La cucina futurista/i grandi banchetti futuristi

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i grandi banchetti futuristi

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manifesti ideologia polemiche i pranzi futuristi determinanti
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i grandi
banchetti
futuristi



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la taverna
del santopalato


Il manifesto della cucina futurista provocò numerosi congressi e comizi di cuochi e padroni di ristoranti. In parte ostili, in parte entusiasti. Fra questi ultimi, ansiosi di trasformare cucina e ambiente, venne scelto dal pittore Fillìa e dall’architetto Diulgheroff, il proprietario di un ristorante torinese. Angelo Giachino, che i suoi stessi clienti incitavano alla realizzazione delle nuove vivande.

Alla fine del Circuito di Poesia di Torino, fra i quadri futuristi della Galleria Codebò, dopo aver incoronato col casco d’alluminio il Poeta-Record di Torino, Tullio d’Albisola; Marinetti battezzò col nome di SANTOPALATO il locale destinato a imporre per primo la cucina futurista. [p. 82 modifica]

Mentre si lavorava alla decorazione del locale, Ercole Moggi, uno dei più brillanti giornalisti italiani, così annunciò sulla Gazzetta del Popolo del 21 Gennaio 1931, in un capocronaca di due colonne, la progettata manifestazione:


«Una comunicazione del pittore Fillìa, vicesegretario generale del movimento futurista italiano alla stampa romana, ha messo a rumore gli ambienti gastronomici della capitale, compresi quelli giornalistici, gelosi della tradizione della «sora Felicetta», dello «spaghettaro» e di tutte le altre gloriose insegne del vero buongustaio. Fillìa nel movimento futurista sarebbe come il luogotenente generale della squadra d’azione. Non si accontenta di lanciare delle platoniche idee, ma cerca di farle penetrare, le sostiene, raccogliendo sempre di persona. Raccogliendo magari qualche torso di cavolo, qualche patata o altro legume, ma anche applausi, consensi, incoraggiamenti.

I partigiani della pastasciutta speravano che il Manifesto della Cucina Futurista sarebbe rimasto semplicemente teoria, o schermaglia polemica o accademia letteraria. Non conoscono evidentemente quei cari ragazzi! I futuristi preannunciano infatti un’offensiva in forze contro la vecchia cucina, nonchè un’idea pratica e originale: l’apertura di una cucina sperimentale futurista a Torino e che avrà per titolo «Taverna del [p. 83 modifica]Santopalato» nella quale verranno non solo futuristicamente studiate ma presentate al pubblico le nuove vivande. Così Torino, di questo passo, si avvia ad essere culla di un altro risorgimento italiano, quello gastronomico.

Treni speciali per Torino

Un autorevole giornale romano tra il serio ed il faceto commentando la comunicazione dei futuristi, scrive:

«Siamo sicuri che le ferrovie dello Stato concederanno dei ribassi del cinquanta per cento perchè tutti gli italiani possano recarsi in massa a Torino a gustare il noto «carneplastico» nella «Taverna del Santopalato».

Fillìa è forse il più dinamico dei futuristi italiani. Bisognerebbe descriverlo con maniera futurista: chiamarlo, che so io? pentola in perenne ebollizione, motore di 200 HP., bombarda alla nitro-glicerina, testa di vulcano...

Vuol bene evidentemente a Torino perchè qui ha tentato sempre le sue maggiori iniziative.

“Santopalato”
senza speculazione

Siamo riusciti a pescare Fillìa e non l’abbiamo più mollato. Troppo importanti dichiarazioni dovevano uscire da questo cervello vulcanico. Fillìa mi ha premesso: [p. 84 modifica]

— La prego di far rilevare anzitutto che la nostra iniziativa e la nostra attività per l’apertura del «Santopalato» ha puramente scopi artistici, ideatori e propulsori di una nostra teoria cucinaria. Non si tratta perciò di una speculazione mia o di Diulgheroff. Noi daremo semplicemente alla Taverna una impronta futurista. Ma non avremo, ripeto, nessun interessamento sul successo più o meno grande (noi speriamo grandissimo) dell’iniziativa. La Taverna sorgerà prossimamente a Torino. Verrà decorata dall’architetto Diulgheroff e da me collo scopo preciso di passare dalla teoria alla pratica nella polemica futurista.

I lettori devono sapere che Fillìa è inventore del «carneplastico» che è la nuova vivanda futurista più clamorosamente oggi discussa in Italia e all’estero, tanto che — secondo voci che corrono — il prof. Donati si sarebbe proposto a scopo di studio di fare la laparatomia gratis ai primi degustatori del «carneplastico».

Come si dice, se saranno rose fioriranno...

Il lettore chiederà che roba è il «carneplastico». Ecco qui una descrizione autorizzata:

«Il carneplastico, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani; è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro, disposto verticalmente nel [p. 85 modifica]centro del piatto, è incoronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salciccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo».

La nutrizione per radio

Nel «Santopalato» dunque di Torino, Fillìa dirigerà il rinnovamento della cucina italiana e farà applicare e preparare le nuove vivande degli artisti e dei cuochi futuristi. Il locale non sarà un semplice e volgare ristorante, ma assumerà un carattere d’ambiente artistico aprendo concorsi e organizzando in luogo del solito caffè post-prandium o dei soliti quattro salti, serate di poesia, di pittura e di moda futurista.

Il «Santopalato» lancerà fra breve il suo preciso programma tecnico. Tra i punti più importanti sono da notare i seguenti che riproduco testualmente:

a) «I futuristi dichiarandosi contro la pastasciutta e indicando nuovi sviluppi della cucina italiana, non seguono soltanto il lato importante del risparmio nazionale, ma intendono rinnovare il gusto e le abitudini degli italiani. Non si tratta cioè semplicemente di supplire la pasta con il riso, o di preferire un piatto all’altro, ma di inventare nuove vivande. Vi furono nella vita pratica dell’uomo tali modificazioni meccaniche e scientifiche da poter arrivare anche ad un perfezionamento cucinario, ad un’organizzazione di [p. 86 modifica]sapori, odori e valori diversi che fino a ieri sarebbero sembrati assurdi, perchè diverse erano anche le condizioni generali dell’esistenza. Si deve cioè, variando continuamente genere di nutrimento e di accordi, uccidere le vecchie radicate abitudini del palato, per preparare gli uomini ai futuri alimenti chimici e forse alla non lontana possibilità di realizzare, per mezzo della radio, una diffusione di onde nutrienti».

Questo primo capitolo non ha bisogno di commenti. È tutta una rivoluzione. Finora in certi ristoranti c'era un odore che Dio ci liberi. Adesso riorganizzeremo gli odori. Ad esempio, l’odore dei piatti lavati sarà trasformato in odore di lavanda.

Dove c’è del prodigioso e che forse è sfuggito anche a Marconi, è nella possibilità di realizzare, per mezzo della radio, una diffusione di onde nutrienti. Del resto la cosa non è poi straordinaria. Come la radio può diffondere delle onde asfissianti e addormentatrici (conferenze, jazz, dizione di poesie, per-finire, ecc.), potrà diffonderci pure degli estratti di ottimi pranzi e colazioni. Che cuccagna allora! Il guaio è che si andrà verso l’abolizione della cucina e quindi del «Santopalato».

Il secondo capitolo è pure esplicito:

b) La cucina fino ad oggi non tenne conto se non per i dolci, del lato estetico. Il nostro [p. 87 modifica]raffinamento sensibile richiede invece uno studio completamente «artistico» della cucina. Si combattono così le pozzanghere delle salse, i frammenti disordinati di cibo, e sopratutto la molle e antivirile pastasciutta. Raggiungeremo pranzi ricchi di differenti qualità, dove per ognuno sarà studiata la vivanda che tenga conto del sesso, del carattere, della professione, della sensibilità».

Marinetti
inaugurerà il “Santopalato”

Fillìa mi ha poi fatto delle altre importanti dichiarazioni. Non è vero che i futuristi siano nemici del vino e della carne... Fillìa ci ha detto:

«Nel nostro prossimo proclama per il «Santopalato» sarà ben chiarito che fino a quando la chimica non creerà delle sostanze sintetiche che abbiano le forze della carne e del vino, bisogna difendere la carne e il vino da qualsiasi attacco. Il Manifesto della cucina futurista non ha perciò alcuna base in comune con le affermazioni di Marco Ramperti ma tende al contrario con nuovi orizzonti cucinarî a rinnovare il gusto e l’entusiasmo del mangiare, a inventare vivande che diano allegria ed ottimismo, che moltiplichino all’infinito la gioia di vivere: cosa impossibile ad ottenere con le vivande di cui si ha «l’abitudine». [p. 88 modifica]

Altra cosa importante che ho appresa è questa: che le vivande della cucina futurista non saranno costosi. Un pranzo al «Santopalato» avrà un prezzo normale.

