Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio da San Gallo

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Antonio da San Gallo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Marcantonio Bolognese e altri intagliatori di stampe Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giulio Romano IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Marcantonio Bolognese e altri intagliatori di stampe Giulio Romano
Antonio da Sangallo

VITA D’ANTONIO DA SANGALLO ARCHITETTORE FIORENTINO

Quanti principi illustri e grandi, e d’infinite ricchezze abbondantissimi, lasciarebbono chiara fama del nome loro, se con la copia de’ beni della fortuna avessero l’animo grande et a quelle cose volto, che non pure abbeliscono il mondo, ma sono d’infinito utile e giovamento universalmente a tutti gl’uomini? E quali cose possono o devrebbono fare i principi e grandi uomini, che maggiormente e nel farsi, per le molte maniere d’uomini che s’adoperano, e fatte, perché durano quasi in perpetuo, che le grande e magnifiche fabbriche et edifizii? E di tante spese che fecero gl’antichi Romani, allora che furono nel maggior colmo della grandezza loro, che altro n’è rimaso a noi, con eterna gloria del nome romano, che quelle reliquie di edifizii, che noi come cosa santa onoriamo e come sole bellissime c’ingegniamo d’imitare? Alle quali cose quanto avessero l’animo volto alcuni prìncipi che furono al tempo d’Antonio Sangallo architettore fiorentino, si vedrà ora chiaramente nella vita che di lui scriviamo. Fu dunque figliuolo Antonio, di Bartolomeo Picconi di Mugello bottaio, et avendo nella sua fanciullezza imparato l’arte del legnaiuolo, si partì di Fiorenza, sentendo che Giuliano da San Gallo suo zio era in facende a Roma insieme con Anton suo fratello; perché da bonissimo animo, volto a le facende dell’arte dell’architettura, e seguitando quegli, prometteva di sé que’ fini che nella età matura cumulatamente veggiamo per tutta l’Italia, in tante cose fatte da lui. Ora avvenne che essendo Giuliano, per lo impedimento che ebbe di quel suo male di pietra, sforzato ritornare a Fiorenza, Antonio venne in cognizione di Bramante da Casteldurante architetto, che cominciò per esso, che era vecchio e dal parletico impedito le mani non poteva come prima operare, a porgergli aiuto ne’ disegni che si facevano; dove Antonio tanto nettamente e con pulitezza conduceva, che Bramante trovandogli di parità misuratamente corrispondenti, fu sforzato lasciargli la cura d’infinite fatiche che egli aveva a condurre, dandogli Bramante l’ordine che voleva, e tutte le invenzioni e componimenti che per ogni opera s’avevano a fare. Nelle quali con tanto giudizio e spedizione e diligenza si trovò servito da Antonio, che l’anno MDXII Bramante gli diede la cura del corridore che andava a’ fossi di Castel Santo Agnolo, della quale opera cominciò avere una provisione di dieci scudi il mese. Ma seguendo poi la morte di Giulio II l’opera rimase imperfetta. Ma lo aversi acquistato Antonio già nome di persona ingegnosa nella architettura, e che nelle cose delle muraglie avesse bonissima maniera, fu cagione che Alessandro primo cardinal Farnese, poi papa Paulo III, venne in capriccio di far restaurare il suo palazzo vecchio, ch’egli in Campo di Fiore con la sua famiglia abitava. Per la quale opera disiderando Antonio venire in grado, fece più disegni in variate maniere. Fra i quali uno che ve n’era accomodato, con due appartamenti, fu quello che a Sua Santità reverendissima piacque, avendo egli il signor Pier Luigi e ’l signor Ranuccio suoi figliuoli, i quali pensò dovergli lasciare di tal fabbrica accomodati. E dato a tale opera principio, ordinatamente ogni anno si fabbricava un tanto. In questo tempo al macello de’ Corbi a Roma, vicino alla colonna Traiana, fabbricandosi una chiesa col titolo di Santa Maria da Loreto, ella da Antonio fu ridotta a perfezzione con ornamento bellissimo. Dopo questo, Messer Marchionne Baldassini, vicino a Santo Agostino, fece condurre col modello e reggimento di Antonio un palazzo, il quale è in tal modo ordinato, che per piccolo che egli sia, è tenuto per quello ch’egli è il più comodo et il primo allogiamento di Roma, nel quale le scale, il cortile, le logge, le porte et i camini con somma grazia sono lavorati. Di che rimanendo Messer Marchionne sodisfattissimo, deliberò che Perino del Vaga pittor fiorentino vi facesse una sala di colorito e storie et altre figure, come si dirà nella vita sua, quali ornamenti gli hanno recato grazia e bellezza infinita. Accanto a torre di Nona ordinò e finì la casa de’ Centelli, la quale è piccola, ma