Novellette ed esempi morali (Bernardino da Siena)/Contro l'avarizia e l'usura

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Contro l’avarizia e l’usura

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Partiti e fazioni La maldicenza
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CONTRO L’AVARIZIA E L’USURA


I.


O tu che araguni, e mai non ti vedi sazio, deh, atacati a Davit, el quale volse cercare d’andare a trovare el paradiso, come Dante s’atacò a Vergilio per volere vedere l’inferno. O tu che dormi impara stamane e sta’ desto acciò che tu non [p. 140 modifica]capiti male, credendoti avere il paradiso, e forse avrai l’inferno. Oh, oh, oh, quando io ci penso, quanta fatiga ci veggo in ragunare e guadagnare questa robba! Io ci veggo molta fatiga e molto sudore: io ci veggo vigilie, io ci veggo angoscie. Io ci veggo di molti pensieri e di molti affanni: io ci cognosco molte volte colui che raguna avere fame, patire sete, sofferire freddo e caldo smisurato. Tu vai quando qua e quando là: tu vai quando per mare, e quando per terra: tu per tempi piovatichi, tu a nievi. tu a venti, tu nella propria tua casa mai non ti ristai; tu a le pocissioni, tu a le vigne, tu in ogni luogo e in ciò che tu t’impacci, affanno grandissimo. Eimè, che dolore è egli al fine di riposo sempre affanno! Mai non ti vedi sazio: ora aconcia questo in questo modo e questo in quest’altro, e mai non hai requie; e questo perché l’animo è insaziabile, che mai non si contenta, mai non direbbe: “non piú:” sempre apitisce piú, sempre piú. Or raguna insieme queste tre cose: prima, se tu l’aquisti con molto sudore e afanno e dolore. Se poi tu perdi quello che tu hai acquistato, affanno e fatiga e dolore. Se poi in fine il lassi, grandissimo affanno e dolore e pena; sí che se tu l’aquisti, se tu la possedi e se tu la lassi, in ogni modo affanno e dolore. E colui perché non gli fussero tolti, che n’aveva assai, e era vechio, faceva de’ suoi denari come fa la gatta de’ suoi gattuccini: pòlli oggi qua, domane colà. Cosí faceva lui quando li poneva sotto il letto; quando gli sotterrava nella stalla, quando gli metteva fra il panico, quando fra ’l grano, quando fra le [p. 141 modifica]fave; e tante volte gli aveva rimossi qua e quando là, che infine non si ricordava dove gli aveva posti, e andavagli cercando e piagneva. “E che hai che piangi?” E egli nol voleva dire, sí per vergogna e sí per dolore, quanto se gli fussero stati tolti, però che elli stava in pensiero di ritrovargli; ma quando egli gli lassa al pònto de la morte, sai, quando egli strègne le pugna, oh, quanto dolore hai allora! Egli te li conviene lassare per tal modo che tu non v’hai poi piú a pensare in quelli danari, Non è come se ti fussero tolti: se ti fussero tolti, almeno tu forse pensaresti: — qualche volta mi saranno renduti! — O se gli perdesse, qualche volta pensaresti di ritrovargli; o veramente s’io non potrò avergli per niuno modo, e io ne ragunarò piú. Questo fatto de la morte non va cosí; che quando tu gli lassi, tu puoi dire: — Denari miei; io non aspetto mai piú di riavervi: oimmé, denari miei, io non mi so partire da voi!


II.


O usaraio, che hai prestato e furato già cotanto tempo e bevuto il sangue de’ povari, quanto danno hai fatto, e quanto peccato contra al comandamento di Dio! Tu non t’avedi che tu se’ fitto e fondato ne le pene infernali? Tu dici forse: “Io me ne confessarò.” Doh, povaretto, che perché tu vada al confessore, sai, al fratachione che t’asolve, se elli t’assolve, con lui insieme vi vai. O confessori, quanti di voi ci so’ che so’ stati ingannati da molti che hanno promesso di rèndare, e poi si fanno [p. 142 modifica]beffe di Dio e de’ Santi? Non li voliate asolvere piú! Se mai piú ellino tornano a voi, siate savi: fate almeno sí che l’anima vostra non si perda con la loro insieme. Se tu li confessi, e essi ti dicano: “Io rendarò e vogliomi amendare per lo tempo a venire,” fa’ che tu vegga, eglino il voglino fare con operazione, e poi l’asolve.


