La cucina futurista/manifesti ideologia polemiche

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un pranzo che evitò un suicidio i grandi banchetti futuristi
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il pranzo della “penna d’oca”
e il manifesto
della cucina futurista


Fin dall’inizio del Movimento Futurista Italiano, cioè 23 anni fa (Febbraio 1909) l’importanza dell’alimentazione sulle capacità creatrici, fecondatrici, aggressive delle razze, agitò i maggiori futuristi. Se ne discuteva spesso tra Marinetti, Boccioni, Antonio Sant’Elia, Russolo, Balla. Vi furono in Italia e in Francia alcuni tentativi di rinnovamento cucinario. Subitamente il 15 Novembre 1930, l’urgenza di una soluzione s’impose:

Il ristorante PENNA D’OCA di Milano, diretto da Mario Tapparelli, offrì ai futuristi milanesi un banchetto che voleva essere un elogio gastronomico del futurismo.

Questa lista di vivande:

oca grassa
gelato nella luna
lacrime del dio «Gavi»
brodo di rose e sole
favorito del mediterraneo zig, zug, zag
agnelli arrosto in salsa di leone
insalatina all’alba
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sangue di bacco «terra ricasoli»
ruotelle tempiste di carciofo
pioggia di zuccheri filati
schiuma esilarante «cinzano»
frutta colta nel giardino d’Eva
caffè e liquori


piacque molto ai convitati: S. E. Fornaciari Prefetto di Milano, S. E. Marinetti, On. Farinacci, On. Sansanelli, S. E. Giordano, Umberto Notari, Pick Mangiagalli, Chiarelli, Steffenini, Repaci, Ravasio, e i futuristi Depero, Prampolini, Escodamè, Gerbino, ecc.

I meno futuristi erano i più applaudenti. Ed era logico, poichè, eccettuato il brodo alle rose che inebriò i palati futuristi di Marinetti, Prampolini, Depero, Escodamè e Gerbino, le vivande apparvero timidamente originali e ancora legate alla tradizione gastronomica. Il cuoco Bulgheroni fu ripetutamente acclamato.

Marinetti, invitato a parlare davanti a un ricevitore della Radio disposto sulla tavola tra «ruotelle tempiste di carciofi» e «pioggia di zuccheri filati», disse:

— «vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti alla razza. La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del [p. 25 modifica]volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi, l’abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perchè appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d’altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso».

Questo discorso suscitò tra i convitati applausi folli e torbide irritazioni. Marinetti sfidò le ironie precisando il suo pensiero.

All’indomani su tutti i giornali scoppiò una polemica violentissima alla quale parteciparono tutte le categorie sociali, dalle signore, ai cuochi, ai letterati, agli astronomi, ai medici, agli scugnizzi, alle balie, ai soldati, ai contadini, agli scaricatori del porto. Ogni volta che in qualsiasi ristorante, osteria o casa d’Italia veniva servita la pastasciutta, erano intrecci immediati di interminabili discussioni.



Il giorno 28 Dicembre 1930, nella Gazzetta del Popolo di Torino apparve

il Manifesto della cucina futurista


«Il Futurismo italiano, padre di numerosi futurismi e avanguardisti esteri, non rimane prigioniero delle vittorie mondiali ottenute «in venti [p. 26 modifica]anni di grandi battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue» come le chiamò Benito Mussolini. Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina.

Fra tutti i movimenti artistici letterari è il solo che abbia per essenza l’audacia temeraria. Il novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due futurismi di destra moderatissimi e pratici. Attaccati alla tradizione, essi tentano prudentemente il nuovo per trarre dall’una e dall’altro il massimo vantaggio.

Contro la pastasciutta


Il Futurismo è stato definito dai filosofi «misticismo dell’azione», da Benedetto Croce «antistoricismo», da Graça Aranha «liberazione dal terrore estetico», da noi «orgoglio italiano novatore», formula di «arte-vita originale», «religione della velocità», «massimo sforzo dell’umanità verso la sintesi», «igiene spirituale», «metodo d’immancabile creazione», «splendore geometrico veloce», «estetica della macchina».

Antipraticamente quindi, noi futuristi trascuriamo l’esempio e il mònito della tradizione per inventare ad ogni costo un nuovo giudicato da tutti pazzesco.

Pur riconoscendo che uomini nutriti male o [p. 27 modifica]grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia.

Consultiamo in proposito le nostre labbra, la nostra lingua, il nostro palato, le nostre papille gustative, le nostre secrezioni glandolari ed entriamo genialmente nella chimica gastrica.

Noi futuristi sentiamo che per il maschio la voluttà dell’amare è scavatrice abissale dall’alto al basso, mentre per la femmina è orizzontale a ventaglio. La voluttà del palato è invece per il maschio e per la femmina sempre ascensionale dal basso all’alto del corpo umano. Sentiamo inoltre la necessità di impedire che l’Italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll’italiana, snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio, tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio.

Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante, noi futuristi dopo avere agilizzato la letteratura mondiale con le parole in libertà e lo stile simultaneo, svuotato il teatro della noia mediante sintesi alogiche a sorpresa e drammi di oggetti inanimati, immensificato la plastica con [p. 28 modifica]l’antirealismo, creato lo splendore geometrico architettonico senza decorativismo, la cinematografia e la fotografia astratte, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce.

Crediamo anzitutto necessaria:

a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana.

Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo.

Un intelligentissimo professore napoletano, il dott. Signorelli, scrive: «A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno [p. 29 modifica]squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».

Invito alla chimica


La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento.

Perchè opporre ancora il suo blocco pesante all’immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani o archeologi. Ricordatevi poi che l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso.

b) L’abolizione del volume e del peso nel modo di concepire e valutare il nutrimento.

c) L’abolizione delle tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e altri cuochi futuristi.

d) L’abolizione del quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato.

Invitiamo la chimica al dovere di dare presto ai corpo le calorie necessarie mediante [p. 30 modifica]equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro. Oggi per duemila kilowatt occorre soltanto un operaio. Le macchine costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale. Questo, essendo ridotto a due o tre ore, permette di perfezionare e nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi perfetti.

In tutti i ceti i pranzi saranno distanziati ma perfetti nel quotidianismo degli equivalenti nutritivi.

Il pranzo perfetto esige:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.

2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il “Carneplastico”


Esempio: per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finchè è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a [p. 31 modifica]metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio.

Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passata al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e cognac e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

3. L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore [p. 32 modifica]nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.


Equatore + Polo Nord


Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore futurista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit.

Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.

4. L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale. [p. 33 modifica]5. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione.

Ogni vivanda deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.

6. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7. L’abolizione dell’eloquenza e della politica a tavola.

8. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione [p. 34 modifica]amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.

11. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poichè molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe, ecc.; apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p. es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.

F. T. MARINETTI

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La «Cucina Italiana», giornale diretto con grande genialità e competenza da Umberto e Delia Notari, aprì un’inchiesta mentre infuriava la polemica mondiale pro e contro la pastasciutta e pro e contro le vivande futuriste.

Tra i molti, difesero la pastasciutta i dottori Bettazzi, Foà, Pini, Lombroso, Ducceschi, Londono, Viale, ecc. Questi, poco scientificamente, obbediscono alla prepotenza del loro palato. Sembrano parlare a tavola, in una trattoria di Posillipo, la bocca beatamente piena di spaghetti alle vongole. Non hanno la lucidità spirituale del laboratorio. Dimenticano gli alti doveri dinamici della razza, e il turbine angoscioso di splendide velocità e di violentissime forze contraddittorie che costituisce la vita moderna.

Pur sforzandosi di legittimare i loro piaceri boccali, debbono convenire che altre vivande sono per lo meno nutrienti quanto la pastasciutta.

