Lezioni di eloquenza/Lezione I/Capitolo VI

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Lezione I - Capitolo V Lezione I - Trasunto dalla lezione I
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CAPITOLO VI.


La lingua è annessa allo stile, e lo stile alle facoltà naturali d’ogni individuo.


I. Non si parla e non si scrive, se non perchè si sente, s’immagina, e si riflette; ma perchè tutti non sentono nè riflettono ad uno stesso tempo, da che queste facoltà derivano dalla costituzione fisica modificata diversamente dalle verie educazioni in ogni individuo, così tutti non possono avere lo stesso ordine, e la stessa vita nel loro pensiero.

II. Vedere chiaramente con l’intelletto le idee che si voglino esprimere, concatenarle conseguentemente col raziocinio, ecco l’ordine del pensiero.

III. Ordinare ed animare i pensieri per mezzo del raziocinio e delle passioni, e colorirli per mezzo della lingua, ecco l’idea dello stile.

IV. Così appunto nella pittura si disegna, [p. 103 modifica]e si dà vita e grazia alla fisonomia e si coloriscono.

Lo stile adunque non dipende dalla lingua, se non quanto la pittura dal colorito. Chi dunque sa meglio disegnare ed animare i pensieri, quantunque non sappia ottimamente colorirli, scriverà meglio di chi saprà colorirli senza saperli ben disegnare nè animare. Quindi Raffaello benchè inferiore nel colorito a Tiziano gli è superiore nel merito e nella lode di egregio pittore, appunto perchè col disegno conseguì l’arcana armonia delle idee, che lo scrittore consegue col raziocinio; perchè col sentimento conseguì l’espressione degli affetti, che lo scrittore consegue sentendoli in sè stesso, ed osservandoli negli altri. Mai letterati per arte imitano l’altrui stile, e formano regole per costringere che ciascun altro lo imiti, poichè mancando in essi l’intelletto ed il cuore capace di formarne uno proprio, credono lo stile frutto delle regole. Ma le regole togliendo allo stile gli elementi originali della nazione e della passione, che l’arte non può prescrivere, resta la lingua sola predominante universale l’elemento dello stile. Quindi la poca originalità anche di grandi ingegni corrotti dall’educazione delle scuole rettoriche. [p. 104 modifica]Da questo sesto ed ultimo capitolo apparirà. I. La ragione per cui le scuole siano inutilmente inondate di teorie sullo stile, poichè la sola natura può limitare la libertà intellettuale dell’uomo, e perchè i soli esempi possono dar norma ed eccitamento d’imitazione. II. Apparirà, perchè nel giudizio comune, tutte lo lodi ed i biasimi sopra lo stile di un libro, cominciano grammaticalmente dalla lingua, e finiscono pedantescamente nella lingua. III. Apparirà in tutto il suo lume una sentenza poco osservata, ed anzi da niuno, ch’io sappia, sino ad ora dimostrata di Plutarco, il quale nel proemio della vita di Nicea ci lasciò scritto:= la gara e l’emulazione d’imitare lo scrivere e lo stile degli altri, a me sembrano cose proprie da persona, che abbia un animo assai digiuno e sofistico; che se poi questa imitazione e questa gara riguardano quegli scritti, che sono inimitabili, l’intento non può essere che di persona stolida =. IV. Ed ecco come il semplice ed innegabile assioma che la letteratura è annessa alle facoltà intellettuali dell’uomo, ritorna per sè stesso anche nell’esterna apparenza del pensiero, nello stile, il quale è sostanzialmente aderente a queste facoltà di ciascun individuo. Il fonte del [p. 105 modifica]sapere umano sgorga dal sentimento profondo delle cose che circondano l’uomo, e l’uso migliore dipende dal discernimento del vero dal falso, e dal giudizio proporzionato agli effetti di ciascuna cosa. Ma gli organi del sentimento e dell’uso vivono più o meno perfetti nell’uomo stesso, e la forza di sentire e l’esattezza del giudicare, e l’intenzione nell’opera, non sorgono tanto dal numero, e dalla varietà delle idee e dei ragionamenti che i libri fanno sovr’esse, quanto dalla profondità con cui si stampano, dall’ordine con cui si dispongono, e dalla meta a cui senza mai traviare si dirigono.

Questi sono i principii sui quali io fonderò le mie lezioni, nè mi presumo che sieno da voi per ora ammessi come certi ed innegabili, e molto meno presumo che sieno compresi in tutta la loro estensione. Quanto alla loro certezza voi la vedrete, spero, con minor fatica di quella che ho dovuto durare.

Le osservazioni sulla natura dell’uomo, su me medesimo, e sulle storie cominciarono a somministrarmeli dacchè educato sempre liberamente, istruito dai fatti, e non mai guidato dalle teorie, io vivo tra le passioni, e le opinioni, e gli studi degli uomini; poi l’ [p. 106 modifica]assidua meditazione, l’esperimento spregiudicato, il paragone de’ tempi passati con i presenti, hanno graduatamente verificate quelle osservazioni, avvalorati i suoi effetti, perchè mi apparvero sempre certi, sempre continui, e gli hanno finalmente ridotti in questi principii, che mi sembrano universali.

