Le api panacridi in Alvisopoli

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Vincenzo Monti

1811 Indice:Poesie (Monti).djvu Letteratura Le api panacridi in Alvisopoli Intestazione 6 agosto 2021 75% Da definire

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Le poesie di Vincenzo Monti


[p. 192 modifica]

LE API PANACRIDI IN ALVISOPOLI

Contenuto: Questo miele, colto nella mattina sui fiori dell’aprica Alvisopoli, noi Api Panacridi rechiamo a te, augusto fanciullo, erede di Quirino: noi, nutrici un dí di Giove, che, per questo, ci fece immortali e ne concesse di vagare libere da per tutto (1-16). A Nestore, a Platone, a Pindaro e a Virgilio stillammo su le labbra il dono dell’eloquenza e della poesia (13-32): fin che ponemmo il nido sul bel Lemene, dalle cui fiorite sponde cogliemmo per te questo miele. Celeste è il cibo; e saggiamente le api successero i’ gigli, ché noi siamo immagine di re valoroso e abbiamo indole guerriera e nata a regnare (33-52). Il favo che t’è sul labbro sia dunque di buon augurio per te, figlio d’un Giove terreno, cui se non uguagliare, potrai almeno imitare (53-72). Degnati allora d’un sorriso al paese, che, modesto offeritore, ti manda questo piccolo dono. Minerva su quelle sponde, ove gareggiano fra loro l’arte e la natura, crea una città industriosa, in cui, tra l’altro, si coltiva il cotone per mano della fanciulla amante del giovane, che abbandona i campi e vola alle armi, e che ti seguirà, quando sarai adulto, tra le squadre (73-100). Ma agl’impeti della guerra siano freno le virtù della tua madre adorata, posta da Dio sul maggiore dei troni. A lei sorridi: vedi che tutto intorno alla tua culla esulta (101-124). Così era di Giove in Ida, che, crescendo fra gridi e suoni, rompeva le fasce, tendendo già col pensiero a divenir signore del mondo (125-132). — Napoleone, ripudiata Giuseppina (cfr. la nota d’introd. a p. 186) per mezzo del senato-consulto del 16 dicembre 1809, sposò, per procura, l’11 marzo 1910 Maria Luigia, arciduchessa d’Austria (1791-1847), figlia dell’imperatore Francesco I e di Maria Teresa [p. 193 modifica]di Napoli, e che fu poi, caduta la gloria del marito, duchessa di Parma e di Piacenza; la quale il 20 marzo 1811 gli partorí a Parigi un erede al trono in Napoleone II, duca di Reichstadt, ch’ebbe il titolo di re di Roma, e mori, dopo una vita malaticcia e ingloriosa, a Schoenbrunn presso Vienna il 22 luglio 1832. Qui è celebrata la nascita di lui. — Alvise I Mocenigo (1760-1815), veneziano, ebbe vari uftici in diversi tempi dalla sua patria e fu nel ’97; mentre reggeva Udine, giudicato ottimo governator di provincie dal Bonaparte, il quale piú tardi lo nominò cavaliere della Corona di ferro, conte e senatore del regno. «Monumento dell’alto animo suo rimanea la borgata d’Alvisopoli da lui fondata nel 1800 a quattro miglia da Portogruaro. Risaie estesissime e regolarmente sistemate, campagne fiorenti, fabbriche opportune ai bisogni e agli usi sociali, canali, scuole e persino una stamperia con gran lusso di tipi e nuove macchine, che venne poi trasferita a Venezia e tenne onoratissimo posto nelle memorie letterarie del secolo; tutto ciò fu fatto in pochi anni ne’ latifondi prima deserti del Molinato, che la sua famiglia avea acquistato dal pubblico al tempo della guerra di Candia... Certo era concetto da principe piú che da privato, e sebbene molta parte del primo disegno fosse poi pel dispendio enorme abbandonata, grandi opere vi furono eseguite, e un centro nuovo di popolazione e d’industria agricola vi fiorí e cresce sempre piú operoso a’ giorni nostri». Cfr. Litta Mocen., tav. XV. Dal Mocenigo, senatore, come abbiam detto, del regno, ebbe il Monti incarico di scrivere l’ode o, com’egli la chiama (Resn. Ep., p. 262), l’anacreontica presente: ed egli seppe in bel modo congiungere all’idea fondamentale delle Api nutrici di Giove (cfr. la nota al v. 5), le lodi della industriosa città, fondata dal grande patrizio. Fu composta tra gli ultimi di marzo e i primi d’aprile dell’11 e pubblicata subito in Alvisopoli dalla tipografia stessa del Mocenigo, ch’era diretta da Niccolò Bettoni. Fu tradotta in francese da un Lafolie (cfr. Resn. Ep., loc. cit.) e in latino dal Bellò. Cfr. Odi ecc. colla versione latina del signor L. B. Parma, Bodoni, 1812. — Il metro è lo stesso di quello della Pros. di Pericle.