Alcuni di questi dichiarano che i profumi, le musiche, ecc. sono unicamente paragonabili agli eccitanti, mentre sono da noi considerati come atti a creare sul mangiatore uno stato d’animo ottimista singolarmente utile ad una buona digestione. Non soltanto: i profumi, le musiche e i tattilismi, che condiscono le vivande futuriste, [p. 36 modifica]preparano il giocondo e virile stato d’animo indispensabile per il pomeriggio e per la notte.

Tutti i difensori della pastasciutta e gli accaniti nemici della cucina futurista sono i temperamenti malinconici, contenti della malinconia e propagandisti di malinconia.

Qualsiasi pastasciuttaro che consulti la propria coscienza onestamente al momento d’ingurgitare la sua biquotidiana piramide di pastasciutta, vi troverà dentro la triste soddisfazione di tappare con essa un buco nero. Questo buco avido è una sua incurabile tristezza. S’illude, ma non lo tappa. Soltanto un pranzo futurista può rallegrarlo.

E la pastasciutta è antivirile perchè lo stomaco appesantito ed ingombro non è mai favorevole all’entusiasmo fisico per la donna e alla possibilità di possederla dirittamente.


Nella stessa inchiesta brillano però le intelligenze dei Medici che dicono:

«l’uso abituale ed esagerato della pastasciutta determina certo ingrossamento ed esagerato volume addominali»

«i grandi consumatori di pastasciutta sono di carattere lento e pacifico, quelli di carne sono di carattere veloce ed aggressivo».

Prof. Nicola Pende (clinico).

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«occorre cambiare alimenti per legge biologica: la ripetizione costante dello stesso alimento, l’esperienza dimostra, è cagione di danno».

Prof. Senatore U. Gabbi (clinico).

«ritengo che l’uso della pastasciutta sia nocivo ai lavoratori intellettuali, alle persone che conducono vita sedentaria e soprattutto a coloro che, oltre la minestra, possono concedersi la carne ed altri piatti».

Prof. Senatore Albertoni.

«È questione di gusti e del prezzo del mercato. In ogni modo, conviene un’alimentazione mista, e quindi mai esclusivamente fatta con un solo alimento».

Prof. A. Herlitzka (fisiologo).

«il valore nutritivo della pasta asciutta non presenta speciali caratteristiche che possa farla preferire a quelle degli altri tipi di farinacei».

Prof. Antonio Riva (clinico).

«la pasta asciutta non si può considerare come un cibo di facile digestione perchè dilata lo stomaco e non subisce, come il pane, una sufficiente preparazione con la masticazione».

Prof. Dott. C. Tarchetti.

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Altre inchieste, pro e contro la pastasciutta, furono fatte dal «Giornale della Domenica» di Roma e da altri giornali italiani. Il Duca di Bovino, Podestà di Napoli, rispondendo ad una di queste inchieste, dichiarò che «gli Angeli, in Paradiso, non mangiano che vermicelli al pomodoro», consacrando con ciò la monotonia poco attraente del Paradiso e della vita degli Angeli.

Intanto, la polemica dilagava attraverso centinaia di articoli. Ricordiamo, a caso, gli scritti di Massimo Bontempelli, Paolo Monelli, Paolo Buzzi, Arturo Rossato, Angelo Frattini, Salvatore di Giacomo, ecc.

Ricordiamo i diversi pareri dei cuochi romani Ratto, Giaquinto, Paggi, Alfredo, Cecchino, «sora» Elvira, ecc.; tutti, perchè incapaci di rinnovare la loro cucina, favorevoli alla pastasciutta.

Ricordiamo il numero completamente dedicato alla cucina futurista del «Travaso» di Roma e le innumerevoli caricature apparse nel «Guerin Meschino», «Marc’Aurelio», «420», «Giovedì», ecc., ecc.

Ma, mentre i nemici della cucina futurista, si accontentavano di facili ironie e di nostalgici rimpianti, aumentavano le adesioni e gli entusiasmi per la lotta contro la pastasciutta. [p. 39 modifica]Fra tutti gli articoli, questo di Ramperti, pubblicato sull’«Ambrosiano» come «lettera aperta a F. T. Marinetti», stravince:

Carissimo,

Ricordi? Hai scritto, una volta, che io. Marco Ramperti, appartengo all’estrema destra del parlamento futurista. Tu sei l'amabilità in persona, mio caro Marinetti, con tutti i pugni e schiaffi della tua dialettica d’assalto, e non potevi dire con più grazia d’uno che, essendoti attento ed amico, ha però le sue idee, che non sono sempre quelle del tattilismo e delle parole in libertà. Volevi essermi gentile, e m’hai fatto un posticino alla tua destra, fra i convertibili, mentre potevi benissimo lasciarmi fuori dell’uscio, fra i passatisti senza rimedio e senza diritti. Da quel giorno, ti confesso, più volte i tuoi decreti-legge m’hanno posto nel crudele dilemma di rassegnarti le mie dimissioni, ovvero di domandare le tue, tanto il disparere era sensibile, e faceva insopportabile la mia presenza nella tua assemblea. Quand’ecco la tua insurrezione conviviale, il tuo manifesto contro la pasta asciutta: ed ecco che, rianimato, illuminato, rifatto in un momento pieno d’audacia fedele, il tuo pallido futurista ad honorem passa d’un balzo dall’estrema destra all’estrema sinistra delle tue assisi, e, per Dio, [p. 40 modifica]ti grida il suo consenso pieno, assoluto, fanatico, disperato.

Benché io non sia, ohimè, il più giovine del tuo reggimento, ora ti domando, o Marinetti, di portar io la bandiera di quest’ultima tua offensiva. Pare a me che la rivoluzione alimentare sia la più provvida fra quante mai tu abbia suscitate. E infatti appare la più difficile. Tu vedi come gli Italiani, toccati nell’epigastrio, già ti si ribellino. Accettano il tattilismo, le parole in libertà, l’intonarumori. Ma alla pasta asciutta non rinunciano. Accettano il pugno, il salto, il passo di corsa: però con la sua porzione di spaghetti. Accettano, e intendono, di riavere il primato nel mondo: disposti, tuttavia, questa priorità a cederla per un piatto di maccheroni, come già Esaù per uno di lenticchie. Tu vedi com’è fatta, purtroppo, questa gente nostra. Capace di rinunziare a tutti i comodi, a tutti i vantaggi, e non a un appetito. Ah, non credere, Marinetti, che stavolta la battaglia sia facile! Per ciò domando, appunto, l’onore di servirti. Ma credi a me: bisognerà avere coraggio. I fischi saranno molti; la pasta asciutta tornerà in tavola; e noi dovremo, chissà ancora per quanto tempo, predicare a pancie piene e a cuori deserti.

