La lanterna di Diogene/V

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V. La vecchia e il porcello

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IV VI

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V.

La vecchia e il porcello.


Bere il caffè e fumar la pipa al fresco d’estate è un piacere degno di Giove Olimpio; però ciascuno si può cavare questa voglia, se ha l’abitudine di alzarsi presto.

Tuttavia il godimento è tanto maggiore, quanto più uno lo ha condito in antecedenza col lavoro e con la fatica salutifera.

Da questo lato non ho rimorsi nel mio ozio, e perciò con letizia maggiore che non si possa pensare, bevo il caffè e fumo la pipa, la mattina, all’ombra di questa casetta di pescatori.

Questa casetta appartiene ad un villaggio presso il mare, e il suo nome io l’ho già svelato. Gli abitanti e le abitazioni possono — io credo — fornire ad un archeologo elementi bastevoli per ricostruire al naturale una città trogloditica: un filosofo può fare degli studi sul prodotto umano allo stato naturale.

Il sole si è levato a pena e pende sul mare; ma le casette, disperse su le dune, fra le betulle e i tamarischi, dormono ancora. Però la vecchia — la madre del pescatore da cui ho [p. 71 modifica]preso in affitto questo loghicciolo — ha già aperto l’uscio della sua capanna. Nelle prime mattine ero sorpreso sentendo la sua voce chioccia brontolare nel dolce silenzio, e non sapevo con chi parlasse, perchè nell’aia e intorno alla casa non c’era alcuno a quell’ora. Oh, con chi fa diatriba questo grinzoso demonio in gonnella? (Giacchè costei è la vecchia bacucca, la befana, la strega, il terrore dei bambini. Non la vedemmo noi una sera al lume di luna, in camicia — orrore! — uscire tutta feroce dalla capanna, con la scopa levata, desta al rumore di alcuni monelli che osavano saltare la sacra siepe di confine del suo orticello? Questi fuggirono come passeri: ella rientrò brontolando come il tuono che si allontana.)

Finalmente ho scoperto il mistero. Essa parla discretamente con le galline e con il maiale. Invita le galline al pasto dell’intrisa crusca, e le pingui e prepotenti garrisce perchè facciano posto ai grami galluzzi; poi, mentre tutti bezzicano, alterna all’una o all’altra l’amorosa persuasione e l’efficace rimprovero. Con quelle che fanno l’uovo, usa espressioni di cuore amoroso; ma quelle, di cui il nido non porta l’uovo, afferra, e per cura di fecondazione, immerge a lungo nell’acqua fredda, e soltanto quando le ha tratte fuori impaurito e mezzo [p. 72 modifica]soffocate, ammonisce di far bene l’uovo. Questo metodo, di punire prima e quindi redarguire, dispiace ai troppo pietosi pedagoghi moderni: vedo però che con le galline è efficace. Ma col maiale è molto indulgente anche lei, la vecchia bacucca! Questo maialetto è giovane, roseo, balioso, adiposetto ormai, tanto che il saltellare gli è grave. Mi ricorda alla lontana certi giovincelli in quel che lasciano il limitare della scuola per quello della mondanità: se non, che la vecchia dice del suo porcello che «ha più giudizio di un cristiano!» il che è almeno dubbio per certi giovani.

Tempo fa il porcello era infermo. Oh sventura! come gli si assise accanto, come lo grattava, e gli tastava il calore della febbre fra le cluni; come dicea sè meschina ed in mal ora nata!

— Confortatevi, nonna, questo giovinetto maiale ha fatto una indigestione di scorze di angurie e di meloni, di cui tutte le serve del vicinato gli fanno omaggio. Un poco d’olio, nonna, e passerà, — dissi io.

Disgraziato maiale! egli crede — sì la guarda coi piccoli occhi — che l’amore della vecchia bacucca sia disinteressato! No, non è disinteressato. Del resto, felice te, che ignori l’autunno, che ignori come ogni tua copiosa mangiata avvicina il tempo in cui il [p. 73 modifica]coltello ti scannerà, e il tuo capo, cinto d’alloro e posto su largo piatto, ornerà la vetrina di un salumiere. I tuoi genitori, o porcello, non ti hanno insegnato questa dolorosa scienza della vita per il fatto che essi stessi la ignoravano; se no, non ti avrebbero procreato. Questo fenomeno stesso forse avviene anche per noi, ed è l’Inconoscibile il vero propulsore che manda avanti la macchina della vita.

