Novellette ed esempi morali (Bernardino da Siena)/Contro le vanità donnesche

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Contro le vanità donnesche

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Gli eccessi dell'astinenza Il fanciullo è imitatore
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CONTRO LE VANITÀ DONNESCHE


I.


O donne, donne, oh che vergogna è egli la vostra, che la mattina, mentre che io dico la messa, voi fate un rumore tale, che bene mi pare udire uno monte d’ossa, tanto gridare! L’una dice: Giovanna! L’altra chiama: Caterina! L’altra: Francesca! Oh, la bella divozione che voi avete a udire la messa! Quanto ch’è a me, mi pare una confusione, senza niuna divozione e riverenzia. Non considerate voi che qui si celebra il glorioso corpo di Cristo figliuol di Dio, per la salute vostra? Che dovareste stare per modo, che niuna non facesse un zitto. Viene madonna Pigara, e vuol sedere innanzi a madonna Sollecita. Non fate piú cosí. Chi prima giògne, prima macini. Come voi giognete, ponetevi a sedere e non ce ne lassate entrare niuna innanzi a voi...

Fralle altre vanità che io ho veduto, non trovai niuna cosí grande, quanto qui a Siena; ché voi mi parete tanto grandi donne, che voi avanzate l’altre, quando voi sete intrampalate con panni trascinanti; che mirandoli io, mi dimostrano di voi tanto vituperio, che io temo che solo per questo voi non facciate venire qualche grande isterminio in questa città. E dice colei: La spesa [p. 118 modifica]è pure fatta, che doviamo fare? La cosa che è fatta non può tornare adietro.

Dici vero. Ma ditemi? Uno che stesse in su la torre, se egli desse il salto fuore, e, dato il salto, egli vedesse e conoscesse come egli ha fatto male, egli non può però tornare a dietro, che e’ li si converrà che egli facci il fracasso in terra. Cosí mi credo che interverrà a voi de’ vostri vestiri, a voi che dite: “che se ne fa, poi che la cosa è fatta?” Io non lo so già io, se non che io aspetto qualche fracasso; ché quando io considero le cose vane tanto multiplicate, e le spirituali mancate, non so vedere che bene ve ne possa seguitare. Egli non ci so’ piú gli uomini spirituali come solevano essare, e come già se ne vidde; e anco delle donne, che ce n’erano assai e nella città e nel contado, tutto pieno qui di fuore. Non so che si voglia dire; pure veggo che le possessioni vostre si lavorano, le quali solevano essere delle chiese: come si sieno andate, voi il sapete voi meglio di me. Simile, quando io guardo le chiese, li spedali, che solevano essere uffiziati, io veggo quine essere mal capitata; in quello spedale non esservi letta da potere ricévare i pellegrini; quale è caduto, quale ha uno difetto, e quale n’ha piú. I mali veggo multiplicare, e il bene mancare. Veggo i prigioni non avere aiuto da coloro che possono; veggo le vedove e pupilli èssare abbandonati, e ogni misericordia venuta meno. Dall’altro lato veggo méttare in pompa e in vanità. Anco viddi le compagnie vostre stare già molto bene: non so io come ora si stanno. Anco mi ricordo di quanti buoni religiosi d’osservanza c’erano, che ora non [p. 119 modifica]ci sono: tutti venuti meno; ché pure quegli ch’io viddi in queste compagnie, era una devozione l’osservanza loro. Del bene si díe dire bene. Dico che di donne a Milano ci so’ due munisteri d’osservanza: el numero so’ in tutto di quaranta donne, sotto l’ordine che diè santo Francesco a santa Chiara; donne di grandissima devozione. Anco a Crema vi sònno di quelli del terzo ordine di santo Francesco; e quanto frutto vi fu! Forse è tre mesi e meno che credo che da cinque miglia battenti vi fussero di disciplina; che tutti si battevano con catene di ferro, e uscivane sangue, che a vedere era una devozione. Non pare che si facci cosí qui, che quando io mi partii, io mi credeva che voi fuste tutti santi. Ora non dico cosí. Voi mi siete cosí cascati di collo, quanto niuno popolo che io bazzicasse mai. Ora a Perugia sono circa trenta giovani, renduti a tanta buona vita, che è uno miracolo, tutti vestiti di nostro abito. Non dico degli altri; che so’ molti che si comunicano ogni settimana, quando dieci, quando venti, quando trenta, o circa: non dico delle confessioni, che è una cosa santa. E però dico a voi, uomini: aiutate le vostre donne. E voi, donne aiutate i vostri mariti non a pericolare, e non vogliate méttare il vostro avere ne’ gòffani, là dove tu vedi che ti fanno peccare te, e anco il marito tuo, il quale ti contenta di quello che tu gli chiedi; ché facendo tu e lui cosí, l’uno aita a pericolare l’altro.