Non importa. Vinceremo meglio, vincendo tardi, come in tutte le buone rivoluzioni. La nostra, intanto, esprime il suo verbo, stabilisce la sua legge. Poiché gli Italiani hanno consentito al [p. 41 modifica]principio futurista di farsi quanto più possibile agili, desti, veloci, elettrici, furibondi, verrà bene il giorno in cui si persuaderanno che, a raggiungere un tale stato di grazia, nulla può meglio giovare del mangiar poco e scelto, del limitare i propri pasti alla stilla essenziale e alla briciola leonina. In verità quest’ultima propaganda tua, o Marinetti, è la più conseguente e logica fra tutte quelle derivate dal tuo manifesto cardinale di vent’anni fa: e non si capirebbero tante resistenze, se non ripensando, appunto, alla tenacia e caparbietà di certe abitudini dello stomaco. Non è la prima volta che un popolo c’insegna di saper rinunziare a tutto, fuorchè a una ghiottoneria. Un francese che stimava i Tedeschi, il conte di Gobineau, soleva dire che di là dal Reno nessuno saprebbe commettere una viltà, fuorchè per una salsiccia con crauti. È un giudizio che mi torna a mente, ripensando a quel Pulcinella che resisteva a tutto, fuorchè a una manciata di vermicelli. Questo grande amore della pasta asciutta è una debolezza degli Italiani, e tu hai cento ragioni di batterla in breccia. C’è il tallone d’Achille, e c’è il palato del futurista. Ora, fra tutti i cibi ingozzanti e paralizzanti che contraddicono al tuo programma di rapidità, elasticità ed energia, la pasta asciutta è precisamente il più diffuso e calamitoso. Ma essendo il più nefasto, è anche il meno maledetto. Ed ecco la molla della tua rivolta riparatrice. Che vuol dire, quest’altra [p. 42 modifica]abitudine, quest’altro vizio, quest’altra abbiezione? Liberiamoci anche dalla pasta asciutta, ch’è anch’essa una schiavitù. Che ci gonfia le ganasce, come a mascherotti da fontana; che ci intoppa l’esofago, come a tacchini natalizi; che ci lega le interiora con le sue funi mollose; e ci inchioda alla scranna, repleti e istupiditi, apoplettici e sospiranti, con quella sensazione dell’inutilità che, a seconda degli individui, può dar piacere o vergogna, ma in ogni caso deve essere aborrita da chi vanti un’anima futurista, o soltanto giovine e sveglia.

Insomma tu hai capito perfettamente, mio caro Marinetti, il pericolo e il disdoro di questo mito dei maccheroni: macaroni che ci han fruttato, al di là dell’Alpi, qualche metafora indecorosa. Si diceva, un tempo, che gli spaghetti noi li mangiassimo con le mani: e forse il senso della maldicenza era che non potessero, da una siffatta golosità, andare disgiunte sciatteria e sudiciume. Poi ci concessero le forchette, forse per avere il diritto di dire a Ginevra che anche gli Italiani vanno armati fino ai denti: ma gli spaghetti non furono tolti dal nostro quadro folkloristico. Si sa oggi in tutta Europa quante porzioni ne mangi Primo Carnera, come nel 1894 si sapeva quante ne divorasse Francesco Crispi. L’italiano delle allegorie ha pur sempre l’avida bocca spalancata su un piatto di tagliatelle, quando non sia di vermicelli colanti sugo lungo le bramose canne. Ed [p. 43 modifica]è un’immagine offensiva: buffa, deforme, brutta. Vorrebbe insegnare la vanità di quel nostro appetito, insieme alla sua irruenza bestiale. In fondo, la pasta asciutta non nutre. Riempie: non risangua. La sua sostanza è minima in confronto al suo volume. Ma è appunto, vorrebbero dire le allegorie maligne, un vero cibo italiano. La nostra pasta asciutta è come la nostra retorica, che basta solo a riempirci la bocca. Il suo gusto sta tutto in quell’assalto a mascelle protese, in quel voluttuoso impippiarsene, in quell’aderenza totale della pasta al palato e alle viscere, in quel sentirsi tutt’uno con lei, appallottolati e rifusi. Ma è un gusto porcino. Ma è un gaudio da poco. Inghiottiti che siano, gli spaghetti infestano e pesano. E ci sentiamo, subito, impiombati come monete false. Qualche cosa ci trattiene, giù, come un ceppo. Non abbiamo più nè la sillaba facile nè l’immagine pronta. I pensieri sfilano l’uno dentro l’altro, si confondono, s’imbrogliano come i vermicelli assorbiti. Le parole s’appallottolano allo stesso modo. Il poco sugo che portano alle labbra è del sugo di pomodoro. Guai ad aver vicino, in quel momento, un interlocutore o una amante. Il madrigale è insulso, il frizzo è cretino, l’argomentazione è impossibile, interrotta com’è dai sussulti delle budella. Si sa che i peccati di gola sono i più rapidamente puniti dal Signore Iddio. Quello della pasta asciutta viene espiato all’istante. È la pancia che si gonfia a spese [p. 44 modifica] del cervello. È l'incatenamento, o l’esilio, di tutti gli spiriti, concettosi od amorosi. Provatevi dunque, dopo una strippata di tagliatelle, a partire per una polemica. Oppure per Citera. Vi giuro che resterete fermi alla prima tappa, quando pure non sarete stronchi dalla partenza. Quanto paradiso perduto, per un attimo d’obliosa animalità!

MARCO RAMPERTI



V. G PENNINO,
capo cronista della “Gazzetta del
Popolo”, interviene nella polemica
con questa lettera a F. T. Marinetti:


«Suo fervido ammiratore sin da quando, ragazzo, seguivo con appassionato interesse le battaglie purificatrici che Ella combatteva tra l’indifferenza e l’incomprensione degli italiani dell’epoca, ho letto con entusiasmo il manifesto della cucina futurista. È certo che si pensa si sogna si agisce secondo quel che si beve e si mangia, come è certo che — a proposito dell’alimentazione — gli uomini si dibattono ancor oggi tra incertezze, contraddizioni, errori d’ogni genere. [p. 45 modifica]Sembra che la preoccupazione di chi fa cucina sia quella di ingozzare, riempire il ventricolo come si riempie un sacco, eccitare ed avvelenare con droghe e intrugli, mentre dovrebbe esser quella di preparare un cibo sano, energico, saporoso, piacevole alla vista al tatto al palato, che dia nerbo e sostanza in piccola quantità, che svegli la fantasia con immagini di panorami agresti, col profumo di giardini tropicali e faccia sognare senza bisogno di bevande alcooliche. Benedetta sia, dunque, la ventata rinnovatrice e risanatrice nella pesante atmosfera delle cucine d’Italia, benedetta la lotta contro la funesta pasta asciutta che con le sue faticose digestioni appesantisce il corpo e intorpidisce lo spirito. (Badi che io sono napoletano e conosco tutti i nefasti di questo alimento). Quando dalle tavole della penisola sarà bandita la pasta asciutta ingombrante e addormentatrice, quando la cucina non sarà più il regno di massaie inette e di cuochi ignoranti e avvelenatori, ma diventerà una fucina di sapienti combinazioni chimiche e di sensazioni estetiche, quando si riuscirà a creare e diffondere una alimentazione che sappia conciliare nella minor quantità il massimo di potere nutritivo esplosivo dinamico, solo allora la potenza volitiva, la vivacità, la fantasia, il genio creatore della razza avranno il loro pieno sviluppo.

«Ma la lotta contro la pasta asciutta non basta. È necessario abbattere altri idoli, sgominare [p. 46 modifica]errate tradizioni: affermare che il pane bianco, per esempio, greve ed insipido è un alimento inutile che forma nello stomaco un blocco indigeribile e va sostituito con quello integrale profumato e sostanzioso; che il riso è un alimento prezioso, ma a patto che non venga privato con la brillatura delle sue sostanze fitiniche; che le verdure contengono veri tesori per l’organismo umano (ferro, fosforo, vitamine, globuline, sali di calcio, di potassio, di magnesio, ecc.) purché con le assurde cotture tali tesori non vengano stupidamente distrutti e che, infine, la teoria delle calorie e della necessità di una grande quantità di albumine animali e di grassi ha fatto il suo tempo ed è ormai dimostrato che una piccola quantità di cibo ben combinato secondo la razionale conoscenza dei bisogni del nostro organismo dà assai più forza ed energia dei piatti di maccheroni, di carne e di uova che consumano coloro che vogliono ben sostenersi. Ogni popolo deve avere la sua alimentazione e quella del popolo italiano deve esser basata sui prodotti di questa terra calda, irrequieta, vulcanica; deve esser perciò composta per tre quarti dei meravigliosi prodotti vegetali che ci sono invidiati da tutto il mondo e per un quarto appena di prodotti animali. Questi devono essere usati con grande parsimonia specie dai lavoratori intellettuali, mentre il soldato, il lavoratore manuale e, in genere, chi svolge una grande attività fisica [p. 47 modifica]può farne maggior consumo. (Il contrario di quel che succede comunemente). È bene si sappia che una carota cruda finemente tritata con olio e limone, un piatto di cipolle o di olive o queste cose combinate, insieme con un po’ di noci e un pezzo di pan nero sono per la stufa umana un combustibile assai più idoneo e redditizio dei famigerati maccheroni al ragù o dei tagliatelli alla bolognese o delle bistecche alla Bismarck. D’altra parte con le cose più semplici, sane, sostanziose si possono creare piatti che danno agli occhi, al palato, alla fantasia sensazioni ben più intense delle vivande che oggi fanno bella mostra sulle migliori tavole.

