semplice sciarpa di lana nera, avvolta con grazia; in alcune regioni bulgare e specialmente, con tutta la pura bellezza d’un’ampia nube bianca, nella patria albanese, su suolo illirico, dalle parti di Scutari (6)

Questi popoli della Balcania hanno spesso derivato dai loro padroni turchi i larghi pantaloni e le pantofole anche per le donne. Le Romene non hanno accettato le mode del Sud che in alcuni distretti vicini al Danubio, e solo per quanto riguarda il copricapo. Nell’antica raià di Brăila, le donne, passando rapide nelle succinte vesti aderenti al corpo, portano sopra una speciale acconciatura, simile al cappello quadrato, basso, coperto da un velo nero, delle monache orientali, una stoffa scura che incornicia strettamente il viso. E gli stessi caratteri all’incirca si trovano presso quelle che, nelle antiche città turche della Bessarabia, come Ismail, lo Smil moldavo, continuano, nei costumi, la vita dell’Oriente. A monte del fiume, la maramă bianca a righe e a fiori, talora di tradizione esotica, copre uno «chapelet» di fattura analoga (p. es. distretto di Romanați). Il lusso della Turchia dominatrice, erede della pompa orientale, si spiega nel Banato, un tempo ottomano (fino al 1718); ivi, invece del velo bianco, si ha una specie di casco riccamente tessuto di seta o di filo d’oro e d’argento, destinato a sostenere la scintillante, abbagliante corazza dei ducati d’oro e dei vecchi talleri d’argento di Maria Teresa.

Questi vari modi di coprirsi la testa appartegono solo alle donne maritate. Quasi ovunque, io credo, l’uso esige che le fanciulle vadano a capo scoperto, e forse per questo son [p. 65 modifica] chiamate codane, da coadă (lat: cauda; treccia). Per ornare almeno la fronte, completamente scoperta, si usa nella Bucovina e prima, senza dubbio, si usò nella Moldavia settentrionale, una striscia intessuta di perle a diversi disegni geometrici: la gâță. Essa è di prammatica ai balli, nei quali le donne e le fanciulle del Banato appaiono raggianti nel loro casco d’oro e d’argento. Del resto, presso altri Ungheresi oltre quelli del paese degli Sziculi, sono stati adottati il velo bianco e le parti principali del costume: la camicia degli uomini, più larga però e pieghettata, il mantello per i due sessi, il grembiule per le donne.

Veniamo ora alle varie categorie che si potrebbero stabilire per l’ornamentazione dei costumi.

Cominciamo dal materiale. Il cotone è penetrato un po’ dappertutto, ma solo dopo il XVIII secolo, al più dopo il XVII: l'arniciu, che, salvo per la Bucovina e la parte montuosa della Moldavia, ha invaso il terreno. L’aristocratico lino s’è rifugiato in poche regioni. La seta, che rappresenta un gran lusso, non è comune. I ricami d’ogni genere si fecero dapprima specialmente con filo di lana, filato alla furcă e al fuso (fus), spesso camminando, e lavorato con l’ago (ac: dal latino).

Bisogna quindi considerare la decorazione della Bucovina come la più antica sotto il rapporto del materiale; essa non ammette l’innovazione del cotone e non raggiunge la raffinatezza della seta; tanto meno poi entrano nella sua composizione il filo d’oro e d’argento. Così pure non conosce quelle stelle di metallo, quei piccoli dischi rotondi con un foro che serve a cucirli sul ricamo, e che sono le «farfalle», i fluturi che ornano spesso il costume valaceo e che s’impongono nel costume misto adottato dalle signore di città (7).