— Nonna, quanti anni avete? — chiesi un dì alla vecchia.

— Più di settanta! — (Ne ha più di ottanta, ma o non lo vuol dire o non lo rammenta.)

— Vi ricordate del tempo del Papa, quando da queste parti non correva il vapore?

— Allora ero giovane, — rispose, — e non ricordo più! — Diceva «giovane» e doveva avere allora quasi cinquant’anni! Ma la natura le ha tolto la memoria, e così ha attaccato una seconda vita a quella cartapecora! Anche le ha tolto gli affetti, e la voce non gli è più rimasta che per rimbrottare: per tale modo la vita fisica si prolunga fuori del limite comune.

Però l’altra mattina, domenica, l’ho sorpresa nell’atto di porgere al figlio, che è nonno alla sua volta (benchè abbia tutti i capelli ancor neri: in questo villaggio — forse [p. 74 modifica]perchè trogloditico — la gente stenta a invecchiare e ad ammalare), l’ho sorpresa — dico — nell’atto di porgere la camicia di bucato e gli abiti rammendati: infonder l’acqua nella catinella e consigliare il civile sapone come un omaggio al giorno — almeno — del Signore. Oh, mirabile sopravivenza di anima materna anche nella cartapecora! E pur domenica ho intesa la nuora leticare con la nonna per cagione delle nipoti. Queste vanno pazze pel ballo, e la nonna non vuole, non vuole che vadano al ballo pubblico della domenica, il ballo così detto «del baiocco» perchè ogni ebro villano che entra a fare un giro, paga un baiocco; indi afferra e balla.

— È che siete cattiva! — scoppiarono in coro, piangendo, le due ragazze.

E allora intesi questa risposta della nonna:

— Nelle vie del bene non sono cattiva!

Mi parve risposta di sapiente antico. Da allora ho osservato più accortamente questa vecchiarda ed ho emendato il mio giudizio, nella qual cosa esiste il meglio dell’umana sapienza: emendare il proprio giudizio. Questa ottantenne è il genio occulto della prosperità di questa casa di pescatore. Le mani di lei non posano mai; raccoglie lo sterpo e lo sterco; accatta il ciottolo; stende il bucato su la siepe; rinforza con spini la siepe, e, quando [p. 75 modifica]il sole arde nel meriggio, lava presso la pozza ombrosa o trae con la bava il filo della rocca antica; sottopone al testo le brulle e vi gira la piada, cara a te, Giovanni Pascoli! E l’attività microscopica del minuto, previdente, incessante, che ha prodotto il benessere dell’umile casetta. Allora fiorì nella mia mente la bella voce latina, onor delle donne,   s e d u l a!   cioè «operosa». E fiorì, olezzante come fiore di campo, quello stornello del Pascoli, che comincia:

Al cader delle foglie alla massaia
non trema il vecchio cuor, come a noi grami,
che d’arguti galletti ha piene l’aia.


*


Ma come il sole monta e si rafforza la luce, meno grata si fa l’ombra della casetta. Qualche mattiniero esce all’aperto, qualche massaia appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo: «Pane, pane, pane! Polli, polli, polli! Latte, Latte, latte!» e le scalze donzellette librano atticamente sul capo, a mo’ di canèfore, le grandi cesta dei pomidori stupendi, dei profumati meloni, dei fichi che sudano miele, delle perlacee susine, della rugiadosa uva moscata; e nel deporre il [p. 76 modifica]cesto e nell’accosciarsi per mostrare la merce, hanno un certo moto muliebremente lascivo. Tutto ciò è molto idillico, se non che queste donzellette tirano al centesimo; provano il bronzo del soldo e per colmo di precauzione respingono inesorabilmente anche le monete delle due repubbliche, francese ed elvetica: in quanto a questo non riconoscono che la monarchia di Savoia, ove però non abbia «il collo lungo».