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II.


O donna tu dirai al tuo marito: — Io voglio una cioppa in tal modo: io la voglio fatta come quella de la tale, che la trascina cotanto per terra. — Oltre, e tu l’abbi. — Hàla? — Sí. — E tu vedi ine a pochi dí che per lo tanto panno t’aggrava sí, che ella ti fa dolere le spalle, e dici: — Io non la posso portare; — e per questo t’incresce, e non la porti piú, e tu la fai ine a un tempo racconciare a nuova usanza e anco poco ti basta, ché tu non te ne contenti. Simile fa anco quello giovano che dice: — Io non mi contento di pigliar donna; e se pure io venisse a pigliarla, io la voglio bella. — Oltre: Dimmi chi ti piacerebbe? — Io vorrei la tale. Ed oltre; e tu l’abbi. Se contento? — No. — O che vorresti? — Vorrei anco altro. — O che? — Io vorrei vi vare splendidamente: io vorrei de’ cibi dilicati: vorrei starne, fagiani, pernici, capponi ed ogni buona carne. — Or oltre, e tu l’abbi: mancati altro? — Oh, mo’ io vorrei da bere perfettissimi vini, sai di quello da Maciareto, e fornirmene in abondanza: ogni volta pigliarne una corpacciata. — Or oltre:— Tòllene quanto tu vuoi. — Quando tu se’ pieno, e tu dici: — Non piú bombo, e che mai non ti vedi contento! L’altro dice: — Io vorrei da dormire molto bene e con buon letto di piuma, con bellissimi panni sul letto. — Oltre, abbili: se’ contento? — Mai no. — Anco voglio altro. — Che vuoi? — Io voglio de’ vestimenti ornati per me, di panno, di scarlatto, di seta, di drappi per èssare tenuto d’assai, — Or oltre: Tòlle. Se’ [p. 121 modifica]contento? — Non anco. — Doh, che andiamo tanto cercando? Quanto piú hai, piú ti manca: ma’ non diresti: — Io so’ contento di queste cotali cose; — però che qui in questa vita non è quella cosa tanto perfetta, che ci possa contentare. Doh, starai pure a vedere dove noi capitaremo.


III.


