Le nostre fanciulle/Parte Prima/Le donne dannose e le inutili

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Le donne dannose e le inutili

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LE DONNE DANNOSE E LE INUTILI

A chi sa guardare, che melanconia è la domenica in città! È il giorno in cui gli spostati, gli illusi, i vanitosi, sciorinano tutta la loro immensa miseria.

Guardavo domenica un ritorno dal Pincio, il meraviglioso giardino da cui si domina mezza Roma, e si godono tramonti che tengono l’anima sospesa. Un numero infinito di carrozzelle pubbliche e automobili — delle prime soprattutto — scende dai larghi viali fiancheggiati di pini e di elci, lungo i maestosi terrazzi, e sfila lentamente per l'interminabile e stretto Corso, già avvolto nell'ombra fredda. Ma tutta quella gente non si è neppure accorta della gloria di sole lasciata lassù. Per delle ore sfilano e sostano le carrozzelle col tassametro, che scatta inesorabilmente: intere famiglie in gran pompa vi si pigiano, apparentemente [p. 43 modifica]indifferenti al passar delle ore e al crescere della spesa. Non si parlano: attendono, seduti scomodamente, ma la noia è diffusa sui loro volti. Pare però che si confortino pensando che così fermi, quelli che sfilano sui marciapiedi, li vedono bene. E non s’accorgono che essi criticano invece i loro cappelli, le positure, le espressioni cretine dei loro volti.

Il pubblico che va a piedi è spietato per chi va in carrozza e capisce inferiore a sè per educazione. Si afferrano nella folla osservazioni di una causticità e di una comicità da fare la fortuna di dieci umoristi.

Guardare la domenica sfilare in un passeggio pubblico tutta quella gente che s’illude di divertirsi, è trovare un tal campo a osservazioni di ordine morale, sociale ed estetico da rendere fecondo anche lo scrittore più inaridito, e far sprizzare spirito anche dall’osservatore più imbecille. In mezzo a quella festa e a quell’ozio, quale tristezza e quanta somma di lavoro!

È infinito il numero delle donne che vivono tutta la settimana per prepararsi a quella passeggiata domenicale; e non sono soltanto [p. 44 modifica]signorine vecchie o giovani, che sperano di piacere a qualcuno, conosciuto o sconosciuto: ci sono anche delle brave donne, che hanno il loro bravo marito e i loro figli ma per le quali il vestirsi bene, alla moda, è la più grave delle preoccupazioni, e che crederebbero di disonorarsi portando per due anni lo stesso abito, o almeno fatto allo stesso modo, e non raffazzonandosi a nuovo un cappellino ogni mese. Esse credono in buona fede di essere delle donne econome perchè non ricorrono che raramente a una sarta, ma se osservate, sono esse che affollano i negozi ove si fanno liquidazioni di stoffe e guarnizioni. Il buon mercato quanto danaro fa spendere! In certe famiglie la macchina da cucire è sempre in moto, ma non per fare biancheria, quella è roba che non si vede e si può portare anche rattoppata o lacera, ma per far continuamente vestiti.

È curioso che queste donne non osservino come in una folla sfarzosa, la figurina attillata nel suo abito tailleur, privo affatto d’ornamenti, è sempre quella che spicca con una nota di suprema eleganza; e come i bambini dei veri signori — i principini stessi — siano [p. 45 modifica]sempre, dai tre ai tredici anni, vestiti alla marinara, sempre con la stessa stoffa e lo stesso taglio, e il berretto tondo, crescendo così senza alcuna idea di vanità.

Oh che risparmio di lavoro e di danaro sarebbe per certe donne se soltanto osservassero e riflettessero un pochino! Come sarebbero più felici esse e farebbero più felici i loro cari!

Quanti mariti, tornando a mezzogiorno per desinare, trovano ancora i letti sfatti, le stanze e le tavole ingombre di ritagli di stoffa e di modelli di carta. Presto, presto, la tavola messa come Dio vuole e quel po’ di lesso mal cotto vien mangiato accanto a mia moglie spettinata, che non pensa che al vestito che deve finire.