[p. 193 modifica]

Quest’aureo1 miele etereo,
     Su ’l timo e le viole
     Dell’aprica2 Alvisopoli
     160Còlto al levar del sole,
Noi caste Api Panacridi3
     Rechiamo al porporino
     Tuo labbro, augusto pargolo,
     164Erede di Quirino4;

[p. 194 modifica]

Noi del tonante Egioco5
     Famose un dí nutrici,
     Quando vagía fra i cembali6
     12Su le dittèe7 pendici.
Mercé di questo ei vivere
     Vita immortal ne diede,
     E ovunque i fior piú ridono
     16Portar la cerea sede.
Volammo in Pilo8; e a Nestore
     Fluîr9 di miele i rivi,
     Ond’ei parlando l’anime
     20Molcea de’ regi achivi.
Ne vide Ilisso10; e il nèttare
     Quivi per noi stillato
     Fuse de’ numi il liquido
     24Sermon11 sul labbro a Plato12.
N’ebbe l’Ismeno13; e Pindaro
     Suonar di Dirce14 i versi
     Fe’ per la polve olimpica15
     28Del nostro dolce aspersi.
E nostro è pur l’ambrosio
     Odor16, che spira il canto
     Del caro all’Api e a Cesare17
     32Cigno gentil di Manto18.
Invïolate e libere
     Di lido errando in lido,
     Del bel Lemène19 al margine
     36Alfin ponemmo il nido.
E di novello popolo20
     Al buon desio pietose,
     De’ piú bei fiori il calice
     40Suggendo industrïose,
Quest’aureo miele etereo21

[p. 195 modifica]

     Cogliemmo al porporino
     Tuo labbro, augusto pargolo,
     44Erede di Quirino.
Celeste è il cibo; e, simbolo
     D’alto regal consiglio22,
     Con piú felice auspizio
     48L’ape successe al giglio23;
Ché noi parlante immagine
     Siam di re prode e degno,
     E mente abbiamo ed indole
     52Guerriera24 e nata al regno.
Il favo25, che sul vergine
     Tuo labbricciuol si spande,
     In te sia dunque augurio
     56Di sir prestante e grande.
E lo sarai; ché vivida
     Le fibre tue commove
     L’aura di tal magnanimo
     60Che su la terra è Giove26.
Ma d’uguagliar del patrio
     Valor le prove e il volo
     Poni27 la speme: il massimo
     64Che ti diè vita è solo.
L’imita; e basti. Oh fulgida
     Stella! oh sospir di cento
     Avventurosi popoli!
     68Del padre alto incremento28!
Cresci, e t’avvezza impavido
     Con lui dell’orbe al pondo:

[p. 196 modifica]