Hai tu mai udito che ’l taverniere vende di due vini a uno tempo, che l’uno è migliore che l’altro; e ’l migliore, sempre il dà a cotagli che vi vanno spesso, o a cotagli amici; e ’l peggiore il dà a cotagli pecoroni? Cosí fa proprio la donna vana. Ella vende il vino migliore in Vescovado, al Duomo, a coloro che la mirano; e l’altro vende al suo marito pecorone. Quando va alla chiesa, ella vi va ornata, lillata, inghiandata, che pare che la sia madonna Smiraldina, e in casa sta come una zambraca. Per certo voi ve ne dovareste vergognare in voi medesime, non che fra tanto popolo; che dovareste stare meglio e piú in pònto in camera col tuo marito, che in Vescovado fra tanta gente. E talvolta ti mostri d’èssare uno lione di fuore, e in casa una pecoruccia mansueta. Doh, guardati che tu non sia cagione di fare pericolare lui e anco te per lo tuo non stare in pònto, come tu debbi, con lui. E anco t’aviso che se tu pure t’aconci mira che egli non s’avegga di te cosa, altro che tutta buona e tutta onesta: fa’ che mai egli non vega di te altro che purità e nettezza; sí bene ch’io voglio [p. 122 modifica]che tu stia ornata e dilicata, ma con discrezione ogni cosa, e con modo onesto. Se tu vedi che ’l tuo marito ti vuole bene e non si cura del tuo acconcime allora tu puoi stare piú cosí a la domestica; ma se egli se ne cura, tu faresti male a non fare che tu gli comparisca. Questo dico per molte che si stanno in casa brutte, nere, come cotali fornaiacce, che non se ne curano come elle stanno: io non la lodo. Grande malignità e peccato è, credetemi, ’l portare tanta robba in capo; che avete imparato ognuno e ognuna a portare una balla. Non vedi tu el male che tu fai ponendo da canto el pecato? Prima tu ti guasti il capo per la tanta caldezza: egli ti putirà la bocca in poco tempo e ’l fiato; tu ti guasti i denti, e dolgonti per ogni poco di freddo. Avisoti: per quae peccavit homo, per ea torquetur: Per quello membro che tu pecchi, in quello sarai gastigato ne l’altro mondo. O donna, pon mente al mio dire. Del tuo capo tu n’hai fatto uno Iddio, e cosí ne fai tu, madre, del capo della tua figliuola; tu non pensi piú là: sempre la studi, e talvolta è piena di lendini. So’ anco di quelle che hanno piú capi che ’l diavolo; ogni dí rimutano uno capo di nuovo. El diavolo n’ha sette, e ci è tale che n’ha anco piú; che di quello ch’io mi ricordo da quindici anni in qua, tanti modi, tante forgie, ch’io trasecolo. Per certo voi sète piú uscitemi dal manico, ch’io non avrei mai potuto crédare. Levategli via nel nome di Dio, ché cosí a poco a poco ve n’andareste ne la mala via. Voi non ve n’avedete come ce n’avvediamo noi. Io veggo tale che porta il capo a trippa, chi il porta [p. 123 modifica]a frittella, chi a taglieri, chi a frappole, chi l’aviluppa in su, chi in giú. Oh, egli è il mal segno tange forgie! Ponetele giú, vi dico. Cosí a voi, donne, ponete giú tante vanità: che se voi vi vedeste, voi parete pure civette e barbagianni e locchi.


IV.


Vuoi tu ch’io t’insegni a cognoscere chi è atta a far bene e ha qualche poco di sentimento? Attende: a tre cose le cognoscerai: prima, al ridare, al mostrare de’ denti. Quando tu vedi una che abbi il costume di ridare alla squaternata, che ella apre la bocca, e mostrati tutti i denti, di’ sicuramente che colui o colei sia pazza. Anco si cognoscono allo andare, ché vanno a capo alto, sai, alla sbalestrata. Anco tel dimostra el vestimento che si porta. Se tu vedi uno o una con questi grilli o co le frapole e co le trappole, pensa che cosí le grilla il capo, come di fuore el dimostrano ne la portatura. E come tu vedi le pazie ne’ vestimenti di fuore, cosí pensa che sta dentro nel cuore tutto pieno di chicchirichí. Hai mai vedute di queste donne che hanno il capo grosso? Come tu vedi la civetta, cosí so’ loro: portano i capi a civette. A che è buona la civetta? È buona a ucellare proprio di questo tempo a’ beccamori, che si pigliano ora. Cosí fanno queste che portano il capo grosso a civetta: elleno ucellano i giovani. Tu sai che quando tu poni la civetta in su la macchia, tutti li ucellini se le pongono d’intorno a [p. 124 modifica]mirarla, e ella mira loro, e non s’aveggono che rimangono presi e impaniati. Cosí, cosí fanno proprio questi giovanetti: eglino vanno d’intorno a queste giovane che hanno il capo cosí grosso. Va d’intorno, va d’intorno, e infine rimane impaniato a la pania de la tua libidine.


V.