Inoltre ogni regione si distingue per il colore o i colori [p. 66 modifica] che predilige. Si potrebbe dire che il Banato, relativamente orientalizzato, ha il suo trionfo nell’oro e nell’argento. La parte vicina dell’Oltenia mescola nel «vâlnic» il maggior numero di colori, formando quasi una di quelle policromie da tappeto di cui presto parleremo. Un certo splendore non manca negli ii e negli oprege della valle di Jiiu, che taglia a metà questa parte del territorio romeno. Invece, se a sud della valle dell’Olt l’influenza turca si fa sentire anche nel colore, a nord, dalla parte oltena, si ha una semplice e sobria armonia di bianco e nero, che, unita a qualche tenuissimo filo d’oro proveniente dal Banato o dal lato di Argeș, trova la sua più delicata espressione nei dintorni di Sibiiu (Săliște, Poiana, Rod, etc.), ove il grembiule di colore molto scuro è leggermente spruzzato di riflessi aurei. Appena passato l’Olt, la splendida vita principesca si rispecchia nel distretto d’Argeș e nel vicino Muscel, sposando l’oro al rosso purpureo che forma la base. Siccome dei boiari valacchi hanno dominato e colonizzato, dal lato di Făgăraș, il distretto transilvano dell’Olt, il cui principe valacco era herțeg (ungherese: herczeg, dal tedesco herzog), il duca, in tutti questi bei villaggi ai piedi delle montagne si trova, in mezzo a pochissimo oro, questa ossessione del rosso fiammante. Procedendo verso oriente, i colori non hanno più la stessa vivacità; sono smorti, rari, già nella Prahova. La pianura non ha carattere cromatico.

Più si risale in Moldavia, più si scopre il carattere dominante, quanto a colori, di questo antico principato moldavo, compresevi la Bucovina e la Bessarabia. Con una linea più ampia e un lavoro più fitto di lana, con una maggior varietà e molti meno interstizi bianchi, con o senza il ricamo privo di colore che, nella Valacchia, separa al di sotto della spalla i registri del fondo senza ornamentazione, si hanno delle combinazioni nuove, talora inattese, in cui si accumulano varie sfumature d’azzurro, il verde pallido o intenso, il rosa, il viola, il bruno chiaro, il giallo sbiadito, in breve tutta la sinfonia [p. 67 modifica] dei pascoli fioriti. Si accumulano e quasi si sovrappongono, non senza una certa malinconica pesantezza che non permette a nessuna tonalità di prorompere, e preferisce invece fondere tutto in un’armonia triste come la canzone stessa di queste regioni di lungo e doloroso eroismo, ai confini della razza, dinanzi al nemico. Qualche volta, per introdurvi un raggio di gioia (8), vi si mescola il filo d’oro piatto con cui si fa l’acconciatura delle fidanzate, la peteală o beteală, il cui nome viene da bete, il nastro tessuto che può ornare la cintura.

La direzione dell’ornamento è determinata dalle necessità del vestito non meno che da un’antica tradizione: le strisce di colore si alternano nel senso della lunghezza sulla «fotă» di Mehedinți, nel senso della larghezza sull’ «opreg» dell’Oltenia (come sul grembiule svedese) e sulla catrința di Moldavia. Sulla camicia, il seno è ornato di «riviere» (râuri; singolare râu, lat. rivus) longitudinali, che talora bordano, discretamente e solo sugli orli, la schiena; delle «riviere» nel senso della larghezza corrono dalla spalla al polso, in parecchie linee parallele, sulla manica. Soltanto in Croazia ho visto, insieme con molti elementi comuni al costume romeno e balcanico, delle strisce ornamentali molto strette sotto la vita, attraverso la camicia larghissima. In Bucovina le linee sono trasversali, diagonali, come sulle colonne scanalate. Le perle hanno una parte importante solo nel lavoro delle donne della Bucovina.

La tecnica non sembra che vari troppo da una regione all’altra (9). Due sono le categorie dei tipi che figurano tanto sulla camicia quanto sui grembiuli e sui vestiti-grembiuli, sui mantelli di tutte le fogge e sui veli di tutte le forme, e anche sulle calze, là dove se ne portano di guarnite, sulle bende [p. 68 modifica] di perle delle giovanette e sui nastri di perle dei giovani, sugli ornamenti di metallo delle cinture di pelle e, come presto vedremo, su tutti i tessuti che fanno parte degli accessori d’una casa di contadini, della sua «dote» (zestre). Il primo è il tipo a figura geometrica pura, l’altro il tipo che riduce a certe linee geometriche tutti gli elementi della natura vegetale o animale, fino al corpo umano stesso.

