La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte seconda/2. Gli orrori delle regioni polari

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2.

GLI ORRORI DELLE REGIONI POLARI


Se gli sforzi costanti di audaci navigatori, sono riusciti, a poco a poco, non ostante gl'immensi pericoli, i freddi intensi e le burrasche spaventose che imperversano in quelle regioni, a conoscere un gran numero d'isole e di coste, molte altre ancora ne rimangono da scoprire.

In quello sterminato oceano che bagna contemporaneamente le coste dell'Europa, dell'Asia e dell'America, le isole vi si trovano in non piccolo numero.

Ad ogni viaggio si può dire che nuove terre vengono scoperte. Ora non sono che semplici isolette, ora non sono che rocce colossali coperte eternamente di neve, ma talvolta sono isole immense che si presentano improvvisamente dinanzi agli sguardi meravigliati dei naviganti.

Quante ve ne sono ancora da scoprire? Chi potrebbe dirlo? Il freddo le protegge contro gli occhi scrutatori dei marinai, ed i ghiacci le nascondono gelosamente.

Il polo non si lascia rapire la preda e si direbbe che non tollera nel suo bianco regno che gli uccelli marini, le foche, le morse, gli orsi bianchi e le gigantesche balene.

Gli sforzi degli esploratori hanno aperto delle grandi brecce fra quell'immensa calotta di ghiaccio, che rinserra quel punto misterioso dove si dovrebbero riunire tutti i meridiani della nostra terra, ma non bastano. Non è il più che è stato fatto; molto resta ancora da farsi.

I maggiori ostacoli si trovano appunto presso il polo; e quali ostacoli! Non è un semplice anello di ghiaccio che rinserra quel punto che dovrebbe servire di perno al nostro globo; è una vera barriera di mille e forse più miglia di ghiaccio compatto, irto di montagne spaventose, che si spostano incessantemente, che si premono le une con le altre, che si urtano, che diroccano con scrosci orrendi e con detonazioni paragonabili allo scoppio simultaneo di centinaia di cannoni.

Nessuno, se non si è spinto fra le onde dell'Oceano Artico, può farsi un'idea delle scene tremende che offrono quei campi e quei monti di ghiaccio. La più sbrigliata fantasia non riuscirebbe a crearsi, nemmeno lontanamente, simili spettacoli.

Durante il brevissimo estate, il quale non dura che pochi mesi, due e molto di rado tre, i ghiacci non sono compatti. Il calore del sole, che mai tramonta durante quel tempo, spezza i banchi, senza scioglierli però.

Degli squarci immensi avvengono fra quei campi sterminati, che si prolungano per diecine e diecine di miglia e talvolta per centinaia, e le montagne che vi sono racchiuse, spinte dal vento, lasciano la loro prigione, e se ne vanno errando per l'oceano, sballonzolate dalle onde.

Sfilano come fantasmi, a diecine, a centinaia, ora riunite ed ora staccate, rendendo perigliosa la navigazione agli audaci che osano affrontare l'Oceano Artico.

Di quando in quando s'incontrano, si sgretolano, formando centinaia di monticelli che prendono il nome di hummoks, i quali sfilano a loro volta verso il sud, spinti dai venti e trascinati dalle correnti.

Talvolta invece quei giganti, rosi alla base dalle acque non più fredde, perdono improvvisamente l'equilibrio e strapiombano in mare, sollevando delle immense ondate e producendo un tal fracasso da venire udito a parecchie miglia di distanza. La montagna però resta: non ha fatto altro che rivoltarsi e cambiare di forma. Guai se nella sua caduta incontra una nave! Nessuna, per quanto solida, potrebbe resistere all'urto di quei colossi, che misurano talvolta mezzo miglio di circonferenza e che hanno un'altezza di mille metri!

Lo spettacolo che offre l'Oceano Artico nei brevi mesi d'estate è grandioso e anche pauroso, ma è nulla in confronto a quello che offre durante i grandi freddi.

Allora è il vero orrore, è il caos.

Le montagne di ghiaccio si saldano, gli hummoks, gli streams ed i palks si uniscono, s'allargano, s'ingrossano e finiscono per formare quegli immensi campi di ghiaccio che sono il terrore dei naviganti.

