Occhi e nasi/I nostri bambini

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I nostri bambini

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Le persone prudenti Gli ultimi fiorentini


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I nostri bambini




I.


Beati i tempi di una volta!

Beati quei tempi, quando per mettere la pace e l’allegria in una nidiata di ragazzi, bastava un bel presepio, largo o sfogato quanto una scatola da cappelli, coperto modestamente di prezzemolo o di borraccina, con dentro due pastori di gesso sbocconcellati e i soliti tre Magi vestiti da coristi, e un bue e un asinello color di caffè e latte sdraiati per terra, in atto di soffiare nella pappa, e fra loro un bambinello, anche quello di gesso, coi capelli biondi come la farinata gialla e con due gote rosse come due macchie di vino, e su, nell’alto del presepio, un gran foglio tutto tinto perchè somigliasse all’azzurro del firmamento, e una lunga frittella d’olio nel mezzo, illuminata di dietro, perchè facesse la parte di cometa e servisse di guida ai sullodati coristi!

E gli altarini?

Chi non ricorda quegli altari microscopici, e quei candeleri di piombo, e quelle pianete di [p. 165 modifica]carta fiorita e quella camicia (non sempre candida, come la neve caduta nella notte di Natale!) imprudentemente tirata fuori dai calzoncini, perciò raffigurasse la cotta degli abatini di Duomo, e tutti quei versetti vociati e salmeggiati in una lingua babelica, di cui non si capivano distintamente altro che gli Amen, gli Alleluia, e i Dominus vobiscum?

E, insieme coi presepj e con gli altarini, quante volte non ritornano davanti alla memore fantasia anche quei lunghi battaglioni di fucilieri e di granatieri, che pesavano pochissimo sul bilancio dello Stato, perciò erano tutti di foglio e con uno stecchino impastato di dietro, che faceva loro da fil delle reni, e quelle batterie di artiglieria leggiera, tanto leggiera, da bastare un soffio di vento per vederla volar fuori della finestra, e quegli squadroni di cavalleria montati sopra certi cavalli nè sauri nè baj, ma di una bellissima tinta di cioccolata liquida, da far venire la voglia di beverli o d’inzupparvi dentro i crostini imburrati?


II.


Oggi è tutto cambiato.

Oggi, invece di bambini e di ragazzi, abbiamo un moscaio di ominini politici non ancora passati a cresima, e un brulichìo di Machiavelli impuberi e veduti dalla parte rovescia del canocchiale, i quali, se vanno alla scuola tutti i giorni, [p. 166 modifica]lo fanno unicamente per insegnare qualche cosa ai loro maestri, che ne hanno tanto bisogno!

— Chi è che ha cancellato i ragazzi dalla faccia della terra? —

Ve lo dico io: la lettura ostinata dei giornali politici.

Avviso ai padri e alle madri di famiglia!

Padronissimi, del resto, i padri di famiglia di comprare un giornale, e due, e quattro, e cinque, e dieci; perchè i giornali, anche a volerne abusare, sono come la polpa di tamarindo: se non fanno bene, non fanno male dicerto. Basta saperli leggere per il verso del pelo..., come il panno inglese.

Ma il guaio sta qui: che i padri di famiglia quando hanno dato un’occhiata al giornale, lo lasciano per il solito o sulla tavola o sul canapè o sul caminetto, insomma in uno di quei tanti posti visibili e accessibili, dove anche i ragazzetti possono arrivare benissimo colle mani. Grande imprudenza! Perchè bisognerebbe ricordarsi che i nostri ragazzi son ghiottissimi, avidi, affamati della lettura dei fogli politici, forse a motivo di quella passione ingenita che si rivela nella primissima età per la lettura delle favole, delle novelle e dei racconti dell’Orco e delle Fate.

E allora cominciano le prime noie in famiglia.

Ecco il ragazzo che si volta col giornale in mano e domanda alla mamma:

— Dimmi, mamma, che differenza ci corre fra i fatti veri e i fatti diversi?

— I fatti veri, risponde a caso la mamma, [p. 167 modifica]sono proprio quelli che accadono, e i fatti diversi sono quelli che i giornalisti inventano per empire il giornale!

— Che bugiardi!

— Impara dunque a non dir le bugie; se no, per sett’anni nel Purgatorio, e nel mondo passerai per un giornalista.

— Guarda, mamma, come c’è scritto qui nella quarta pagina: c’è scritto «malattie segrete». Perchè le chiamano segrete?

— Perchè si leggono stampate su tutti i giornali. —


III.


