Odissea (Romagnoli)/Canto VI

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Canto VI

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto VI
Canto V Canto VII

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     Dunque, il tenace Ulisse divino qui sotto giaceva,
dalla stanchezza, dal sonno prostrato. E la figlia di Giove
mosse frattanto, e cercò la città dei Feaci e le genti.
Questi abitavano un tempo d’Ipèria la vasta contrada
che coi Ciclòpi confina, progenie selvaggia e feroce
che li struggevano, ed erano assai piú gagliardi di loro.
Quindi partire li fece Nausíto, progenie divina,
e nella Scheria li addusse, lontano da tutte le genti,
e la città circondò di mura, v’estrusse le case,
templi ai Celesti innalzò, divise fra gli uomini i campi.
Ma, dalla Parca domato, già quello disceso era all’Orco:
regnava adesso Alcinoo, pensiero ispirato dai Numi.
Nella sua casa entrò la Diva occhicerula Atena,
per provvedere al ritorno d’Ulisse magnanimo cuore;
e s’avviò verso il fulgido talamo, dove dormiva
una fanciulla uguale, per indole e aspetto, alle Dive.
Era Nausica, la figlia d’Alcinoo magnanimo cuore:
e presso lei due serventi, soffuse di grazia, ai due lati
stavan dell’uscio; e tuttora chiuse eran le fulgide imposte.

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Ma come un soffio di vento la Diva balzò sul giaciglio
della fanciulla, sul capo le stette, le prese a parlare,
pari in sembianze alla figlia del prode nocchiere Dinanto,
ch’era fanciulla a lei pari negli anni, e diletta al suo cuore.
Simile a questa in sembianze, la Diva occhicerula disse:
«Dunque, cosí negligente, Nausica, tua madre t’ha fatta?
Stanno buttate li senza cura le belle tue vesti,
e son vicine le nozze per te, quando tu belle vesti
devi indossare, e a quelli donarne che a te fanno scorta:
poi che da queste larghezze si forma la fama onorata
presso le genti, e il padre s’allegra e la nobile madre.
Dunque rechiamoci, appena sarà sorta l’alba, a lavare,
lo ti sarò nel lavoro compagna, ché tu lo fornisca
prima che possa: ché a lungo fanciulla tu già non rimani.
Quanti piú prodi vanta l’accolta di tutti i Feaci,
dove tu pure sei nota, già sposa ti cercano a gara.
Presto, via, prega tuo padre, che prima che sorga l’Aurora
faccia attaccare ad un carro due muli che portin le vesti,
portin le cinte, i mantelli, le variopinte coperte.
E meglio anche è per te che vada cosí, non a piedi,
ché molto son distanti da questa città le fontane».
     Disse. E all’Olimpo tornò la Diva dagli occhi azzurrini,
dove solida, eterna, raccontano, sorge la sede
degl’Immortali, né vento la scrolla, né pioggia la bagna,
né la cosperge neve, ma l’ètere sempre si stende
senza una nube, ma sempre vi brilla una limpida luce.
Quivi in perenne diletto s’allegrano i Numi beati:
quivi, poi ch’ebbe parlato, la Diva occhicerula ascese.
     Ecco, ed Aurora balzò dal trono suo bello; e dal sonno
scosse Nausica, che molto stupí del suo sogno; e, levata.