Ed appunto la loro universalità li rende di difficile comprensione ove non sieno soggetti all’esame, e perchè vengono esposti dalla cattedra a foggia d’aforismi. Ma io l’ho fatto primamente, perchè v’accorgiate che in una disciplina qualunque, bisogna pure risalire a principii, e giunti che siansi, bisogna partire dalla verità che contengono; ma questa non mai si trova se non con pertinace lavoro di mente, lavoro al quale dovrete accingervi se siete disposti a ritrarre alcun utile da ciò che potrò dirvi. In secondo luogo non dipartendomi mai da essi, parvemi necessario di mostrarveli sommariamente nella prima lezione, acciocchè le conseguenze ch’io andrò traendo non siano male intese da chi mi ascolta; poichè ogni principio avendo moltissime conseguenze, e ogni conseguenza molte e varie diramazioni di ragionamenti, e di applicazioni, se la sostanza almeno de’ principii non [p. 107 modifica]vi fosse nota, i ragionamenti e le applicazioni non terrebbero nel vostro intelletto la radice che hanno nel mio, e vi cadrebbe o adoperare nelle lettere, e giudicarne seguendo più le opinioni accidentali, che i principii fondati sulla natura, o valervi di mille regole parziali, e quindi di mille eccezioni, le quali sarebbero applicate come pur si suole spesso a torto, e spesso pedantescamente. Or mi rimane a dirvi qual metodo a me sembra più acconcio, onde da voi si risalga analiticamente a que’ principii. Come io li ricavai dall’osservazione, voi pure dovete persuadervene per mezzo delle osservazioni. Si tratta di conoscere I. Chi sia atto alla grande ed utile letteratura. II. In che modo la natura debba essere aiutata con lo studio. III. Come la letteratura giovi agl’istituti sociali. IV. Come tenda alla verità. V. Come la lingua deve essere considerata nella letteratura. VI. Come si deve desumere lo stile dalle nostre facoltà naturali.

Chi trattasse partitamente questi sei sommi capitoli ad uno ad uno, potrebbe al certo far molte dissertazioni, non senza speranza di lode forse, ma certamente senza speranza di utilità. Però che non si potrebbe in verun modo evitare di urtare o ne’ precetti sentenziosi, [p. 108 modifica]o nelle astrazioni metafisiche: mentre co’ precetti si verrebbe a considerare le parti, si sfuggirebbe il tutto: e quanto alle astrazioni io non sono partigiano del bello, del vero, e del giusto ideale: cercando il diritto si perde il fatto, e peggio nelle arti belle dove si opera per sentimento e per invitto vigore di natura, onde non mai meglio può definirsi il poeta ed il pittore quanto da quel verso:

Ingens est olli vigor et coelestis origo.

E poi dalle esecuzioni delle arti belle si rappresentano gli effetti ammirabili della natura, e con essi si risvegliano i sentimenti a’ quali la natura creò prontissimo il cuor dell’uomo; nella loro metafisica invece si ricercano le cause, ed a forza d’investigare le cause, si smarriscono gli effetti da chi non le trova, e da chi le trova si scioglie quell’incanto soave che nasce dall’improvviso ed indistinto sentimento, e noi siam nati più per sentire che per pensare.

Sentiamo spontanei e con piacere, ma non pensiamo se non se sforzati, e con fatica, e il raziocinio che non nasce dal sentimento continuo, ma che suole invece partorire il sentimento, riesce freddo sempre e non pesuaderà mai i liberi moti del cuore, quantunque giunga a convincere e a far superba la mente [p. 109 modifica]di quel tuo novo sapere. Volgete gli occhi alle scuole pittoriche della nostra Italia, certo che non mancano modelli; ma vennero da paesi stranieri. Dove non si sapeva dipingere molti tratti sul bello, sul sublime, sulla grazia; pure alcuni Italiani che non sapevano dipingere, ma che voleano almeno avere nome di maestri o giudici di pittura, estesero così que’ tratti, che i dottori divennero pittori, e li scrittori dottori; ed ho udito i nostri pennelleggiatori dissertare sul perchè, ma sul fatto hanno perduto il come quel come di Raffaello e di Correggio e di mille altri, che giovanetti lo conseguivano quando non v’erano libri metafisici, ma studiavano la natura, ed esprimevano i sentimenti e gli affetti, che questa eterna maestra degli artefici e de’ letterati alimenta variamente e perpetuamente nelle viscere umane. Ora per seguire come meglio da noi si potrà l’ordine stabilito dalla natura, considereremo sempre riuniti que’ sei capitoli d’onde a mio parere parte e ritorna ogni principio ed ogni conseguenza della letteratura. — Dividerò la letteratura in poeti, storici, ed oratori, e questi tre generi ciascheduno nella sua specie. All’esame di ogni specie ridurrò tutti gli individui. Così, per esempio, parlando del poema [p. 110 modifica]epico che è una delle specie di poesia, io ridurrò l’esame de’ maggiori poeti e più in una lezione. Questo esame comprenderà. I. La vita d’ogni autore e il suo carattere, desumendolo più da’ suoi scritti, che dalle tradizioni, e così apparirà il primo capitolo dei principii sulle doti naturali de’ grandi poeti. II. Lo stato delle scienze, delle lettere, delle arti de’ suoi tempi, e così apparirà il secondo capitolo sullo studio necessario ai letterati. III. I costumi, la religione, e gli istinti politici delle loro patrie, e così apparirà quanto que’ poeti abbiano giovato a’ loro concittadini. IV. La loro filosofia, e così apparirà come abbiano conferito alla verità. V. La loro lingua, e così apparirà con quali tinte essi hanno potuto colorire i loro pensieri. VI. Il loro stile, ed apparirà quanto hanno sempre dovuto seguire le loro facoltà intellettuali, perfezionandole collo studio, ma non potendole cangiar mai.