«Così la battaglia che Lei ha ingaggiato — se pur si presenta durissima, perchè deve cozzare contro tradizioni radicate e tenaci, contro interessi formidabili e contro l’ignoranza diffusa — dovrà trovare molti consensi nell’Italia d’oggi, perchè mentre mira a rinnovare un ambiente rimasto troppo fortemente abbarbicato al passato, ha una enorme importanza sociale ed economica, specie se l’invito alla chimica da Lei lanciato troverà tra gli scienziati italiani buone accoglienze. Un chimico francese — il prof. Mono — ha inventato degli «alimenti concentrati» di cui ho sperimentato l’efficacia, ma essi hanno il torto di essere stranieri innanzi tutto e assai cari. Auguriamoci che dei chimici italiani sappiano fare di più e meglio. [p. 48 modifica]«Scusi se mi sono permesso di inviarLe queste affrettate note, suggeritemi dal Suo bellissimo Manifesto, ma ho pensato non dovesse riuscire discaro — tra i moltissimi che indubbiamente riceverà — l’entusiastico consenso di un modesto studioso di problemi dell’alimentazione.

G. V. PENNINO



Dei molti articoli apparsi a favore della lotta futurista contro la pastasciutta, ricordiamo i più originali:


Il capo-cuoco del re


Il Cav. Pettini, Capo-Cuoco di Sua Maestà il Re d’Italia, porta nel dibattito una parola precisa: «È fuori dubbio che i farinacei tutti appesantiscono il corpo ed in conseguenza... minacciano l’intelligenza» e più oltre, nella lettera diretta al giornale «La Cucina Italiana», afferma ancora: «necessità d’innovazioni, di modernismo anche nella cucina; chè deve anch’essa rispondere ai tempi e magari precorrerli».


Schopenhauer e la pastasciutta


Il Dott. Angelo Vasta, in un articolo sulla cucina futurista, osserva: «I Napoletani si sono ribellati, ma appunto conviene ricordare quanto [p. 49 modifica]scriveva il loro concittadino Dr. Carito in «Umanità Artritica»: ... il nostro popolino è ancora in una fase primitiva. Su per giù non ha fatto grandi progressi dal tempo in cui Schopenhauer, osservando il suo cibo quotidiano, lo qualificò genialmente come l’ alimentazione dei rassegnati.

«Ahimè, anche le nostre classi alte, intellettuali, persino le così dette «dirigenti», non sanno alimentarsi bene! Onde il torpore della vita fisiologica con i suoi inevitabili nefasti riverberi nella sfera psichica. Onde quella nomea di «indolenza » con cui fummo additati e vilipesi nei secoli scorsi. In tutto ciò che concerne alimentazione, moto, esercizî sportivi dobbiamo radicalmente riformarci...»


Un medico del ’500
contro la pastasciutta


In un articolo sul «Secolo XIX» di Genova, Amedeo Pescio insorge contro quelli che chiamano gloria e vanto dei genovesi i ravioli, le lasagne, i taglierini, ecc. E scrive: «Giovanni da Vigo iniziò la campagna contro la pasta asciutta nel ’500, quando il buon rapallino dottissimo, curava papi e principi, prelati e ministri, gente dinamica, sì, ma che non andavano in giù a digerire corbe di trenette e di litantrace. Orbene il grandissimo chirurgo della nostra città (come [p. 50 modifica]egli diceva, parlando di Genova) scrisse «La Pratica in Arte Chirurgica». Nel IX e ultimo libro si troverà una diffida esplicita e formale contro l’abuso della pasta asciutta; la raccomandazione, la prescrizione quasi marinettiana al troppo gonfio '500: tutti i cibi di pasta si devono usare po- chissime volte «pasti alia denique et victualia paste rarissime sunt concedenda».


La pastasciutta
è di origine ostrogota


Libero Glauco Silvano, in un lungo articolo «Contributo per un’arte cucinaria futurista» propone alcune innovazioni alimentari. Riproduciamo qui la parte del suo divertente articolo contro la pastasciutta:

Era tempo di finirla, perdio, con una pietanza barbara che viveva a scrocco nella nostra civiltà ultramoderna: parlo dei maccheroni al sugo, al pomodoro o come meglio v’aggrada. Questo piatto, pur tra gli altri bestiali, ci faceva la figura di uno scimpanzè femmina in un salotto di dame sentimentali: e solo per un errato rispetto della tradizione si continuava a sopportare il suo lezzo plebeo. Il nome stesso ricordava il popolo, rozzo e oleoso di lordume, in mezzo al quale era nato: maccheroni. Qualche buona pasta [p. 51 modifica] di cuoco, discepolo ed emulo di Brillat-Savarin, s’era ultimamente indaffarato a ingentilirlo, a togliergli di dosso quel tango di canagliume: l'aveva piegato a non accompagnarsi a certe tronfie e sguaiate cipolle, adipose come belle da marinaio, a certi agli sbiancati e consunti da morbi nascosti, all’olio rancido e caprigno. Ma sotto le nuove spoglie aveva i modi e le volgarità del villan rifatto e a nulla gli valeva la continua frequenza con quell’aggraziato ed epicureo messere che si chiama burro. Ebbe sempre la medesima pancia, tumultuosa e invadente: e dovunque entrasse, nella casa del povero e del ricco, volgeva gli occhi intorno come per imporre rispetto e reverenza, quasi discendesse da troppo magnanimi lombi per non dover stimare men che nulla le restanti creature gastronomiche.

Ma quali erano, di grazia, i suoi titoli nobiliari? La «Cronaca degli memorabilia» di Dacovio Saraceno, per fortuna, sta lì a cantarcene vita e miracoli: «lo macarono nato fue et notricato appo gli Ostragoti, gli quai molto et volantieri con essolui si solaciavano. Dieto macarono erat di spulcia (leggi spelta) et hebbe sua prima dimora in la regia del magno prence Teodarico, idest in Ravenia, lo qua prence affidato avealo a Rotufo, coco suo genialissimo. Il conobbero gli sudditi dello rege, per virtude della femina del coco, che avevasi invaghito dello ofiziale di guardia al palacio et al quale, tra un baciuzzo et uno [p. 52 modifica]baciozzo, confidogli la esistenzia dello nominato macarono. Ergo, lo amore per essolui macarono s’espanse per lo populo omne; et il bollivano cum cipoglia et alio et pastonacca; et il condivano cum suggo (sic) di cedriollo; et leccavansi digita et grugno».

Ah, i gentili damerini, in verità, che si leccavano le dita e il grugno! Era ben adatta ai loro incalliti palati quella cibaria mostruosa condita con succo di cetrioli. Già mi par di vederli, i baffuti Ostrogoti, mettersi a scavare ampie buche tra l’erba con le pesanti daghe e accosciarsi intorno, forbendo la bocca su un lembo dei mustacchi, in serafica attesa. Poi le degne consorti, sfiancate e luride, venivano a rovesciare nel piatto improvvisato la verminaia viscida dei «macaroni» e le braccia villose si tuffavano fino al gomito nella buca fumigante e le bocche si spalancavano — gnau gnau — e gli occhi colavan giù, per l’eccessiva beatitudine, sulle guance terrose.