molto comoda. E non passò molto tempo che andò a Gradoli, luogo su lo stato del reverendissimo cardinale Farnese, dove fece fabbricare per quello un bellissimo et utile palazzo. Nella quale andata fece grandissima utilità nel restaurare la rocca di Capo del Monte, con ricinto di mura basse e ben foggiate; e fece allora il disegno della fortezza di Capraruola. Trovandosi monsignor reverendissimo Farnese con tanta sodisfazione servito in tante opere da Antonio, fu costretto a volergli bene, e di continuo gli accrebbe amore, e sempre che poté farlo, gli fece favore in ogni sua impresa. Appresso, volendo il cardinale Alborense lasciar memoria di sé nella chiesa della sua nazione, fece fabbricare da Antonio, e condurre a fine, in San Iacopo degli Spagnuoli una cappella di marmi et una sepoltura per esso; la quale cappella fra vani di pilastri fu da Pellegrino da Modana, come si è detto, tutta dipinta; e su lo altare, da Iacopo del Sansovino fatto un San Iacopo di marmo bellissimo: la quale opera di architettura è certamente tenuta lodatissima, per esservi la volta di marmo con uno spartimento di ottangoli bellissimo. Né passò molto che Messer Bartolomeo Ferratino, per comodità di sé e beneficio degli amici, et ancora per lasciare memoria onorata e perpetua, fece fabbricare da Antonio su la piazza d’Amelia un palazzo, il quale è cosa onoratissima e bella, dove Antonio acquistò fama et utile non mediocre. Essendo in questo tempo in Roma Antonio di Monte cardinale di Santa Prassedia, volle che il medesimo gli facesse il palazzo, dove poi abitò, che risponde in Agone, dove è la statua di maestro Pasquino; nel mezzo risponde nella piazza, dove fabbricò una torre: la quale, con bellissimo componimento di pilastri e finestre dal primo ordine fino al terzo, con grazia e con disegno gli fu da Antonio ordinata e finita, e per Francesco dell’Indaco lavorata di terretta a figure, e storie da la banda di dentro e di fuora. Intanto avendo fatta Antonio stretta servitù col cardinal d’Arimini, gli fece fare quel signore in Tolentino della Marca un palazzo; oltra lo esser Antonio stato premiato, gli ebbe il cardinale di continuo obligazione. Mentre che queste cose giravano e la fama d’Antonio crescendo si spargeva, avvenne che la vecchiezza di Bramante, et alcuni suoi impedimenti, lo fecero cittadino dell’altro mondo; per che da papa Leone subito furono constituiti tre architetti sopra la fabrica di San Pietro: Raffaello da Urbino, Giuliano da San Gallo zio d’Antonio, e fra’ Giocondo da Verona. E non andò molto che fra’ Giocondo si partì di Roma, e Giuliano essendo vecchio ebbe licenza di potere ritornare a Fiorenza. Laonde Antonio avendo servitù col reverendissimo Farnese, strettissimamente lo pregò che volesse supplicare a papa Leone che il luogo di Giuliano suo zio gli concedesse. La qual cosa fu facilissima a ottenere: prima per le virtù di Antonio, che erano degne di quel luogo; poi per lo interesso della benivolenza fra il Papa e ’l reverendissimo Farnese. E così in compagnia di Raffaello da Urbino si continuò quella fabbrica assai freddamente. Andando poi il Papa a Civitavecchia per fortificarla, et in compagnia di esso infiniti signori, e fra gli altri Giovan Paolo Baglioni e ’l signor Vitello, e similmente, di persone ingegnose, Pietro Navarra et Antonio Marchisi, architetto allora di fortificazioni - il quale per commessione del Papa era venuto da Napoli - e ragionandosi di fortificare detto luogo, infinite e varie circa ciò furono le opinioni; e chi un disegno e chi un altro facendo, Antonio, fra tanti, ne spiegò loro uno, il quale fu confermato dal Papa, e da quei signori et architetti, come di tutti migliore per bellezza e fortezza e bellissime et utili considerazioni. Onde Antonio ne venne in grandissimo credito appresso la corte. Dopo questo riparò la virtù d’Antonio a un gran disordine per questa cagione. Avendo Raffaello da Urbino nel fare le logge papali e le stanze, che sono sopra i fondamenti, per compiacere ad alcuni, lasciati molti vani, con grave danno del tutto per lo peso che sopra quelli si aveva a reggere, già cominciava quell’edifizio a minacciare rovina pel troppo gran peso che aveva sopra; e sarebbe certamente rovinato se la virtù d’Antonio, con aiuto di puntelli e travate, non avesse ripiene di dentro quelle stanzerelle e, rifondando per tutto, non l’avesse ridotte ferme e saldissime, come elle furono mai da principio. Avendo intanto la nazione fiorentina, col disegno di Iacopo Sansovino, cominciata in strada Giulia dietro a’ Banchi la chiesa loro, si era nel porla messa troppo dentro nel fiume; per