Domando al vicesegretario del movimento futurista se l’inaugurazione del «Santopalato» sarà fatta con solennità. Mi risponde:

— Certamente, perchè l’avvenimento ha una grande importanza. È seguìto all’estero. All’inaugurazione interverrà anche S. E. Marinetti, il quale risponderà a tutte le critiche.

Questa è evidentemente un’utile trovata. Finora al ristorante il povero consumatore non trovava nessuno che rispondesse d’un cattivo pranzo. Al «Santopalato» avremo un Accademico. E risponderà per le rime.

— Si può sapere la lista delle vivande del pranzo inaugurale?

— Comprenderà alcune mie vivande e cioè: Tuttoriso (con riso, insalata, vino e birra); il notissimo Carneplastico, l’Aerovivanda (tattile, con rumori e odori); il Dolcelastico. Inoltre comprenderà le vivande pubblicitarie dell’architetto Diulgheroff e i cibi simultanei di Marinetti e di Prampolini. Comprenderà i dolci Reticolati del cielo dello scultore Mino Rosso e l’Ultravirile del critico d’arte cuoco futurista P. A. Saladin. Questa lista sarà completata dalle sorprese indispensabili a rendere l’atmosfera del nuovo [p. 89 modifica]pranzo ed avrà inoltre profumi, musiche, trovate, originalità.

È evidente che il successo, a parte le musiche, i profumi e le altre trovate, non potrà essere che straordinario. Basterebbe l’invenzione della vivanda «ultravirile» roba da far piangere di gelosia il dottor Woronoff.

— E della vecchia cucina — domando a Fillìa — cosa rimarrà in piedi?

Mi risponde con tono inesorabile:

— Niente, appena le vecchie casseruole. È finito il tempo delle pietanze dell’Artusi. Saremo duri.

Mi sono sentito due lacrime rigare le guancie. Ma allora addio «tajadele al parsott» delizia della mia giovinezza vorace. Deh, sii clemente, Fillìa, risparmia almeno la «salama vecchia» di Romagna, la veneranda «salama da sugo» che, insieme alla bionda Albana, accendeva l’estro poetico di Giosuè Carducci e di Giovanni Pascoli».


Questo articolo, riprodotto su tutti i giornali, diede la stura ad una fiumana di polemiche ironiche e beffarde sui valori digestivi delle vivande futuriste. Impossibile anche solo indicare i migliori scritti di quel periodo. Il pittore Fillìa, rispondendo a diversi attacchi, chiarì ripetutamente sul «Lavoro» di Genova, sul «Regime Fascista» di Cremona e sulla «Tribuna» di [p. 90 modifica]Roma l’importanza dell’iniziativa del «Santopalato». Riproduciamo in parte la lettera di risposta ad un cuoco romano che minacciava i fulmini dell’Accademia Gastronomica Italiana contro i cuochi futuristi:


«la protesta dei cuochi accademici ricorda stranamente l’opposizione che i professori della storia dell’arte hanno sempre fatto ai movimenti di rinnovamento artistico in questo e nell’altro secolo. Siamo sicuri perciò che le profezie dell’illustre Membro dell’Accademia Cucinaria avranno lo stesso risultato delle altre: affretteranno cioè il nostro successo».


«non si tratta, criticando le vivande contenute nel manifesto della cucina futurista, di parlare di «tecnica»: quelle vivande come il mio carneplastico che fu erroneamente creduto in opposizione alla pastasciutta, sono i primi esempî di tutta una serie che creeremo. Avremo perciò le vivande economiche e le vivande di lusso — le vivande da paragonare in meglio alla pastasciutta e le vivande da vincere in concorrenza le vecchie ghiottonerie. E, come tecnica, il ristorante futurista di Torino, batterà senza dubbio la scienza dei cuochi accademici. Ma, in ogni modo, è lo spirito rivoluzionario del manifesto che deve importare: la necessità cioè di modificare la cucina perchè modificato è il nostro [p. 91 modifica]generale sistema di vita, perchè, rompendo le abitudini, bisogna preparare il palato alle future alimentazioni. Se i cuochi accademici ci combattono per pura ragione di tecnica sono vinti: la loro opposizione di artigiani non può vincere la nostra forza di artisti. E le creazioni futuriste raggiungeranno perfezioni tecniche, mentre le vivande antiche, tecnicamente perfette, non si potranno rinnovare».


«la Taverna Santopalato decorata dall’architetto Diulgheroff e da me genererà una atmosfera che sarà il riassunto della vita meccanica moderna e sarà perciò «necessario» servire delle vivande nuove e in conseguenza futuriste».


«secondo la comoda teoria pacifista dei cuochi accademici neppure la pastasciutta sarebbe stata inventata: e si continuerebbe a mangiare come i romani antichi. Siamo invece giunti ad un momento in cui tutto deve rinnovarsi. Come si sono rinnovati i costumi, i trasporti, le arti, ecc., ecc. si arriverà anche al trionfo della cucina futurista. E d’altronde medici illustri e cuochi sapienti ci dànno ragione ed aderiscono alla nostra lotta».


«la Taverna Santopalato ha un proprietario e dei cuochi che la dirigeranno. Io e l’architetto Diulgheroff non ne curiamo che l’inaugurazione e il primo orientamento: siamo sicuri [p. 92 modifica]dell’intelligenza e della fede di modernità che animano quei cuochi. Ma se l’Accademia Gastronomica Nazionale insiste a contrastare il nostro sforzo che intende inventare delle vivande italianissime, fonderemo allora una Accademia Gastronomica Futurista alla quale aderiranno i cinquantamila artisti novatori e simpatizzanti della Nuova Italia».

*

«La Taverna Santopalato di Torino, prima ancora di essere inaugurata, raggiungeva una notorietà mondiale per l’annunciata realizzazione della cucina futurista. Intanto i lavori procedevano e l’ambiente si formava nel dominio preponderante dell’alluminio italiano «Guinzio e Rossi»: dominio che doveva dare al locale una atmosfera di metallicità, di splendore, di elasticità, di leggerezza ed anche di serenità. Senso cioè della vita di oggi dove il nostro corpo e il nostro spirito hanno bisogno di trovare l’affinamento, la sintesi e la traduzione artistica di tutta l’organizzazione meccanica preponderante. L’alluminio è il più adatto e il più espressivo dei materiali, racchiude queste doti essenziali ed è veramente un figlio del secolo dal quale attende gloria ed eternità al pari dei materiali «nobili» del passato. Nella Taverna Santopalato si delineava perciò una pulsante struttura di alluminio [p. 93 modifica]e questo non era freddamente utilizzato a ricoprire dello spazio ma serviva come elemento operante dell’interno: alluminio dominante, agile ossatura di un corpo nuovo, completato con i ritmi della luce indiretta. La luce è pure una delle realtà fondamentali dell’architettura moderna e deve essere «spazio», deve far parte vivente con le altre forme della costruzione. Nel corpo dell’alluminio la luce serviva dunque come sistema arterioso, indispensabile allo stato d’attività dell’organismo ambientale. Tutto concorreva alla completazione dell’interno: i grandi quadri pubblicitarî, i tendaggi, i vetri lavorati, gli oggetti diversi. [p. 94 modifica]

il primo pranzo
futurista

La Taverna Santopalato fu inaugurata la sera dell’8 Marzo 1931, dopo una febbrile giornata di intenso lavoro nella cucina, dove i futuristi Fillìa e P. A. Saladin gareggiavano con i cuochi del Ristorante, Piccinelli e Burdese, nella preparazione delle vivande.

Ecco la lista del primo pranzo futurista:

1. Antipasto intuitivo (formula della signora Colombo-Fillìa ).

2. Brodo solare (formula Piccinelli).

3. Tuttoriso, con vino e birra (formula Fillìa).

4. Aerovivanda, tattile, con rumori ed odori (formula Fillìa).

5. Ultravirile (formula P. A. Saladin).

6. Carneplastico (formula Fillìa).

7. Paesaggio alimentare (formula Giachino).

8. Mare d’Italia (formula Fillìa).

9. Insalata mediterranea (formula Burdese).

10. Pollofiat (formula Diulgheroff).

11. Equatore + Polo Nord (formula Prampolini).

12. Dolcelastico (formula Fillìa).

13. Reticolati del Cielo (formula Mino Rosso). [p. 95 modifica]

14. Frutti d’Italia (composizione simultanea). Vini Costa — Birra Metzger — Spumanti Cora — Profumi Dory.


Diamo senz’altro la cronaca della serata come apparve sul quotidiano «La Stampa» in un completo articolo del redattore Dott. Stradella:


«Nessuno ignora l’interessamento e le polemiche che agitano il mondo intero, per l’annunciata inaugurazione del Santopalato. L’avvenimento assumerà perciò un’importanza eccezionale, la data del quale rimarrà impressa nella storia dell’arte cucinaria così, come indelebilmente son rimaste fissate, nella Storia del mondo, le date della scoperta dell’America, della presa della Bastiglia, della pace di Vienna e del trattato di Versailles».