Nel gregge vario e infinito degli adolescenti, ve ne hanno poi moltissimi, i quali, per un’indole maligna e per un desiderio funesto di avviarsi precocemente alla vita politica, spingono la temerità fino a leggere dalla prima all’ultima parola i resoconti delle sedute parlamentari!

Diciamolo una volta per tutte. Quando Un ragazzetto si butta senza ritegno e senza vergogna alla lettura dei resoconti della Camera, è finita per lui! Addio candore, addio innocenza, addio linguaggio ingenuo dell’età infantile!

Oggi la mamma sgrida Cecco, perchè secondo il solito, non si è lavato le mani.

— «Respingo la maligna insinuazione!» — risponde il ragazzo, nascondendo subito nelle tasche dei calzoni i due documenti che gli stanno a carico. [p. 168 modifica]

Domani Gigino non vuole andare a scuola, se la mamma non gli dà i quattrini per comprarsi un Pulcinella di cartone.

— Sì, caro, — gli dice la mamma — va’ a scuola, e quando ritorni, ti comprerò il Pulcinella.

— No, no, no; il Pulcinella lo voglio subito, ora: se no «ne faccio una questione di gabinetto».

La povera mamma a questo discorso non capisce più nulla, e rimane a bocca aperta. Allora c’entra li mezzo Raffaello, il fratellino maggiore e dice all’altro:

Invece del Pulcinella, faresti meglio a studiare la grammatica. Rammentati che il maestro, anche jeri, dopo averti dato tre volte del somaro, «passò all’ordine dei giorno puro e semplice».

Adolfino sta per rispondere un’impertinenza: ma poi, non volendo mancare di rispetto al fratello maggiore, si limita a fargli le corna.

La mamma, risentita:

— Che si fanno codeste cosacce al fratello? È maggiore di te, e tu lo devi rispettare.

Adolfino (ingrossando la voce). — Ho tutta la stima e tutto il rispetto per il mio onorevole preopinante (frase imparata a pappagallo sui resoconti parlamentari), ma viceversa, per me sarà sempre un bugiardo e una spia....


IV.


Beppino è un argento vivo. Una ne fa e un’altra ne pensa. Così a scuola come in casa non possono averne bene. [p. 169 modifica]

Alla fine suo padre, non potendone più, lo chiama in camera per fargli una gran paternale.

Durante il primo periodo della paternale, Beppino mastica di sotterfugio una susina secca. Al secondo periodo, si leva il nocciolo di bocca e facendolo sgusciare a forza fra le dita, lo tira nel naso a un Dante di gesso, che sta sulla scrivania tutto afflitto e melanconico, come un grand’uomo che comincia a noiarsi di far la figura di una figura di gesso.

Al terzo periodo, Beppino perde la pazienza e si mette a urlare:

— Basta! basta! la chiusura!...

— Che chiusura e non chiusura? — grida il patire infuriato. — Se m’interrompi un’altra volta, birba, monello, pettegolo, insolente....

— All’ordine! all’ordine — strilla Beppino, sonando a distesa il campanello di camera.

— L’ordine te lo darò io!... —

Ma in quel mentre che il padre fa per alzarsi, Beppino gli leva la papalina di capo, e mettendosela in testa per sè, dice con voce nasale:

— «Signori, il Presidente si cuopre e la discussione è sospesa».

Alla violenta scampanellata corrono in camera la madre, due cognate, la serva e il canino della signora; i quali, appena udito il racconto dell’insolentissima scena, sono presi tutti da tale indignazione, che si mettono a ridere come tanti matti.

Il canino, che non può ridere come gli altri, abbaia, e per dare una prova della vivissima [p. 170 modifica]parte che prende alle gioie della famiglia, si sfoga a mordere le pantofole ricamate del suo caro padrone.

Un altro giorno Beppino invita i suoi tre fratelli a fare qualche giuoco.

— Si fa il giuoco del Tribunale coi giurati?

— Sì, sì, bene! bravo! gridano tutti in coro.

Beppino. — Io farò da Presidente del Tribunale, e tu, Mangiamosche, farai da giurato.

Mangiamosche. — Io da giurato? neanche per sogno. Piuttosto faccio da imputato.

Beppino. — Allora il giurato lo farà Fifi.

Fifi. — Fossi grullo! Piuttosto faccio da Carabiniere.

Beppino. — Ebbene, il giurato lo farai te, Posapiano.

Posapiano. — Poveri merli! Piuttosto faccio da quel coso nero che vien fuori per dire «la Corte!».

Beppino. — Se tutti rispondete così, allora gli è inutile fare il gioco dei giurati. Facciamo qualche altra cosa.