che, essendo a ciò stretti dalla necessità, spesono dodicimila scudi in un fondamento in acqua, che fu da Antonio con bellissimo modo e fortezza condotto. La quale via, non potendo essere trovata da Iacopo, si trovò per Antonio; e fu murata sopra l’acqua parecchie braccia. Et Antonio ne fece un modello così raro, che se l’opera si conduceva a fine, sarebbe stata stupendissima. Tuttavia fu gran disordine e poco giudizio quello di chi allora era capo in Roma di quella nazione; perché non dovevano mai permettere che gl’architetti fondassono una chiesa sì grande in un fiume tanto terribile, per acquistare venti braccia di lunghezza, e gittare in un fondamento tante migliaia di scudi per avere a combattere con quel fiume in eterno, potendo massimamente far venire sopra terra quella chiesa col tirarsi innanzi e col darle un’altra forma; e, che è più, potendo quasi con la medesima spesa darle fine. E si confidarono nelle ricchezze de’ mercanti di quella nazione; si è poi veduto, col tempo, quanto fusse cotal speranza fallace, perché in tanti anni che tennero il papato Leone e Clemente de’ Medici e Giulio Terzo e Marcello, ancor che vivesse pochissimo, i quali furono del dominio fiorentino, con la grandezza di tanti cardinali, e con le ricchezze di tanti mercatanti, si è rimaso e si sta ora nel medesimo termine che dal nostro Sangallo fu lasciato. E per ciò deono, e gl’architetti e chi fa fare le fabriche, pensare molto bene al fine et ad ogni cosa, prima che all’opere d’importanza mettano le mani. Ma per tornare ad Antonio, egli per commessione del Papa, che una state lo menò seco in quelle parti, restaurò la rocca di Monte Fiascone, già stata edificata da papa Urbano. E nell’isola Visentina, per volere del cardinal Farnese, fece nel lago di Bolsena due tempietti piccoli; uno de’ quali era condotto di fuori a otto facce e dentro tondo, e l’altro era di fuori quadro e dentro a otto facce, e nelle facce de’ cantoni erano quattro nicchie, una per ciascuno; i quali due tempietti condotti con bell’ordine fecero testimonianza quanto sapesse Antonio usare la varietà ne’ termini dell’architettura. Mentre che questi tempii si fabricavano, tornò Antonio in Roma, dove diede principio in sul canto di Santa Lucia, là dove è la nuova Zecca, al palazzo del vescovo di Cervia, che poi non fu finito. Vicino a corte Savella fece la chiesa di Santa Maria di Monferrato, la quale è tenuta bellissima; e similmente la casa d’un Marrano, che è dietro al palazzo di Cibò, vicina alle case de’ Massimi. Intanto morendo Leone, e con esso lui tutte le belle e buone arti tornate in vita da esso e da Giulio Secondo suo antecessore, succedette Adriano Sesto; nel pontificato del quale furono talmente tutte l’arti e tutte le virtù battute, che se il governo della Sede apostolica fusse lungamente durato nelle sue mani, interveniva a Roma nel suo pontificato quello che intervenne altra volta, quando tutte le statue avanzate alle rovine de’ Gotti (così le buone, come le ree) furono condennate al fuoco. E già aveva cominciato Adriano (forse per imitare i pontefici de’ già detti tempi) a ragionare di volere gettare per terra la capella del divino Michelagnolo, dicendo ell’era una stufa d’ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascivie del mondo, e cose obbrobriose et abominevoli. La qual cosa fu cagione, che non pure Antonio, ma tutti gl’altri begl’ingegni si fermarono in tanto che al tempo di questo pontefice non si lavorò, non che altro, quasi punto alla fabbrica di S. Pietro. Alla quale doveva pur al meno essere affezionato poiché dell’altre cose mondane si volle tanto mostrare nimico. Perciò dunque, attendendo Antonio a cose di non molta importanza, restaurò sotto questo Pontefice le navi piccole della chiesa di S. Iacopo degli Spagnuoli, et accomodò la facciata dinanzi con bellissimi lumi. Fece lavorare il tabernacolo dell’imagine di Ponte, di trivertino; il quale, benché piccolo sia, ha però molta grazia. Nel quale poi lavorò Perino del Vaga a fresco una bella operetta. Erano già le povere virtù, per lo vivere d’Adriano, mal condotte, quando il cielo, mosso a pietà di quelle, volle con la morte d’uno farne risuscitar mille; onde lo levò del mondo e gli fece dar luogo a chi meglio doveva tenere tal grado e con altro animo governare le cose del mondo. Per che creato papa Clemente Settimo, pieno di generosità, seguitando le vestigie di Leone e degl’altri antecessori della sua illustrissima famiglia, si pensò che, avendo nel cardinalato fatto belle memorie, dovesse nel papato avanzare tutti gl’altri di rinovamenti di fabbriche et adornamenti. Questa