Fu solo nell’alto medioevo (Cordazio Camaldolese: Pietanzie in usaggio appo aliquante nostre terre et regioni et insule et peninsule et similia con spiegato lor modo di prepararle in cucina) che ai cetrioli si sostituirono i pomodori, la cui coltivazione si era già molto estesa da quando frate Serenio, al suo ritorno dalla Cina, portò il preziosissimo seme — e non seme di baco da seta, come comunemente si crede (cfr. a questo riguardo la definitiva opera di esegesi storica [p. 53 modifica]scritta da Valbo Scaravacio e intitolata «Verità e corbelleria»: Pirocchi, editori in contrada: Sant’Anselobio, carlin 8). Un biografo assai minuzioso, spesso prolisso, del Boccaccio informa che l’autore del Decameron si faceva dalla moglie condire i maccheroni con latte di mandorle amare: «ma, dice il biografo, l’egregio scriptore non poteva digerirli ugualmente». Forse perchè il Boccaccio, aggiungo io, aveva troppo buon gusto per accettare placidamente quel piatto: e, comunque se lo facesse preparare, il suo palato aristocratico vi si rifiutava. Tuttavia, di buona o di mala voglia che fosse, mandava giù i maccheroni poiché non dovette neanche passargli per la mente, tant’era radicata la tradizione, di poterne fare a meno.

Per poco, nell’ultimo stadio del rinascimento, la maledetta pietanza non fu sepolta nell’oblio. Quando non se ne parlava quasi più, ecco quel cialtrone rumoroso dell’Aretino che viene a rimetterla sugli altari: e quale mezzo di propaganda che fosse migliore delle sue muse in carne e ossa procacissime?

Quanti banchettarono alla sua tavola divennero fervidi assertori dei maccheroni e alcuno di essi, per rendersi benemerito agli occhi del degno sire, compose addirittura una collana di sonetti ad alto elogio del cibo «al cui cospetto è nulla anche l’ambrosia»; e questo tale fu per avventura Martone Dagorazzi e i suoi cento componimenti [p. 54 modifica] poetici s’intitolano: «L’ambrosia delli omini».

Verso la fine del secolo decimottavo molti nobili ingegni, sicuri che la ragione di molti mali si dovesse cercare in quella pietanza, iniziarono una vivace campagna perchè l’umanità scrollasse dalla groppa il basto di schiavitù. Furono scritti innumerevoli opuscoli e tomi di varia mole: le gazzette, diffusissime, recavano articoli di gente che aveva acquistato grande autorità nel campo delle scienze e delle lettere: ma tutto fu inutile contro l’assenteismo delle plebi anche perchè era, in quel tempo, diffusa la superstizione che i maccheroni fossero il controveleno di ogni morbo, la panacea universale. Un ultimo tentativo lo fece nella prima metà dell’ottocento, il grande Michele Scrofetta delle cui benemerenze è superfluo parlare, essendo note ai più: e tuttavia l’eminente scienziato non approdò a nulla di concreto.

Doveva toccare alla nostra epoca la ventura di ripudiare definitivamente quest’usanza barbara.

Siamo, noi figli del secolo, troppo spregiudicati per non mandare a quel paese maccheroni e accessori senza neanche il benservito: e nessuno avrà rimpianti o spargerà tenere lacrimucce, anche se quasi all’insaputa ha ingozzato maccheroni tre volte al giorno: mattina, mezzogiorno, sera. Puah. Che porcheria, i maccheroni: per dirla, sono scomparsi dalle case i dipinti, le oleografie [p. 55 modifica]grafie, le foto e ogni accidente che li raffigurava: e le case editrici hanno ritirato dal mercato librario tutte le loro edizioni per sottoporle a una rigorosa censura, cancellando senza pietà, ristampando addirittura quando è stato necessario.

Tra qualche mese a sentirli solo nominare — i maccheroni, puah — la gente butterà fuori anche le budella.

Voglio però credere che questa vittoria, per quanto notevolissima, non faccia dormire sugli allori. Altre pietanze vi sono che, a un rigoroso vaglio, si mostrano indegne di ricevere le lodi dei nostri buongustai e degli onesti padri di famiglia e della prole studiosissima. Anzi è mia convinzione che sui vecchi ricettari si debbano fare sfreghi grossi così. Le nostre massaie continuano a preparare i cibi all’antica maniera perchè non saprebbero come prepararli altrimenti. Esse sentono oscuramente che questo e quel modo non vanno, ma ignorano a quale altro santo votarsi.

Ed ecco che è già sorto il primo nucleo di studiosi che cerca di dare una cucina aderente ai tempi.

Il compito intanto, è colossale: per distruggere basta una sola mano che accenda una miccia, ma per riedificare occorrono migliaia e migliaia di mani. [p. 56 modifica]

Battaglia
per la sanità, agilità, freschezza
dell’intellettualismo italiano


Ferdinando Collai, Capo dell’Ufficio Stampa di Bologna, polemizza con «le molli pacifiste congestionanti argomentazioni dei più illustri del mondo amidaceo, il blocco cariaceo della funestamente decantata pasta asciutta napoletana o bolognese». E conclude: «sono col Maestro nella violenta battaglia per la sanità, agilità, freschezza dell’intellettualismo italiano».


La pastasciutta
non è il cibo dei combattenti


Paolo Monelli, nella difesa della pastasciutta la dichiara l’ideale vivanda dei combattenti. Ciò era forse vero per gli alpini che, fra tutti i combattenti, sono i più pronti, dopo battaglie, scalate e valanghe, ad improvvisare perfetti equipaggiamenti, comodi rifugi, forniti e ben arredati baraccamenti e cucine sapienti. Ciò non è vero per le truppe che combattono in pianura.

I futuristi che combattevano a Doberdò, a Selo, sulla Vertoibizza, a Plava e alle case di Zagora e dopo a Casa Dus, a Nervesa e a Capo Sile sono pronti a testimoniare che mangiarono sempre delle pessime pastasciutte, ritardate, congelate [p. 57 modifica]e trasformate dai tiri di sbarramento nemici che separavano gli attendenti e i cuochi dai combattenti. Chi poteva sperare in una pastasciutta calda e al dente? Marinetti ferito alle Case di Zagora nell’offensiva del Maggio 1917, trasportato giù a Plava in barella, ricevette da un soldato ex-cuoco del Savini un miracoloso brodo di pollo: quel sagace opportuno cuoco, per quanto zelante e devoto al simpatico cliente di una volta, non avrebbe potuto con la maggior buona volontà offrirgli una pastasciutta mangiabile, poiché sulla sua cucina di battaglione crollavano di quando in quando tremendi barilotti austriaci a sconquassargli i fornelli: Marinetti dubitò allora per la prima volta della pastasciutta come vivanda di guerra. Per i bombardieri della Vertoibizza, come Marinetti, la vivanda comune era del cioccolato sporco di fango e talvolta una bistecca di cavallo cotta in un pentolino lavato con l’acqua di Colonia.


Oltre alle molte adesioni di cuochi, igienisti e artisti, la polemica sulla cucina futurista diede vita a tutta una serie di articoli e di studi sulle qualità del «riso» alimento italiano che deve essere sempre maggiormente propagandato ed usato. [p. 58 modifica]

L’opinione mondiale


Divampò a Parigi la polemica sulla cucina futurista in seguito alla pubblicazione del manifesto di Marinetti sul quotidiano «Comoedia», nel numero del 20 Gennaio 1931:


F. T. Marinetti

          vient de lancer le manifeste
                    de la cuisine futuriste


«Le Futurisme italien, au bout de vingt ans de grandes batailles artistiques et politiques souvent consacrées dansa le sang, affronte encore aujourd’hui l’impopularité avec un programme de rénovation intégrale de la cuisine.

