Le Mille ed una Notti/Storia di Alì Mohammed il Gioielliere o del Falso califfo

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Storia di Alì Mohammed il Gioielliere o del Falso califfo
Storia di Abu Mohammed Alkeslan Storia di Bedihuldgemal, figlia del re degli Spiriti, e di Seifulmulok, figlio del re d'Egitto
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STORIA

DI ALI’ MOHAMMED IL GIOIELLIERE

O DEL FALSO CALIFFO.

— Sire, il califfo Aaron Alraschild, essendo uscito una sera secretamente dal palazzo, come accadevagli sovente, travestito da mercante, ed accompagnato da Giafar e da Mesrur pur travestiti, percorse con essi molti quartieri di Bagdad, e si trovò sulle sponde del Tigri. Scorto un vecchio seduto in una barca, gli si accostò, e salutatolo cortesemente, lo pregò di condurlo in barca a spasso sul fiume, offrendogli una pezza d’oro.

«— Signore,» rispose il vecchio, mettendo in tasca la moneta, «mi rincresce, ma m’è impossibile procurarvi questo piacere, perchè il califfo Aaron Alraschild viene qui tutte le sere a prender il fresco, e, passeggiare in gondola, accompagnato da un araldo, il quale grida: «Proibizione a tutti, di qualunque condizione siano, grandi o, piccoli, giovani o vecchi, di traversare il Tigri, sotto pena della testa, o di essere appiccati all’albero della loro nave.» Voi arrivate nel momento che deve passare, e vi consiglio di partirvi subito. —

«Il califfo e Giafar, maravigliati di ciò che udivano, diedero due pezze d’oro al vecchio, pregandolo di nasconderli sotto alcune tavole che formavano una specie di capanna in mezzo al suo battello, aspettando che la gondola fosse passata. Il vecchio prese il danaro, raccomandandosi a Dio, e fatti entrare il Califfo ed i suoi compagni nella barca, si allontanò [p. 272 modifica] alquanto dalla riva. Aveva appena dato alcuni colpi di remo, che videro avanzarsi in mezzo al Tigri una gondola decorata magnificamente ed illuminata da gran numero di torce e candele.

«— Non ve l’aveva detto!» sclamò il vecchio tutto tremante. Lasciato tosto il remo, fece passare i falsi mercadanti sotto le tavole che coprivano una parte del suo battello, e vi stese intorno una tela nera, attraverso la quale potevano godere della vista dello spettacolo che offrivasi a’ loro sguardi.

«Sul davanti della gondola eravi uno schiavo che bruciava legno d’aloè in un piattello d’oro; vestiva una tunica di raso rosso, attaccata da un fermaglio d’oro sor una delle spalle; aveva in testa un turbante di mussolina finissima, e portava in bandoliera una piccola borsa di seta verde, ricamata d’oro, contenente l’aloè che ardeva. Un altro schiavo, egualmente vestito, ed incaricato della medesima occupazione, stava all’estremità della gondola.

«A dritta ed a sinistra erano duecento schiavi in abiti magnifici, ed in mezzo ad essi ergevasi un trono su cui sedeva un giovane, la cui grazia e leggiadria oscuravano lo splendore ond’era circondato: vestiva un abito nero adorno d’oro e diamanti. Al di sotto di lui stava un uomo somigliantissimo al gran visir Giafar; di dietro, uno schiavo in piedi colla spada sguainata, rappresentava a perfezione la parte di Mesrur, capo degli eunuchi. Intorno al giovane stavano schierati i cortigiani ed i favoriti, in numero di venti.

«Il califfo, estremamente sorpreso da tale spettacolo, disse al visir: — Che pensi tu di quest’avventura? — Sovrano Commendatore de’ credenti,» rispose Giafar, «non posso rinvenire dallo stupore, e non capisco nulla in quest’incontro. — Senza dubbio,» ripigliò il califfo, «è uno de’ miei figli, Almamun od Amin, che vuol divertirsi.» Siccome la barca [p. 273 modifica] passava in quel momento a poca distanza dal luogo ov’essi trovavansi, Aaron mirò, con maggior attenzione il giovane seduto sull’aureo trono. L’avvenenza de’ suoi lineamenti, l’aspetto ed il portamento, una certa dignità sparsa su tutta la di lui persona, il corteggio ond’era circondato, lo incantarono al punto, che non potè trattenersi dal dire a Giafar:

«— In verità, visir, parmi vedere la pompa e magnificenza che mi circonda in mezzo alla mia corte; non ci manca assolutamente nulla. Non direbbesi colui essere tu stesso in persona?» continuò, accennando il personaggio rimpetto al giovane. «Non si scambierebbe quello schiavo per Mesrur, e que’ cortigiani non somigliano esattamente a quelli che mi circondano? Lo confesso con franchezza; ciò che vedo m’imbarazza, ed ignoro se sogno o sia desto.

«— Sono nella medesima perplessità,» rispose il visir, «e le mie idee si confondono in guisa, che se non mi trovassi appo vostra maestà, sarei tentato di dubitare in questo momento se sia il vero Giafar. —

«La barca essendosi allontanata e scomparsa in breve a’ loro occhi, il vecchio, rimasto mutolo e tremante mentr’ella passava, sclamò, ripigliando il remo: — Dio sia lodato! per fortuna nessuno ci ha scorti, ed ora siamo fuor di pericolo.