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mosse, cercando i suoi genitori, traverso la casa.
E li trovò, ché usciti non erano il padre e la madre:
questa vicino al fuoco sedeva, e d’intorno le ancelle, e su la rocca traeva la lana di porpora; e il padre
stava li li per varcare la soglia, e recarsi al consiglia
dove i Feaci attendevano, insieme coi principi illustri.
Fattasi presso al padre, cosí prese a dire Nausica:
«Babbo mio caro, perché non fai che m’apprestino un carro,
alto, di rapida ruota, che al fiume io mi rechi, a lavare
le belle vesti mie, che stanno li, sudice tutte?
Anche a te piace, quando ti trovi fra i primi del regno,
farti vedere in consiglio con vesti ben candide indosso:
e poi, sotto il tuo tetto convivono cinque figliuoli,
due ch’ànno già le spose, tre giovani belli e fiorenti,
che voglion sempre avere le vesti lavate di fresco,
quando si recano ai balli: di questo io mi prendo pensiero».
     Disse cosí: ché parlare di nozze al suo babbo diletto,
essa ne aveva vergogna. Ma quegli comprese, e rispose:
«Figlia, né i muli ti nego, né quanto tu chiedermi possa:
va’ pure: ai servi intanto dirò che t’apprestino un carro
grande, veloce di ruote, che abbia ben alte le sponde».
     Detto cosí, diede l’ordine ai servi; e ubbidirono quelli.
Trassero fuori un carro da muli, di ruota veloce,
sponde vi misero e cassa, di poi v’aggiogarono i muli.
Già dalla camera, intanto, le fulgide vesti recava
la giovinetta; ed a mucchi sul lucido carro le pose.
Entro una cesta, la madre di varie vivande gran copia
le preparò, companatici aggiunse, in un otre di becco
vino le infuse. Sul carro sali la fanciulla. E la madre

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entro un’ampolla d’oro le infuse licore d’ulivo,
ché dopo il bagno le membra ne ungesser la figlia e le ancelle.
Essa le redini slrinse fulgenti, ed in pugno la sferza:
sferzò, mosser le mule: lo scàlpito intorno s’effuse.
Via senza posa trottaron, portando le vesti e Nausica,
sola non già: ché insieme con lei givan tutte le ancelle.
     Or, quando all’acque del fiume bellissime furono giunte,
dove fontane perenni correvano, e molta bell’acqua
fuor dalla terra sgorgava, da terger qualunque lordura,
quivi di sotto al carro le ancelle disciolser le mule,
e le mandarono lungo le rive ed i gorghi del fiume,
ch’ivi pascessero l’erba piú dolcd del miele. Dai carro
scesero poi, nell’acqua cerulea gittaron le vesti,
e dentro i botri, di forza, coi piè le pigiavano a gara.
Poscia, quand’ebbero bene lavate, purgate le vesti,
tutte le stesero in fila sovressa la spiaggia del mare,
dove piú l’acque, battendo la spiaggia, sciacquavan la ghiaia.
Poscia, lavatesi, e tutte cosperse di lucido ulivo,
preser l’asciolvere, presso le ripide rive del fiume,
mentre asciugavano i panni, distesi alla spèra del sole.
Dopo che furono paghe di cibo le ancelle e Nausica,
tutte, gettate via le bende, giocarono a palla:
e la battuta dava Nausica dal candido braccio.
Come la Diva che gode lanciare saette, sui monti
corre, sovresso il Tegèto, sovresso il sublime Erimanto,
lieta, seguendo l’orme di verri o di rapidi cervi,
e le figliuole di Giove che godon dei campi, le Ninfe,
strette le esultano attorno, delizia del cuor di Latona;
ma sovra tutte Arlèmide estolle la fronte e le guancie