Un annuncio steso press’a poco in questi termini non può essere che squisitamente futurista. Non vi sono che i futuristi, occorre lealmente riconoscerlo, conseguenti, al di là di ogni limite estremo, ai presupposti della loro dottrina. «Pur riconoscendo — ammonisce Marinetti — che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia». [p. 96 modifica]

Verso il cibo in pillole

Non pago, quindi, delle stragrandi vittorie pittoriche, letterarie, artistiche insomma, che da vent’anni accumula, il Futurismo italiano mira, oggi, ad un rinnovamento basilare: esso, infatti, osa affrontare ancora l’impopolarità, con un programma di rinnovamento totale della cucina.

Omettevamo di dire che Santopalato, nonostante l’apparenza un pochino blasfema per il volgare passatista, è una deliziosa taverna torinese, nella quale, durante la notte scorsa, si è tenuto il primo pranzo della cucina futurista: una lista di quattordici portate, vini diversi, profumi, spumanti.

Il lettore, o forse meglio l’amabile lettrice, desidererà conoscere, a fondo, le più recondite ragioni di simile tentativo, per dirla passatisticamente; o di simile realizzazione, per dirla futuristicamente. Il desiderio è legittimo; per quanto l’esaudimento di esso ci dia precisa la sensazione della responsabilità che ci accolliamo rispondendo. Risponderemo, ad ogni modo, scientificamente, esattamente, valendoci delle parole stesse del Capo dei Futuristi italiani: «Autopraticamente, noi futuristi trascuriamo l’esempio ed il mònito della tradizione per inventare ad ogni costo un nuovo, giudicato da tutti «pazzesco», ragione per cui, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce». [p. 97 modifica]

Vengono di conseguenza abolite tante vivande: la pastasciutta, capintesta, e mentre si attende dalla chimica il compimento di un preciso dovere, ossia quello «di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi (gratuiti di Stato) in polvere o pillole» invenzione unica, atta a farci giungere «ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari, con relativa riduzione delle ore di lavoro»; in attesa di quel giorno, adunque, si potrà pertanto realizzare il pranzo perfetto, che esige un’armonia originale della tavola (cristalleria, vasellame, addobbo) con i sapori e colori delle vivande e l’originalità assoluta delle vivande stesse.

Nella taverna d’alluminio

Ma ora ritorniamo alla Taverna Santopalato pensata, creata e decorata dall’architetto Diulgheroff e dal pittore Fillìa, e che voi dovrete immaginare come una grossa scatola cubica innestata, per un lato, in un’altra più piccina: adorna di colonne semincolori interamente luminose e di grossi occhi metallici, pur luminosi, incastrati a metà parete; fasciata, per il resto, di purissimo alluminio, dal soffitto al pavimento. Quivi, verso la mezzanotte di domenica, si erano dati convegno i futuristi torinesi e le persone da quelli invitate. Al compimento del rito erano presenti, [p. 98 modifica]fra gli altri, S. E. Marinetti, Felice Casorati, il pittore Peluzzi, il pittore Vellan, lo scultore Alloati, il prof. Guerrisi, alcuni giornalisti; non mancavano parecchie belle signore, in toilettes deliziosamente passatiste.

Speaker ufficiale, ossia l’annunciatore e l’illustratore di ogni singola portata, era e non poteva non esserlo, il pittore Fillìa. Quattordici le portate, abbiamo detto. Eccole. Prima: Antipasto intuitivo. Non è difficile intendere come si tratti, in un certo senso, di una sorpresa e, in certo altro senso, di una preparazione alle portate seguenti. Non bisogna, a questo punto, dimenticare che l’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutre gli occhi ed eccita la fantasia prima di tentare le labbra, sia una norma fondamentale per un pranzo perfetto. Sceglieremo, quindi, una grossa arancia, ed attraverso un foro, la libereremo della sua polpa: l’ischeletrito involucro noi tratteremo in modo da ottenere la figurazione di un piccolo canestro, con il manico e la tondeggiante cavità. Qui porremo una fettina di prosciutto infilato in un pezzetto di grissino, un carciofino all’olio, un peperoncino sotto aceto. Nel grembo di questi ultimi sarà lecito di infilare un bigliettino rotolato, sul quale sarà stata precedentemente vergata una massima futurista, oppure l’elogio di un convitato. Sarà facile scoprire la sorpresa poichè è comminata [p. 99 modifica]«l’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.» In totale, una cosa finissima.

Una vivanda
con rumori e odori

Seconda: Aerovivanda, tattile con rumori ed odori (ideata da Fillìa). Qui c’è un tantino di complicazione. Futuristicamente mangiando, si opera con tutti e cinque i sensi: tatto, gusto, olfatto, vista, udito. Sottoponiamo al lettore alcune altre norme del pranzo perfetto, che ci serviranno a compiutamente gustare il sapore delle portate venture: l’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda verrà così preceduta da un profumo con essa intonato, che verrà cancellato dalla tavola, mediante ventilatori. O come l’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda. La seconda portata consiste di quattro pezzi: nel piatto verrà servito un quarto di fenocchio, una oliva, un frutto candito, e l’apparecchio tattile. Si ingerisce l’oliva, poi il frutto candito, poi il fenocchio. Contemporaneamente, si passa con delicatezza il polpastrello dell’indice e del medio della mano sinistra sull’apparecchio rettangolare, formato di un ritaglio di damasco [p. 100 modifica]rosso, di un quadratino di velluto nero e di un pezzettino di carta vetrata. Da una sorgente canora, accuratamente nascosta, si dipartono le note di un brano di opera wagneriana, e, simultaneamente, il più abile e garbato dei camerieri sprizza per l’aria un profumo. Risultati sbalorditivi: provare per convincersene.

Il metallo che profuma

Terza portata: Brodo solare (ideato dal cuoco Ernesto Piccinelli). È un consommé nel quale si cullano alcuni ingredienti, del color di sole. Eccellente. Quarta portata: Tuttoriso (di Fillìa). È una cosa molto semplice: un risotto all’italiana, condito con birra e vino e fonduta. Squisito.

Quinta portata: Carneplastico. Questo piatto è una pietra miliare della cucina futurista. Ne trascriviamo la ricetta, per la gioia delle nostre lettrici: «interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro, disposto verticalmente nel centro del piatto, è incoronato da uno spessore di miele, e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo». Un prodigio di equilibrio.

Sesta: Ultravirile. Non ci dilungheremo in [p. 101 modifica]illustrazioni minute: basterà aggiungere che si tratta di un piatto per signore. Settima: Paesaggio alimentare. È l’inverso del piatto precedente; questo è per soli uomini. Prelibato.

Il Mare d’Italia, l’Insalata mediterranea ed il Pollofiat, l’ottava, la nona e la decima vivanda, si servono insieme. Particolarmente notevole quest’ultimo piatto, ideato dal Diulgheroff. Si prende un rispettabile pollo e lo si cuocia in due tempi: lessato prima, arrostito in seguito. Si scavi nella schiena del volatile una capace cavità, dentro la quale si posi un pugno di pallini, per cuscinetti a sfere, di acciaio dolce. Sulla parte posteriore del volatile si cucia, poi, in tre fette, una cresta di gallo cruda. Si cacci in forno il plastico così preparato e lo si lasci per circa dieci minuti. Quando la carne ha bene assorbito il sapore dei pallini di acciaio dolce, allora il pollo viene servito in tavola, con contorno di panna montata.

Sono ancora state servite due vivande, fuori programma. Una di esse, offerta esclusivamente ai giornalisti, non ci è parsa facilmente decifrabile. Abbiamo creduto di trovar traccia di mortadella di Bologna, di maionese, di quella sorta di caramella torinese nota sotto la denominazione pasta Gianduia; ma, ventiquattr’ore dopo l’ingestione, in seguito ad un accurato esame di coscienza, non crediamo di poterci pronunciare. Più semplice, invece, l’altro piatto extra-ruolo, [p. 102 modifica]che il pittore Fillìa ha definito Porroniana e Marinetti: porco eccitato. Un normale salame cotto viene presentato immerso in una soluzione concentrata di caffè espresso, e condito con Acqua di Colonia.

Il rito, così, sta per giungere al termine. E allo spumante hanno parlato Felice Casorati, lo scultore Alloatti, l’avvocato Porrone, Emilio Zanzi, il pittore Peluzzi e infine S. E. Marinetti, che ha vivamente elogiato il Fillìa ed il Diulgheroff per i concreti risultati raggiunti.