elezzione, adunque, fu di refrigerio a molti virtuosi, et ai timidi et ingegnosi animi, che si erano aviliti, grandissimo fiato e disideratissima vita. I quali per ciò risurgendo, fecero poi quell’opere bellissime che al presente veggiamo. E primieramente Antonio, per commessione di Sua Santità messo in opera, subito rifece un cortile in palazzo dinanzi alle logge, che già furon dipinte con ordine di Raffaello; il quale cortile fu di grandissimo comodo e bellezza, perché dove si andava prima per certe vie storte e strette, allargandole Antonio e dando loro miglior forma, le fece comode e belle. Ma questo luogo non istà oggi in quel modo che lo fece Antonio: perché papa Giulio Terzo ne levò le colonne che vi erano di granito per ornarne la sua vigna, et alterò ogni cosa. Fece Antonio in Banchi la facciata della Zecca vecchia di Roma con bellissima grazia, in quello angolo girato in tondo che è tenuto cosa difficile e miracolosa; et in quell’opera mise l’arme del Papa. Rifondò il resto delle logge papali, che per la morte di Leone non s’erano finite, e per la poca cura d’Adriano non s’erano continuate, né tocche; e così secondo il volere di Clemente furono condotte a ultimo fine. Dopo, volendo Sua Santità fortificare Parma e Piacenza, dopo molti disegni e modelli che da diversi furono fatti, fu mandato Antonio in que’ luoghi, e seco Giulian Leno, sollecitatore di quelle fortificazioni. E là arivati, essendo con Antonio l’Abbaco suo creato, Pierfrancesco da Viterbo, ingegnere valentissimo e Michele da San Michele architetto veronese, tutti insieme condussero a perfezzione i disegni di quelle fortificazioni. Il che fatto, rimanendo gl’altri, se ne tornò Antonio a Roma, dove essendo poca commodità di stanze in palazzo, ordinò papa Clemente che Antonio sopra la Ferraria cominciasse quelle dove si fanno i concistori publici, le quali furono in modo condotte, che il Pontefice ne rimase sodisfatto, e fece farvi poi sopra le stanze de’ camerieri di Sua Santità. Similmente fece Antonio sopra il tetto di queste stanze, altre stanze comodissime, la quale opera fu pericolosa molto, per tanto rifondare. E nel vero in questo Antonio valse assai, atteso che le sue fabbriche mai non mostrarono un pelo; né fu mai fra i moderni altro architetto più sicuro, né più accorto in congiugnere mura. Essendosi al tempo di papa Paulo Secondo la chiesa della Madonna di Loreto, che era piccola e col tetto in sui pilastri di mattoni alla salvatica, rifondata e fatta di quella grandezza che ella essere oggi si vede, mediante l’ingegno e virtù di Giuliano da Maiano, et essendosi poi seguitata dal cordone di fuori in su, da Sisto Quarto e da altri, come si è detto, finalmente al tempo di Clemente, non avendo prima fatto mai pur un minimo segno di rovina, s’aperse l’anno 1526 di maniera che non solamente erano in pericolo gl’archi della tribuna, ma tutta la chiesa in molti luoghi, per essere stato il fondamento debole e poco adentro. Per che, essendo da detto papa Clemente mandato Antonio a riparare a tanto disordine, giunto che egli fu a Loreto, puntellando gl’archi et armando il tutto con animo risolutissimo e di giudizioso architetto, la rifondò tutta. E ringrossando le mura et i pilastri fuori e dentro, gli diede bella forma del tutto, e nella proporzione de’ membri, e la fece gagliarda da poter reggere ogni gran peso, continuando un medesimo ordine nelle crocere e navate della chiesa, con superbe modanature d’architravi sopra gl’archi, fregi e cornicioni. E rendé sopramodo bello e ben fatto l’imbasamento de’ quattro pilastri grandi, che vanno intorno all’otto facce della tribuna, che reggono i quattro archi: cioè i tre delle crocere, dove sono le cappelle, e quello maggiore della nave del mezzo. La quale opera merita certo di essere celebrata per la migliore che Antonio facesse già mai, e non senza ragionevole cagione: perciò che coloro che fanno di nuovo alcun’opera o la levano dai fondamenti hanno facultà di potere alzarsi, abbassarsi e condurla a quella perfezzione che vogliono e fanno migliore, senza essere da alcuna cosa impediti; il che non aviene a chi ha da regolare o restaurare le cose cominciate da altri, e mal condotte o dall’artefice o dagl’avenimenti della fortuna, onde si può dire che Antonio risuscitasse un morto e facesse quello che quasi non era possibile. E fatte queste cose, ordinò ch’ella si coprisse di piombo, e diede ordine come si avesse a condurre quello che restava da farsi, e così per opera di lui ebbe quel famoso tempio miglior forma e miglior grazia che prima non aveva, e speranza di lunghissima vita. Tornato poi a Roma, dopo che