La superficie del mare, a poco a poco scompare. Si direbbe che le onde si cristallizzino poiché quei banchi sono tutti ondulazioni.

Ai primi di settembre, dalle regioni nordiche s'avanzano i primi nebbioni, pesanti, tetri, d'una tinta che mette paura e che rattrista l'anima.

S'avanzano a cortine, a ondate, turbinando sulle ali del vento; s'alzano, si abbassano, si spezzano, lasciando passare qualche breve raggio di luce, poi si distendono nuovamente, coprendo ogni cosa.

È uno dei più gravi pericoli per le navi, costrette ad avanzarsi a tentoni, fra i ghiacci cozzanti sinistramente e che da un istante all'altro possono strapiombare.

Poi si succedono gli uragani autunnali. L'Oceano Artico si sconvolge e mugge cupamente al di sotto di quei nebbioni.

Venti tremendi, gelidi, che fanno screpolare le carni ai disgraziati naviganti, passano con mille ruggiti, sulle onde scapigliate e sopra i banchi di ghiaccio. È il caos!...

Il sole intanto si abbassa sempre e perde, a vista d'occhio, luce e calore. Appare sull'orizzonte, poi ridiscende sempre e finisce con lo scomparire.

Ecco la notte polare che si avanza con tutti i suoi orrori. Non più albe, non più crepuscoli, non più tramonti.

Una notte nera, impenetrabile, piomba su quelle desolate regioni. Le terre diventano invisibili; le onde sembrano tramutate in inchiostro.

Solamente i campi immensi di ghiaccio, proiettano ancora quella luce sinistra, pallida, cadaverica che si riflette fino sulle nubi e che i marinai chiamano l'ice-blink.

Ma quando alle tenebre si unisce anche la nebbia, allora tutto scompare: è l'immensità del buio, è il regno delle tenebre.

Quali terrori devono aver provato i primi naviganti dei mari polari!... E quante angosce proveranno tuttora gli audaci che vanno a sfidare i ghiacci dei due punti estremi del globo!... Eppure quanti, inconsapevoli di tali paurosi spettacoli, affrontano anche oggi, intrepidamente, le regioni del gelo.

L'inverno è giunto. Il termometro scende sempre: passa lo zero e continua ancora.

Ecco le prime nevi! Passano come trombe sopra gli sterminati campi di ghiaccio e sopra il mare rimasto ancora libero, travolte furiosamente dal vento che soffia sempre con ruggiti crescenti.

I ghiacci si accumulano, si stringono, si rannodano, poi un brutto giorno quelle immense distese trepidano come se fossero animate. Mille urla salgono dai crepacci, mille cupi boati corrono sopra le massicce croste.

La massa intera ondeggia, si gonfia, si contorce, poi si spezza, si rinchiude, quindi torna a fendersi.

Tutti i banchi sono in moto. Si direbbe che una forza misteriosa, ma immensa, li agiti. Gli scricchiolìi aumentano, i muggiti diventano assordanti, i rombi si propagano da una estremità all'altra dei palks, poi dei massi scattano fuori, delle piramidi sorgono come per incanto, delle montagne si elevano, oscillano, precipitano, diroccano, mentre tutta la superficie dei ghiacci s'agita come il mare in tempesta.

Sono le pressioni. Guai alla nave che si trova fra quelle strette poderose, irresistibili. Quale potrebbe resistere?

Ed il freddo intanto aumenta sempre e l'oscurità diventa più paurosa, senza il menomo barlume di luce, fuorché quello debolissimo proiettato dagli astri.

Il ferro diventa come ardente e brucia le mani che lo toccano, carbonizzando la pelle; il vetro diventa un pericolo, e guai alle labbra che osassero posarsi sull'orlo d'un bicchiere; il pane e la carne acquistano la durezza della quercia; il legname quello delle ossa più dure; il petrolio, il vino, e perfino l'acquavite formano un blocco.

Le vesti induriscono, le coperte dei letti si irrigidiscono, gli stivali non si piegano più, gli occhi si coprono di ghiacciuoli e gelano durante il sonno, e le mani ed il naso corrono il pericolo di diventare carne morta, che più tardi si tramuterà in cancrena.