III.


Un altro vizio sopra alla mercanzie si è del numerare, di colui che conta e inganna; che nel contare tanto a fretta viene a fare sbalordire colui o colei che riceve e’ denari; ch’è per lo suo contare a fretta: “Tò tò tò tò, uno, due, tre, cinque, sette, otto, dieci, tredici, quattordici, dicessette, dicennove e venti.” E la donnicciuola, che non ha tanto intelletto, si crede che e’ sieno quelli che tu dici, e riceveli come tu lel dai; e vassene a casa e cominciali a contare a quatrino, a quatrino, e trovasi essere ingannata di tre soldi, e ritorna a colui che le l’ha dati, e dice: “Oimmé, che io me n’andai a casa co’ denari che voi mi daste, e hogli riconti: io mi trovo meno tre soldi.” Sogliono rispondare questi tali: “Mirate che voi non abiate sbagliato a contare.” Dice colei: “No voi me gli avete dato di meno: per l’amor di Dio, datemegli.” Dice colui: “Oh, guardate che e’ non vi sian caduti; forse che voi avete rotto el borsello?” E cosí la povaretta se n’ha el danno. Credi che piacci a Dio? Certo no. Non desiderare la robba altrui, e questo è uno de’ comandamenti; [p. 143 modifica]e l’altro dice: Non furaberis: Non furarai. Questo è furto, che lel tolli, che non se ne può aitare per niuno modo.

Un altro modo di peccato è d’omicidio: come se talvolta d’uno carnaiuolo, el quale macellerà e vendarà una bestia corrotta al suo banco a cotanto la lira. E molte volte ne so’ cagione loro. Che credi che sia una bestia gonfiata da uno che sia corrotto lui? Ha corrotta quella bestia ed è possibile d’uccidare chi ne mangia. E’ so’ molti che dicono, che la gonfiano che mai si presti. Se tu dicesse: “Oh, e’ non si può fare di meno che non sia chi sovenga i pòvari! Se non si fa cosí non ci è altro modo.” Sai che tu fai, se tu dici: “E’ non si può fare altro?” Tu fai contra a Domenedio, el quale ha ordinato ogni cosa del mondo per aiuto dell’uomo; al quale ha comandato che tu non presti. E tu dici: “Io non posso fare di meno!” Viene a dire: “Idio m’ha comandato quello che io non posso fare.” Oimmé, non fare, non prestare, e non consentire che mai niuno presti! Non ti lassare acciecare a’ detti di persona.


IV.


L’avaro non si sazia però de la pecunia: quanta piú n’ha, piú ne desidera.