quella città era stata messa a sacco, avendosi il papa in Orvieto, vi pativa la corte grandissimo disagio d’acqua. Onde, come volle il Pontefice, murò Antonio un pozzo tutto di pietra in quella città, largo venticinque braccia, con due scale a chiocciola intagliate nel tufo, l’una sopra l’altra, secondo che il pozzo girava; nel fondo del qual pozzo si scende, per le dette due scale a lumaca, in tal maniera che le bestie che vanno per l’acqua entrano per una porta e calano per una delle due scale, e arrivate in sul ponte, dove si carica l’acqua, senza tornare indietro passano all’altro ramo della lumaca, che gira sopra quella della scesa, e per un’altra porta diversa, e contraria alla prima, riescono fuori del pozzo. La qual opera, che fu cosa ingegnosa, comoda e di maravigliosa bellezza, fu condotta quasi a fine inanzi che Clemente morisse. E perché restava solo a farsi la bocca di esso pozzo, la fece finire papa Paulo Terzo, ma non come aveva ordinato Clemente col consiglio d’Antonio, che fu molto per così bell’opera comendato. È certo che gl’antichi non fecero mai edifizio pari a questo né d’industria, né d’artifizio; essendo in quello così fatto il tondo del mezzo, che infino al fondo dà lume, per alcune finestre, alle due scale sopra dette. Mentre si faceva quest’opera ordinò l’istesso Antonio la fortezza d’Ancona, la quale fu col tempo condotta al suo fine. Deliberando poi papa Clemente, al tempo che Alessandro de’ Medici suo nipote era duca di Fiorenza, di fare in quella città una fortezza inespugnabile, il signor Alessandro Vitelli, Pierfrancesco da Viterbo et Antonio ordinarono e fecero condurre con tanta prestezza quel castello, o vero fortezza, che è tra la porta il Prato e San Gallo, che mai niuna fabbrica simile antica o moderna fu condotta sì tosto al suo termine; et in un torrione, che fu il primo a fondarsi, chiamato il Toso, furono messi molti epigrammi e medaglie, con cirimonie e solennissima pompa. La quale opera è celebrata oggi per tutto il mondo e tenuta inespugnabile. Fu per ordine d’Antonio condotto a Loreto il Tribolo scultore, Raffaello da Monte Lupo, Francesco di San Gallo allora giovane e Simon Cioli, i quali finirono le storie di marmo cominciate per Andrea Sansovino. Nel medesimo luogo condusse Antonio il Mosca fiorentino, intagliatore di marmi eccellentissimo, il quale allora lavorava, come si dirà nella sua vita, un camino di pietra agl’eredi di Pellegrino da Fossombrone, che per cosa d’intaglio riuscì opera divina. Costui, dico, a’ preghi d’Antonio si condusse a Loreto, dove fece festoni, che sono divinissimi. Onde con prestezza e diligenza restò l’ornamento di quella camera di Nostra Donna del tutto finito ancor che Antonio in un medesimo tempo allora avesse alle mani cinque opere d’importanza; alle quali tutte, benché fussero in diversi luoghi e lontane l’una dall’altra, di maniera suppliva che non mancò mai da fare a niuna: perché dove egli alcuna volta non poteva così tosto essere, serviva l’aiuto di Batista suo fratello. Le quali cinque opere erano: la detta fortezza di Fiorenza, quella d’Ancona, l’opera di Loreto, il palazzo apostolico et il pozzo d’Orvieto. Morto poi Clemente e creato sommo pontefice Paulo Terzo Farnese, venne Antonio, essendo stato amico del Papa mentre era cardinale, in maggior credito. Per che avendo Sua Santità fatto duca di Castro il signor Pierluigi suo figliuolo, mandò Antonio a fare il disegno della fortezza che quel Duca vi fece fondare, e del palazzo che è in sulla piazza, chiamato l’Osteria, e della zecca, che è nel medesimo luogo murata di trevertino a similitudine di quella di Roma. Né questi disegni solamente fece Antonio in quella città, ma ancora molti altri di palazzi et altre fabbriche a diverse persone terrazzane e forestiere, che edificarono con tanta spesa, che a chi non le vede pare incredibile, così sono tutte fatte senza risparmio, ornate et agiatissime. Il che non ha dubbio fu fatto da molti per far piacere al Papa, essendo che anco con questi mezzi, secondo l’umore de’ principi, si vanno molto procacciando favori. Il che non è se non cosa lodevole, venendone commodo, utile e piacere all’universale. L’anno poi che Carlo Quinto imperadore tornò vittorioso da Tunizi, essendogli stati fatti in Messina, in Puglia et in Napoli onoratissimi archi, pel trionfo di tanta vettoria, e dovendo venire a Roma, fece Antonio al palazzo di San Marco, di comessione del Papa, un arco trionfale di legname in sotto squadra, acciò che potesse servire a due strade, tanto bello, che per opera di legname non s’è mai veduto il più superbo né il più proporzionato. E