O donna che hai la tua fanciulla, doh, guarda a chi ti bazica in casa! Se tu non vi poni mente, io ti prometto...., io ti prometto che se tu non vi poni cura, la cosa non andarà bene, se tu non la tieni rinchiusa a riguardo, eccetera ecceterone. E tanto piú la tiene inserrata a riguardo, quanto piú gente ti bazzica in casa. Ecclesiastes: Ubi plures sunt manus, claude: Dove so’ piú mani, piú si vuole tenere inserrata la tua robba. O tu ch’hai de la robba assai in bottiga, e sonvi molti garzoni, e bazicavi della gente assai, come tieni tu i tuoi danari? Io mi credo che tu li tenga inserrati in cassa. Cosí mi pare che si facci qui in Bicherna: perché ci bazica molta gente, i denari si tengono inserrati molto bene. O madre, hai la fanciulla grande? Tu non hai maggiore tesoro di quello a guardare. E però non le lassare mai troppo dimesticare né con parenti, né con vicini, né con compagnevole, che tu non sappi molto bene chi so’; e se hai de’ figliuoli maschi, pone mente quando elli torna a casa co’ compagni.


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VI.


La donna che porta l’anello in dito; quello segno che ella porta, che dimostra? Sai, che ella debba tener fede al suo marito con bocca, con cuore e con opara, e ogni volta che tu la rompi, tu hai mentito per la gola. Ecci niuna che vi sia cascata, ècci niuna ruffiana? O tu, quando balestri, non dice vero il tuo anello che tu porti; imperoché tu dimostri che tu non tieni fede al tuo marito; non hai il cuore fermo a lui; e anco quando tu fai il fatto colla mezzana, tu non tieni fede colla bocca; e quando se’ a’ fatti, anco non tieni fede coll’opara. Tu vedi, che perché tu porti il segno, tu menti; che né con bocca, né con cuore, né con opara tu non gli tieni fede.


VII.


Tu vedi, e questo è spesso spesso, quando la donna va a marito, ella va vestita ornata, pettinata, pelata e lisciata. Aspetta! Alla suociara t’arracomando! Ella è piena d’adornezza; ella ha e’ dindoli; ella ha le ghirlandarelle in capo, l’anella d’oro; ella è tutta adornata. E giògne alla casa del marito, ed è stata poco poco, e la suociara l’accusa al marito: “Cosí e cosí fa la tua donna: ella mi dicie, ella vuole èssare la madonna della casa, e vuole fare a suo modo d’ogni cosa, e non a mio per certo.” Elli è vero quello proverbio che dice: viene asino di montagna, e caccia [p. 126 modifica]cavallo di stalla. Là dove ella si credeva d’essere aitata, riverita ed amata, ed ella ci comincia a mèttare nimicizia.


VIII.


La vedova imparabolata, oh quanto le sta male! Che talvolta si truovano insieme che paiono scotte chè, chè, chè. Non fate cosí; non ciarlate tanto: io non so che mi dico di voi. Io non vi viddi mai tanto involte in vizi, quanto io vi veggo ora. Io veggo e so tante cose, ch’io so ciò che Berta filò. Io veggo queste vedove andare in modo, che tutti mi pare gridino lussuria i loro portamenti. Voi non mi parete come voi solavate: io veggo oggi la vedova andare col mantello longo, èssare increspato, colla fronte pulita e ’l mantello del viso pénto a dietro, sai, che mostra la guancia. E come se l’aconcia in fronte! Atto di meretrice. Vuoi marito? Va’ e piglialo in nome di Dio, e spacciatane; e a te che la fai andare in quel modo vendela mai questa tua carnaccia! In ogni atto il dimostrano di volere èssare al mondo; le pianelle ella le porta alte come le maritate. Questo è segno che tu vuoi dare la ghigniata a questo che tu aspetti, come tu desti a l’altro. Ella sta per casa, che pare che ella l’aspetti, sai, lichisata e pulita, che si vegga un poco..., sai, e cetera. Ella tiene la casa pulita, che è un diletto: ella studia la sua pelle quanto ella sa o può. Vuoi marito? — No. — Oh, elli il grida tutti i tuoi atti e tutte le tue membra; che si converrebbe che li parenti la [p. 127 modifica]facessero tutta martoriare, acciò che non avesse mai pace né pensiero mai d’andare disonesta, dicendole: “Noi non voliamo che tu facci tanta vergogna alla nostra casa;” e tutti le dovarebbero èssare contra. E però ogni vedova favellatrice e curiosa fa che tu la schivi: non voler troppo sua prattica, ma sí colle buone. Idio ha misericordia delle vedove: non intendare di quelle che so’ ipocrite, le quali dimostrano d’èssare vedove nell’abito, ma dentro so’ tutte piene carnalità. Oh, elle fanno il ben mormorare di me, se elleno hanno il dosso marcio! La buona dirà di me bene, e la cattiva male.