Voliamo vedere s’io dico il vero? Or proviallo. “O avaro, che vorresti tu? — Io vorrei dieci mila fiorini: s’io avesse dieci mila fiorini, io mi credarei star bene. — Or tèlli. Hagli? — Sí. — Oltre. Che n’hai fatti? — Oh, io gli spesi; ne voglio piú. [p. 144 modifica]Egli se n’è andato uno mio mezzaiolo che io gli avevo prestati cento fiorini: io n’ho messi in bestiame; egli mi bisognò cinquanta fiorini, per aconciare una casa; egli me ne bisognano piú. — Oltre. Quanti ne vuoi? — Io ne vorrei almeno almeno quindici mila.” Già vedi che gli è cresciuto l’animo. Oltre: “Tògli. Che ne farai? Halo avvisato? — Sí. Io ho allato a la mia una casa che mi s’affarebbe molto bene; e cosí è una pocissione, che mi tramezza fra due ch’io n’ho: s’io la potesse avere, non sarebbe persona che mi potesse far danno; elle sarebbero insieme insieme.” E subito o in questo o in quello egli gli spende tutti, e anco s’ingegna d’averne piú. “Io vorrei piú denari. — O a che te ne bisogna tanti? — Oh, s’io n’avessi un pochi piú, per certo io credo ch’io non ne cercherei poi piú!” Oltre. “Quanti ne vuoi? — Io ne vorrei almeno venticinque mila. — O che ne faresti di tanti? — Oh, che ne farei? Egli è una fortezza in un luogo che mi s’affarebbe molto, e anco vorrei da ogni porta una pocissione: io so’ schifo de la nebbia; se la nebbia fusse da una parte, e io anderei all’altra dove non fusse la nebbia.” Egli vorrebbe forgie, vestimenti: che monta a dire, che se egli n’avesse cento delle migliaia, egli non sarebbe contento. Mai non si sazia uno ricco.


V.


Avete voi posto mente, quando uno avaro va in uno uffizio? Egli fa come fa uno lupo, il quale si purga dentro. Come egli è eletto uffiziale, egli [p. 145 modifica]ha un affetto d’andare all’uffizio, che tutto pare che si strugga; e li pare mille anni di giògnare, per pelare ora questo e di rubbare quell’altro, e di scannare quell’altro, come fa proprio un lupo quando è ripieno, che si va a purgare in sull’arena per potersi meglio e piú riempire. Doh, io ti voglio dire quello che vidde uno frate, e dissemelo a me che l’aveva veduto. Disse, che uno lupo aveva preso uno porco cinghiale presso a uno luogo de’ frati: quand’ebbe morto questo porco, e egli il lassò stare, e andossene a uno fiume e empissi il corpo di rena, e purgossi molto bene. Quello fiume era un poco di lònga a questi frati. Essendovi chi sapeva la condizione del lupo, subito se l’avisò e si andò, e tolse questo porco. Stato un pezo, costoro stanno pure a vedere, ecco il lupo e torna e non trova il porco. Fate vostra ragione; che per la rabbia che elli aveva, elli percosse tanto il capo in quello luogo, che elli si morí.


VI.


E anco ti voglio agiògnere piú: Io non dico questo né per odio, né per niuno modo di voler male a persona, e noi dico per nominare persona: dico solo il caso: se voi sète concorsi in questo, che il Giudeo per vostra cagione o per vostro aiuto presta a usura qui a Siena, colui che ha consentito col suo lupino, elli è corso nella scomunicazione magiore. Hàmi inteso? — Sí. — Ora ti vo’ mostrare quello che ne seguita a tenere il Giudeo a casa vostra. Due cose ne sèguita: [p. 146 modifica]primo, elli è guastamente de la vostra città, e secondo ci è la scomunicazione del papa, che non ti puoi salvare con essa. Prima: perché è guastamento de la vostra città. Io ti domando prima prima, se tu credi ne la legge di Dio. — Sí. — Or ti dico che se tu ti parti da questa fede, tu se’ uno eretico. Iddio ha comandato che non si presti a usura. O perché l’ha vetato? Perché elli ha veduto che egli è bene a non prestare. Non vedi tu come elli ci ha fatti cotanti comandamenti negativi, fra’ quali tu vi vedi questo: “"Non furaberis": Non furarai?” El prestare a usura che credi che sia? È furto e anco peggio. Se elli non te l’avesse comandato, del prestare forse ch’io direi altro ch’io non dico. Dice lui: “Oh, io lasso poi che elli si dia per li povari, quando io morrò, o per maritare fanciulle, o fare chiese o spedali, o altre opere pietose a gloria di Dio!” E io ti dico che come tu consenti di prestare a usura, subito hai fatto contra al comandamento di Dio. Idio te l’ha negato, e però ti dico che per niuno modo puoi prestare a usura, e tu non li debbi dare né consiglio, né vigore, né con parole, né con fatti.