Apparvero contemporaneamente: sulla «Gazzetta del Popolo» un divertente articolo di Ercole Moggi La Taverna Futurista del Santopalato inaugurata da F. T. Marinetti; sul «Regime Fascista» un entusiastico articolo di Luigi Pralavorio Pastasciutta fu: Carneplastico; sul «Giornale di Genova» un favorevole articolo di Marcaraf, L’Inaugurazione del Santopalato. Erano i giornalisti presenti al pranzo. In seguito, su tutti i giornali italiani ed esteri, vennero riprodotti gli articoli di Moggi e di Stradella, con clamorosi commenti e molte fotografie ritraenti i locali, le forme delle vivande, ecc., ecc.

Mentre giornalisti e fotografi da Roma e Parigi arrivavano alla «Taverna Santopalato», Ercole Moggi, dopo una nuova intervista con il pittore Fillìa, pubblicò sulla «Gazzetta del Popolo» un altro articolo: I misteri della cucina [p. 103 modifica]futurista svelati, in cui venivano date le formule esatte delle prime vivande realizzate, si indicava il costo minimo dei pranzi futuristi e si annunciavano altre imminenti manifestazioni sorprendenti. Sotto i titoli «I cuochi futuristi alla prova» — «Questo è niente andremo molto più in là» — «Fillìa contro Artusi» — «Santopalato? Mah!» i maggiori quotidiani del mondo diffusero, discussero e polemizzarono. Da Stoccolma a New-York, da Parigi ad Alessandria d’Egitto giungevano pagine intere di giornali illustrati dedicate all’argomento. La cucina futurista era riuscita a imporsi ed iniziava così il periodo più intenso delle sue affermazioni per il rinnovamento dell’alimentazione.



Le discussioni sulla cucina futurista non dovevano naturalmente limitarsi ad solo campo alimentare, perchè la nostra volontà di rinnovamento si è sempre espressa chiaramente a favore di tutti i rami e di tutte le attività dell’arte e della vita. Sono perciò da sottolineare le adesioni dei diversi giornalisti, costruttori, architetti, ecc. che, in seguito alla nostra battaglia parlano della necessità di modificare anche gl’interni dei locali, di dare un respiro di modernità alle Fiere [p. 104 modifica]dei prodotti agricoli e industriali, di presentare cioè gli alimenti ed i prodotti della città e della campagna secondo uno spirito dei nostri tempi.

Nel manifesto della cucina futurista si parla con precisione della necessità di servirsi dell’elettricità e di tutte le macchine che perfezionano il lavoro dei cuochi. Molti ristoranti adottano cucine elettriche, forni elettrici, ecc., ma purtroppo continuano a ricorrere all’estero, dimenticando che in Italia esistono insuperabili costruttori di cucine, forni, scaldabagni, ecc. ecc. L’Ing. Pittaluga, ad esempio, ci faceva ultimamente notare l’intensa propaganda della S. P. E. S. per questa produzione italiana e rilevava come purtroppo i proprietari dei grandi ristoranti sian ancora diffidenti verso delle macchine che, non soltanto offrono le maggiori garanzie, ma sono studiate di volta in volta secondo il bisogno di applicazione e di funzionamento, con indiscutibili vantaggi sulla importazione straniera.

In un altro campo, è degno di nota anche l’articolo del Dott. Alamanno Guercini, Redattore-Capo del «Giornale Vinicolo Italiano» (che si occupò intelligentemente, in molti scritti, della cucina futurista) il quale affronta il problema dell’arredamento dei locali in cui si consumano vini e bevande italiane. Ecco i punti più significativi del suo articolo: [p. 105 modifica]«C’è tanta gente, in questo mondo, che può amare forme architettoniche antiche e gustare il vino moderno (preparato negli ultramoderni stabilimenti enologici!) tra le mura di costruzioni a tipo medioevale, o nelle catacombe stranamente complicate, rintronanti di selvagge musiche a base di «jazz-band». Questa gente non pensa affatto che in quelle remote epoche l’uva si pigiava coi piedi; o se pure ci pensa, non vi attribuisce importanza. Probabilmente non vuol neppure ricordare che i fusti in legno di cui intorno trova abbondante decorazione vanno — ahimè! — diminuendo d’importanza nelle cantine nuove che adottano largamente le enormi batterie di vasche in cemento armato a piani multipli.

Ad es.: in uno stabilimento di recente edificazione, presso Roma, su 40 000 ettolitri di capienza, solo 15 000 sono riservati alle botti di legno.

Persino le povere botti, seguono l’influsso del modernismo, e dopo avere tentato di ovalizzarsi al massimo, hanno esploso nella costruzione degli enormi tini di 800 ettolitri.

Noi dobbiamo dominare le nostre personali predilezioni artistiche e battere quelle vie più utilitarie e pratico-economiche di propaganda vinicola che sembrano rispondenti.

A me, col rispetto di tutte le opinioni, sembra che il vino potrebbe oggi cercare e trovare nell' [p. 106 modifica]nell’arte dei novatori, nella genialità dei futuristi, un’alleanza molto apprezzabile, in ciò che concerne architettura, decorazione, padiglioni, ristoranti, presentazione, pubblicità.

Se il vino è bevanda di antichissime tradizioni è tuttavia bevanda che si rinnova annualmente, si modernizza col progresso multiforme: è una bevanda dinamica, che contiene il carburante-uomo e il carburante-motore.

Con questo non si negherà nè si criticherà ogni altra iniziativa d’arte per valorizzare il vino: si domanderà soltanto che si aprano le porte agli artisti d’avanguardia, ed alla loro attività artistica e pubblicitaria, che per molte ragioni si può prevedere bene accetta ad un largo pubblico di produttori, industriali, commercianti, consumatori.

Le direzioni delle fiere e delle mostre potranno fare molto.

Nei regolari concorsi pei padiglioni che riguardano il vino, prima di costruire stands, di organizzare pubblicità, i vinicoli dovrebbero prendere in seria considerazione le concezioni artistiche novatrici.

È tempo di esaltare e propagandare il vino pure coi criteri della modernità, del futurismo, applicati praticamente.

A Parigi, alla Mostra Coloniale, numerosi padiglioni di vino, birra, liquori, ristoranti, specialità [p. 107 modifica], ecc., erano in stile razionale. E il più moderno e il più animato era il ristorante italiano ideato dagli architetti futuristi Fiorini e Prampolini.

A Parigi, a Berlino, a Vienna, centinaia di Bar sono in stile futurista. In essi è igiene, economia, luminosità, spazio, splendore di metalli e di cristalli.

A Padova, il Padiglione dell’Arte Sacra è una realizzazione razionale veramente utile, bella e rispondente alla funzione.

Molti cataloghi di vini francesi sono pubblicazioni completamente futuriste.

E si può aggiungere, ai numerosi pregi dei locali moderni, cataloghi, cartelli futuristi, quello dell’economia: da non trascurare in questi difficili momenti.

In Italia, pochissimi e sporadici sono stati fin qui i tentativi, mentre questi artisti italiani lavorano apprezzati all’estero.

Voglio augurarmi che nel 1932, se manifestazioni vinicole avranno luogo a Roma, esse si valgano largamente delle nuove forme d’arte.

Ci deve essere posto per tutti, nel campo della propaganda vinicola!

E se i futuristi italiani si occuperanno con feconda e pratica operosità, della propaganda e valorizzazione del vino italiano, faranno cosa utile e buona. [p. 108 modifica]

Questo già mi auguravo, or è un anno, scrivendo nel «Giornale Vinicolo Italiano» a proposito della cucina futurista.

Ed ora invitiamo gli artisti novatori a collaborare con noi, nella intenzione di servire, anche per questa via, gli interessi vinicoli nazionali».

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conferenze cucinarie

La polemica sulla cucina futurista era così intensa e presente in ogni persona, che tutte le conferenze di Marinetti erano spesso seguite da clamorose discussioni pro e contro la pastasciutta, pro e contro le nuove vivande futuriste.

Marinetti, di fronte a folle enormi, tenne, dal Febbraio 1931 al Febbraio 1932, le seguenti conferenze, dove esaltò e impose all’attenzione del pubblico i valori della nuova cucina:


— «Sala dell’Effort» a Parigi, inaugurando la Mostra di Aeropittura futurista.

— «Galleria Vitelli» di Genova, all’apertura della Mostra del gruppo avanguardista e futurista «Sintesi».

— «Galleria Botti» di Firenze, durante la Mostra di Aeropittura futurista.

— «Circolo degli Artisti» di Trieste, inaugurando la Mostra di Aeropittura Futurista.

— «Amici dell’Arte di Novara», inaugurando la Mostra dei pittori futuristi Fillìa, Oriani, Mino Rosso, Diulgheroff, Pozzo, Zucco, Saladin, Alimandi e Vignazia.

— «Circolo Sociale» di Cuneo, all’apertura delle Mostre personali dei pittori futuristi Fillìa e Zucco.