«— Veglio,» ripigliò Aaron, «non dicesti tu che il califfo viene tutte le sere à pigliar il fresco sul Tigri? — Sì, signore,» rispose il vecchio, «e da un anno non mancò mai di comparire puntualmente. — Or bene, galantuomo,» continuò il falso mercante, «se vuoi farne il favore di aspettarci qui domani, a quest’ora, ti daremo cinque pezze d’oro pel tuo incomodo. Siccome siamo stranieri in codesto paese, non ne dispiacerebbe godere dei piaceri e sollazzi ch’ei potrà procurarci, e soprattutto saremmo lieti di poter divertirci sul canale. — [p. 274 modifica]

«Il vecchio, trascinato dalla cupidigia del guadagno, promise a coloro, che prendeva per mercadanti stranieri, di trovarsi l’indomani al medesimo luogo all’ora convenuta, e li lasciò ringraziandoli con ardore.

«Il califfo, Giafar e Mesrur, tornati al palazzo, vi entrarono segretamente come n’erano usciti, e spogliatisi dell’abito di commercianti, ripresero le solite vesti. La domane, radunatosi il divano, i visiri, gli emiri, i governatori delle province e tutti i grandi dell’impero vennero ad ossequiare, come d’ordinario, il monarca, il quale prolungò la seduta fino a sera.

«Quando ognuno fu partito, Aaron disse a Giafar: — Andiamo, visir, sono impaziente di vedere l’altro califfo. — Mesrur ed io,» rispose l’altro ridendo, «siamo pronti ad andar a presentare i nostri omaggi a sua maestà.» Travestitisi allora tutti e tre da mercadanti, come la sera precedente, uscirono per una porticella segreta che metteva sul Tigri, ed accostatisi lietamente alla riva, trovarono il vecchio, il quale attendevali nella sua barca.

«Appena vi furono entrati, scorsero da lontano la gondola del falso califfo che si avanzava. Avendola considerata con attenzione, videro, quando fu loro vicina, ch’era montata da duecento schiavi diversi da quelli della sera precedente, ed udirono l’araldo pubblicare ad alta voce la solita proibizione. — Per Dio!» disse il califfo, «non avrei mai potuto credere una simil cosa, se non ne fossi stato io stesso testimonio, e se non avessi inteso questa proclamazione colle mie orecchie. Vecchio,» soggiunsi egli, volgendosi al padrone della barca, «prendi queste dieci pezze d’oro, e conducimi dietro ad essi; non hai nulla a temere, perchè il bagliore delle fiaccole impedirà loro di distinguerci ad una certa distanza, e noi potremo agevolmente osservarli senza essere veduti.— [p. 275 modifica]

«Il vecchio prese le dieci pezze d’oro, staccò la barca e la diresse nell’ombra prodotta dalla gondola montata dal falso califfo. Giunti fuori della città, e presso alle ville ed ai giardini dei dintorni, la gondola avvicinossi alla riva ed approdò nel fondo d’un golfo che formava un bacino naturale davanti ad una terrazza magnifica, illuminata, come anche i giardini interni, da una moltitudine infinita di fuochi di vari colori.

«Il falso califfo, saltato leggermente a terra, montò su d’una mula che si teneva allestita, ed avanzossi in mezzo ad una fila di schiavi muniti di fiaccole, che facevano risuonar l’aria di queste parole: — Viva il sovrano Commendatore dei credenti! Che Dio prolunghi il suo regno e lo colmi di benedizioni! —

«Aaron Alraschild, Giafar e Mesrur, discesi sulla riva, accostaronsi al corteggio e si mescolarono alla folla. Alcuni schiavi, vedendo tre persone sconosciute, e che sembravano mercanti, arrestatili, li condussero dinanzi al falso califfo.

«— Chi siete voi?» chiese loro, guardandoli attentamente. «Come veniste fin qui, e qual affare vi può aver condotti a quest’ora?

«— Signore,» rispose Giafar, «noi siamo mercanti stranieri che torniamo nel nostro paese. Partimmo stasera da Bagdad coll’intenzione di viaggiar tutta la notte; seguivamo la nostra strada, quando la vostra gente, incontrandoci, ci condussero al vostro cospetto.

«— Rassicuratevi,» disse loro il finto califfo con bontà, «non avete nulla a temere perchè siete stranieri; ma se, per disgrazia, foste stati di Bagdad, vi avrei sul momento fatti decapitare. — «Voltosi poscia verso il suo gran visir: — Abbiate cura di questi mercanti,» disse, «che stasera li invito a cena con me. — [p. 276 modifica]

«Il gran visir, fatto un profondo inchino in segno d’obbedienza, fece collocare i tre mercanti a’ suoi fianchi, ed il corteggio continuò ad avanzarsi verso un superbo palagio, la cui sommità si perdeva tra le nubi, e la cui architettura ed eleganza lo avrebbero fatto prendere per la dimora d’uno dei più possenti monarchi della terra. La porta principale era d’ebano, coperta da lamine d’oro; al disopra di essa si leggevano questi versi scolpiti in oro:

««Salute e benedizione a questo palazzo; egli è il soggiorno della gioia e dei piaceri.

««Tutte le maraviglie dell’arte e della natura vi si trovano riunite; invano si cercherebbe di descriverle.»»

«Questa porta metteva ad un vestibolo sostenuto da colonne di marmo, nel cui mezzo eravi una vasca pure di marmo, da cui sollevavansi molli zampilli d’acqua; di là andavasi a vari appartamenti adorni di tappeti e cortine di squisitissimo lavoro, e si giungeva in seguito ad un’ampia sala ov’erano disposte in bell’ordine molte sedie d’oro massiccio, coperte di cuscini di broccato d’oro e di seta.»