Gli uomini, fra quei freddi intensi che raggiungono talvolta, specialmente quando soffia il vento del nord, i cinquanta e anche i cinquantacinque gradi sotto zero, perdono completamente la loro energia. Sono in preda ad una sonnolenza continua, si muovono come ubriachi, provano delle oppressioni, il loro cervello s'intorpidisce, le loro forze vengono meno, la loro volontà viene annientata.

Talvolta provano l'impressione di avere attorno alla fronte come un cerchio di ferro che soffoca i loro pensieri.

Solo delle continue distrazioni possono strapparli da quello stato, ma sono possibili le distrazioni in mezzo a quelle tenebre paurose? Non hanno nemmeno la consolazione di poter fumare, perché dopo poche tirate anche la pipa gela ed il povero fumatore si trova in bocca, invece del fumo, un pezzo di ghiaccio!...

Quali splendori offre però qualche volta anche quell'orribile notte polare.

Quelle tenebre che sembrano anch'esse gelate al pari del mare e dell'atmosfera, tutto d'un tratto s'illuminano d'una luce sanguigna.

L'orizzonte settentrionale, poco prima nero come se fosse di pece, scintilla come per opera magica. Fasce purpuree salgono verso il cielo, con dei tremolìi strani, un immenso arco si delinea in un batter d'occhio, formato da getti di luce e che si spiega in frange scintillanti.

Il cielo sembra in fiamme e l'incendio si propaga arrossando lo spazio. Le stelle impallidiscono e scompaiono; la luna perde il suo splendore e si copre, come se avesse vergogna di non poter lottare con quell'orgia di luce.

Il grand'arco ondeggia come sospinto da un vento furioso e assume tutte le gradazioni dei colori.

Getti di luce rossa, gialla, azzurrognola, verde, s'alzano e s'abbassano, si fondono con un insieme meraviglioso e lanciano nello spazio infinito bagliori sempre più intensi.

Parrebbe d'assistere a qualche improvvisa trasformazione del globo, e che quell'incendio debba tutto travolgere nelle sue orbite gigantesche.

Tutti i campi di ghiaccio scintillano e sembrano nuotare nel sangue, le montagne di ghiaccio pare che ardano. Gl'immensi ice-bergs rifrangono quelle luci come prismi di cristallo, con delle vibrazioni che feriscono gli occhi.

Quella luce è l'aurora boreale, uno dei più grandiosi e dei più splendidi fenomeni della natura, e che solamente in quelle desolate regioni, sede del gelo e dei famelici orsi bianchi, si può ammirare in tutto il suo splendore.

Ben presto però il grand'arco oscilla più vivamente, i fasci di luce rimpiccoliscono, mandano un ultimo sprazzo che si diffonde ancora pel cielo, poi l'oscurità torna a piombare, e gli astri soli rimangono ad illuminare quegli immensi campi di ghiaccio rumoreggianti sotto le formidabili pressioni.

Ma anche l'inverno passa.

Dalla parte ove il sole sorge si comincia a discernere, per qualche minuto, una luce biancastra, la quale aumenta di giorno in giorno.

L'astro diurno sfiora l'orizzonte, ma non si alza ancora abbastanza, si sente però che sale. La luce si diffonde sempre più e prolunga la sua comparsa; da bianca diventa giallastra, poi rosea ed ecco un bel giorno sorgere l'astro.

Con lui ritorna la vita. Quegli immensi campi di ghiaccio, rimasti deserti durante la lunga notte polare, a poco a poco si animano.

Schiere di uccelli compariscono: oche bernide, lumme, borgomastri pigolanti, urie, strolaghe, gazze marine, gabbiani e procellarie sfilano sui campi, salutando con grida gioconde il ritorno della primavera.

Le indolenti morse, dai lunghi denti di avorio, le foche, le volpi turchine, le lontre, ritornano e si avvoltolano fra le nevi, riscaldandosi ai tiepidi raggi del sole, mentre fra i canali apertisi fra i ghiacci, navigano maestosamente le gigantesche balene e scherzano i delfini gladiatori ed i narvali dal lungo corno.

I ghiacci si fendono con detonazioni spaventevoli ed i banchi si sgretolano con rombi assordanti, mentre da tutte le alture scendono, scrosciando, i ruscelli.

I ghiacciai pure, addormentati durante la notte polare, si risvegliano e rovesciano in mare enormi masse di ghiaccio.