Mangiamosche. — Si fa piuttosto il «Banchetto elettorale?»

Fifi. — Sì, sì; il Banchetto elettorale. Voialtri farete da elettori e io da deputato.

Beppino. — Allora vieni qui che ti accomodo.

Detto fatto, Beppino, tirate fuori due striscioline di carta inargentata, gliele attacca con un po’ di gomma sotto gli occhi.

Fifi. — Icchè tu mi fai?

Beppino. — T’ho attaccato le lacrime della gratitudine.... [p. 171 modifica]

Fifi. — Per farne icchè!

Beppino. — Per versarle sulla camicia de’ tuoi elettori.

Finiti i preparativi, i tre fratelli circondano Fifi, e fingendo di fare un brindisi col bicchiere in mano, principiano a dire:

— Evviva il nostro Deputato! —

Fifi, tutto commosso, fa per rispondere, ma invece gestisce per cinque minuti, senza spiccicar parola.

Allora i suoi tre elettori, entusiasmati fino al delirio, si mettono a strillare — «beneee! bravooo!».

A queste grida acutissime accorroro la madre, il padre, le due cognate, la serva e quel solito canino della signora, che si trova sempre da per tutto, dove c’è una causa giusta da difendere e un paio di pantofole da sciupare.

— Che cos’è stato? — domanda il babbo tutto impaurito.

— Nulla, — risponde Beppino, — si batteva le mani al discorso elettorale di Fifi.

— Bugiardi! Non ho nemmeno aperto bocca!

Il babbo, prendendo l’aria di Bruto che condanna i figliuoli senza guardarli in viso, dice con accento severo:

— Per quindici giorni, incominciando da oggi, a desinare non avranno più le frutta! —

I ragazzi, dimenticando la loro dignità di liberi cittadini, alla minaccia della sospensione della frutta, si mettono a piangere come quattro ragazzi. [p. 172 modifica]

La madre impietosita, fa un gusto supplichevole per ottenere una diminuzione di pena.

Ma il padre inflessibile soggiunge:

— Non c’è pietà che tenga! Queste birbe hanno preso la brutta piega della politica, e se non ci si mette riparo a tempo, c’è da trovarseli da grandi, tutti e quattro deputati o per lo meno giornalisti!

— Gesummio non ci mancherebb’altro! — grida la serva spaventata da queste parole che non capisce!


V.


Siamo in una scuola Comunale.

Gigino. — Signor maestro! che lo fa smettere?

Maestro. — Chi?

Gigino. — Adolfo!

Maestro. — Che cosa ti fa quella birba di Adolfo?

Gigino. — Mi mette sempre dei soprannomi. Oggi gli è tutto il giorno che mi chiama Sella!

Maestro. — O perchè ti chiama Sella?

Gigino. — Perchè ho le scarpe colle bullette grosse.

Maestro. — Via, via! Sella non è un soprannome.

Gigino (arrabbiandosi). — Io mi chiamo Gigino e non mi chiamo Sella, e quando rispetto gli altri, voglio essere rispettato anch’io.

Maestro. — Hai ragione. E lei, signor Adolfo, badi piuttosto a sè e non dia noia ai compagni.

Adolfo. — Basta che non diano noia a me. [p. 173 modifica]

Maestro. — Che ha ricevuto qualche sgarbo?

Adolfo (risentito). — Gli è da stamani in poi che Gigino mi chiama Clericale.

Maestro. — Perchè Clericale?

Adolfo. — Si figuri! perchè ho portata il salame della merenda rivoltato nell’Uniità Cattolica! Pare che l’Unità Cattolica la compri io! Gli è il mi’ babbo che la compra.

Gigino. — Vuol dire che il tu’ babbo gli è un clericale.

Adolfo. — Clericale?... (con orgoglio). Per tua regola, il mi’ babbo gli è più Crispi anche di’nNicotera!

Maestro. — Finiamola, dico.

Adolfo (sottovoce). — Lascia fare! t’aspetto fuori di scuola!

Gigino. — Vien via; non fare il Bismacche! A lasciarti discorrere, tu picchi sempre, e poi non concludi nulla.

Orazio (urlando di fondo). — Signor maestro! signor maestro!

Maestro (aggiustandosi gli occhiali sul naso). — Che cosa c’è di nuovo laggiù?

Orazio. — Raffaello m’ha strappato una ciocca di capelli. Ih! ih!... (piange).

Maestro (a Raffaello). — Perchè gli hai strappato i capelli?