NOTTE DXXVI

— Entrato il corteggio in quella sala, il falso califfo si collocò sotto un baldacchino di seta verde, ricamato di perle e diamanti, in mezzo al quale ergevasi un trono d’avorio intarsiato d’oro, il cui splendore e la magnificenza potevano gareggiare con quelli dei Kosroe e dei Cesari. Il baldacchino era circondato [p. 277 modifica] da cortine di seta gialla, panneggiate con grazia, che si abbassavano a piacere con portentosa celerità.

«Sedutosi il falso califfo, sul trono, gli fu messa davanti la spada reale, e tutti i suoi cortigiani presero posto al disotto di lui. Si portarono poscia molte tavole imbandite dei cibi più delicati. Quando ciascuno ebbe mangiato, si sparecchiò, e recaronsi bacili d’oro per lavarsi. Si recarono poscia, per bere, gran quantità di vasi d’ogni specie, gli uni più preziosi degli altri, in cui servironsi in giro i più squisiti vini.

«Lo schiavo che versava da bere ai convitati, giunto presso Aaron, volle riempirne la tazza, ma il principe la ritirò con sollecitudine, attirando con ciò gli sguardi del falso califfo.

«— Perchè il vostro camerata non vuol bere?» domandò a Giafar. — È molto tempo, signore,» rispose questi, «che non fa uso di tal bevanda. — Ebbene,» riprese il falso califfo, «non bisogna tediarlo. Qui vi sono ogni sorta di liquori: chieda liberamente quello ch’è solito bere.» Alraschild avendo domandato un altro liquore, il falso califfo invitollo cortesemente a corrispondergli, ogni qual fiata giungesse la sua volta di bere.

«Passarono così parte della sera bevendo e divertendosi. Quando il vino cominciò a scaldare i cervelli, Alraschild disse a Giafar: — Il mio stupore aumenta sempre più; non mai fu dato nel mio palazzo un banchetto sì sontuoso o magnifico! Vorrei sapere chi è questo giovine. — «Il falso califfo, vedendo i due stranieri in colloquio sottovoce, disse a Giafar: — Dovete sapere, ospite mio, che il parlar basso coi vicini nelle adunanze è il difetto solito della malignità.

«— La malignità,» rispose subito Giafar, «qui non può trovar da dire; il mio compagno mi diceva [p. 278 modifica] d’aver percorso molti paesi, d’essere stato ammesso alla corte dei più possenti monarchi, e vissuto familiarmente coi grandi; ma che in nessun luogo aveva ricevuta un’accoglienza sì distinta e lusinghiera come quella che vostra maestà si degnò di fargli questa sera, e che mai tanta grandezza e magnificenza avevano colpito i di lui sguardi. Mi fece soltanto osservare che spesso ha inteso ripetere a Bagdad: Nulla di più dilettevole che udir la musica e bevendo.

— «Il discorso di Giafar fè sorridere il falso califfo, il quale battè sulla tavola. La porta della sala essendosi subito aperta, si vide comparire uno schiavo negro che portava una sedia d’avorio incrostata d’oro: era seguito da una giovane schiava di beltà perfetta, con in mano un liuto delle Indie. Sedutasi sul sedile di avorio, posto in mezzo alla sala, la giovane schiava, accordato lo strumento, e cavatine prima alcuni preludi, si mise a cantare le parole seguenti:

«-«L’amore vi parla per la mia bocca, e vi dice che v’amo.

««Tutto attesta la violenza della mia passione; il mio cuore è ferito, e le lagrime mi scorrono in copia dagli occhi.

««Prima di vedervi, io non conosceva l’amore; tosto o tardi bisogna soccombere al proprio destino.»-»

«Il falso califfo parve assai agitato o come fuor di sè, mentre la giovine schiava cantava; appena essa ebbe finito, mandò un alto grido, e si lacerò gli abiti da cima a fondo. Si abbassarono sul momento le cortine sospese intorno a lui, e gli fu portato un altro abito più sfarzoso del primo. Il giovane, rivestitosene, si rimise nel primiero stato, e si continuò a divertirsi e bere in giro.

«Quando si porse di nuovo la coppa al falso [p. 279 modifica] califfo, egli battè sulla tavola la seconda volta; la porta si aperse, e videsi entrare uno schiavo negro che portava una sedia d’oro massiccio, accompagnato da un’altra giovane schiava più bella della prima. Si assise questa sulla sedia che le fu presentata, accordò il liuto che teneva in mano, e si mise a cantare queste parole:

«-«Come sopportare lo stato in cui sono? Il fuoco dell’amore mi consuma, e le mie lagrime formano un perpetuo diluvio.

««La vita non ha più diletti per me; qual piacere può gustare un cuore avvelenato dalla tristezza?»-»

«Quei versi fecero sul falso califfo il medesimo effetto dei primi: mandò un grido, lacerossi l’abito, il cortinaggio sospeso sul trono s’abbassò; si vestì di un altro abito più ricco, si ripose al suo posto, e pregò i convitati a bere di nuovo. Quando gli si presentò la coppa a sua volta, battè per la terza volta sulla tavola. La porta si aprì come al solito; una giovane schiava, la cui beltà superava quella delle precedenti, avanzossi con un liuto in mano, preceduta da uno schiavo negro, sedè in mezzo alla sala, e cantò questi versi:

«-«Cessato dai vostri vani rimproveri, e trattatemi con maggior giustizia; il mio cuore non può rinunciare ad amarvi.