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belle son tutte, ma quella fra tutte di súbito scerni:
tale fra tutte le ancelle brillava la vergine pura.
     Ma quando poi Nausica di già s’apprestava al‘ritorno,
già ripiegate aveva le vesti, aggiogate le mule,
altro rivolse in mente la diva occhicerula Atena,
perché, ridesto, Ulisse vedesse la vergine bella,
che la città dei Feaci potesse indicargli. La palla
verso un’ancella, dunque, gittò la regina; ma il colpo
fu mal diretto: e la palla piombò giú nei vortici fondi.
Esse un altissimo grido levarono; e Ulisse fu desto.
E si sedette: e in mente gli errarono questi pensieri:
«Povero me! Di che gente sarò capitato al paese?
Forse feroci selvaggi saranno, nemici del giusto,
od ospitali, e avranno l’ossequio dei Numi nel cuore?
Giunto all’orecchio m’è di femmine un grido: fanciulle
sembrano: son di certo vicino ad un luogo abitato.
Via, converrà ch’io stesso mi muova, per esserne certo».
     Disse. Ed emerse Ulisse divino di sotto ai cespugli;
e da la fitta macchia divelto con mano gagliarda
tutto fronzuto un virgulto, celò le vergogne: indi mosse,
pari a leone sui monti nutrito, che forte e sicuro
contro la pioggia e il vento si lancia, e son gli occhi una bragia,
e si precipita sopra le pecore, sopra i giovenchi,
sopra i selvaggi cervi; e infine lo spinge la fame
a insidiar le greggi fin dentro le case sbarrate:
similemente Ulisse, fra tante leggiadre fanciulle
si presentò, cosí nudo com’era; ma farlo era d’uopo.
     Orrido apparve ad esse, bruttato cosí di salmastro;
e sbigottite si sperser chi qua chi là per la spiaggia.

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Sola rimase la figlia d’Alcinoo: ché Atena le membra
le preservò dal terrore, coraggio nell’alma le infuse.
Ferma gli stette dinanzi.. E Ulisse ondeggiava fra due:
se della vaga fanciulla stringesse i ginocchi, e pregasse;
o se pregasse cosí da lontano, con dolci parole,
che la città gl’indicasse dov’era, che vesti gli desse.
Questo, a pensarci, dunque, gli parve il partito migliore:
che la pregasse cosí da lungi, con dolci parole,
ché non dovesse adirarsi, sentendosi stretta ai ginocchi.
E le rivolse queste parole soavi ed accorte:
«Io ti scongiuro, o signora. Sei forse una Diva? O una donna?
Ché se una Diva tu sei, di quelle che in cielo han dimora,
io t’affiguro alla figlia di Giove, ad Artèmide casta:
nella statura, nei tratti sei quella, ed in ogni tua forma.
Ma se una donna tu sei di quelle che vivono in terra,
deh!, fortunati tre volte tuo padre e la nobil tua madre,
deh!, fortunati i fratelli tre volte: ché troppo i lor cuori
di contentezza per te dovran tuttodí giubilare,
quando essi veggono un tale germoglio spiccarsi alla danza:
ma piú beato fra tutti, beato nel cuore, quell’uomo
che, prevalendo coi doni, ti possa condurre al suo tetto!
Ché creatura mortale né uomo né donna a te pari
mai non vider questi occhi. Ti guardo, e m’invade timore.
Vidi a te simile, in Deio, vicino all’altare d’Apollo,
un ramoscello di palma che nuovo sorgea dal terreno;
ed anche allor, mirando, stupore percosse il mio cuore,
ché mai tale vermena sbocciata non era dal suolo,
come anche adesso, o donna, stupisco, t’ammiro, e non oso
stringer le tue ginocchia. Terribile doglia m’opprime.
Ieri scampai, dopo venti giornate, dagli ebbri marosi;