Brave donne sono, in fondo; che fanno economia su tutto, che, non chiedono mai di andare a un teatro, che non farebbero mai un torto al loro marito; ma che cos’è per esse l’unione coniugale? Che cos’è la maternità? Passeggiare la domenica in lusso, a braccio di un uomo che è il padre legittimo dei loro figli e lavora tutto l’anno per vestirli alla moda, bene infagottati in velluto e guarnizioni di pelo, e [p. 46 modifica]trionfanti con nastri e piume: questo il gran pensiero di tutta la settimana.

Escono perchè il mondo li veda, e sono tutti già stanchi prima di scendere le scale; lei per l’affanno del preparare sè e i bambini, lui seccato di tutto quell’affanno, del piagnucolio dei bimbi che non volevano lavarsi, che hanno le scarpine strette e le dita appaiate nei guantini di lana. Ma s’illudono sempre di uscire a divertirsi: poveri cervelli che non pensano, non meditano, non ricordano mai ciò che hanno provato una settimana fa. Sballottati dal così fanno gli altri, non s’accorgono che le ammaccature non sono gli altri che le buscano.

Se le mogli sono belline, e il marito ha il danaro da condurle a teatro e a qualche ballo di società, quella loro mania di vestirsi alla moda troppo spesso diventa il gorgo che ingoia a poco a poco la dignità della famiglia e l’onore degli uomini.

I sotterfugi a cui ricorrono certe donne per avere danaro e per nascondere al marito i debiti fatti, nessun uomo onesto li può immaginare. Ve ne sono che fanno figurare delle spese di cucina non mai fatte: se dovessimo [p. 47 modifica]chiedere a certi uomini il costo di certe cose ci sentiremmo rispondere delle somme favolose. Ci sono signore che fingono smarrimenti di borsellino, furti in tram o della domestica, che impegnano la biancheria, vendono roba. Quando non è più possibile nascondere al marito i loro debiti, dopo aver con bugie avuto danari da amiche o da vecchi amici fidati, perdono la testa... e vendono se stesse. E vi è chi crede di scusarsi, quasi avesse salvato così onore dei marito!

* * *

Ieri vidi in un negozio di oggetti casalinghi una signora, — non so se tedesca, o inglese, o svizzera — bionda e bianca, in un semplice vestitino di lana bleu, con un cappellino tondo, un po’ fuori di moda, con un’aria per bene di persona che non chiede di esser guardata e sa dignitosamente ciò che le piace. Aveva lasciato fuori, sul marciapiede, una bella carrozzina con un bimbo da latte che stava succhiando il suo biberon, e una bella bambina che faceva la guardia al fratellino e a un paniere elegante [p. 48 modifica]elegante appeso al manubrio della carrozzina, dal quale spuntava un mazzo di sedani e dei fiori. La signora aveva già scelto fra alcune saliere di cristallo e ora stava esaminando un tritacarne.

Io mi domandai se la maggioranza delle nostre donne della borghesia mediocremente agiata pensano ad acquistare oggetti per la casa, a mantenere a nuovo i servizi da tavola e da cucina, a stare al corrente di tutte le nuove invenzioni per il buon governo di una casa, o non piuttosto a sprecar danaro in piume, in velette e in guarnizioni. Quanta maggior felicità per quelle donne che mettono la loro vanità nell’abbellire la casa! Quanto maggior senso di benessere per chi la abita, e quale fiducia e stima si conquistano queste saggie governatrici del denaro che i loro mariti guadagnano lavorando! Vi è un’educazione tutta da fare. E non bisogna accusare di mania chi ogni momento cita ad esempio gli stranieri: vi sono abitudini di civiltà che la massa del popolo italiano ignora perchè nessuno mai gliel’ha insegnate, e io ripeto, ciò che già dissi altra volta, che i nostri maestri saranno fra poco [p. 49 modifica]i poveri operai che vanno a lavorare nella Svizzera, in Germania o nel Belgio.