««Abbiate pietà d’un infelice languente di noia, da voi ridotto alla schiavitù.

««Io soccombo alla violenza del male che mi consuma; voi sola potete strapparmi alla morte.

««O beltà, la cui immagine sola occupa il mio cuore, come scordarvi per affezionarmi ad un’altra!»-» [p. 280 modifica]

NOTTE DXXVII

— Il giovane vestito da califfo, mentre si cantavano quei versi, parve assai più agitato delle prime volte, e mandò un grido sì lamentevole, che il califfo e Giafar ne furono impietositi. Si calmò nondimeno poco dopo, o cominciossi a versar da bere. Una quarta schiava, essendo comparsa al segnale del giovane, fece intendere i seguenti versi:

«-«Quando avrà fine questa lontananza e quest’odio ingiusto? Quando potrò ritrovare, quella felicità di cui ho sì poco fruito?

««Noi siamo vissuti insieme nel più dolce nodo, facendo invidiare altrui la nostra felicità.

««La crudel fortuna ci ha divisi, ma il mio cuore è sempre vicino a voi.

««Anche quando fossero annientati i nodi che ci legano scambievolmente, io non cesserò mai di amarvi.» -»

«Il giovane non potè resistere all’impressione di quei versi, che gli rammentavano un amor infelice; dopo aver mandato un grido, e lacerati gli abiti come prima, svenne e cadde rovescio. Accorsi i suoi schiavi per soccorrerlo, ed avendo dimenticato di calare le cortine, Aaron Alraschild si avvide che il di lui corpo era tutto coperto di segni di vergate. — Visir,» disse sottovoce a Giafar, dopo aver considerato alquanto tempo quello spettacolo, «che vuol dir ciò? Questo giovane, sì amabile ed interessante in apparenza, sarebbe forse qualche infame brigante, e [p. 281 modifica] nessuno potrà darmi schiarimenti sulle sue avventure? —

«Rinvenuto il giovine dal suo deliquio, ed indossati altri abiti, sedè sul trono, e si mise a conversare coi convitati come prima. Avendo per caso volti gli occhi su Aaron e Giafar, e vedendoli parlare insieme, chiese loro che cosa avessero mai di tanto importante da comunicarsi per favellar così di continuo all’orecchio l’un dell’altro.

«— Sire,» rispose Giafar, «ciò che mi diceva il mio compagno può, senza timore, ripetersi ad alta voce; in qualità di mercante, ha percorse le principali città del mondo, ha frequentato le corti dei re dei sovrani, ma non vide mai presso alcun principe una prodigalità simile a quella di cui ci rendeste testimonii, lacerando successivamente vari abiti, il più meschino dei quali vale più di cinquecento pezze d’oro.

«— Ciascuno,» rispose il falso califfo, «può disporre a suo talento delle ricchezze e di ciò che gli appartiene: quanto vedeste stasera, è uno dei modi con cui manifesto la mia liberalità a chi mi circonda. Ciascuna veste che lacero è per qualcuno degli ospiti miei, il quale ne riceve invece, se vuole, cinquecento pezze d’oro in cambio. —

«Giafar rispose subito con questi versi:

«-«Tutto ciò che voi possedete è pel vostro prossimo; i benefizi hanno edificato il loro palazzo nel cavo della vostra mano.

««Se chiudessero altrove le loro porte, le vostre dita saprebbero agevolmente aprirle.»-»

«Il complimento del gran visir piacque talmente al falso califfo, che lo fece rivestire d’un cafetan, donandogli inoltre una borsa di mille pezze d’oro.

«Si ricominciò poi a bere e divertirsi. Aaron Alraschild prendeva però poca parte alla gioia che [p. 282 modifica] animava i convitati, ed era sempre occupato dello spettacolo che ne aveva colpiti gli sguardi. Non potendo più reprimere la propria curiosità, ingiunse a Giafar di domandare al giovine perchè l’avessero lacerato a vergate. Il visir, avendo fatto osservare al suo padrone che la domanda poteva essere inopportuna in quel momento, e che doveva aspettare la domane ad informarsi di quanto bramava sapere: — Giuro per la mia testa,» rispose Aaron, «e per la tomba d’Abbas (1), che se non interroghi subito quel giovine, risentirai i tristi effetti del mio corruccio.

— «Il falso califfo, avendo in quel punto guardato Aaron e Giafar, domandò qual fosse la cagione del loro alterco. — Non è nulla, sire,» rispose Giafar, cercando eludere la domanda. — Voglio assolutamente saperlo,» riprese il falso califfo, «e vi scongiuro di nulla nascondermi.

«— II mio compagno,» soggiunse allora Giafar, «credè avere scoperto sul vostro corpo vestigi di vergate; questa vista l’ha singolarmente maravigliato. — Come mai,» mi disse, «un califfo può egli essere stato così maltrattato?» Il mio camerata desidererebbe conoscere il motivo di sì straordinario avvenimento, ed io spero che vostra maestà vorrà perdonargli il suo ardire e la sua curiosità. —

«Il falso califfo, lungi dal sembrar offeso da tale domanda, disse sorridendo: — Vedo bene, signori, che voi siete personaggi d’un grado superiore a quello che annunzia il vostro esterno, e sospetto molto che chi manifesta una curiosità sì viva non sia lo stesso califfo Aaron Alraschild, che, per divertirsi, abbandonò il suo palazzo, travestito da mercante, insieme al gran visir Giafar ed a Mesrur, il capo degli eunuchi. [p. 283 modifica]

«— Bandite dal vostro animo una simile idea,» sclamò vivamente Giafar, interrompendolo; «poveri mercanti come noi non meritano di essere onorati di tal sospetto.