Anche la fanciullina che s’avanza nell’aia timidamente, con in grembo i piccioncini, ancora implumi, ovvero la loquace anitra, sa a qual prezzo deve cederli: questo è dopo il segno della santa croce, l’essenziale insegnamento che riceve dai genitori. A ben pensarci, qui, come a Londra, come a Milano, è sempre affare di borsa. L’idillio è la cosa parvente, è l’estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per la eterna fabbrica della vita! E gli uccelletti che cantano nell’aria la gloria del Signore, secondo che scrivono gli asceti e i poeti; e i guizzanti pesciolini, che a prima vista sembrano ornamento e vita degli elementi, fanno anzi tutto degli affari, si divorano fraternamente. Come faremmo bene ad andar cauti prima di ripetere l’eterno vanto che l’uomo domina la natura!

— Mia cara bambina, — dissi, — io [p. 77 modifica]comprerei volentieri per ventisei soldi questi tuoi piccioncini, però mi fa pena dover tirar loro il collo. Vedi come sono felici? come si baciano?

— Oh, se è per questo!... — e avuti prima i soldi, in un attimo, quei piccioncini che prima teneva così dolcemente in grembo, la bambinella me li offerse col collo stroncato e il becco sanguinante.


*


Oh! ma ecco levato anche paron   J u s è f,   il vecchio pescatore, il naturista, il vegetariano, il buddista, che sta ore e ore a tessere reti presso la riva del mare, il fisiologo, il filosofo, il vegetante novantenne! Sua prima cura, al mattino, è quella di studiare il mare, le nubi, il vento, i barchetti, in cui a lungo s’affissa. I suoi capelli sono appena grigi, la sua dentatura spezza ancora bene le croste della piada secca. Egli dice a chi capita che non ha mai saputo che cosa sia dolor di testa, tosse, raffreddore.

— Sa lei, — mi disse un giorno, — che c’è nel mondo una cosa che mi fa sempre più meraviglia, che la trovo sempre più bella?

— Quale, paron   J u s è f?

— Svegliarsi la mattina e poter muovere le [p. 78 modifica]gambe; aprire gli occhi e vedere tante cose! — Meditò un poco, poi aggiunse: — Eppure bisognerà, una volta o l’altra, decidersi a morire.

— E vi dispiace morire?

— Vedo che gli altri — la mano traccia una direzione lontana — non dicono niente!


*


Ma come si fa a ragionare di filosofia, a parlar di morte in questo palpito di vita ardente, fra queste grida, richiami, canti di venditrici? E tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire la merce dei loro cesti. L’unica sottanella, succinta, disegna ampie forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più verginali.

Le bufere del mare rendono aspri e sconvolti i loro capelli, roca e forte la voce, selvaggia la linea classica del volto. Ma, anche senza il greve cesto sul capo, il loro busto si muove al ritmo del passo lento e leggiadro. Ciò turba profondamente ogni metafisica, cosa nota anche a Calandrino. Queste ragazze sono le pescivendole: sorelle, figlie di pescatori. Aspra e pur gioconda vita è la loro, quando lavorano. Alla punta del dì sorgono dai giacigli, attaccano l’asino, pongono sul [p. 79 modifica]baroccino i cesti della pesca, e giungono al mattino nei borghi circostanti dove vendono il pesce. Mi si assicura, ed io non stento a credere, che se quegli asini avessero la virtù di parlare, come fece l’asina di Balaam, potrebbero raccontare di certe loro consuetudini da imbruttire il volto di un moralista puritano: consuetudini primitive e naturalistiche che temperano il rigore della legge sul matrimonio. Comunque si giudichi, qui è ignorata l’agitazione per il divorzio. Qui si compie prima ciò che nella società avviene deplorevolmente dopo.

Questo   i s t e r o n - p r o t e r o n   risolve il grave problema.

Belle col cesto come antiche canèfore, più belle ancora traenti — erette, scarne — il filo dalla rocca, lungo la riva del mare!

Ma non batta allora a danza il martelletto di un organo! Giù il cestello, via la rocca: le figure ieratiche si scompongono. Pare un coro a tondo su antico vaso.


*


Il postino cqmpare per l’ultimo, quando l’ombra è stata divorata dal sole. L’arrivo del postino è desiderato e giocondo. Giacchè noi possiamo desiderare di vivere solitari e [p. 80 modifica]separati dai nostri simili: nessuno — credo — desidera di essere dimenticato. Sembrerebbe un precorrere della morte.