IX.


Che come ci verrà una forgia nuova, come ci verrà una meretrice vestita a la franciosa, subito sarà impresa. Ecci niuna fanciulla a maritare, o maritata, che sia vestita a la moderna? Come vedranno quel vestire, subito faranno guastare i loro, per recargli a nuova forgia. Sai che si vorrebbe fare? Egli si vorrebbe prima bruciare la donna che si veste, e poi la madre che il consente, e doppo loro el sarto che le fa. Per certo, s’io l’avesse a fare, egli non si farebbe niuna forgia nuova; ché non v’avedete che gli è uno guastamento de la vostra citta! E vovi dare questa codetta; che chi gli fa, e chi li porta, e chi gli fa portare, pecca ogni volta mortalmente; ma molto piú il sarto, il quale reca tale usanza, che col suo [p. 128 modifica]assottigliare lo intelletto è cagione di molto male: e questo fanno pure per guadagnare.


X.


Voi cioppe grandissime con forgie nuove; voi ghiandarelle; voi avete di molti ornamenti d’ariento; voi coll’ale a le cioppe, e col guaio da capo o giú giú a le maniche. Donae, fate che voi vi vestiate di nuovo ché ci è venuta quagiú nel mal luogo una con una nuova forgia; ché ci è stata persona che ha mandato per lo vestire de la meretrice: perché ha forgia nuova, e hallo messo in dosso a la figliuola, e mostratola al sartore, dicendo: “Io la voglio fatta a questo modo.” Oh, se io l’avesse a fare, ch’io fusse tuo marito, io te ne darei una pésta con calci e pugni per modo ch’io te ne farei ricordare un pezzo. Non ti vergogni vestire la tua figliola de’ panni d’una meretrice, portare il vestire a modo che lei? Ben dimostri di volere èssare meno che buona, a volergli a quel modo! O frate Mazica, o frate Bastone, venite, venite a punire questo peccato di costoro, che dimostrano d’èssare o di volere èssare meretrici. No, no, e può ben èssare che tu sia buona; ma gli atti so’ assai gattivi: el tuo vestire grida pure altro, e non so’ però de le minori de la pezza.


XI.


Tu darai una tua fanciulla a uno per donna; e colui che la piglia né ’l padre né la madre non [p. 129 modifica]pensano d’onde la robba sua venga; ché se fussero savi, dovarebbeno pensare la prima cosa: d’onde viene questa robba, d’onde vengono questi vestiri, di che è fatta la sua dota. Però che molte volte, e il piú de le volte è fatta di robbaria, d’usura, e del sudore de’ contadini, e del sangue de le vedove, e de le mirolla de’ pupilli e degli orfani. Chi pigliasse una di quelle cioppe e premessela e torcesselo, ne vedresti uscire sangue di criature. Oimmé, non pensate voi che crudeltà è quella, tu vestirti di panni che colui ha guadagnati, e lui si muore di freddo!


XII.


O genti senza sentimento, o sfacciati che parlate colle donne vostre, presenti le vostre figliuole e i vostri figli, cose che si vorrebbe..., ben so io che fare! E so’ di quelli che dicono: “Oh, ellino so’ puri!” E io ti dico che ellino so’ maliziosi, e fanno vista di non intèndare e di non cognosciare, e intendono molto bene il male che tu fai, e hali fatti cattivi tu medesimo, e dici poi; “E’ so’ puri!” Non dir cosí, ma di’ piú ratto: “E’ so’ piú rii;” però ch’ellino intendono piú ch’egli non veggono. A modo che colei che aveva una figliuola, e menavala a confessare, e disse al confessore: “Missere, questa mia figliuola è pura pura: non la domandate di cosa..., voi mi intendete: pura.” Quando il prete viene domandando costei, e ella è gravida. Ecco la buona purarella!