Gli ice-bergs, gli hummoks, gli streams, i palks, liberatisi dalle strette dei banchi, riprendono le loro peregrinazioni attraverso l'immenso oceano, e sfilano a flottiglie verso il sud, spinte dai venti e dalle correnti.

Dopo le cupe tenebre succede una vera orgia di luce. Il sole non tramonta più e proietta senza posa i suoi raggi su quei campi sgretolati.

Le terre si denudano e la regione polare, dopo tanti freddi intensi che hanno spento ogni vita, è in fiore!... Là dove prima non vi erano che ammassi di ghiaccio e di neve, spuntano timidamente le prime piante.

I licheni tappezzano le rocce, zuppa preziosa pel povero esploratore affamato, dimagrito dalle lunghe sofferenze del tremendo inverno; i ranuncoli, le sassifraghe, i muschi, le graminacee, i monties dai petali bianchi, i lychinis dalle corolle rosse, le hesperies, che sono i garofani dei mari polari, i papaveri dai petali d'oro, le pediculare purpuree, le belle andromede che tengono luogo delle eriche, si mostrano dappertutto. Perfino i boschetti di salici spuntano, poveri boschetti che un berretto basta per coprirli!...

Eppure con tutti gli orrori che offrono le regioni polari, non mancano gli abitanti in quelle regioni, e cosa strana, quegli abitanti hanno un tale attaccamento pei loro banchi di ghiaccio, che trasportati in Europa muoiono di nostalgia.

Le terre situate al nord dell'Europa e della Siberia, non risulta che siano, almeno finora, abitate. Le Spitzbergen, la Terra di Francesco Giuseppe e tutte le isole che la circondano, nonché tutte quelle che si trovano a settentrione della Siberia, sono deserte, ma non così quelle numerosissime dell'America settentrionale, senza parlare della Groenlandia che ha colonie abbastanza fiorenti.

Questi figli dei ghiacci, che lontani da quelle terre desolate non potrebbero vivere, sono ancora numerosi, quantunque le carestie di quest'ultimi anni, prodotte dalle stragi incessanti fatte dai balenieri e dai cacciatori di foche, ne abbiano fatti perire in grandi quantità.

Quali strane vicende hanno costretto quegli uomini ad abbandonare il dolce clima americano, per sfidare i rigori di quelle terre desolate? E prima di tutto, da dove vengono? A quale razza appartengono?

Difficili quesiti che non hanno trovata ancora una soluzione. Sembra che provengano dall'Asia perché hanno molti punti di contatto con la razza mongola, gli occhi leggermente obliqui, i capelli, la tinta, quantunque un po' più oscura, e anche la testa. Sono uomini di statura piuttosto piccola, col corpo grosso, tozzo, le gambe corte, gli zigomi sporgenti, la faccia larga, il naso schiacciato, i capelli lunghi e ruvidi e la pelle giallo-bruna, coperta eternamente da uno strato di grasso di tinta indefinibile che tramanda un odore pestifero d'olio rancido e che mai si toglie.

La loro bocca è grande, armata di denti solidi come quelli delle fiere, la loro barba rada assai, le loro mani ed i loro piedi sono piccolissimi e la loro testa non è proporzionata al loro corpo. Nondimeno sono robusti e dotati d'una forza ragguardevole. Per questi caratteri sono stati posti nella razza gialla o mongolica, ma sottoposti all'influenza di quei climi rigidi, devono aver subìto delle notevoli modificazioni.

La loro lingua, che chiamasi karalit, è molto variata. Certi indigeni delle isole nord-americane non riuscirebbero a farsi comprendere dai loro fratelli della Groenlandia, quantunque si riconosca in quei diversi dialetti un'origine comune.

È d'altronde una lingua povera, ricca solamente nella forma di coniugazione e dominata da suoni duri e aspri.

Vivendo quei popoli in regioni di perpetua sterilità, prive di grandi vegetali e dove la breve durata dell'estate non permette alla terra di produrre alcuna pianta nutritiva, essi traggono dal regno animale tutti i loro mezzi per nutrirsi, vestirsi e anche per navigare.

Valenti cacciatori, e altrettanto abili pescatori, con semplici lance che hanno per lo più la punta d'osso ben affilata, uccidono orsi bianchi, renne, foche, morse, narvali e osano perfino assalire le enormi balene. Con certe reti fatte con sottili strisce di cuoio appese a dei lunghi bastoni, riescono anche a prendere gli uccelli che attraversano le gole.