— «Istituti Fascisti di Cultura» di Brescia e di Cremona. [p. 110 modifica]

— Giro di propaganda in diverse città della Tunisia.

— Conferenze futuriste a Budapest.

— «Teatro Nazionale» di Savona, in occasione della Mostra dei gruppi futuristi torinesi e liguri.

— Conferenze a Sofia e Istambul.

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il pranzo futurista
di novara

Durante la «Mostra d’Arte Futurista» al Circolo degli Amici dell’Arte di Novara, venne organizzato, per volontà del Dott. Rosina, Presidente della Federazione dei Commercianti, un banchetto diretto dai futuristi Fillìa e Ermanno Libani. Ecco come lo stesso direttore del giornale «L’Italia Giovane» ha descritto in un arguto articolo l’avvenimento:

«È un peccato davvero che della cena futurista, tenutasi domenica 18 Aprile a Novara, nessuno abbia redatto un processo verbale stenografato consacrando al futuro i commenti con cui Fillìa preannunciava le vivande.

La lista era composta delle seguenti novità: Antipasto intuitivo; aerovivanda (tattile con rumori ed odori); tuttoriso; carneplastico; mare d’Italia; pollofiat; dolcelastico; frutta simultanea; vini, birra, spumanti, profumi e musiche d’Italia.

Era ormai passata da tempo l’ora stabilita per l’imbandigione e nessuno parlava di dar finalmente principio a questo convito luculliano. Mi avvicino a...

— Senti caro, nei ritardi siete passatisti [p. 112 modifica]anche voi, io pensavo che i futuristi, tanto per fare una novità, avrebbero anticipato e invece c’è la solita asfissiante attesa come in tutti i pranzi di questo mondo borghese.

Mi guarda e mi sorride ironico. — Mangiare nel futuro... cosa più futurista di così?

L’inizio del pranzo

Come Dio vuole, il Dio dei futuristi s’intende, quello che Fillìa ci presenterà alla mostra d’arte sacra di Padova, ci sediamo a tavola: Antipasto intuitivo. È convinzione generale che questo piatto sarà in realtà saltato a piè pari per mantener fede alla sua definizione di intuitivo: invece no. Ci servono degli elegantissimi cestini scavati nella buccia dell’arancio e ricolmi di tutto quanto costituiva il vecchio antipasto caro alle nostre bisnonne: salame di autentico porco e sott’aceti Cirio, il tutto trafitto da piccoli bastoni di grissini di cui, informazioni sicure di studiosi del genere, assicurano si faceva uso anche vent’anni fa.

Ma qualche cosa di nuovo c’è e consiste in minuscoli biglietti nascosti dentro le ulive farcite. Si sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli astanti: Emanuelli è il più grande giornalista, firmato Enrico Emanuelli.

Anche questo lo sapevamo. [p. - modifica]Arch. G. Fiorini - Roma:
padiglione-ristorante futurista all’esposizione coloniale di parigi - mcmxxxi.
[p. - modifica]LE PRIME VIVANDE FUTURISTE. [p. - modifica] [p. - modifica]E. Prampolini:
due degli otto pannelli decoranti il padiglione-ristorante futurista di parigi.
[p. 113 modifica]

L’aerovivanda

E veniamo all’aerovivanda: è un piatto che non consiglio agli affamati. Si compone di una fettina di finocchio, di una oliva e di un chinotto. C’è in più una striscia di cartone sulla quale sono incollati, uno vicino all’altro, un pezzo di velluto, un pezzo di raso e un pezzo di carta vetrata: la carta vetrata — spiega Fillìa — non è obbligatorio mangiarla, servirà solo per arpeggiare con la mano destra dando sensazioni prelabiali che rendono gustosissime le vivande, le quali debbono essere portate alla bocca, contemporaneamente con la mano sinistra.

In quanto agli odori il cameriere gira con un ampio spruzzatore inaffiando le teste dei convitati (suggeriamo a Fillìa di servire un’altra volta tale abluzione capillare, tepida, per la incolumità, dai raffreddori, degli uomini calvi).

Il pranzo, tra lazzi e motti di spirito e pasquinate, prosegue gaudiosamente: chi ha messo tutti in tale stato è l’annuncio che non vi saranno discorsi ufficiali. Un po’ la colpa è anche del grignolino piuttosto galeotto.

E la digestione è salvaguardata.

Tuttoriso: un piatto molto virile nella forma e composto in sostanza di riso condito con vino e con birra. Mangiabilissimo: c’è perfino chi richiede il bis. [p. 114 modifica]Finito il tuttoriso, colpi di scena: si spengono le luci bianche e rimangono accese quelle rosse: semioscurità. Il cav. Fontana mi sussurra: i piatti futuristi come certi versi di poeti moderni e come tutti i brillanti chimici han bisogno di molta penombra.

Serviranno una vivanda inventata su due piedi dal cav. Coppo, titolare dell’albergo d’Italia. I camerieri servono mentre da una battistangola è riprodotto il gracidar delle rane.

Riso e fagioli, rane e salame.

Ottimo.

Ma perchè non han riprodotto — domanda qualcuno — anche il grugnire dei porci? C’è ben del salame!!

— Il carneplastico — urla Fillìa — è il prodotto di tutti i giardini d’Italia.

Qui si corre il rischio di fare una indigestione!

Passiamo al mare d’Italia che anche i passatisti potrebbero senza sforzo introdurre nell’elenco dei manicaretti di famiglia.

Su un piatto ogivale son disposti lungo il raggio maggiore pezzi di filetto di pesce cotti al burro sui quali sono fìssati in degradanza con l’aiuto di uno steccadenti, una ciliegia candita, un pezzo di banana di Australia, un pezzo di fico.

Ai due lati del piatto crema di spinaci, in cima e in fondo salsa Cirio. L’aspetto di un grottesco transatlantico, il gusto della nostra cucina migliore. [p. 115 modifica]

Del pollofiat taccio a titolo di protesta. Per rabbonirci, Fillìa tesse l’elogio della donna dell’avvenire calva con gli occhiali: ecco una combinazione fortunata, donne calve e pollofiat!

Il dolcelastico è formato da modeste bignole riempite di crema dai colori urlanti. È un dolce elastico perchè hanno incollato sopra ogni bignola un pezzo di prugna.

La frutta simultanea è composta di diversi pezzi... di frutta mondata connessi fra loro: arancio, mela, frutta secca.

Caffè, stop.


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il grande
banchetto futurista
di parigi


All’Esposizione Coloniale di Parigi l’architetto futurista Fiorini realizzò un audace padiglione dove ebbe sede il Ristorante italiano. L’interno del Padiglione, ampio salone capace di oltre 100 tavoli, era stato genialmente decorato con 8 enormi pannelli del pittore futurista Enrico Prampolini: questi pannelli, per generale riconoscimento, rappresentano quanto di più moderno, di più lirico e di più inventivo si possa realizzare in tema «coloniale». Davano all’ambiente una atmosfera simultaneamente africana e meccanica che rendeva splendidamente la volontà di interpretare i motivi coloniali secondo una sensibilità moderna e futurista.

In questo adattissimo ristorante, le «Edizioni Franco-Latine» rappresentate dalle signore Belloni e Farina e dal signor Pequillo, vollero realizzare per la prima volta a Parigi la cucina futurista e si accordarono con i pittori Prampolini e Fillìa per la preparazione del pranzo.

La folla che si pigiava la sera della manifestazione per intervenire al grande banchetto [p. 117 modifica]era la migliore di Parigi. Erano rappresentati i maggiori quotidiani francesi.

La lista delle vivande:

1. Les grandes eaux (du peintre Prampolini).

2. Carrousel d’alcool (du peintre Prampolini).

3. Hors d’oeuvre simultané (du peintre Fillìa).

4. Excitant gastrique (du peintre Ciuffo).

5. Préface variée ( du peintre Prampolini).

6. Toutriz (du peintre Fillìa).

7. Les îles alimentaires (du peintre Fillìa).

8. Equatore + Polo-Nord (du peintre Prampolini).

9. Aéromets, tactile, bruitiste et parfumé (du peintre Fillìa).

           Poulet d’acier - à surprise (du peintre

           Diulgheroff) Cochon excité - à surprise

           (d’un primitif du 2000).

10. Viandesculptée (du peintre Fillìa).

11. Machine à goûter (du peintre Prampolini).

12. Paradoxe printanier (du peintre Prampolini).

13. Gateauélastique (du peintre Fillìa).

14. Vins - Mousseux - Parfums - Musiques -

           Bruits et chansons d’Italie.

Inoltre, tra una vivanda e l’altra, erano annunciati numeri di ballo, di canto e di musica.