Quanto a figure geometriche, accanto alla croce, semplice o «a zig-zag», isolata o fiancheggiata da quattro punti ai quattro angoli rientranti, si ha il rombo, soprattutto il rombo, semplice anch’esso o doppio, con o senza annessi in linee parallele, esso pure assai spesso dentellato tutto attorno, a punte; la stella, così frequente nella scultura in legno, compare più di rado nell'ornamentazione degli abiti. Qualche volta essa si trova in fondo al rombo. Spesso si ha pure una linea a zigzag, a spina di pesce. Le figure s’inquadrano e si mescolano, tendendo a confondersi. Di solito, sulla spalla e sul polso delle camicie da donna, vi sono delle semplici strisce parallele di colore, e nelle «riviere» delle braccia si hanno delle serie di punti o di piccole stelle, dei quadratini talvolta punteggiati in catena. Si presenta pure quel fregio a lunghi zig-zag che contraddistingue così frequentemente il lavoro in legno. Dei circoli possono intercalarsi in disegni di quadri appuntiti. Aggiungiamo le forme a x, talora complicate nei particolari, i triangoli con le punte che si toccano, gli ornamenti circolari riuniti lateralmente, i meandri, i ganci isolati, gli angoli a circonflesso, le serpentine. Spesso i motivi geometrici sono riuniti a forma di laccio. Nell’Oltenia, poiché la sottana si impone soprattutto per l’abile miscuglio dei colori, le linee divergenti che servono di ornamento partendo dalla base hanno una decorazione semplicissima e minuta.

La natura vegetale, naturalmente, è la prima ad essere imitata da un capo all’altro della terra romena. Ovunque si [p. 69 modifica] vede la foglia a più lobi, l’ago dell’abete, il trifoglio, il ramo, lo stelo coperto di bottoni o di fiori, l’albero — non però «l’albero della vita» simbolico dell’arte musulmana — , e non meno spesso la spiga, che corona il lungo e faticoso lavoro dei campi, la palma della vittoria in questo annuo combattimento con la terra che si rifiuta e preferisce nutrire i figli delle macchie. Il fiore è imitato in Moldavia, in Bucovina e in Bessarabia, come pure nel Banato, talora con perfetta somiglianza, così da poter distinguere la rosa, il giglio, le campanule dei campi, il papavero, la «bocca di leone», e fors’anco la margheritina (10). Sopra un «casco» del Banato, in mezzo a dei rombi, si vede anche il fiore sullo stelo (11). Se la riproduzione è d’una esattezza troppo brutale, come su certe stoffe moldave o della Bessarabia, ciò è frutto di una recente influenza straniera, che parte dalle regioni germaniche e arriva per il tramite dei Sassoni della Transilvania, dei Tedeschi della Bucovina o dei Polacchi.

L’influsso del Mezzogiorno turco si fa sentire sempre quando si cerca di riprodurre uccelli, animali — per esempio leoni — , tipi umani, sia generici che appartenenti a un’epoca determinata, eleganti del XVIII secolo in larghi abiti orientali o «signori» e «dame» moderne col parasole in mano. Quest’influsso ha prevalso specialmente nell’Oltenia, anche sui grembiuli. L’operazione di «stilizzare» consiste nel rendere la testa e la base con un semplice rombo, le braccia e i piedi con un triangolo orientato in basso e due campanelli che sono i piedi: tre figure geometriche di diverse proporzioni, di cui la più alta si continua con l’ala di un cappello; forse un’altra figura, fra due stelle che fanno una linea spezzata, ornata nel centro da un rombo, ha lo stesso significato. Accanto alle foglie, si hanno dei fiori, senza alcun lavoro di [p. 70 modifica] riduzione schematica, quali suole presentarli l’arte persiana, l’arte, non tracia, dell’Asia Centrale, orientata verso la Cina e il Giappone. Se anche non si distingue nettamente l’oggetto che si è voluto copiare, la grande complicazione del disegno mostra evidente l’intenzione di riprodurre la natura. I più complicati tipi dell’Oltenia si presentano in un altro lavoro, quello dei tappeti; ma questi, trasmessi col commercio da un paese all’altro, e dapprima in case di boiari e di mercanti, hanno aggiunto alle vere tradizioni antiche l’elemento preso a prestito che proviene da un’arte di tutt’altra ispirazione. Aggiungerò che le forme orientali caratteristiche non si trovano che nei distretti dell’Oltenia meridionale, confinanti col Danubio, un tempo dominio turco. Tuttavia in certi tessuti provenienti dal Nord si potrebbe riconoscere il tentativo di riprodurre una chiesa, allo stesso modo che l’arte musulmana cerca di presentare una moschea (12. Quando in un tessuto di filo d’oro gli oggetti rappresentati, per esempio una spiga, hanno un rilievo troppo accentuato e linee troppo grosse, si deve ammettere la stessa causa di deviazione.