Un muratore incontrato sul lago di Ginevra, mi diceva: «Creda, signora, noi ci siamo già molto educati da dieci anni a questa parte. Prima, scusi, ci conoscevano subito dall’odore; quei nostri abiti di fustagno, tagliati giù senza forma, erano come la livrea della miseria; senza cravatta, colle mani incrostate di sudiciume anche la domenica, non era possibile non riconoscerci. La gente si fermava a guardarci quando si mangiava nelle osterie tenute da italiani, nei cantieri su dei tavoli senza tovaglie.

— Non si asciugano neppur la bocca dopo aver mangiato dicevano. — Guardate, guardate! s’è asciugato i baffi con la lingua! — Cose, signora, che a pensarle ora ci si sente morir di vergogna».

Infatti, non v’è contadino, Don v’è operaio che nella Svizzera non distenda una tovaglia sulla sua tavola, e una tovaglia a disegni colorati, rossi e bleu, che dà un’aria gaia alla stanza ed è economica, perchè non lascia veder troppo le macchie. I più poveri mettono, se non [p. 50 modifica]altro, una tela cerata a disegni, tenuta sempre pulita con una spugna e in ogni modestissima casa c’è il suo tagliere di legno per affettare il pane e non si saprebbe pensare di spezzarlo, strapparlo, come da noi, con le mani, lasciandolo sulla tavola sbocconcellato, quasi fosse un cibo spregevole.

L’intelligenza e le attitudini artistiche o meccaniche di uomini e donne si esplicano tutte, nel popolo, per la maggior comodità della casa. Così ogni finestra è un piccolo giardino, ogni oggetto ha il suo posto; non v’è stanza che non abbia in qualche parte appese certe scatole dipinte o pirografate per il cencio della polvere che deve servire per quella stanza e non per un’altra: la cucina è un miracolo di ingegnosità per far che acquisti un aspetto simpatico, e sia eliminato tutto ciò che è sudicio. Non abbiamo ragione dunque di dire che da noi è tutta un’educazione da fare? E se ce ne mostriamo impazienti, è perchè siamo persuasi che da lì solo può scaturire un benessere sociale a cui tutti possono giungere e, per il mondo femminile, una felicità che potrà soddisfare tutte le sue speciali tendenze. [p. 51 modifica]

* * *

Dissi come l’osservare le passeggiatrici domenicali sia cosa triste. Le fatiche, le vanità, le incoscienze che non fruttano se non amarezze hanno diverse forme. Vi sono le varie aspettatrici dell’amore che muovono a pietà. Passano come fiori inariditi con pretese di freschezza e di ingenuità, i capelli con fiori e nastri inutili, i visi incipriati e un po’ di belletto sulle labbra e sulle guance. Le bocche semiaperte lasciano vedere i denti che cominciano a ingiallire.

A volte sono due sorelle, a braccetto, vestite ugualmente, unite dalla stessa ansia, divise da un’inconfessata gelosia. Sono donne timide, nella cui vita non c’è una macchia e che mai commetterebbero un atto men che onesto, eppure sembrano delle audaci e delle impure.

Esse non sanno rassegnarsi a non aver un marito, non sono nulla perchè sono senza un uomo. Esse ridono di questo femminismo di cui odono qualche volta parlare, e non sanno che esso è una nobile e onesta battaglia per salvare le donne che non trovano un compagno da una [p. 52 modifica]condizione così miserevole e ridicola come la loro; è per dare il modo, a donne che non possono avere una casa loro, di conquistare un dignitoso posto nella società, una felicità nel lavoro per sè o nell’opera a pro degli altri; è per dare alle donne sole un’indipendenza che non inspiri alcun sospetto; è per renderle capaci di dedicare la loro attività e il loro entusiasmo a ideali altrettanto alti e sacri quanto quelli dell’amore e della maternità.