se in cotale opera fusse stata la superbia e la spesa de’ marmi come vi fu studio, artifizio e diligenza nell’ordine e nel condurlo, si sarebbe potuto meritamente, per le statue e storie dipinte et altri ornamenti, fra le sette moli del mondo annoverare. Era questo arco, posto in sull’ultimo canto che volge alla piazza principale, d’opera corinta con quattro colonne tonde per banda messe d’argento, et i capitegli intagliati con bellissime foglie tutti messi d’oro da ogni banda, erano bellissimi architravi, fregii e cornicioni posati con risalti sopra ciascuna colonna, fra le quali erano due storie dipinte per ciascuna, tal che faceva uno spartimento di quattro storie per banda, che erano fra tutte dua le bande otto storie, dentrovi - come si dirà altrove da chi le dipinse - i fatti dello imperadore; eravi ancora per più richezza per finimento del frontespizio da ogni banda sopra detto arco, dua figure di rilievo di braccia quattro e mezza l’una, fatte per una Roma; e le mettevano in mezzo dua imperatori di casa d’Austria, che dinanzi erano Alberto e Massimiliano, e da l’altra parte Federigo e Ridolfo, e così da ogni parte in su’ cantoni erano quattro prigioni, dua per banda, con gran numero di trofei pur di rilievo, e l’arme di Sua Santità e di Sua Maestà, tutte fatte condurre con l’ordine di Antonio da scultori eccellenti e dai miglior pittori che fussino allora a Roma. E non solo questo arco fu da Antonio ordinato, ma tutto l’apparato della festa, che si fece per ricevere un sì grande et invittissimo imperadore. Seguitò poi il medesimo, per lo detto duca di Castro, la fortezza di Nepi e la fortificazione di tutta la città, che è inespugnabile e bella. Dirizzò nella medesima città molte strade, e per i cittadini di quella fece disegni di molte case e palazzi. Facendo poi fare Sua Santità i bastioni di Roma, che sono fortissimi, e venendo fra quelli compresa la porta di Santo Spirito, ella fu fatta con ordine e disegno d’Antonio, con ornamento rustico di trevertini, in maniera molto soda e molto rara, con tanta magnificenza, ch’ella pareggia le cose antiche. La quale opera dopo la morte d’Antonio fu chi cercò, più da invidia mosso che da alcuna ragionevole cagione, per vie straordinarie di farla rovinare, ma non fu permesso da chi poteva. Fu con ordine del medesimo rifondato quasi tutto il palazzo apostolico che, oltre quello che si è detto in altri luoghi molti, minacciava rovina; et in un fianco particolarmente la cappella di Sisto, dove sono l’opere di Michelagnolo, e similmente la facciata dinanzi, senza che mettesse un minimo pelo: cosa più di pericolo che d’onore. Accrebbe la sala grande della detta cappella di Sisto, facendovi in due lunette in testa quelle finestrone terribili, con sì maravigliosi lumi, e con que’ partimenti buttati nella volta, e fatti di stucco tanto bene e con tanta spesa, che questa si può mettere per la più bella e ricca sala, che infino allora fusse nel mondo. Et in su quella accompagnò, per potere andare in San Pietro, alcune scale così comode e ben fatte, che fra l’antiche e moderne non si è veduto ancor meglio. E similmente la cappella Paulina, dove si ha da mettere il Sacramento, che è cosa vezzosissima e tanto bella, e sì bene misurata e partita, che per la grazia che si vede pare che ridendo e festeggiando ti s’appresenti. Fece Antonio la fortezza di Perugia, nelle discordie che furono tra i perugini et il Papa. La quale opera (nella quale andarono per terra le case de’ Baglioni) fu finita con prestezza maravigliosa, e riuscì molto bella. Fece ancora la fortezza d’Ascoli, e quella in pochi giorni condusse a tal termine, ch’ella si poteva guardare. Il che gl’ascolani et altri non pensavano che si dovesse poter fare in molti anni. Onde avenne nel mettervi così tosto la guardia, che que’ popoli restarono stupefatti, e quasi non credevano. Rifondò ancora in Roma, per difendersi dalle piene quando il Tevere ingrossa, la casa sua in strada Giulia. E non solo diede principio, ma condusse a buon termine il palazzo che egli abitava vicino a San Biagio, che oggi è del cardinale Riccio da Monte Pulciano, che l’ha finito con grandissima spesa e con ornatissime stanze, oltre quelle che Antonio vi aveva speso, che erano state migliaia di scudi. Ma tutto quello che Antonio fece di giovamento e d’utilità al mondo è nulla a paragone del modello della venerandissima e stupendissima fabbrica di San Pietro di Roma. La quale, essendo stata a principio ordinata da Bramante, egli con ordine nuovo e modo straordinario l’aggrandì e riordinò, dandole proporzionata composizione e decoro, così nel tutto come