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XIII.


Ode, figliuola, e vede, e intende e inchina le tue orechie a quello ch’io ti dico. Ode quello che tu debbi udire, e vede quello che tu debbi vedere. Pone mente a quello che è la tua salute: guardati da tali r..., quando elleno t’entrano in casa, che sempre si ingegnano di favellare quando non v’è la madre; e la fanciulla che non è sperta di questo mondo, non le cognosce, che è pura e senza malizia. Vuoi tu che io te l’insegni a cognoscere? Guarda quando niuna ti viene in casa, e pone mente a questo ch’io ti dico. Comunemente elle sogliono andare quando non v’è la madre: questa è la loro usanza, e sogliono portare in braccio uno paneruccio, nel quale sempre portano cotale ampolluzze da lisciare, e sogliono tenere questo modo. Come ella giògne, si porrà a sedere con teco, e dimandati come sta la tua madre, e dove è ella. Poi cominciarà a mirarti in viso, e porràti mente a tutta la persona. E sogliono dire: “Oh come stai tu! Tu non t’assetti, tu non t’aconci: tu pari pure una bestia, e non mi pare che tu ti curi come tu ti stia! Va’ in buon’ora, va’: fai che tu stia assettata, che tu paia quella che tu se’. Tu se’ la piú bella figliuola di questa terra, e tu stai a la guasta come una pecora.” E la fanciulla che non sa piú là, risponde il meglio ch’ella sa. Ella si riza e diceli: “Io ti voglio acconciare di mia mano;” e aiutala e insegnale com’ella si lisci; e in ciò che ella fa, ella la loda. “Oh, tu se’ bella! Tu mi pari a me la piú bella [p. 131 modifica]figliuola ch’io vedesse mai!” E falla saltare da l’alegrezza, ché comunemente le fanciulle vogliono esser lodate de la bellezza. E come l’ha parlato cosí un poco, ch’elle si so’ dimesticate di favellare, e ella le comincia a dire l’ambasciata, e prima vuole esser pagata o d’ariento rotto o di carne salata o di salsiccie o di farina o di vino o d’olio o di pane. Mai non si sogliono partire, se non hanno qualche cosa: sempre s’ingegnano di furare. E poi le comincia a dire: “Io t’ho recata una buona novella: egli è uno che ti vuole il maggior bene del mondo, di buono amore.” E sempre v’atacano el buono amore. Sai che se lo’ converrebbe fare a queste cotali? Come alcuna altra fece, che come una le cominciò a favellare di queste cose, ella le diè una carica di bastonate. Un’altra fu che quando una l’aveva favellato, e la fanciulla chiamò una brigata di fanciulli e disse lo’: “Andate a casa da la tale con questo fastello de la paglia e mettetelo nell’uscio.” E de’ lo’ uno fastello di paglia, e cosí fu fatto, e arsele la casa.


XIV.


Doh, pensa quando tu omo darai moglie al tuo figliuolo, e daràgli una che non saprà cucire uno pònto, né tenere l’aco in mano, non pure ricucire un poco la calza del marito, quando ella sarà sdrucita nel calcagno, né non saprà fare nulla per casa. Sarà stata allevata come monna Agiata: non saprà fare niuna cosa, se non cose di vanità. [p. 132 modifica]Avrà una bella virtú, che sarà una bella ballarina e bella cantarina; e giovale di stare azimata, vana e vaga di stare sempre a le finestre, da non cavare uno buono costume di lei. Oh, ella è la bella grazia, non ti pare? Sai che si suol fare? Suolsi maledire chi prima ne fece parola de’ fatti suoi; desiderando la morte sua, dolendogli ch’ella vive tanto, e molte volte dirà: “Che ’l diavolo ne vada con essa: la carta dovea esser di colo di troia, che mai non verrà meno;” e sempre desidera la sua morte.