Il pubblicista futurista Francesco Monarchi, redattore-capo della Nuova Italia, così descrive il banchetto: [p. 118 modifica]«Gli avvenimenti che stiamo per esporre sono di una gravità eccezionale. Infatti il semplice annuncio del pranzo futurista aveva sollevato tra i connazionali «benpensanti» una ondata di riprovazioni e di commenti ostili che minacciavano una complessa sommossa spirituale. Questi benpensanti trovavano indegno il carattere rivoluzionario dei piatti annunciati, perchè secondo essi, le tradizioni, specialmente gastronomiche, non devono mai essere toccate.

Per dovere di cronaca dobbiamo registrare che infatti i titoli delle portate potevano lasciar adito alle più nere apprensioni e la complicazione delle musiche, dei profumi, delle tavole tattili, dei rumori e delle canzoni rappresentava addirittura un incubo difficilmente superabile.

Malgrado quest’ondata di pessimismo, molti coraggiosi, affrontando la distanza, l’inclemenza del tempo e il terrore dell’avvenimento, affollarono la sera dello scorso mercoledì il salone del Padiglione futurista.


All’entrata, la signora Belloni e la signorina Farina, organizzatrici con le Edizioni Franco-Latine, della serata, accoglievano gli eroici intervenuti.

Pallidissime per l’emozione (pallore che tuttavia aumentava la loro grazia), le due Signore [p. 119 modifica] erano nell’impossibilità assoluta di animare i timorosi che, giunti alla soglia, in un ultimo dubbio angoscioso, non osavano penetrare nella sala.

Tuttavia la festosa allegria dell’ambiente animato dagli enormi pannelli di Prampolini, la sicurezza elettrizzante di S. E. Marinetti, l’imponente apparato del personale di servizio e la bianca calma tradizionale delle tavole imbandite, resero il coraggio delle proprie azioni ai titubanti.

Soltanto le facce enigmatiche di Prampolini e di Fillìa, ideatori delle vivande futuriste, mantenevano il mistero dell’imminente rito.

Contrariamente alle nostre abitudini daremo un’ampia lista di nomi, poiché essi passeranno alla storia come quelli dei precursori nel gustare la cucina del futuro.

S. E. il Principe di Scalea, sempre sensibile ad ogni manifestazione italiana, era alla tavola d’onore con alcuni membri del suo Commissariato, tra cui il comm. Dall’Oppio e il Marchese di San Germano, col rappresentante del Ministro Reynaud, il Reggente del Fascio dottor Saini, l’on. Ciarlantini, l’avv. De Martino, segretario amministrativo del Fascio, il cav. Gennari del Direttorio.

Ad altre tavole: l’avv. Gheraldi della Società degli Autori, Vittorio Podrecca, il critico d’arte Eugenio D’Ors dell’Accademia di Madrid, il [p. 120 modifica]Conte Emanuele Sarmiento, il dottor Lakowsky, il signor Cartello, il noto pittore Sepo, il signor Pequillo delle Edizioni Franco-Latine, ecc.

Molte ed eleganti Signore avevano spavaldamente sfidato l’avventura. Abbiamo notato: la Marchesa di San Germano, Madame Van Donghen, la Contessa De Fels, Madame Mola, Madame De Flandreysy, Madame Lakowsky, la Signora Podrecca, Madame Madika, Madame Tohaika, Miss Moos, Madame Massenet-Kousnezoff, la signorina Cirul, Madame Ny-eff, Madame Castello, la Signora Pequillo, la signorina Budy, Durio, ecc., ecc.


Alle 21,30 un colpo di gong formidabile riconduce i presenti alla realtà delle cose. Un’imprevista luce verde rende ancora più spettrali i commensali.

Sono annunciate le due misture-aperitivi create dal pittore Prampolini:

«Le grandi acque» e «Carrousel d’alcool». Sorpresa generale di pescare nell’una cioccolato e formaggio naviganti nella barbera, cedrata e bitter e di raccogliere nell’altra un candido cachet racchiudente una dose di acciuga. Qualche smorfia, ma primo risultato soddisfacente, tanto che alcuni replicarono. [p. 121 modifica]Tre antipasti serviti contemporaneamente tagliarono corto alle polemiche sugli aperitivi. L’«antipasto simultaneo» di Fillìa (buccia di mela tritata, salame ed acciughe), lo «stimogastrico ciuffo» (disco d’ananas con sardina, tonno e noce e l’«inizio variato» di Prampolini (burro, oliva, pomodori e confetti) se allarmarono per le loro forme audaci, entrarono subito in simpatia con il palato.

Nessuna tregua: il «Tuttoriso Fillìa» è annunciato come un impasto di riso, birra, vino, uova e parmigiano. Viene divorato dai commensali che cominciano a modificare il loro primitivo stato d’animo.

«Primo intervallo: la signorina Jole Bertacchini, del San Carlo di Napoli, canta deliziosamente e viene molto applaudita.

Riprende inesorabile l’imponente sfilata dei camerieri che portano ora le «Isole alimentari» di Fillìa, squisita unione di pesce, banana, ciliegia, fico, uova, pomodoro e spinaci.

Altra interruzione e Mila Cirul inizia le sue danze che sollevano il più grande e continuato entusiasmo. Infatti l’arte modernissima di questa danzatrice d’eccezione è difficilmente superabile, poiché essa sola forse ha compreso quanta bellezza possa scaturire da un’interpretazione assolutamente nuova e geniale della danza.

Mentre si cominciava ad avere una certa abitudine per la cucina futurista, il Conte Sarmiento [p. 122 modifica], che si era offerto ad illustrare le portate, annuncia l’Aerovivanda del pittore Fillìa.

L’«Aerovivanda» è composta da frutti e verdure diverse che si mangiano con la mano destra senza aiuto di alcuna posata, mentre la mano sinistra accarezza una tavola tattile formata da carta vetrata, velluto e seta. Intanto l’orchestra intona un rumoroso e violento jazz, e i camerieri spruzzano sulla nuca di ogni commensale un forte profumo di garofano. La sala rimbomba dalle strida delle signore violentemente irrorate di profumo, dalle risa generali e dagli applausi definitivi e interminabili.

(Una sola persona rimaneva estranea all’entusiasmo generale: immediatamente interrogata si è scoperto che essa era mancina — sfregava perciò la tavola tattile con la destra mentre mangiava con la sinistra).

Ormai il rinnovamento della cucina futurista aveva trionfato. Il Carneplastico di Fillìa, il Polo Nord + Equatore di Prampolini, il «Paradosso di Primavera» e la «Macchina da gustare» di Prampolini, il «Dolcelastico» di Fillia, malgrado l’audacia delle loro forme e l’originalità del contenuto furono apprezzatissimi.

Tra le diverse portate, furono riservate a sole 10 persone, due piatti a sorpresa. Il «Pollo d’acciaio» di Diulgheroff e il «Porco eccitato». Il corpo del pollo meccanizzato dai bomboni color alluminio, e il salame immerso in una salsa di [p. 123 modifica]caffè e acqua di colonia furono dichiarati eccellenti.

Altro intervallo: la Signora Maria Kousnezoff, dell’Opéra e dell’ex-teatro imperiale di Pietrogrado, in due interpretazioni, accompagnata al piano dal Maestro Balbis, dimostrò ancora una volta le sue eccezionali qualità di voce che le hanno procurato una fama mondiale.

Il signor Roberto Marino, dell’Opéra di Monte-Carlo, cantò poi mirabilmente delle canzoni napoletane.



S. E. Marinetti, che aveva partecipato al banchetto non soltanto presiedendolo ma intervenendo ad ogni momento nelle discussioni e nella esaltazione delle vivande, elogiò il pranzo futurista come prima realizzazione a Parigi del celebre manifesto della cucina futurista, manifesto che ha sollevato una polemica mondiale, con oltre 2000 articoli ed ha dimostrato il senso d’arte-vita sempre animante le attività futuriste.

Dopo aver lodato le creazioni gastronomiche dei pittori Prampolini e Fillìa, e dopo aver rilevato la magnifica organizzazione della serata da parte delle «Edizioni Franco-Latine», S. E. Marinetti con la sua solita freschezza d’eloquio rese omaggio al coraggio dei presenti e notò con soddisfazione il generale compiacimento. [p. 124 modifica]S. E. Marinetti, con molto spirito, accennò quindi ai numeri di canto e di danza rilevando il voluto contrasto della parte lirica (esclusivamente tradizionale) con il futurismo integrale del pranzo e delle danze.



Mentre si rinnovano gli applausi al breve e vivo discorso di Marinetti, appare nella sala Joséphine Baker, accompagnata dal signor Abbatino.

La Baker ebbe le più festose accoglienze e partecipò alla fine della eccezionale serata che si chiuse con danze animatissime.