Raffaello. — Gua’! perchè m’ha dato un pizzicotto!

Maestro. — Dove?

Raffaello (toccandosi la parte offesa). — Qui!

(Tutti ridono). [p. 174 modifica]

Raffaello. — — C’è poco da ridere.

(Tutti ridono più forte).

Maestro. — Monelli, facciano silenzio, o se no...

Carlino. — Farò sgombrare le tribune.

Maestro. (voltandosi). — Si cheti lei!

Carlino. — Che ho detto qualche cosa di male?

Maestro. — Come c’entrano qui le tribune?

Carlino. — Dicono così anche alla Camera.

Maestro. — Ma qui non siamo alla Camera.

Carlino (da sè). — Bada lì! ci scatterà dimolto.

Maestro. (a Orazio e Raffaello). — Sentiamo dunque quale è stata la cagione del litigio.

Orazio. — Il primo gli è stato lui!

Raffaello. — Nossignore, gli è stato lui!

Orazio. — Giuralo, se t’ha core!

Raffaello. — Giurare, gli è da monelli! L’uomo onesto giura, eppoi fa quel che gli pare; non è vero, signor maestro?

Orazio. — Sei stato tu il primo a insultarmi.

Raffaello. — Io?...

Orazio. — Sissignore! Tu m’hai dato di pagnottista.

Raffaello. — Bella forza! Tu se’ figliuolo di un fornaio!

Orazio. — Che credi di offendermi? I fornai prima che inventassero l’Italia, erano un’Arte bianca; non è vero, signor maestro?

Leonzio (mettendo bocca nel diverbio). — Sì, sì: un rompicollo come Raffaello, per mettere i Soprannomi, non c’è l’eguale.

Giuggiolino (piagnucolando). — Anche a me mi chiama Pareggio! [p. 175 modifica]

Maestro. — Povero Giuggiolino! O perchè ti chiama Pareggio?

Giuggiolino (piangendo). — Perchè non ho mai un centesimo.

Leonzio. — Il vizio di mettere i soprannomi l’ho anch’io, ma almeno rispetto i disgraziati.

Raffaello. — O io?

Leonzio. — Te, no!

Maestro. — Sarebbe una cosa che ti farebbe dimolto torto.

Leonzio. — Si figuri che in casa sua c’è per serva una ragazzetta di campagna; e perchè l’è un po’ scema di cervello e fa ridere tutti, e lui la chiama col soprannome di Istruzione obbligatoria.

Maestro. — Questa poi è forte! troppo forte!... (il maestro fa vista di essere stizzito, ma invece ci gode).


VI.


Intanto entra nella scuola il bidello e avverte il signor maestro che c’è di là la solita vedova, che ha bisogno di vederlo.

Il maestro mangia la foglia a tempo e dice:

— Ah! ho capito. Sarà quella povera vedova d’ieri. Santa pazienza! Con queste opere di carità non si finisce mai!

Mentre il maestro batte sulle opere di carità, due o tre scolaretti si scambiano fra di loro un’occhiata o sorridono di un sorriso pieno d’intelligenza. Oh il candore a dodici anni! [p. 176 modifica]

Appena il maestro è uscito dalla stanza, tutti gli scolari saltano fuori dai loro posti e comincia una sinfonia di voci bianche e acutissime, da cavar di cervello un sergente di artiglieria.

— Zitti tutti! — grida a un tratto Raffaello mettendosi a sedere sulla poltrona del maestro. — Vi propongo un bel giuoco.

— Quale?

— Andate prima ai vostri posti.

— E poi?

— E po si fa finta d’essere alla Camera dei deputati.

La proposta è accolta all’unanimità meno uno il quale proporrebbe, invece di fare a moscacieca.

— Io sono il Presidente, — grida Raffaello, — e voialtri sarete i deputati di là la destra o di qua la sinistra.

— Io voglio andare a sinistra, — dice Gigino, traversando la scuola — non ci voglio stare coi malvoni!

— Vien via, non fare il fremente, gli risponde Adolfo, — come se non si sapesse che tu’ padre gli era tamburo della Guardia Nazionale!

— Smettiamola! — grida il Presidente. — Dunque attenti: di qua i destri e di là i sinistri.

— Icchè vuol dire i destri? — domanda Giuggiolino con voce di piagnisteo. — Io, il giuoco dei Deputati non lo so fare.

— Che ignorante! O non leggi mai il giornale? Voialtri di destra avete a dir sempre di no, e voialtri di sinistra sempre di sì: se no il gioco gli è bell’e finito. Signori, la seduta è aperta, [p. 177 modifica]e il segretario Bobi procederà all’appello nominale.