Soprattutto è la foca che fornisce all'esquimese quanto gli è di più necessario, cioè il nutrimento, il vestito, la luce, il letto e perfino i vetri da porre nella sua capanna di ghiaccio, vetri per modo di dire, poiché sono costituiti dal ventricolo di quegli anfibi, molto sottile e trasparente.

Con le pelli delle foche si fabbrica calzoni e casacche, copre le sue barchette chiamate kayaks, rendendole impermeabili, coll'olio riempie la sua lampada di pietra, con le ossa si fabbrica manichi di coltelli.

Le armi di questi uomini sono affatto primitive, eppure non sono meno micidiali. Hanno coltelli, lance, dardi con le punte di pietra o d'avorio e archi di corna di bue muschiato o di fanoni di balena, con frecce dalla punta d'osso.

Munito di queste armi, l'esquimese non teme la grossa selvaggina. S'imbarca sul suo canotto, s'affida audacemente alle onde e va ad assalire i mammiferi che sono numerosi nelle sue regioni.

Nell'inverno, quando il mare è gelato, si pone in agguato, per intere giornate, presso i crepacci, insensibile ai morsi del freddo intenso, alle bufere di neve, ai venti nordici, aspettando pazientemente che le foche o le morse vengano alla superficie a respirare per ramponarle.

L'inverno può essere lungo, ma il paziente cacciatore non mancherà di cibo.

D'altronde tutto è buono per lui: l'olio di foca, così nauseante, la volpe, il lupo, il pesce putrido, il grasso di balena, la carne cruda, perfino gl'intestini ed il sangue degli animali.

È vorace, ma anche previdente e quando ha la fortuna di fare una pesca od una caccia abbondante, la mette in serbo pei tempi peggiori, conservando la carne entro il grasso gelato delle foche.

Nella costruzione delle loro abitazioni, questi figli del freddo spiegano un'abilità straordinaria. Secondo la regione in cui si trovano e secondo i materiali che hanno a loro portata, elevano delle abitazioni comode che li proteggono efficacemente.

Nell'estate non hanno che delle tende o delle capannucce; d'inverno invece si riparano entro cupole di neve e di ghiaccio che non hanno più di tre metri di elevazione, con una porta strettissima.

Una lampada che arde continuamente, basta a riscaldare quei piccoli ambienti e la temperatura là dentro è tollerabilissima, anche per chi non è abituato a quei freddi.

Ma che profumi entro quelle casette! Ben pochi europei potrebbero resistere a quegli acuti odori di carne corrotta, d'olio rancido e di ammoniaca.

In fatto di pulizia, gli esquimesi lasciano molto a desiderare. Nascono e muoiono senza lavarsi una sola volta. Tutt'al più vengono lavati, quando sono piccini, dalla lingua della loro madre!

Brave madri del resto, che hanno molta cura dei loro piccini, che spingono la loro affezione fino a mangiare certi insetti che pullulano fra le arruffate capigliature di quei monelli ed a provvederli d'occhi di foca che divorano con grande appetito, convinti che la loro vista avrà molto da guadagnare.

Brave madri che spingono la loro affezione fino ad allattare i loro figli fino ai dodici e talvolta persino ai quindici anni!

Eppure questi esseri si reputano felici e sdegnano gli agi delle città europee.

Trasportati alcuni a Londra, incredibile a dirsi, deperirono a tale punto da doverli ricondurre fra i loro ghiacci per non vederli morire!

Tutte queste tribù, disperse fra le isole polari, non hanno stabile dimora, eccettuate quelle che si trovano nelle colonie danesi della Groenlandia.

Quando la selvaggina diventa rara, emigrano su altre coste, risalendo per lo più verso il nord.

Alcune si sono spinte così innanzi, da vivere in un perfetto isolamento. Il capitano Ross, della marina britannica, durante il suo viaggio polare ne ha trovata una al 78° di latitudine boreale.

Quel gruppetto di famiglie, da secoli e secoli viveva in un perfetto isolamento e si credeva l'unico popolo del mondo, la cui estensione per quegli abitanti era limitata ai banchi di ghiaccio che li circondavano!