Joséphine Baker divenuta d’un subito il centro d’attrazione più vivo e completo, ebbe una parte importantissima nel buon esito della festa: al suo irresistibile fascino si deve, infatti, il definitivo superamento tra gli intervenuti degli ultimi dubbi sulle conseguenze della cucina futurista». [p. 125 modifica]

l’aeropranzo futurista
di chiavari


Il Comm. Tapparelli organizzò mirabilmente a Chiavari, il 22 Novembre 1931, una giornata futurista, in cui s’inaugurò una Mostra d’Arte Futurista, si tenne il Circuito di Poesia (vinto dal poeta triestino Sanzin) ed una conferenza di F. T. Marinetti sul «Futurismo mondiale». Inoltre, più di 300 persone parteciparono al grande aeropranzo tenuto nell’Hôtel Negrino: vi erano le maggiori autorità della Città e della Provincia.

Lunghi articoli furono dedicati all'avvenimento, su tutti i giornali liguri, sul Corriere della Sera e su molti altri quotidiani italiani. Diamo qui i punti essenziali dello scherzoso scritto di un redattore del Corriere Mercantile:

«Il pezzo forte della giornata — pezzo forte almeno per il cronista avido di divagazioni e desideroso di spunti per le cosiddette parentesi di colore — fu indubbiamente il «Primo Aeropranzo futurista», una specie di orgia carneplastica che si svolse nei saloni dell’Hôtel Negrino e che pose ad una dura prova lo stomaco di ben trecento invitati.

Ogni vivanda, scrupolosamente venne eseguita dal celebre cuoco Bulgheroni appositamente venuto [p. 126 modifica] in quel di Chiavari da Milano per sfondare con i suoi intingoli, la massiccia porta chiusa dei ravioli e della pastasciutta.


Dei datteri a sorpresa


Il pranzo, tra la più viva aspettazione dei presenti, molti dei quali si sentivano nelle cavità gastriche un certo tremito che non era del tutto imputabile all’appetito ma ad un certo ragionevole timore, si iniziò con un Timballo d’avviamento: una specie di antipasto forse troppo poetico per essere apprezzato a dovere dallo stomaco che, come ognun sa, è un grezzo materialista. Era composto, questo timballo, di testina di vitello natante, misera e sconcertata, in mezzo ad una profluvie di ananassi, di noci e di datteri: i quali datteri si rivelarono, all’assaggio dei denti, gravidi di una sorpresa quasi ciclopica: erano essi infatti accuratamente infarciti di acciughe sicchè da questa innocente testina, da questi ananassi e con questi frutti africani complicati di pesce, sbocciò una specie di budino che lasciò ogni esofago ingorgato dalla ammirazione.


Le rose nel brodo


Si proseguì, quindi, alla garibaldina con un Decollapalato; nome che designava un brodo di natura assai bizzarra, composto in parti quasi uguali di sugo di carne, di champagne e di liquori [p. 127 modifica]

sopra questa miscela, che per gli iniziati deve avere straordinarie virtù appetitive, natavano, vaghi e fragili, larghi petali di rose. Messi innanzi ad un tale capolavoro di lirica brodistica, i convitati coraggiosamente tentarono l’esperimento della deglutizione; ma più d’uno con evidente viltà, rinunciò a condurlo a termine e solo si contentò di trarre dalla scodella una foglia di rose, di asciugarla col tovagliolo e di riporsela nel portafogli a ricordo del pranzo e a testimonianza d’un banchetto da narrare, più tardi, ai nepoti.

Fu la terza portata del «Bue in carlinga» ovverosia delle misteriosissime polpette sulla cui composizione indagare non è bello e indagare non giova, adagiate sopra aeroplani di mollica di pane. Belli i velivoli, meno belle le polpette. In ogni modo questo piatto fu tra i più apprezzati come quello che offrì a molti degli ospiti il destro di sfamarsi almeno con del pane che mai come allora apparve un cibo prezioso e divino.


Elettricità atmosferiche candite


Ed ecco apparire i camerieri con grandi vassoi recanti il «servovolatine di prateria» consistente in un impasto discretamente diabolico dove fette di barbabietola e fette di arancio facevano comunella insieme alleate da olio ed aceto e pizzichi di sale. Molti dei pranzanti avevano già, a [p. 128 modifica]questo punto, il loro apparato digerente in condizioni non del tutto normali, cosicché non si possono rimproverare se non seppero reprimere un istintivo gesto di terrore allorché apparve la guantiera sorreggente la «cibarie conclusiva». Cibarie che si gloriava d’un nome oltremodo dinamico: «Elettricità atmosferiche candite». Queste care ed indimenticabili «elettricità» avevano la forma di coloritissime saponette di finto marmo, contenenti nel loro interno una pasta dolciastra formata con ingredienti che solo sarebbe possibile precisare con una paziente analisi chimica. Dobbiamo dire, per scrupolo di cronisti, che solo una minima parte dei banchettanti osò recare queste saponette alla bocca: di coloro che osarono non si conoscono sventuratamente i nomi. Diciamo sventuratamente perchè un simile manipolo di eroi meriterebbe di vedersi, per lo meno, eternato in una lapide di bronzo.

Si giunse, così all ’Ammaraggio digestivo: ammaraggio che non tutti pervennero a compiere dato che molti già erano sprofondati al momento del decollaggio. E s’alzò a parlare Marinetti che, con una eloquenza mirabile che gli scaturiva spontanea quasi che egli non avesse toccato cibo, si scagliò in una accesa requisitoria contro l’infamia della pastasciutta e l’obbrobrio dei ravioli, esaltando, al confronto, i cibi futuristi e in modo particolare i datteri anfibi di cui all’inizio del [p. 129 modifica]banchetto s’era potuto gustare un inobliabile saggio.

Sedutosi Marinetti, balzò in piedi il poeta Farfa, che declamò con impeto aviatorio un inno quasi pindarico intitolato «Tuberie». [p. 130 modifica]

l’aerobanchetto
futurista di bologna


I pittori futuristi Caviglioni e Alberti organizzarono a Bologna, al Circolo dei Giornalisti, una importante Mostra di Aeropittura che fu inaugurata da F. T. Marinetti il 12 Dicembre 1931.

In seguito gli stessi pittori, tra l’attesa più viva, imbandirono nella Casa del Fascio un grande Aerobanchetto (il cui prezzo era di lire 20 per persona), che viene così narrato sul Resto del Carlino:

«Il successo di curiosità dell’Aerobanchetto è stato pienissimo, e il salone della Casa del Fascio, prescelto per lo specialissimo cimento culinario, ha raccolto ieri sera alle 21,30 (anche P orario era leggermente fuori consuetudine!) molte persone, fra cui si notavano personalità e autorità, pittori, giornalisti, signore e semplici buongustai. E fra le autorità c’erano il Preside della Provincia comm. Turchi e il Rettore magnifico dell’Università prof. Ghigi, il quale è venuto così a sanzionare con il sacro bollo dello Studio, il sedizioso movimento in odio alla pastasciutta. [p. 131 modifica]

Come in aeroplano


L’Aerobanchetto ha giustificato il proprio nome attraverso la messinscena allestita dagli organizzatori. Le tavole erano state disposte con inclinazioni ed angoli, dando l’impressione di un velivolo. Qua le ali — ma smilze e anguste come in un idro dell’alta velocità — qua la fusoliera, là in fondo la coda. (Disabitata, come suole accadere anche nei velivoli autentici). Fra le ali una grande elica — ferma, per nostra fortuna! — , più indietro due cilindri da motocicletta, promossi per l’occasione al rango di motore aviatorio.

Al posto delle solite tovaglie troviamo dei fogli di carta argentata, che nella fantasia dei promotori vorrebbero essere dell’alluminio, e una lastra di latta lucente funge da sottopiatto, entro cui le signore controllano — oh’ il delizioso specchio di fortuna! — il loro compromesso maquillage.

Il sintetismo della tavola è evidente. Pochissima la roba visibile. I bicchieri sono i soliti, i piatti e le posate idem idem; ma i fiori mancano del tutto e vengono rimpiazzati da... patate crude, colorite all’ingrosso e artisticamente intagliate; e peggio per chi non sa distinguere fra la roba che serve al piacere dello stomaco e quella destinata alla gioia degli occhi. Altra trovata autentica: il pane. Niente rosette comuni, o bastoni [p. 132 modifica] di foggia francese, o kipfel viennesi, ma panini appositamente modellati, che riproducono la forma di un monoplano o di un’elica; e bisogna confessare che la forma si presta egregiamente a una cottura perfetta della pasta e alla sua biscottatura.

Ultima constatazione: i camerieri portano un colletto di celluloide color azzurro, mentre il pittore Alberti, direttore della mensa, esibisce un pomposo e sgargiantissimo gilet deperiano dai mille colori.


Il risotto all’arancio...