— Io ’un capisco nulla.... — dice Giuggiolino, e ricomincia a piangere.

— Ora te lo spiego io. Bobi vi chiamerà tutti per nome. Tre o quattro di voi avete a rispondere presente, e tutti gli altri devono stare zitti.

— Perchè s’ha a stare zitti?

— Perchè fate da deputati assenti.

— Icchè sono gli assenti?

— Sono quelli che si fanno far deputati, per non aver la noia di dover andare alla Camera. —

Appena Bobi ha finito di fare l’appello nominale, il presidente Raffaello si alza e dice:

— Signori, la Camera non è in numero.

Giuggiolino. — Icchè vuol dire che non è in numero!

Raffaello. — Io ’un lo so: ma siccome alla Camera lo dicono tutti i giorni, una ragione la ci deve essere. Intanto come presidente avverto i signori assenti che i loro nomi saranno stampati nella Gazzetta ufficiale.

Tutti gli assenti si mettono a ridere.

Raffaello. — Ora quelli di voialtri, che vorranno parlare, dovranno voltarsi verso di me col dire: «domando la parola».

I ragazzi si guardano in faccia fra di loro, ma nessuno si muove, nessuno si alza per discorrere.

— O che siete rimasti incantati? — grida il Presidente. — Animo, Carlino; comincia te!

— Icchè devo fare?

— Devi dire: domando la parola. — [p. 178 modifica]

Carlino si alza di mala voglia, e un po’ ridendo e un po’ vergognandosi, dice:

— Domando la parola.

— La parola è all’onorevole Carlino, — replica il Presidente.

— E ora?

— Ora la parola è tua.

— E io ’un la voglio.

— Tu l’hai chiesta, e tu la devi pigliare. O che ci vuoi tanto a fare un discorso? non importa mica ragionare per bene! —

Carlino boccheggia un poco; ma poi facendosi coraggio, grida con forza:

— Signori, propongo un voto di sfiducia contro il maestro.

(Sensazione profonda in tutta la scuola. Tutti i ragazzi si alzano dai loro posti e vanno a stringere la mano all’oratore).

— Domando la parola, — grida subito un altro ragazzetto.

— La parola è all’onorevole Giampietro!

Io propongo invece che si rispetti il signor maestro! — (urli, grida, baccano, proteste, pugni sulle tavole e calamai e ciotole di polverino per aria).

Rifatta un po’ di calma e un po’ di silenzio, Carlino si volta verso Giampietro, gridandogli sul viso con accento di profondo disprezzo:

— Già tu sei sempre stato un vile sgherro dei tiranni. Abbasso il maestro e tutti i tiranni.

— Abbasso i tiranni! — urlano in coro gli scolari, ridendo fra di loro. [p. 179 modifica]

Carlino, incoraggito da questo bel successo, soggiunge con enfasi:

— Signori! voi conoscete le mie opinioni. Nessuno può dire che io sia mai passato agli esami; mai! Piuttosto la morte, che una simile viltà! L’uomo è nato libero e non si può costringere a imparare la grammatica. La grammatica ripugna ai grandi principj dell’89!

(Segni d’approvazione da tutti i banchi della scuola).

— Chi gli è l’89? — domanda Giuggiolino.

— Gli è il numero che vien prima del 90, risponde l’onorevole preopinante, asciugandosi la bocca.

Giuggiolino, dichiarandosi soddisfatto di questa spiegazione, si rimette a sedere.

— Le impertinenze contro la grammatica — urla Romeo — sono il più bel giorno della mia vita!

— Per me, no, — replica Giannino rizzandosi in piedi, — per me il più bel giorno della vita gli è il giovedì, perchè non si va a scuola.

(Vivissimi segni di adesione a destra e a sinistra).

Intanto Carlino e Giampietro cominciano a guardarsi male e a dirsi dell’insolenze. Tutti gli altri ragazzi ci pigliano parte: chi la tiene di qui, chi di là. Quand’ecco che in mezzo a quel diavolìo, si sente a un tratto la voce di Giuggiolino, che strilla:

— Ohi! signor Presidente, mi l’anno tirato un pugno in un occhio! [p. 180 modifica]

Presidente. — Non si dice pugno; devi dire: «domando la parola per un fatto personale».

Giuggiolino (arrabbiato). — Ma che fatto personale? Gli è stato proprio un pugno.

In questo mentre comparisce sulla porta il maestro, il quale scioglie subito l’adunanza, e valendosi dell’articolo primo del regolamento sopprime ai deputati la colazione.