«— Se il mio sospetto è ben fondato,» riprese il giovine, «questo incontro è ciò ch’io desiderava di più, e spero che metterà fine alle mie pene. Checchè ne sia,» continuò egli sorridendo, «comincerò col dirvi ch’io non sono il sovrano Commendatore dei credenti, e non mi chiamai così, non vestendomi tutte le sere in questa foggia, se non per distrarmi o calmar i tormenti che mi fa provare una persona più bella degli astri. Quantunque da lei diviso, i suoi begli occhi neri, le sue rosee guance, gli archi delle sue sopracciglia mi sono sempro presenti alla mente. Ma prima di parlarvi di lei, debbo far conoscere chi io sia.

«Io mi chiamo Alì, figlio di Mohammed il gioielliere. Mio padre, uno dei più opulenti mercanti di Bagdad, alla sua morte mi lasciò padrone d’immense dovizie, consistenti in oro ed argento, in gemme, rubini, smeraldi e diamanti d’ogni qualità; possedeva vasti giardini e terre che fruttavano grosse rendite, ed aveva al mio servizio gran numero di schiavi d’ambo i sessi.

«Un giorno che mi trovava nel mio magazzino, intento co’ miei commessi a regolare i conti, una giovine dama, montata su d’una mula ed accompagnata da tre bellissime schiave, si fermò davanti alla mia porta, discese, entrò nel magazzino, e sedette. — Non siete voi,» mi chiese, «il signor Alì, figlio di Mohammed il gioielliere?

«— Ai vostri comandi, signora,» risposi; «in che cosa posso servirvi?

«— Avreste una collana di diamanti che mi convenisse? [p. 284 modifica]

«— Madama,» soggiunsi, «vi farò portare tutte quelle che ho; se ve n’è qualcuna che vi conviene, il vostro schiavo si reputerà troppo felice; se invece non ne trovaste alcuna di vostro gusto, sarà per me una disgrazia sensibilissima.»

NOTTE DXXVIII

— «Io aveva in casa cento collane di diamanti, e le feci portare. Quand’essa le ebbe tutte ben considerate, mi disse di non trovarne alcuna di suo gusto, e che ne desiderava una più bella e preziosa.

«Possedeva ancora, per fortuna, una piccola collana comprata da mio padre per centomila pezze d’oro, e che superava in isplendore tutto ciò che i più possenti monarchi potevano avere di più preziosa — Mi spiace, signora,» le dissi, «che non vi convenga alcuno degli oggetti che vi mostrai; non mi resta che una piccola collana di perle fine e di diamanti, mà si bella e d’un lavoro così perfetto, che credo niun grande della terra ne possegga una simile. — Vediamola,» rispos’ella con premura.

«Io andai a cercarla, e la giovine dama l’ebbe appena veduta, che sclamò: — Ecco la collana ch’io desiderava. Quale n’è il prezzo? — Mio padre,» risposi, «l’ha pagata centomila pezze d’oro. — Ebbene, io ve no offro cinquemila di più: siete contento? — Madama,» sclamai, «la collana ed il suo padrone sono totalmente a vostra disposizione. — Voi siete troppo galante, signore,» diss’ella, alzandosi; [p. 285 modifica] «se voleste farmi l’onore di accompagnarmi a casa, vi farò pagare la somma, e forse non vi pentirete della vostra compiacenza. —

«Mi alzai subito, trasportato di gioia, ed ordinato agli schiavi di chiudere il magazzino, porsi la mano alla giovine signora per aiutarla a salire sulla mula, e l’accompagnai fino alla porta d’una casa di grande apparenza, ov’ella discese, pregandomi d’aspettarla un momento finchè avesse fatto avvertire il suo banchiere. Appena entrata in casa, una giovine schiava venne ad invitarmi ad entrare sotto il vestibolo, dicendo non esser conveniente che una persona mia pari restasse ad aspettar alla porta. Poco dopo un’altra schiava giunse a dirmi che la sua padrona mi pregava d’entrar in sala per ricevere il denaro.

«Nel mezzo della sala eravi un trono d’oro, sormontato da un baldacchino, e circondato da cortine di seta. Mi era appena seduto, che le cortine si alzarono, lasciandomi vedere la giovine dama, che comparve a’ miei occhi abbagliati come un astro raggiante di luce. La sua beltà risaltava ancor più per lo splendore d’un magnifico abbigliamento, e specialmente per la ricchezza della collana che le aveva venduto. La vista di tanti vezzi fece su di me un’impressione sì viva, che rimasi un istante immobile di sorpresa.

«Appena la giovine dama mi vide, si alzò ed inoltrossi verso di me con aria ridente. — Signor Alì,» mi disse, «la vostra dolcezza ed onestà mi piacciono infinitamente. — Madama,» le risposi, reso ardito dalla graziosa accoglienza,» è a voi sola che appartiene di piacere, perchè riunite tutto ciò che può cattivare i cuori, ed è impossibile di vedervi senza sentire l’effetto delle vostre attrattive.