Un semplice biglietto è per ciò cosa piacevole, perchè dimostra che un fratello in umanità ha pensato a voi. (Le lettere contenenti i conti dei fornitori formano eccezione a questa legge.)

Eppure che disgusto mi fece il biglietto di visita, inviatomi dal giovane amico, dottor Alberto X....!

Io aveva gran stima di lui, e l’ho perduta d’un tratto! Io desideravo tanto di conoscerlo di persona, ma adesso mi è indifferente. Pensare: un giovane italiano che invece di inscriversi in uno dei tanti reggimenti della nostra burocrazia, ha il coraggio di andare all’estero a rappresentare il valore italiano, non al modo dei nostri emigranti analfabeti, ma con gli scritti e con la parola sapiente, è cosa rara.

Ed ora?

Ora mi invia questo biglietto:

DOTTOR ALBERTO X....


e sotto era scritto a penna:

cavaliere ecc.

Ho voltato subito il biglietto per esaminare se v’era scritto altro: niente altro: ho [p. 81 modifica]guardato per terra per sorprendere se a caso fosse caduto un fogliettino: ma per terra non c’era niente. Non aveva — evidentemente — altro da comunicarmi che codesto   c a v a l i e r e.

Ma ciò è grottesco! qui si tratta di una circolare! E la manda anche a me! Mi sono levato; ho abbordato col biglietto in mano alcuni conoscenti:

— Mi faccia il piacere, mi interpreti questo biglietto!

— È semplice: questo signore dà l’avviso che è stato nominato cavaliere. Che cosa credeva che fosse?

— È ben quello che ho pensato anch’io!

— E allora? (Cioè «e allora c’è bisogno di scalmanarsi tanto?»)

Via! rientriamo in noi; vediamo di ragionare, non facciamo scorgere le anomalie del pensiero. Questa è cosa dannosa.

Non si può intanto negare al mio amico che un titolo cavalleresco è molto comodo quando si deve parlare coi camerieri. Per un tenore o un baritono è quasi indispensabile essere cavaliere! Sì, ma il mio amico, benchè tenga conferenze, non è un tenore: egli si vanta di essere un sapiente e di stendere la mano agli aurei pomi del giardino delle Esperidi; ed ora ha l’ingenuità di inviare a me questo fico secco della sua onorificenza!?

[p. 82 modifica]Via; non esaltiamoci di nuovo: ragioniamo ancora. Innanzi tutto i pomi delle Esperidi non vanno in commercio, i fichi secchi sì, vanno. Inoltre, come non tutti i tenori non sono eroi, e molti baritoni che alla ribalta sono tremendamente tragici, alla trattoria sono i più onesti e lepidi mangiatori del mondo, così similmente basta essere sapienti per quel tanto di tempo che si sta sul palcoscenico della vita. Quelli, anzi, che rimasero sapienti anche dietro le quinte, fecero tutti fine infelice.

E indubbiamente l’amico mio è giovane di molti studi: ma gli studi e l’erudizione contengono assai poca quantità di sapienza. Il povero popolo crede che ne contenga tanta, perchè giudica dall’esteriore: ma vero non è. E ne sia prova questa, che una folla di analfabeti nel moto della passione si comporta come una folla di gente addottrinata. Così se noi imprimiamo il moto ad un disco ove siano i colori dell’iride, appare bianco come un disco che è tutto bianco.

«Via, — dissi a me stesso, — compatiamo l’amico che se ha sbagliato, ha sbagliato soltanto nel non aver conosciuto il tuo orgoglio; e mandiamogli un biglietto di congratulazione!» Ma se vi sono dei vecchi coi capelli bianchi che giuocano ancora sul cavallo a dondolo del cavalierato!

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*


Questo insulso fatterello ha però alcun grave senso: ha scosso profondamente un’opinione di cui avevo fatto sfoggio sino allora: in politica avevo creduto — con piena convinzione — che il voto del popolo semi-analfabeta, uguagliato al voto dell’uomo addottrinato, fosse un’ingiustizia enorme delle democrazie odierne. Mi ricredo.

Ma il bello è che Platone, questo mirabile ampliatore di anime, trattò di questo umanamente nel suo «Protagora»; e la volpe nella favola di Esopo assicura che il sapere di lettere non è sinonimo di saviezza.