ne’ membri, come si può vedere nel modello fatto per mano d’Antonio d’Abaco suo creato, di legname, et interamente finito; il quale modello, che diede ad Antonio nome grandissimo, con la pianta di tutto l’edifizio sono stati dopo la morte d’Antonio Sangallo messi in istampa dal detto Antonio d’Abaco, il quale ha voluto perciò mostrare quanta fusse la virtù del Sangallo, e che si conosca da ogni uomo il parere di quell’architetto, essendo stati dati nuovi ordini in contrario da Michelagnolo Buonarroti; per la quale riordinazione sono poi nate molte contese, come si dirà a suo luogo. Pareva a Michelagnolo, et a molti altri ancora che hanno veduto il modello del Sangallo e quello che da lui fu messo in opera, che il componimento d’Antonio venisse troppo sminuzzato dai risalti e dai membri, che sono piccoli, sì come anco sono le colonne, archi sopra archi e cornici sopra cornici. Oltre ciò pare che non piaccia che i due campanili che vi faceva, le quattro tribune piccole e la cupola maggiore, avessino quel finimento o vero ghirlanda di colonne molte e piccole; e parimente non piacevano molto, e non piacciono, quelle tante aguglie che vi sono per finimento, parendo che in ciò detto modello immiti più la maniera et opera tedesca, che l’antica e buona che oggi osservano gl’architetti migliori. Finito dall’Abaco tutti i detti modelli, poco dopo la morte d’Antonio, si trovò che detto modello di San Pietro costò (quanto apartiene solamente all’opere de’ legnaiuoli e legname) scudi quattromilacentoottantaquattro. Nel che fare Antonio Abaco, che n’ebbe cura, si portò molto bene, essendo molto intendente delle cose d’architettura, come ne dimostra il suo libro stampato delle cose di Roma, che è bellissimo. Il qual modello, che si truova oggi in San Piero nella cappella maggiore, è lungo palmi trentacinque e largo 26 et alto palmi venti e mezzo. Onde sarebbe venuta l’opera, secondo questo modello, lunga palmi 1040, cioè canne 104, e larga palmi 360, che sono canne 36, perciò che secondo la misura de’ muratori, la canna che corre a Roma è dieci palmi. Fu donato ad Antonio, per la fatica di questo suo modello e molti desegni fatti, dai deputati sopra la fabbrica di S. Pietro, scudi millecinquecento, de’ quali n’ebbe contanti mille et il restante non riscosse, essendo poco dopo tal opera passato all’altra vita. Ringrossò i pilastri della detta chiesa di S. Pietro, acciò il peso di quella tribuna posasse gagliardamente; e tutti i fondamenti sparsi empié di soda materia e fece in modo forti, che non è da dubitare che quella fabrica sia per fare più peli o minacciare rovina, come fece al tempo di Bramante. Il qual magisterio, se fusse sopra la terra, come è nascosto sotto, farebbe sbigottire ogni terribile ingegno. Per le quali cose la fama et il nome di questo mirabile artefice doverà aver sempre luogo fra i più rari intelletti. Trovasi che infino al tempo degl’antichi Romani sono stati e sono ancora, gl’uomini di Terni e quelli di Narni inimicissimi fra loro; perciò che il lago delle Marmora, alcuna volta tenendo in collo, faceva violenza all’uno de’ detti popoli: onde, quando quei di Narni lo vedevano aprire, i ternani in niun modo ciò volevano acconsentire; per lo che è sempre stato diffidenza fra loro, o abbiano governato Roma i pontefici, o sia stata soggetta agl’imperatori. Et al tempo di Cicerone fu egli mandato dal senato a comporre tal differenza, ma si rimase non risoluta. Laonde, essendo per questa medesima cagione l’anno 1546 mandati ambasciadori a papa Paulo Terzo, egli mandò loro Antonio a terminar quella lite. E così per giudizio di lui fu risoluto che il detto lago da quella banda dove è il muro dovesse sboccare; e lo fece Antonio con grandissima difficultà tagliare. Onde avenne, per lo caldo che era grande et altri disagi, essendo Antonio pur vecchio e cagionevole, che si ammalò di febre in Terni, e non molto dopo rendé l’anima. Di che sentirono gl’amici e parenti suoi infinito dolore, e ne patirono molte fabriche, ma particolarmente il palazzo de’ Farnesi, vicino a campo di Fiore. Aveva papa Paulo Terzo, quando era Alessandro cardinal Farnese, condotto il detto palazzo a bonissimo termine, e nella facciata dinanzi fatto parte del primo finestrato, la sala di dentro, et aviata una banda del cortile, ma non però era tanto innanzi questa fabbrica, che si vedesse la sua perfezzione; quando, essendo creato Pontefice, Antonio alterò tutto il primo disegno, parendogli avere a fare un palazzo non più da cardinale, ma da pontefice. Rovinate dunque alcune case che gli erano intorno e le scale vecchie, le rifece di nuovo e più