Tout en reconnaissant que des hommes mal nourris ont créé de grandes choses dans le passé, nous affirmons cette vérité: que l'on pense, que l’on rève, que l’on agit selon ce que l’on boit et mange. Consultons à ce sujet nos lèvres, notre langue, notre palais, nos papilles gustatives, les secrétions de nos glandes et pénétrons génialement dans le domaine de la chimie gastronomique.

Nous sentons la nécessité d’empêcher l’Italien de devenir cubique et poussif, et de s’empêtrer dans une lourdeur opaque et aveugle. Qu’il se [p. 59 modifica]harmonise, au contraire, toujours mieux avec la transparence légère, et spiralique de la femme italienne, faite de passion, tendresse, lumière, volonté, élan, ténacité héroïque. Preparons des corps agiles pour les trains extra-légers d’aluminium de l’avenir, qui remplaceront les trains pesants de fer et d’acier.

Convaincus que le peuple le plus agile l’emportera dans les compétitions futures, préparons dès à présent l’alimentation la mieux faite pour une existence toujours plus aérienne et rapide. Nous proclamons avant tout nécessaires:

1) L’abolition de la pastasciutta, absurde religion gastronomique italienne. La pâte ne fait pas de bien aux Italiens; elle fait obstacle à l’esprit vivace, à l’âme généreuse, intuitive et passionnée des Napolitains. Elle enserre les Italiens dans ses méandres, comme les fuseaux rétrogrades de Pénélopes ou les voiliers somnolents en quête de vent. Les défenseurs de la pâte en portent dans l’estomac des ruines, comme les archéologues;

2) L’abolition du poids et du volume dans l’appréciation des aliments;

3) L’abolition des condiments traditionnels;

4) L’abolition de la répétition quotidienne des plaisirs du palais. Nous invitons la chimie à donner au plus tôt les calories nécessaires au [p. 60 modifica]corps, grâce à l’absorption d’équivalents nutritifs gratuits, en poudre ou en pillules, de composés albumineux, d’hydrates de carbone, et de vitamines. On fera baisser ainsi le prix de la vie et les salaires, en réduisant les heures de travail. Les machines formeront bientôt un prolétariat servile, au service d’hommes presque allégés de toute occupation manuelle. Le travail quotidien se réduira à deux ou trois heures, et le reste du temps pourra ètre ennobli par la pensée, les arts, et la dégustation de repas parfaits.

Le repas parfait exige une harmonie originale de la table (cristaux, vaisselle, apprêts), avec la saveur et la coloration des mets, ainsi qu’une originalité absolue de ceux-ci. Exemples:


                    Saumon de l’Alaska aux rayons
                    de soleil en sauce Mars


On prend un beau saumon de l’Alaska, on le coupé en tranches, on le passe au gril, en l’assaisonnant de poivre, de sel et d’huile fine, jusqu’à ce qu’il soit bien dorè. Ajoutez des tomates coupées en deux, que vous aurez fait cuire au gril avec ail et persil. Au moment de servir, posez sur les tranches des filets d’anchois croisés, et sur chaque tranche un disque de citron aux câpres. La sauce sera faite d’anchois, de jaunes [p. 61 modifica]d’œufs durs, de basilic, d’huile d’olive, arrosée d’un petit verre de liqueur Aurum et passée au tamis. (Recette de Bulgheroni, chef de la Piume d’Oie).


Bécasse au Monterosa

                                                                     en sauce Vénus


Prenez une belle bécasse, videz-la, recouvrezla avec des tranches de jambon et de lard, mettez-la en casserole avec beurre, sel, poivre et genièvre, et faites-la cuire au four très chaud pendant un quart d’heure, en l’arrosant de cognac. A peine retirée de la casserole, posez-la sur un canapé de pain grillé, trempé de rhum et de cognac, et recouvrez-la d’un feuilleté; remettez au tour jusqu’à complète cuisson de la pàté. Servez avec une sauce faite de vin blanc, d’un demiverre de marsala, de quatre cuillerées de myrtilles, de découpures d’ecorce d’orange, bouillie pendant dix minutes. Mettez la sauce dans la saucière et servez bien chaud. (Recette de Bulgheroni).

Le repas parfait exige aussi l’invention d’ensembles plastiques savoureux, dont l’harmonie originale de forme et de couleur nourrisse les yeux, et excite l’imagination avant de tenter les lèvres. Esemples: [p. 62 modifica]

Le “Viandesculpté”


Le Viandesculpté, créé par le peintre futuri ste Fillìa, interprétation synthetique des paysages italiens, est composé d’une épaule de veau roulée, farcie de onze qualité de lègumes verts, et rôtie au four. On la dispose verticalement en cylindre au milieu du plat, on la couronne d’un chapeau de miel, et on l’entoure à la base d’un anneau de saucisses posé sur trois boulettes de viande de poulet hachée et dorée au feu.


Equateur + Pôle Nord


L’ensemble plastique comestible Equateur + + Pôle Nord créé par le peintre futuriste Enrico Prampolini, se compose d’une mer équatoriale de jaunes d’œufs arrosés de sel, de poivre et de jus de citron. Au centre, se dresse un cône de blancs d’œufs montés et piqués de quartiers d’orange, comme de juteuses sections de soleil. Le sommet du cône sera criblé de truffes, découpées en forme d’aéroplanes nègres à la conquète du zénith.

Ces ensembles plastiques savoureux, colorés, parfumés et tactiles formeront de parfaits repas simultanéistes. Le repas parfait exige enfin:

L’abolition de la fourchette et du couteau pour les ensembles plastiques susceptibles de donner un plaisir tactile prélabial. [p. 63 modifica]L’usage d’un art des parfums pour favoriser la dégustation. Chaque plat doit être précédé d’un parfum, qui sera chassé de la table à l’aide de ventilateurs.

L’usage de la musique, mais seulement dans les intervalles des plats, pour ne pas distraire la sensibilité de la langue et du palais, tout en effagant la saveur précédente, et en refaisant une virginité dégustative.

L’abolition de l’éloquence et de la politique à table.

L’usage tempéré de la poésie et de la musique, en tant qu’ingrédients improvisés pour allumer la saveur d’un plat avec leur intensité sensuelle.

La présentation rapide, dans l’ intervalle des mets, sous les yeux et sous le nez des convives, de certain plats qu’ils mangeront et d’autres qu’ils ne mangeront pas, pour exciter la curiosité, la surprise, et l’imagination.

La création de bouchées simultanéistes et chan geantes, qui contiennent dix ou vingt saveurs à déguster en très peu de temps. Ces bouchées auront, dans la cuisine futuriste, la même fonction d’analogie amplifiante que les images en littérature. Une bouchée pourra résumer une tranche entière d’existence, le cours d’une passion amoureuse, ou un voyage en Extrême-Orient.

Une dotation d’instruments scientifiques en [p. 64 modifica]cuisine: ozoniseurs pour donner le parfum de l’ozone aux liquides et mets, lampes à rayons ultraviolets pour rendre les substances alimentaires plus actives et assimilables, électrolyseurs pour décomposer les sucs et les extraits et obtenir, pour un produit nouveau, des propriétés nouvelles, moulins colloïdaux pour pulveriser les farines, les fruits secs et les épices à un très haut degré de dispersion, appareils de distillation à pression ordinaire et dans le vide, marmites autoclaves centrifuges, et dialyseurs. L’usage de ces appareils devra ètre scientifique, de manière à éviter par exemple l’erreur de faire cuire les mets dans des marmites à pression, dont la haute température provoquerait la destruction des vitamines. Enfin, des appareils indicateurs enregistreront l’acidité ou l’alcalinité des sauces, et serviront à corriger les erreurs: trop fade, trop sale, trop poivré.»