«La donna fu sensibile al mio complimento più che non avessi osato sperare; mi parve che non mi [p. 286 modifica] vedesse con occhio indifferente, ed ella medesima me ne diede in breve la conferma. — È inutile,» mi disse, «nascondervi i sentimenti che m’avete già da gran tempo inspirati; il modo con cui vi ricevo, vi mostra fino a qual punto voi m’interessate.

«Quelle parole furono come un dardo di fuoco che mi penetrò sino in fondo al cuore; ebbi appena il tempo di contenere i miei trasporti, e le manifestai con vivacità tutto l’amore che risentiva.

«— Sapete voi,» mi disse allora la giovine, «a chi tenete questo linguaggio? — Signora,» risposi, «questa conoscenza non potrebbe alterare il mio amore. — Sappiate,» soggiuns’ella, «che la mia nascita ed i miei sentimenti non mi permettono d’ascoltare altro amore, che l’onesto e legittimo. Io sono la principessa Dunia, figlia di Jahia Ebn Khaled al Barmaki, e sorella del gran visir Giafar. —

«Tal discorso mi cagionò estrema sorpresa; arretrai di qualche passo, e cercai scusarmi dicendo: — Perdonate, signora, la mia indiscrezione, e tollerate una confessione che avrei seppellito per sempre nel mio cuore, se avessi conosciuto prima l’alto vostro grado. Le bontà che vi degnaste dimostrarmi, mi accecarono; lo confesso, elleno sole possono servirmi di scusa.

«— Non cercate di scusarvi,» riprese ridendo la principessa; «io non avrei fatta per la prima la confessione de’ miei sentimenti, se non avessi avuto il pensiero di sposarvi. Giacchè i nostri cuori s’intendono così bene, nulla ora potrebbe opporsi alla nostra unione. Io posso disporre della mia mano, ed il cadì non mi rifiuterà il suo ministero.» Ciò detto, la bella Dunia comandò che si andassero a cercare il cadì ed i testimoni.

«Giunto il magistrato, la principessa così gli parlò: [p. 287 modifica]

«— Il signor Ali, qui presente, figlio di Mohammed il gioielliere, mi ha chiesta la mia mano; io glie l’accordai, ed ho ricevuto in dote questa collana.» Steso il contralto, il cadì si ritirò, e fu servito un lauto pranzo coi cibi più squisiti e delicati. Dieci giovani schiave, tutte di rara beltà, vestite nel modo il più elegante, affrettavansi a prevenire ogni mio desiderio.

«Verso la fine del pasto, la principessa Dunia ordinò alle schiave di cantare. Una di esse cominciò così:

«-«Il mio cuore ed i miei voti sono soggetti al vostro impero: io non desidero altro se non di piacervi.

««Com’è dolce passar la vita vicino all’oggetto amato, vederlo, ascoltarlo, e potergli dire sempre «tutto quello che la sua beltà c’inspira!»-»

«Le altre schiave celebrarono parimenti nei loro canti la nostra unione e felicità. Quand’ebbero finito, la principessa prese anch’ella il liuto, e cantò questi versi:

««Lo giuro pel diletto che si gusta a voi vicino, il mio amore è eguale all’arsura bruciante del mezzodì; abbiate pietà d’una schiava a’ cui occhi voi superate il resto degli uomini.

«-«Il riflesso del liquore contenuto in questa tazza dà al vostro viso lo splendore della rosa, mista alla beltà del mirto.»»

«Finito ch’ebbe, mi presentò l’istrumento; lo presi, e risposisi suo con questo complimento:

««Il cielo vi diede in dono tutta intiera la beltà; a chi mai potrei io paragonarvi?

««I vostri occhi son fatti per incatenare tutti i mortali: io ne risento il magico potere.

««Le vostre guance riuniscono il fuoco e l’acqua, e le rose vi crescono spontanee.»-»

Appena Scheherazade finiva di pronunciare queste [p. 288 modifica] parole, il giorno sorse ad interromperla. Il sultano e Diuarzade ne dimostrarono il loro malcontento, perchè quel raccosto piaceva loro, ed aspettarono con impazienza la notte seguente. Al domani, la sultani delle Indie ripreso la novella, facendo sempre parlare il figlio del gioielliere.

NOTTE DXXIX

— «Io viveva così da un mese rinchiuso colla bella Dunia, unicamente occupato della felicità di possederla, dimenticando presso di lei il mio magazzino, gli schiavi, le conoscenze e gli affari. — Mio caro Ali,» disse un giorno la principessa, «bisogna, di necessità, ch’io oggi esca per andar al bagno; ma esigo da voi la promessa di restare su questa sofà, od almeno di non uscire da codesta sala prima del mio ritorno.» Siccome era una felicità per me il soddisfare alle sue brame, le giurai di obbedirla. Dietro tale promessa, ella partì accompagnata da tutte le schiave.

«Era forse appena in fondo alla contrada, quando la porta della sala si aprì, una vecchia entrò, e disse inchinandosi: — Signor Alì, la sultana Zobeide, mia padrona, desidera parlarvi un momento; ha sentito lodare i vostri meriti, soprattutto il vostro talento per la musica, ed arde dal desiderio di sentirvi cantare. — M’è impossibile uscire prima del ritorno della mia cara Dunia,» risposi — Pensatevi, signore,» riprese la vecchia, «e non vogliate, [p. 289 modifica] ricusando l’invito di Zobeide, esporvi alla di lei collera ed agli effetti del suo risentimento. Voi conoscete la sua potenza e l’influenza che ha sull’animo del califfo. Il vostro rifiuto può avere le più spiacevoli conseguenze per voi e per la vostra sposa. Andate a parlare alla sultana, credetemelo; sarete subito di ritorno. —

«Allora mi alzai, benchè con ripugnanza, per seguire la vecchia, che a gran passi camminava davanti; mi condusse al palazzo della sultana, e mi fece entrare nel suo appartamento.