Ogni altra lezione sovra tutte le specie di letteratura si ridurrà sempre a questo esame, e l’esame avrà per fondamento la storia. Ciascheduna di queste lezioni storiche, avrà in seguito le sue dimostrazioni in una o due altre lezioni, nelle quali ci studieremo di trarre con le opere degli scrittori già esaminati generalmente, molte [p. 111 modifica]prove particolari, e di contrapporre nel tempo stesso la impotenza, la presunzione, e gli accorgimenti di coloro, che hanno presunto d’imitarli senza essere a ciò creati dalla natura, nè istituiti dagli studi opportuni.

La storia d’ogni specie comprenderà gli autori celebri d’ogni tempo e d’ogni nazione: se alcuno ne trasandassi io imparerò ciò che non sapea da chi vorrà farmene avvertito. Cosi noi studieremo sempre sui fatti e vedremo i principii della letteratura emergere analiticamente da ciascheduna lezione, e tutti ad un tempo. Cosi questi principii li applicheremo all’utilità della nostra patria e della letteratura italiana. Così o giovani avrete agio di esaminarli e di ciò vi prego istantemente. Perchè se mi compiacerete di questa domanda, non potrete non procacciare vantaggio ed a voi che bramate imparare, ed a me che studiomi d’insegnare.

Poiché l’esame produrrà contro quelle massime alcune difficoltà nell’ingegno o de’ più cauti o de’ più pronti tra voi, le quali se mi verranno promosse, o io saprò ragionevolmente scioglierle, e ciò tornerà in vostro profitto ed in mio, giacché varrà a confermarvi ne’ vostri propositi; o le difficoltà saranno di tal [p. 112 modifica]vigore, che la ragione non possa vincerla, ed allora m’accorgerò dell’inganno mio proprio, e tentando di ravvedermi non potrò fare che l’errore non venga ad un tempo corrotto nella mente degli altri.

Io lo confesso: ampia è l’arena ch’io mi sono prefisso a percorrere, e faticoso ogni passo; ma quantunque io non possa dissimulare a me stesso, e l’ineguaglianza delle mie forze, e la mancanza del tempo a questo corso di studi; parvemi nondimeno, che questo sia il mezzo solo e migliore, e che nella letteratura s’abbia, ad onta d’ogni dubbio, sempre a scegliere con la mente e praticare e i mezzi che sembrano più efficaci. Che se gli uomini e la fortuna frappongono poi ostacoli insormontabili; savio consiglio sarà l’arrestarsi, anzichè raccomodarsi ad altri mezzi, che sebbene sieno più opportuni ai capricci della fortuna, e ai pregiudizi dei tempi, sembrano però inefficaci all’oggetto, tuttochè profittevoli ai privati interessi di chi gli adopera. Noi dunque amando le lettere e la patria, e riponendo tutta la nostra gloria e tutti gli emolumenti della vita in questo amore, seguiremo costantemente ciò che ci promette più onore agli studi, più utilità agli Italiani, adempiendo i [p. 113 modifica]doveri tutti della disciplina. Non si riguarda mai nè la verità, nè la pratica dei nostri principii, lasceremo il resto in cura alla fortuna, tranne la nobile compiacenza di avere soddisfatti tutti i doveri della disciplina alla quale ci ha creati la natura.

O giovani, fu sempre ed è agevole impresa l’usurparsi titolo di maestri con poco sudore, e l’ostentare al volgo de’ letterati e de’ grandi certo lusso d’inoperosa dottrina; vano nondimeno ad onta d’ogni ambizione, ed impossibile riescirà, che gli scritti non salutari nè gloriosi all’umana progenie sieno consecrati dalle postere generazioni sull’altare dell’immortalità. Chi adempie a tutti i doveri dell’arte sua, sì che egli sia riputato di ornamento e di vantaggio a’ suoi concittadini, quei sale sì lato, che l’occhio dell’invidia non giunge a malignarla; quei solamente può sacrificare con religione al proprio genio nel santuario dell’arte, senza l’infelice bisogno di profanarla nei convitti delle accademie, ove il timoer e la vanità profondono scambievoli panegirici; nè di prostituirle agli altari della possanza e della ricchezza, le quali spesso coronano d’oro gli scienziati, e gli artefici, ma del lauro immortale non mai.