L’Aerobanchetto viene inaugurato in modo lievemente passatista: con l’antipasto. Il quale si noma «aeroporto piccante», ma non ci sembra niente di più di un’insalata russa alten-styl, con l’aggiunta di una fetta d’arancio sposata a una fettina d’uovo sodo e a un’oliva. E l’arancio è spalmato di burro colorato in rosa...

Prima peraltro che i pareri sul piatto inaugurativo vengano diffusi, il piatto numero due si inoltra maestosamente fra gli «oh» dei presenti.

Il menu parla di «rombi d’ascesa»; ma S. Eccellenza Marinetti ribattezza la portata così: risotto all’arancio, dove il riso è sempre quello...di una volta, ma il sugo — ah, il sugo! — è a [p. 133 modifica]base di arancio. E di fettine di arancio fritto si indorano le biaccosità della pietanza. Il risotto all’arancio, siamo sinceri, provoca qualche inquietudine nei ranghi.


... e i rumori “nutrienti”


Temiamo l’avvento di qualche complicazione, ma improvvisamente la sala s’immerge in una diafana luce azzurra e un motore prende a scoppiettare nella sala accanto. Il pittore Alberti annuncia gravemente — ma perchè quel signore sorride? — che il velivolo naviga a ottomila metri di altezza e Marinetti conferma autorevolmente spiegando: — Osservate come il rumore dei motori favorisca e nutra lo stomaco... È una specie di massaggio dell’appetito... Finalmente si ridiscende dalla «stratosfera» culinaria, e la folla non trova di meglio che mettersi a picchiare furiosamente sopra i piatti di latta, promossi così al ruolo di «intonarumori». — Vogliamo il carburante nazionale. E il carburante nazionale (vulgo vino dei nostri colli) avanza trionfalmente, versato da alcune latte di olio extradenso. È il vino in bidoni. Il vino in... latte; e nell’attesa del piatto di centro, i commensali si apprestano a rosicchiare le ali degli aeroplani panificati. [p. 134 modifica]

Ma anche il piatto di centro — ovverossia il «Carneplastico con fusoliera di vitello» — arriva. Ed è un indiscutibile successo. La pietanza, a dire il vero, è futurista soltanto nelle sfumature. Trattasi infatti di una scaloppa di vitello, alleata a un esile salsicciotto; e il contorno comprende due cipolline e due marroni fritti. Ma dopo gli esperimenti a base di arancio, i due marroni affiancati a un salsicciotto non producono più nessuna impressione!

Peccato che la carne — dopo il solito giro di presentazione intorno alle tavole — giunga quasi fredda. E non vale che S.E. Marinetti ne aumenti il... gelo, affermando che a ottomila metri di quota i cibi non possono mantenersi bollenti...

Poco dopo il capo del futurismo rivolge la propria offensiva contro il pacifico dottor Magli, rappresentante degli Achei, apostrofandolo perchè ha osato fiutare la carne prima di assaggiarla. — Ciò — esclama — è passatista. Ciò non è prode...

E il Magli di rimbalzo:

— Giustissimo... Avrei dovuto accostarla all’orecchio, per sentire se nitriva. — E un’omerica risata accoglie la battuta.

L’ Aerobanchetto prosegue così fra una portata e una boutade, fra un bicchiere di carburante nazionale e un nostalgico accenno, ma sottovoce, ai tortellini asciutti. S.E. Marinetti, invece, non ha nessuna nostalgia. (Ci vorrebbe altro). Egli [p. 135 modifica]è entusiasta del simposio e domanda anzi che i cuochi si presentino al suo cospetto per applaudirli. Ma gli interpellati tardano a venire, e Marinetti ripete la intimazione. — Vengano i cuochi. — E allora una voce stentorea si leva dal fondo della sala, proclamando:

— Non vengono perchè hanno paura di noi!

Ma si tratta di una evidente calunnia, perchè, subito dopo, due cordons bleus della Casa del Fascio fanno il loro ingresso, accolti dai battimani di Marinetti e seguaci. Ma i due cuochi sono incerti. Temono di essere presi in giro e par che dicano in loro muta favella:

— Signori miei perdonateci, ma noi non ne abbiamo proprio colpa...


Abbasso la “cucina-museo”


Cominciato con l’antipasto, il banchetto si è chiuso con dei discorsi. Infatti, si è levata a parlare la medaglia d’oro Onida, quindi il dottor Magli ha espresso i sentimenti dei «tagliatellisti», mentre un anonimo inviava un telegramma in cui si diceva testualmente: «Abbasso la pastasciutta, va bene, ma le tagliatelle sono un altro paio di maniche!».

Infine si è levato S.E. Marinetti per dichiarare che la sua eloquenza era letteralmente tappata dalla succulenza varia e deliziosa delle aeropietanze delibate, alcune delle quali — ha soggiunto [p. 136 modifica] — sono trovate importantissime, come ad esempio il riso condito coll’arancio. Ha quindi tessuto l’elogio della cucina futurista, di fronte alla quale la pastasciutta è definitivamente in ritirata.

Le tagliatelle — dice — sono ormai l’ultima trincea dei passatisti; la trincea della pasta all’ovo. La cucina futurista è la realizzazione del generale desiderio di rinnovare la nostra alimentazione, è la lotta contro il peso, il pancismo, la obesità. Noi vogliamo mantenere la nostra antica vitalità goliardica, anche se gli anni ci segnino con le loro piogge e le loro nebbie. Il nostro sforzo tende a militarizzare tutte le nostre giovani forze. Vogliamo pertanto che la cucina italiana non resti un museo. Affermiamo che la genialità italiana è capace di inventare altri tremila piatti, altrettanto buoni, ma più aderenti alla mutata sensibilità e ai mutati bisogni della generazione contemporanea.

Con un nuovo scoppiettante saluto ai collaboratori bolognesi, S. E. Marinetti ha concluso il suo discorso e l’Aerobanchetto ha avuto termine, mentre i commensali si portavano via per ricordo il sottopiatto di latta, su cui il capo dei futuristi è stato costretto a segnare la propria firma, con la punta di una forchetta che fungeva da bulino». [p. 137 modifica]

aneddoti tipici


Oltre le migliaia di articoli in cui venivano discussi, esaltati, derisi, condannati e difesi i grandi banchetti futuristi di Torino, Novara, Parigi, Chiavari e Bologna, uno stragrande numero di caricature e di aneddoti circolava su tutti i settimanali, su tutte le riviste illustrate o direttamente tra il pubblico. Si potrebbero formare diversi volumi raccogliendo tutta l’esplosione di bizzarrie, trovate ed umorismi suggeriti dalla cucina futurista e dalla sua realizzazione.

Sono tipici i seguenti aneddoti:

1) Ad Aquila un numero incalcolabile di donne si riunirono a firmare una solenne lettera-supplica a favore della pastasciutta. Questa lettera fu diretta a Marinetti. Le donne di Aquila che mai si erano agitate per problemi anche importantissimi, ritennero necessaria questa sollevazione collettiva, tanto profonda era in loro la fede nella pastasciutta.

2) Apparve sui giornali di Genova il comunicato della fondazione di una Società chiamata P.I.P.A. (Propaganda internazionale contro la pastasciutta) che bandiva varî concorsi per combattere l’odiata vivanda e inventare nuovi alimenti. [p. 138 modifica]

3) Vi furono a Napoli cortei popolari a favore della pastasciutta.

4) A S. Francisco di California, i clienti di due trattorie italiane, poste una al pianterreno ed una al primo piano di una casa popolare, si azzuffarono pro-e-contro la cucina futurista ed avvenne così una clamorosa battaglia dalle finestre e nella strada con proiettili commestibili e pentole. Alcuni feriti.

5) A Torino i cuochi più celebri tennero un congresso per decidere in merito alla cucina futurista ed avvennero così discussioni e polemiche violentissime fra i due partiti.

6) A Bologna durante un grande pranzo studentesco arrivò improvvisamente F. T. Marinetti che, fra lo stupore di tutti, mangiò avidamente un piatto di spaghetti: soltanto in seguito i commensali si accorsero che Marinetti non era se non uno studente abilmente truccato.

7) Apparvero sopra alcune riviste a grande tiratura, fotografie di Marinetti nell’atto di gustare la pastasciutta: erano montaggi fotografici eseguiti da esperti avversari della cucina futurista, che tentavano così di screditare la campagna per una nuova alimentazione.

8) Fu rappresentata a Bologna una rivista teatrale intitolata «Carneplastico».

9) Fu rappresentata a Torino un’operetta di [p. 139 modifica]Sparacino e Dall’Argine intitolata «Santopalato».

Intanto, mentre si alternano le polemiche, un nuovo senso di ottimismo e di allegria fuga la nostalgica e grigia abitudine dei vecchi pranzi e i futuristi, superando le prime realizzazioni, preparano altre originali innovazioni. [p. 140 modifica]