«— Siete dunque voi,» disse Zobeide, vedendomi, «che sapeste commovere il cuore della vezzosa Dunia? — Signora,» le risposi, «il vostro schiavo fu abbastanza fortunato per attirare su di lui gli sguardi della principessa. — Non ne sono sorpresa,» ripigliò la sultana; «ho inteso parlare del vostro bell’aspetto e dei vostri talenti. L’esterno non ismentisce l’elogio che mi fu fatto di voi, dipingendovi coi tratti più amabili; io desidererei pure conoscere i vostri talenti per la musica, ed udirvi cantare soltanto un’arietta. —

«M’inchinai profondamente in segno d’obbedienza; mi fu portato subito un liuto, e cantai questi versi da me composti per Dunia:

«-«Il cuore d’un amante è divorato dai suo amore, ed il suo corpo è in preda al languore che lo consuma.

««II cielo mise nelle mie mani un astro che adoro, quand’anche coperto di nubi.

««Io sono sommesso ad ogni suo volere; e prediligo, in tutte le sue azioni, colei che m’è sì cara.»-»

«Zobeide trovò bellissimi quei versi, e complimentandomi sulla beltà della mia voce: — Non voglio ritenervi più a lungo,» mi disse; «e poi, la vostra sposa può tornare durante la vostra assenza, e non voglio che, per cagion mia, abbiate dispiaceri.» Mi [p. 290 modifica] congedai dalla sultana facendo voti per la sua felicità, e seguendo la vecchia, m’affrettai di raggiungere il palazzo della principessa.

«Sventuratamente la mia sposa era già di ritorno; entrai tremando nella sala, e la trovai sdraiata sopra un sofà, fingendo di dormire profondamente; mi avvicinai pian piano, e me le sedetti accanto; ma malgrado tutte le precanzioni che presi per non isvegliarla, ella aprì gli occhi, e scorgendomi, mi diede un calcio sì furioso, che gettommi a terra. — Perfido,» sclamò, «è in questo modo che mantieni le tue promesse? Tu sei stato dalla sultana Zobeide, malgrado il giuramento che mi facesti di non uscire. Se non ascoltassi che il mio risentimento e la gelosia, farei appiccare il fuoco al palazzo della sultana, e la seppellirei sotto le sue rovine. —

«Allora si alzò furibonda, e chiamò Sawab. Vidi comparire un grande schiavo nero con una spada in mano. — Sawab,» gli disse, «prendi codesto perfido, e troncagli la testa. —

«Il negro si mise in dovere di eseguire quel barbaro ordine, mi prese pel collare con mano robusta, mi bendò gli occhi, e stava in procinto di farmi volare la testa dalle spalle, quando tutte le schiave si precipitarono ai piedi della padrona, pregandola di non farmi perire. — Signora,» le dissero, «ei non conosceva ancora il vostro carattere; la sua colpa non fu premeditata; è una colpa involontaria, alla quale fu trascinato, e che non merita la morte. — Or bene, acconsento a non versare il suo sangue,» disse la principessa, dopo essersi fatta pregare; «ma voglio che sia punito, e’ porti segni indelebili della mia vendetta, che gli rammentino in eterno il suo delitto e tradimento. Spogliatelo,» disse allo schiavo negro, «e dategli subito cento vergate. —

«Lo schiavo eseguì troppo bene l’ordine ricevuto. [p. 291 modifica] lacerandomi i fianchi e le spalle nel modo il più barbaro, e mi mise in uno stato da far pietà ai cuori più crudeli; ma la principessa, insensibile alle mie grida, gli ordinò di mettermi alla porta, e soggiunse che non dovessi più comparirle davanti. Essendo steso al suolo, bagnato nel mio sangue, e trovandomi nell’impossibilità di movermi, due schiavi, presomi tra le braccia, mi portarono nella strada, dove mi lasciarono in terra quasi svenuto.

«Ripresi a poco a poco i sensi, mi alzai con molta pena e mi trascinai a casa. Feci venire un chirurgo, che mi medicò e guarì le piaghe, ma non potè far isparire le vestigia dei colpi che scorgeste sul mio corpo.

«Quando fui perfettamente ristabilito ed ebbi presi alcuni bagni, mi recai al magazzino, e vendute tutte le mie mercanzie, comprai quattrocento eletti schiavi, sì che i maggiori principi non ne posseggono di più belli. Duecento dovevano accompagnarmi un giorno, e gli altri il domani. Distribuii loro i diversi impieghi della corte, con competenti pensioni.