Il lavoro non differisce sotto alcun rispetto negli articoli tessuti e decorati che servono ad abbellire la casa o che debbono accompagnare le quotidiane occupazioni della vita. Vi è la tenda (perdea, dal turco), la salvietta (șervet, stessa origine), l’asciugamani (ștergar, mână șterg), il fazzoletto, la năframă, che del resto non serve per soffiarsi il naso, ma per ornare la cintura — la moda si è rinnovata nei fazzoletti guerniti che si portano nella tasca più alta della giacchetta — , e anche per testimoniare a qualcuno l’inizio di un desiderio d’amore, l’invito a una corrispondenza di sentimento, uso questo comune ai popoli della penisola balcanica. In tutti questi casi la decorazione, semplicissima, segue solo gli orli [p. 71 modifica] dell’oggetto. Accanto al fazzoletto o anche alla «maramă» -velo, c’è un altro tessuto, destinato ad altro scopo: serve a ornare un’immagine sacra, o si lega con negligenza affettata all’angolo di un mobile. Altri pezzi di stoffa servono a coprire le sedie nelle case, dove ce ne sono. In una parola, il loro uso è molto vario, ma il carattere generale è sempre lo stesso, e non si differenzia dai tessuti di cui abbiamo parlato prima.

Invece, la decorazione delle borse che formano il bagaglio delle donne quando si recano in città è di un lavoro più solido, più compatto, sopra una trama assai più resistente. L’uso è stato rinnovato nelle grandi borse riccamente ornate del tempo nostro. La stessa foggia hanno le bisacce degli uomini, che del resto quando viaggiano portano al fianco la borsa, la merindeața (da merinde, provvista, dal latino merenda); e lo stesso dicasi dei grandi sacchi appesi alla sella, i doppi desagi, le traiste. Se le cinture non sono decorate, lo sono invece con delicatezza e con grazia le piccole strisce (bete e betelii) che se ne staccano nel costume femminile. [p. 72 modifica] Costume popolare valacco
(distretto di Argeș)
[p. - modifica] [p. - modifica]Costume moldavo della regione delle montagne [p. - modifica]

Note

  1. Op. cit., pag. 40.
  2. Derivato, per contraffazione industriale: inișor.
  3. V. Dame: Incercare de terminologie populară română, Bucarest, 1901, p. 167 e sgg. Cf. più recentemente Tache Papahagi, Images d’ethnographie roumaine, II, Bucarest, 1930.
  4. I vecchi nomi turchi di ipingeà, mantello nero senza maniche, imurluc (mantello corto) si conservano ancora qua e là. V. Dame, op. cit., p. 169, nota 1.
  5. Allo stesso modo (v. Oprescu, Arta țărănească la Români, Bucarest, 1923, tav. III) un triangolo non ricamato sulla spalla di una camicia mostra che è destinata ad una fidanzata.
  6. Haberlandt, op. cit., tavola XVI, N. 2.
  7. In Oprescu, op. cit., tav. II, si parla di ornamenti di pelo di capra.
  8. Se ne hanno casi nel distretto di Mehedinti, v. Oprescu, op. cit., tav. V.
  9. Oprescu distingue il punto semplice, il punto a catenella, il punto quadrato, il punto di Holbein (op. cit.).
  10. Oprescu, op. cit., tav. XIX-bis.
  11. Oprescu, op. cit., tav, XXVI.
  12. Cfr. Oprescu, op. cit., tav. VII.)