F. T. MARINETTI


Diamo la traduzione dell’arguto articolo che il pubblicista francese Audisio lanciò, sul quotidiano Comœdia, in favore della cucina futurista:

«Sì, la pastasciutta è bene una dittatura dello stomaco, sì, essa porta con sè un torpore che con [p. 65 modifica]fina colla beatitudine, essa è il succulento veleno che rovina il fegato per la più grande gioia dello stomaco. Noi non siamo di coloro che la disprezzano, e anche l’amiamo... ma ne diffidiamo sopratutto se preparata alla maniera della cucina romana, cioè cruda. Perchè la sua digestione è una ruminazione insidiosa, lenta, invitante alla molle fantasticheria, ai vuoti sogni, alla rinuncia scettica, al ritmo untuoso conciliante dei tardigradi.

La si innaffia sopratutto di Salerno o di Frascati per comprendere la lentezza del popolino e dei prelati romani o napoletani, che sono anche l’origine di quel sentimentalismo languido, di quella ironia serena, di quella indifferenza amabile, di quella saggezza trascendentale, per cui Roma eterna, da Orazio a Panzini, sfida la lunghezza dei tempi.

«Si tratta oggi di rifare l’uomo italiano, poiché a che serve di fargli levare il braccio nel saluto romano, se può riposarlo senza sforzo sul suo grosso ventre? L’uomo moderno deve avere il ventre piatto, sotto il sole, per avere dei pensieri chiari, una pronta decisione, e un’azione energica: guardate il negro, guardate l’arabo. Il paradosso gastronomico di Marinetti mira all'educazione morale, come i suoi paradossi all'educazione estetica: bisogna scuotere la materia per risvegliare lo spirito.

«Un anno fa dicevamo che Marinetti castigava [p. 66 modifica]il pudore ipocrita e la menzogna dell’intelligenza, eccolo che ora frusta la beatitudine ipocrita della digestione. È tutta una morale che Marinetti sventra, sotto questa nube cucinaria. Egli si ricorda senza dubbio dei bei tempi violenti in cui sotto il cielo di Parigi piantava il germe di una rivoluzione mondiale degli spiriti».

Alle pubblicazioni su Comœdia seguirono articoli, commenti, caricature e discussioni sui maggiori giornali francesi, inglesi, americani, tedeschi, ecc.

Significativa l’intervista del giornale Je suis partout con Marinetti e l’articolo di fondo, in prima pagina, del quotidiano Le Petit Marseillais, sulla cucina futurista. Il Times di Londra, ritornò ripetutamente sull’argomento con scritti diversi, pubblicando anche poesie polemiche.

Lungo articolo «ITALY MAY DOWN SPAGHETTI » sulla Chicago Tribune. Altri articoli sulla Reinisch-Westfalische Zeitung di Essen e sul Nieuwe Rotterdamsche Courant. Giornali da Budapest a Tunisi, da Tokio a Sidney, che rilevano l’importanza della battaglia futurista «contro le vivande tristemente miserabili».

Fra i tanti questo articolo, apparso sul The Herald, fu tra i primi ad agitare la polemica sulla cucina futurista: [p. 67 modifica]

Spaghetti for Italians, Knives and

Forks for All are banned

in Futurist Manifesto

on Cooking


Marinetti, father of Futurist art, literature and drama, has just issued from Rome a manifesto launching Futurist cooking, according to word received yesterday in Paris. Practically everything connected with the traditional pleasures of the gourmet will be swept away.

No more spaghetti for the Italians.

No more knives and forks.

No more after-dinner speeches will be tolerated by the new cult.

Details of the manifesto, published in the «Comœdia», give the principal feature of the new cuisine as a rapid succession of dishes which contain but one mouthful or even a fraction of a mouthful.

In fact, in the ideal Futuristic meal, several dishes will be passed beneath the nose of the diner in order to excite his curiosity or to provide a suitable contrast, and such supplementary courses will not be eaten at all.

«Since everything in modern civilization tends toward elimination of weight, and increased speed, the cooking of the future must conform to the ends of evolution. The first step would [p. 68 modifica]be the elimination of edible pastes from the diet of Italians», Marinetti writes.

Modern Science will be employed in the preparation of sauces and a device similar to litmus paper will be used in a Futuristic kitchen in order to determine the proper degree of acidity or alkalinity in any given sauce.

Music will be banished from the table except in rare instances when it whill be used to sustain the mood of a former course until the next can be served.

The new Futuristic meal will permit a literary influence to pervade the dining-room, for whith ideal rapid service, by means of single successive mouthfuls, an experience such as a love affair or a journey may be suggested.

Among the new kitchen and dining-room instruments suggested by Marinetti is an «ozonizer» which will give to liquids the taste and perfume of the ozone, also ultra-violet lamps to render certain chemicals in the cooking more active.

Also certain dishes will be cooked under high pressure, in order to vary the effects of heat. Electrolysis will also be used to decompose sugar and other extracts.

As a model for the presentation of a Futuristic meal, M. Marinetti calls attention to a Futuristic painting of a synthetic landscape made up of food-stuffs, by Fillìa. The landscape is composed of a roast of veal, stuffed with eleven [p. 69 modifica]kinds of vegetables, placed vertically upon a plate and crowned with honey.

This is one of the meals which, under the new system, could not be attacked with a knife and fork and cut into haphazard sections before being eaten.

Besides the abolition of macaroni, Marinetti advocates doing away with the ordinary condiments now in use, and a consistent lightening of weight and reduction of volume of food-stuffs. The Futurist leader also pleads for discontinuance of daily eating for pleasure.

For ordinary daily nourishment he recommends scientific nourishment by means of pills and powders, so that when a real banquet is spread, it may be appreciated aesthetically. [p. 70 modifica]

Contro la cucina
del Grande Albergo
e l’Esterofilia


Fra le cucine che imperano oggi, quella che noi consideriamo più detestabile e più ripugnante è la cucina internazionale di grande albergo che apre tutti i grandi banchetti ufficiali con un brodo su cui galleggiano 4 o 5 palline di pasta reale mollicce e sciape, e li chiude tutti con un dolce gelatinoso e tremolante adatto a bocche malate.

È logico che gli uomini politici d’ogni paese che vanno riunendosi per i grandi debiti, per la revisione dei trattati, per il disarmo e per la crisi universale, possano niente delucidare e poco concludere dopo avere ingurgitato simili vivande deprimenti, rattristanti e monotonizzanti.

In Italia, come in quasi tutti i paesi del mondo, si subisce questo tipo di cucina internazionale di grande albergo, unicamente perchè viene dall’estero. Domina purtroppo una bestiale mania, che chiamiamo esterofilia, che occorre combattere accanitamente. La Gazzetta del Popolo del 24 Settembre 1931, pubblicò contro l’esterofilia questo manifesto futurista di Marinetti:

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CONTRO L’ESTEROFILIA

Manifesto futurista alle signore e agli intellettuali


«Malgrado la forza imperiale del Fascismo, le parole esterofilia, esterofilo, inventate da noi, sono purtroppo ogni giorno più indispensabili.

1) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità, i giovani italiani che cadono in un’estasi cretina davanti a tutte le straniere anche ora che la crisi mondiale le impoverisce, se ne innamorano per snobismo e talvolta le sposano assolvendole da ogni difetto (prepotenza, maleducazione, antitalianità o bruttezza) soltanto perchè esse non parlano la lingua italiana e vengono da paesi lontani ignorati o poco conosciuti.

2) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità gli interpreti italiani di fama mondiale (artisti del canto, concertisti e direttori d’orchestra) quando si gonfiano fino a dimenticare che l’interprete è il servo utile non necessario del genio creatore. Esempio: l’eccellente e celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini che antepose il suo successo personale al prestigio della sua patria col rinnegare i suoi inni nazionali per delicatezza artistica ed eseguire quelli stranieri per opportunismo.

[p. 72 modifica]3)Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità i direttori d’orchestra e pubblici italiani che organizzano o applaudono concerti all’estero quasi privi di musica italiana. Un elementare patriottismo esige invece almeno una metà di musica italiana moderna o futurista da sostituire nei programmi a quella di Beethoven, Bach, Brahms, ecc..., già godute, penetrate e ammirate da tutti a sazietà.

4) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità i pubblici italiani che applaudono invece di fischiare i direttori d’orchestra stranieri quando, maleducatamente, dimenticano la musica italiana nei loro concerti in Italia.

5) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità gli industriali italiani che trovano mille pretesti per rifiutare una battaglia decisiva con l’industria estera e sono fieri di vincere gare internazionali con prodotti, macchine o apparecchi non interamente ideati e costruiti in Italia.

6) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità gli storici e i critici militari che della nostra grande guerra vittoriosa prediligono gli episodi trascurabili come Caporetto.

7) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità i letterati illustri che all’estero denigrano l’intera letteratura italiana (oggi originale, varia e divertente) colla speranza di apparire, ognuno, un genio altissimo in un popolo di mediocri illetterati.

[p. 73 modifica]8) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità i pittori, gli scultori e gli architetti italiani che, alla maniera di molti novecentisti e di molti razionalisti, preferiscono proclamarsi figli di novatori francesi, spagnuoli, svizzeri come Cézanne, Picasso, Le Corbusier piuttosto che figli di autentici novatori italiani come Boccioni, creatore della nuova plastica e Sant’Elia creatore della nuova architettura.

9) Sono esterofile e quindi antitaliane le assemblee che invece di bollare d’infamia definiscono «leciti peccatucci» le offese scritte e stampate da letterati italiani contro l’Italia, contro il nostro esercito e contro la nostra grande guerra vittoriosa.

10) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità gli albergatori e negozianti che trascurano gli efficaci e spicci mezzi a loro disposizione per influenzare italianamente il mondo (uso della lingua italiana negli avvisi, nelle insegne e nelle liste di vivande) dimenticando che gli stranieri, innamorati del paesaggio e del clima d’Italia, possono anche ammirarne e studiarne la lingua.

11) Sono esterofile e quindi colpevoli di antitalianità le signore italiane dell’aristocrazia e dell’alta borghesia che si infatuano degli usi e degli snobismi stranieri. Esempio: lo snobismo americano dell’alcool e la moda del cocktail-party, forse adatti alla razza nord-americana, ma certamente nocivi alla nostra razza. Consideriamo [p. 74 modifica]quindi cafona e cretina la signora italiana che partecipa orgogliosamente a un cocktails- party e relativa gara alcoolica. Cretina e cafona la signora italiana che crede più elegante dire: «ho preso quattro cocktails»; che dire: «ho mangiato un minestrone». A meno che essa subisca ora la invidiata superiorità finanziaria dello straniero, superiorità ormai distrutta dalla crisi mondiale.

Eleganti signore italiane, vi preghiamo di sostituire al cocktail-party dei convegni pomeridiani che potrete chiamare a volontà l’Asti spumante della signora B, il Barbaresco della contessa C, o il Capri bianco della principessa D. In questi convegni sarà premiata la migliore qualità del vino radunatore. E basta con la parola «bar» che va sostituita colle italianissime: «Quisibeve».

12) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità, gli italiani e le italiane che salutano romanamente e poi nei negozi domandano sdilinquendosi prodotti esteri con occhiate scettiche e pessimiste ai prodotti italiani.

13) Sono esterofili e colpevoli di antitalianità i pubblici italiani che presi da criticomania fischiano sistematicamente commedie e film italiani favorendo così l’invasione di mediocri commedie e film stranieri.

14) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità gli impresari italiani che cercano [p. 75 modifica]all’estero maestri di scena e scenografi dimenticando quelli italiani, capaci di insegnare al mondo.

15) Sono esterofili e quindi colpevoli di antitalianità le colte signore e i critici d’Italia, il cui cervello fu svecchiato e agilizzato dal Futurismo italiano, e nondimeno lo criticano o trascurano per correre a pescare preziosamente Futurismi stranieri tutti derivati dal nostro. Antitalianamente essi dimenticano per esempio questa esplicita dichiarazione del poeta futurista inglese Esra Pound ad un giornalista italiano: «Il movimento che io, Eliot Joyce e altri abbiamo iniziato a Londra, non sarebbe stato senza il Futurismo italiano» e questa altrettanto esplicita dichiarazione di Antoine nel Journal di Parigi: «Nelle arti decorative le strade erano da tempo aperte dalla scuola di Marinetti».

Altre Nazioni, poco popolose, non criticate nè minacciate da nemici esterni, possono, sonnecchiando sotto il ronzìo di sedabili complotti rivoluzionari, considerare l’orgoglio nazionale come un oggetto di lusso.

La nostra virile fiera dinamica e drammatica penisola, invidiata e minacciata da tutti, pronta a scattare per realizzare il suo immenso destino, deve considerare l’orgoglio nazionale come la sua prima legge di vita.

Perciò, noi futuristi, che venti anni fa, in pieno rammollimento parlamentare social-democratico-comunista-clericale gridavamo: «La [p. 76 modifica]parola Italia deve dominare sulla parola Libertà!», gridiamo oggi:

a) La parola Italia deve dominare sulla parola: genio.

b) La parola Italia deve dominare sulla parola: intelligenza.

c) La parola Italia deve dominare sulle parole: cultura e statistiche.

d) La parola Italia deve dominare sulla parola: verità.

Il fuoco della critica sia diretto, se necessario, contro le nazioni straniere, mai contro l’Italia.

Indulgenza plenaria nell’arte e nella vita ai veri patrioti, cioè ai fascisti che vibrano di una autentica passione per l’Italia e di un instancabile orgoglio italiano.

In quanto ai molti scettici e disfattisti (letterati, artisti, filosofi e filosofessi) che tentano oggi, nell’inquietudine di una pace in bilico, di costruire una loro distratta doppia cupola d’avorio offerta al nemico, noi brutalmente diciamo:

Ricordatevi che l’Italia non ha bisogno di vantare il suo passato remoto. La sua grandezza è presente: basata anzitutto sulla potenza creatrice dei suoi poeti e dei suoi artisti. Galileo, Volta, Ferraris, Marconi e il primo volo transatlantico in squadra fascista ideato da Mussolini e guidato da Balbo, le dànno il primato della civiltà meccanica. Questo primato non può certo [p. 77 modifica]appartenere ai popoli di quantità «trust standard e sovraproduzione», che non previdero la crisi mondiale e ne muoiono.

Ricordatevi sempre questo capolavoro italiano che supera anche la Divina Commedia: «Vittorio Veneto».

In nome di questo capolavoro, simboleggiato dai rottami dell’Impero Austro-Ungarico che le nostre blindate dovettero superare sulla strada di Tarvisio, noi, al primo pericolo, fucileremo gli esterofili antitaliani.

Scrivo tutto ciò con la serenità di un patriottismo adamantino, io che sono stato applauditissimo all’Estero, ed ho avuto in Italia più fischi che applausi e nondimeno ringrazio ogni giorno le forze cosmiche che mi hanno dato l’alto onore di nascere italiano.»

F. T. MARINETTI

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