E tutto questo senza perdere nulla della grazia femminile. Noi vediamo giovani donne inglesi o americane che viaggiano sole mezzo mondo, trovandosi sempre a contatto cogli uomini migliori e andando esse a cercarli, ma che nessun sospetto mai osò sfiorare.

Semplicemente perchè nei loro paesi si educa la gioventù femminile a cercare, studiare, sviluppare una propria vocazione, a formarsi una personalità, a dedicare la propria intelligenza e la propria operosità a qualche cosa che dia vere e proprie soddisfazioni e sia utile a qualcuno.

Ricordiamoci che noi italiani possediamo doti tutte speciali, spontanee, d’intuizione, di [p. 53 modifica]ingegno, di entusiasmo che sono veramente un privilegio della razza latina. Ricordiamoci che noi siamo maestri di civiltà e di coltura a tutto il mondo, e non dobbiamo cedere il primo posto ad altri. Poniamoci dunque al lavoro; educhiamoci, riformiamo le nostre scuole.

Noi dobbiamo abolire quelle poche scuole professionali che ora esistono — pentoloni ove si vogliono far bollire insieme insegnamenti che non rendono atte le fanciulle a nulla — per crearne molte altre.

Le scuole di governo della casa, di vita pratica, devono essere istituzioni a sè, a cui le ragazze devono essere ammesse dopo che hanno imparato a scrivere correttamente e hanno l’istruzione sufficiente a potersi muovere senza timidità nella vita. L’arte decorativa e applicata all’industria non deve ricevere per sole due ore le allieve, le quali escono da una lezione di geografia ed entreranno dopo nella classe di taglio. È così che si formano ragazze che sanno fare un po’ di tutto ma nulla di perfetto, incapaci soprattutto di trar profitto dallo studio, di esercitare bene una professione. Se vi sono scuole che vogliano specializzarsi, sono [p. 54 modifica]precisamente queste, che devono formare abili e sicure lavoratrici e dare la possibilità alle donne di condizioni modeste, anche a quelle che si faranno una famiglia, di contribuir alle spese di casa guadagnando con piccole industrie esercitate in modo perfetto.

Tutti conoscono ormai in Italia un’artista (Gugù) la contessina Eugenia Rasponi, che s’è fatta una specialità del disegnar bambini e oche. Se essa facesse un po’ di tutto, non sarebbe così conosciuta, così abile, così ben retribuita. Vi è un’altra signorina che non dipinge che piccole squisite cornici, piccole scatole coperte di pergamena: sono pagate a prezzo alto. Tutti sanno che sono di Maria Rizzi — è una firma che ha ormai un valore, e così a Torino v’è una signorina con un gran nome antico che non dipinge che ceramiche imitazioni del Vecchio Savona e una a Milano che non imita che il Vecchio Lodi. Chi desidera servizi artistici sa a chi rivolgersi, e quelle signorine non arrivano a tempo a contentar tutti.

Questa dello specializzarsi in un’arte, in una industria, è così capito dalle signore di gusto [p. 55 modifica]che anche nei laboratori delle Industrie femminili da esse creati in piccoli paesi per lavori di ricamo o di trine, non si lasciano mai tentare a portarvi innovazioni. Si tengono alle semplicissime tecniche, ai primitivi disegni a cui si sono esercitate le mani delle nonne.

Solo quando avremo creato scuole professionali che rispondano veramente al programma di dare a ognuno un’arte o una professione, vedremo sparire quel pietoso stuolo di donne inutili a sè e agli altri, che si logorano in una vana attesa, e di quelle altre che sfogano il loro bisogno di lavoro ed anche un certo talento artistico, nel farsi i vestiti, ingolfandosi nei debiti. Esse lavoreranno a produrre qualche cosa di veramente proficuo e nella quiete della loro casa, accanto ai loro figli, proveranno la grande soddisfazione di essere collaboratrici del loro compagno per il bene della loro nidiata.