     Ei l’Atlante, tu l’Ercole29;
     72Ei primo, e tu secondo.
D’un guardo allor sorridere
     Degna al terren, che questo
     Ti manda iblèo munuscolo30,
     76Offeritor31 modesto.
Su quelle sponde industria
     Una città già crea
     Cara a Minerva32; e sentono
     80Già scossi i cuor la dea.
Natura ivi spontanea
     I suoi tesor comparte
     Ed operosa e dedala33
     84Piú che natura è l’arte.
Le prezïose e candide
     Lane d’ibera agnella34
     Pianta rival dell’indaco35
     88D’un vivo azzurro abbella.
La forosetta i morbidi
     Velli all’egizia noce36
     Tragge; e ne storna l’opera
     92Amor, che rio la cuoce;
Amor del caro giovine,
     Che del paterno campo
     I solchi lascia e intrepido
     96Vola dell’armi al lampo,
E seguirà la folgore
     Che adulto fra le squadre
     Tu vibrerai, se a vincere
     100Nulla37 ti lascia il padre.
Ma di Gradivo agl’impeti
     L’alme virtú sien freno38,
     Che all’adorata informano
     104Tua genitrice il seno.

[p. 197 modifica]

Germe divin, comincia39
     A ravvisarla al riso,
     Ai baci, ai vezzi, al giubilo
     108Che le balena in viso.
La collocâr benefici
     Sul maggior trono i numi.
     Ridi alla madre, o tenero;
     112Apri, o leggiadro, i lumi.
Ve’ che festanti esultano
     Alla tua culla intorno
     Le cose tutte, e limpido
     116Il sol n’addoppia il giorno.
Suonar d’allegri cantici
     Odi la valle e il monte,
     Susurrar freschi i zefiri,
     120Dolce garrir la fonte.
Stille40 d’eletto balsamo
     Sudan le querce annose:
     Ogni sentier s’imporpora
     124Di mammolette e rose.
Tale il sacro incunabolo41
     Fioría di Giove in Ida:
     Ed ei, crescendo al sonito
     128Di rauchi bronzi e grida,
Rompea le fasce; e all’etere
     Spinto il viril pensiero,
     Già meditava il fulmine,
     132Signor42 del mondo intero.

Varianti

[p. 192 modifica] [p. 193 modifica] [p. 194 modifica] [p. 195 modifica]N. B. Queste varianti sono state ricavate dalla prima ediz. di Alvisopoli; da quella bodoniana delle Odi, citata, e dall’altra del Resnati, pur citata. Cfr. il N.B. a p. 189.