dolci, accrebbe il cortile per ogni verso e parimente tutto il palazzo, facendo maggior corpi di sale e maggior numero di stanze e più magnifiche, con palchi d’intaglio bellissimi et altri molti ornamenti. Et avendo già ridotta la facciata dinanzi, col secondo finestrato al suo fine, si aveva solamente a mettere il cornicione, che reggesse il tutto intorno intorno. E perché il Papa, che aveva l’animo grande et era d’ottimo giudicio, voleva un cornicione il più bello e più ricco che mai fusse stato a qual si voglia altro palazzo, volle, oltre quelli che avea fatto Antonio, che tutti i migliori architetti di Roma facessino ciascuno il suo per appiccarsi al migliore, e farlo nondimeno mettere in opera da Antonio. E così una mattina che desinava in Belvedere, gli furono portati inanzi tutti i disegni, presente Antonio. I maestri de’ quali furono Perino del Vaga, fra’ Bastiano del Piombo, Michelagnolo Buonarruoti e Giorgio Vasari, che allora era giovane e serviva il cardinal Farnese, di commessione del quale e del Papa aveva pel detto cornicione fatto, non un solo, ma due disegni variati. Ben è vero che il Buonarroto non portò il suo da per sé, ma lo mandò per detto Giorgio Vasari, al quale, essendo egli andato a mostrargli i suoi disegni perché gli dicesse l’animo suo come amico, diede Michelagnolo il suo acciò lo portasse al Papa, e facesse sua scusa, che non andava in persona, per sentirsi indisposto. Presentati dunque tutti i disegni al papa, Sua Santità gli considerò lungamente e gli lodò tutti per ingegnosi e bellissimi, ma quello del divino Michelagnolo sopra tutti. Le quali cose non passavano, se non con malanimo d’Antonio, al quale non piaceva molto questo modo di fare del Papa, et averebbe voluto far egli di suo capo ogni cosa. Ma più gli dispiaceva ancora il vedere che il Papa teneva gran conto d’un Iacopo Melighino ferrarese, e se ne serviva nella fabbrica di San Piero per architetto, ancor che non avesse né disegno, né molto giudizio nelle sue cose, con la medesima provisione che aveva Antonio, al quale toccavano tutte le fatiche. E ciò aveniva perché questo Melighino, essendo state familiare servitore del Papa molti anni senza premio, a Sua Santità piaceva di rimunerarlo per quella via; oltre che aveva cura di Belvedere e d’alcun’altre fabriche del Papa. Poi dunque che il Papa ebbe veduti tutti i sopradetti disegni, disse, e forse per tentare Antonio: "Tutti questi son belli, ma non sarà male che noi veggiamo ancora uno che n’ha fatto il nostro Melighino". Per che Antonio, risentendosi un poco e parendogli che il papa lo burlasse, disse: "Padre Santo, il Melighino è un architettore da motteggio". Il che udendo il Papa, che sedeva, si voltò verso Antonio e gli rispose, chinandosi con la testa quasi infino in terra: "Antonio, noi vogliamo che Melighino sia un architettore da dovero, e vedetelo alla provisione". E ciò detto si partì licenziandoci tutti. Et in ciò volle mostrare che i prìncipi, molte volte, più che i meriti, conducono gl’uomini a quelle grandeze che vogliono. Questa cornice fu poi fatta da Michelagnolo, come si dirà nella vita di lui, che rifece quasi in altra forma tutto quel palazzo. Rimase, dopo la morte d’Antonio, Batista Gobbo suo fratello, persona ingegnosa, che spese tutto il tempo nelle fabbriche d’Antonio, che non si portò molto bene verso lui. Il quale Batista non visse molti anni dopo la morte d’Antonio, e morendo lasciò ogni suo avere alla Compagnia della Misericordia de’ fiorentini in Roma, con carico che gl’uomini di quella facessino stampare un suo libro d’osservazioni sopra Vitruvio. Il quale libro non è mai venuto in luce, et è openione che sia buon’opera, perché intendeva molto bene le cose dell’arte, et era d’ottimo giudizio e sincero e da bene. Ma tornando ad Antonio, essendo egli morto in Terni, fu condotto a Roma, con pompa grandissima portato alla sepoltura, accompagnandolo tutti gl’artefici del disegno e molti altri. E dopo fu dai soprastanti di San Pietro fatto mettere il corpo suo in un diposito vicino alla capella di papa Sisto in S. Pietro con l’infrascritto epitaffio:

Antonio Sancti Galli florentino, urbe munienda ac publicis operibus, praecipueque Divi Petri templo ornando architectorum facile principi, dum Velini lacus emissionem parat, Paulo Pontifice Maximo auctore, inter amne intempestive extincto, Isabella Deta uxor moestissima posuit 1546. III. calendis octobris.

E per vero dire, essendo stato Antonio eccellentissimo architettore, merita non meno di essere lodato e celebrato, come le sue opere ne dimostrano, che qual si voglia altro architettore antico o moderno.