«Feci poscia costruire la gondola in cui mi vedeste, che mi costò mille e duecento pezze d’oro, ed immaginai d’andar a passeggiare tutte le sere sul Tigri, spacciandomi pel califfo. Sperava che questo strattagemma, giungendo in breve a cognizione del grande Aaron Alraschild, ecciterebbe la sua curiosità, procurandomi così l’occasione di raccontargli la mia funesta avventura. È un anno che aspetto questa felice occasione, ed in tutto questo tempo non seppi mai notizia alcuna di colei che m’è impossibile dimenticare, e senza la quale non posso più vivere. —

«Il giovane, terminando quelle parole, sparse un torrente di lagrime, e recitò versi che dipingevano la violenza del suo amore.» [p. 292 modifica]

NOTTE DXXX

— Il califfo Aaron Alraschild fu vivamente commosso di quell’avventura, e promise a sè stesso di fare un atto di giustizia, rendendo al giovane l’unico bene che poteva formare la sua felicità. Gli dimostrò l’interesse inspiratogli dal suo racconto e chiese il permesso di ritirarsi coi compagni. Il giovine non volle lasciarli partire senza che avessero accettato qualche dono, che doveva, a suo dire, rammentar loro le di lui disgrazie e la sera che avevano passato insieme. Accettatili, e preso congedo, rientrarono segretamente nel palazzo. Prima di ritirarsi nel proprio appartamento, il califfo diè ordine a Giafar di condurgli il giovine appena sorgesse l’alba,

«Il visir, sul far del giorno, recossi da Alì, e lo prevenne che Aaron desiderava parlargli. Il giovine, udendo pronunciare il nome del califfo, fece l’elogio delle sue virtù, dimostrando la gioia che sentiva di dover comparire, alla di lui presenza, e partì subito con Giafar, che lo introdusse nell’appartamento, dove Aaron lo aspettava. Ei riconobbe nel califfo il mercante travestito della sera precedente, ma non ne parve menomamente sconcertato; si prosternò col capo a terra, e fece un bel complimento che terminava con questi versi:

«-«La vostra corte è un tempio (2) che si visita [p. 293 modifica] di continuo; il suolo vi è più calpestato di quello che circonda il pozzo di Zemzem (3).

««Perchè non far pubblicare ovunque: È questo il soggiorno di Abramo (4): Aaron è un altro Abramo?»-»

«Alraschild non potè trattenersi dal sorridere, lo accolse molto bene, se lo fece sedere ai fianchi, e gli attestò quanto fosse sensibile alle sue disgrazie. Il giovine arrossì, e lo pregò di perdonargli lo strattagemma di cui erasi servito per farsi conoscere.— Volete,» gli disse allora il califfo, «che io vi riunisca alla vostra sposa? — Oh cielo,» sclamò il giovine, versando lagrime di gioia, «sarei il più felice degli uomini, se la principessa acconsentisse a ricevermi per isposo, e cercherei con tutti i mezzi possibili di cancellare dalla sua memoria la rimembranza della colpa commessa, disobbedendo ai suoi ordini. —

«Il califfo, sempre più convinto della viva passione del giovine per la principessa, si volse verso Giafar, e gli disse: — Andate, visir, a cercare vostra sorella, e conducetela qui subito.» Il visir obbedì, e tornò poco dopo accompagnato dalla sorella. — Bella Dunia,» le disse il califfo, «conoscete questo giovine? — Sire,» riprese Dunia sorridendo, «come potrei conoscerlo? — È inutile il fingere: io sono informato di tutto, e conosco tutte le circostanze di quest’avventura. — Quant’è accaduto,» riprese Dunia, arrossendo, «era scritto nel libro dei destini: io ne chieggo perdono a Dio ed a vostra maestà. — Giacchè convenite del vostro torto,» soggiunse Aaron sorridendo, «il cadi pronunzierà la [p. 294 modifica] vostra sentenza, condannandovi alla pena che meritate. —

««Giunti il cadì e i testimoni, Ali ricevette Dunia dalle mani del califfo, e la sposò una seconda vota. Essi passarono il resto de’ loro giorni in una perfetta unione, ed il califfo mise Ali nel numero de’ suoi più intimi confidenti.»

Scheherazade terminò così la storia d’Ali figlio di Mohammed. — Ne ho inteso il racconto con piacere,» disse Schahriar; «ho riso molto dello stupore de califfo Aaron vedendosi sì magnificamente e ben rappresentato, e lo lodo non solo di non essere andato in collera, vedendosi usurpato il suo titolo, ma ancora d’aver reso alla felicità un giovine sfortunato, che serbava un amore sì tenero per la dama da cui aveva ricevuto un trattamento crudele ed immeritato. — Sire,» riprese la sultana delle Indie, «se vostra maestà lo permette, domani le racconterò la storia d’un principe d’Egitto, che provò molte traversie ne’ suoi amori. — Acconsento volentieri,» rispose il sultano, «ma già l’alba indora l’orizzonte, e veggo con dispiacere che bisogna rimandare tal diletto alla notte seguente. — Dinarzade,» disse Scheherazade alla sorella, «ti prego domani d’essere più diligente che oggi non fosti.»

NOTTE DXXXI

Scheherazade, risvegliata per tempo dalla sorella, mantenne la promessa della mattina precedente, e con gran contento di Dinarzade, la quale amava molto i racconti, cominciò la storia seguente:


Note

  1. Zio di Maometto, da cui discendevano i califfi Abbassici.
  2. Qui si tratta della kaaba o casa quadrata della Mecca, ove tutti i maomettani debbono andare almeno una volta in vita loro in pellegrinaggio.
  3. Nome d’un pozzo presso la Kaaba, di cui i pellegrini debbono ber l’acqua.
  4. I maomettani credono che la Kaaba fu costruita da Abramo ed Ismaele (Vedi Corano, surate 9, vers. 126).