57. Sí, lo sarai;

[p. 196 modifica]96-7. Vola dell’armi al lampo. Ei seguirà la folgore

Note

  1. 1. aureo: È detto a significar perfezione, non già che il miele fosse (e come potrebbe?) d’oro.
  2. 3. aprica: amena e fertile. Aprico (lat. apricus da aperio) significa propriamente aperto, esposto all’aria ed al sole: quindi il Parini disse aprico anche il mare: cfr. Od. V, 119.
  3. 5. Api Panacridi: le Api nutrirono del loro miele Giove bambino in una caverna dei monti d’Ida in Creta, detti anche Panacridi o Dittèi, quando la madre Rea «vi facea far le grida» (Dante Inf. xiv, 102) dai Coribanti, sacerdoti di lei, per celare i vagiti del fanciullo al padre divoratore Saturno. Cfr. Callimaco Inno a Giove, v. 49; Virgilio Georg. IV, 152; Columella IX, 2 ecc. Altrove (La Ierog. di Creta, v. 97) il Monti stesso: «Di Giove alma nudrice, Panacrid’ape, un sol de’ favi ond’ebbe Il re del cielo per te cibo e crebbe, Dalla dittèa pendice Su miei carmi deh reca!...».
  4. 8. di Quirino: del trono di Romolo. Abbiamo detto che il fanciullo fu salutato re di Roma.
  5. 9. del tonante Egioco: di Giove. Cfr. la nota al v. 145, p. 102.
  6. 11. fra i cembali: quelli dei Coribanti.
  7. 12. dittèe: cfr. la nota al v. 4.
  8. 17. Pilo: città sula spiaggia della Messenia.
  9. 18. Fluîr: piovvero dalla bocca fiumi d’eloquenza. Cfr. Omero Iliad. I, 249.
  10. 21. Ilisso: fiume cho scorreva presso Atene.
  11. 23. liquido sermon: cfr. la nota al v. 261, p. 106.
  12. 24. Plato: È fama che quando Platone e Pindaro erano in culla, le api mollificassoro su la loro bocca: simbolo della futura maravigliosa cloquenza. Cfr. Cicerone De div. I, 36, 78.
  13. 25. l’Ismeno: fiume che bagnava Tebe.
  14. 26. Dirce: fonte presso Tebe, che fu già donna e moglie di Lico, re della città. Cfr. Pausania IX, 26. Orazio (Od. IV, ii, 25) chiama Pindaro cigno dirceo.
  15. 27. la polve olimpica: Cfr. Orazio Od. I, i, 3 e Virgilio Georg. III, 49.
  16. 29. l’ambrosio odor: il divino profumo. Cfr. la nota al v. 4, p. 186.
  17. 31. caro all’api, per le Georgiche; a Cesare (Augusto), per l’Eneide, ch’è l’apoteosi della gens Julia.
  18. 32. Cigno ecc.: Virgilio. Cfr. le note a’ vv. 260 e 261, p. 18.
  19. 35. Lemene: Alvisopoli è posta su le sponde dol fiume Lemene.
  20. 37. novello popolo: cfr. la nota d’introd.
  21. 41. Ripete, non senza efficacia, il concetto fondamentale della poesia (cfr. i vv. 1 e 6 e segg.), ciò ch’è, alle volte, proprio della lirica, specie a metri brevi. Cfr. i vv. 31 e segg. e la nota relativa a p. 127.
  22. 46. consiglio: sapienza.
  23. 48. L’ape successe al giglio, perché Napoleone sostituí, nel suo stemma, a’ gigli de’ Capetingi le api.
  24. 51. ed indole guerriera: È noto che nell’autunno le api cosí dette operaie uccidono i maschi, perché non consumino inutilmente lo provviste invernali.
  25. 53. Il favo, detto anche fiale, è il nido delle api, composto di cera e conformato in cellette esagone, nelle quali esse depongono lo ova e il miele. Qui, per il miele stesso.
  26. 60. Che su la terra ecc.: Spesso il M. si compiacque di paragonar Napoleone a Giove. Inno ecc., v. 47: «Bonaparte, il maggior de’ mortali, Che geloso fa Giove lassú. Bonaparte ha nel cielo i rivali, Perché averli non pote quaggiú». Cfr. anche Il Cong. Cis., v. 105 e segg. ecc. ecc.
  27. 63. Poni: poni giú, abbandona.
  28. 68. Del padre ecc.: Virgilio Ecl. IV, 49: magnum Iovis incrementum! Parini Il Vespro, 92: «Di Giove alti incrementi».
  29. 71. Ei ecc.: Ercole aiutò una volta Atlante (e fu una delle sue dodici fatiche) a portare il peso de’ cieli, Cfr. la nota al v. 359, p. 109.
  30. 75. ibleo munuscolo: piccolo dono di miele. Il miele di Ibla Megara in Sicilia fu celebre nell’antichità. Cfr. Ovidio Trist. V, xiii, 22 e Virgilio Ecl. I, 55 e VII, 37.
  31. 76. Offeritor è apposizioue a terren.
  32. 77. Su quelle sponde ecc.: cfr. la nota d’introd.
  33. 83. dedala: ingegnosa. Cfr. la nota al v. 97, p. 34.
  34. 86. d’ibera agnella: gli animali pecorini di razza pura, detti, con parola spagnuola e forse, in origine, araba, merinos, che forniscono la lana piú fina e preziosa.
  35. 87. Pianta ecc.: il guado, che colorisce le lane in vivo azzurro. È soggetto della proposizione.
  36. 90. all’egizia noce: al cotone.
  37. 100. Nulla: qualchecosa.
  38. 101. Ma di Gradivo ecc.: ma agl’impeti di Marte, che tu erediterai dal padre.
  39. 105. comincia ecc.: Virgilio Ecl. IV, 60: Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.
  40. 121. Stille ecc.: Manzoni Il Nat., 40: «Stillano mèle i tronchi; Dove copriano i bronchi, ivi germoglia il fior»
  41. 125. incunabolo: culla (lat.)
  42. 132. Signor ecc.: È apposizione ad ei, cioè a Giove