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mi trascinarono, tutto quel tempo, dall’isola Ogigia,
flutti d’irose procelle. Qui un dèmone adesso mi spinge,
perché nuove sciagure sopporti anche qui: ché non credo
siano finite; ma molte tuttor me ne serbano i Numi.
Abbi pietà. Signora, di me. Dopo tanti travagli
tu sei la prima che incontro, nessuno ho pur visto degli altri
abitatori di questa città, di questa contrada.
Mostrami, via, la città, dammi un cencio, ch’io possa coprirmi,
se, qui venendo, un panno recavi da involger le vesti.
E ti concedan gli Dei tutto ciò che vagheggia il tuo cuore,
sposo ti diano e casa, ti diano la dolce concordia:
ché non c’è cosa al mondo migliore, piú degna di questa,
quando lo sposo e la sposa governan la casa d’accordo,
con un volere medesimo; assai se ne crucciano i tristi,
ma se ne allegrano i buoni, ma essi n’acquistano fama».
     E gli rispose cosí Nausica dal candido braccio:
«O straniero, davvero né tristo tu sembri né stolto;
ma la felicità partisce fra gli uomini Giove
sire d’Olimpo, a chi piú gli piace; ora al buono, ora al tristo.
A te diede cordogli, cordogli tu devi patire.
Ma or che in questa terra, che in questa città sei pur giunto,
a te non mancheranno né vesti, né nulla di quanto
porger conviene ad un misero, oppresso dai mali, che prega.
Ti mostrerò la città, saprai quale nome han le genti.
Di questo suolo, di questa città son signori i Feaci;
e la figliuola io sono d’Alcinoo magnanimo cuore,
che dei gagliardi animosi Feaci le sorti governa».
     Disse; e la voce levò per chiamare le ancelle vezzose:
«State un po’ ferme! Cosí fuggite alla vista d’un uomo?
Immaginate forse ch’ei nutra sinistri pensieri?

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Non c’è, né sarà mai nel mondo quel tristo mortale
che della gente feacia pervenga alla terra, e minacci
l’impeto ostile: ché troppo siam cari ai Beati Celesti,
ed abitiamd lontani da tutto, ai confini del mondo,
tra l’estuare infinito dei (lutti; e nessuno ci cerca.
Ma questo misero è giunto qui naufrago errante; e dobbiamo
prenderne cura adesso; perché forestieri e mendichi
tutti li manda Giove: ché poi si contentan di poco.
Presto, fanciulle, dunque, recategli cibo e bevande,
fategli un bagno sul greto del fiume, al riparo dei venti».
     Disse: e ristettero quelle, chiamandosi l’una con l’altra.
E su la riva, al riparo del vento, condussero Ulisse,
come diceva la figlia d’Alcinoo magnanimo cuore.
Presso una tunica e un manto gli poser, da farlo vestire,
e in un ampolla d’oro soave licore d’ulivo;
poi di bagnarsi gli disser ne Tacque correnti del fiume.
Ed il divino Ulisse cosí favellava alle ancelle:
«Fatevi un po’ da parte, fanciulle, che io da le spalle
tergermi possa via la salsedine, ed ungermi d’olio
tutte le membra: da tempo non godo di tale ristoro.
Ma non mi laverò certo dinanzi a voi: mi vergogno
di rimanere ignudo dinanzi a ricciute fanciulle».
     Disse; e ritrattesi quelle, narrarono tutto a Nausica.
Lavava intanto Ulisse divino nel fiume il salmastro
che gl’incrostava tutte le valide spalle ed il dorso,
e dai capelli asterse le gromme del sale marino.
Poi, quando tutto fu lavato, fu d’olio cosperso,
si ricopri con le vesti che date Nausica gli aveva;
e la divina Atena, la figlia di Giove, Io rese
piú maestoso d’aspetto, piú alto; e dal capo gli fece

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piovere a boccoli, e simili al fior del giacinto le chiome.
Come in argento l’oro agèmina artefice sperto,
cui svelarono Atena, la diva Palladia, ed Efesto,
tutti i segreti dell’arte, si ch’egli belle opere compie:
eosi la Diva infuse bellezza sugli omeri e il capo
d’Ulisse. Egli in disparte sedè su la spiaggia del mare,
tutto di grazia e bellezza fulgente. E Nausica mirava;
e questi detti infine rivolse a le ancelle ricciute:
«Datemi retta a quello che dico, fanciulle mie belle:
non senza volontà dei Numi signori d’Olimpo
giunto è quest’uom tra i Feaci, compagni diletti dei Numi:
ché poco fa sembrava meschino, dappoco; e somiglia
ora ai Celesti, ch’àn sede nei sommi fastigi del cielo.
Deh!, se la sorte a me serbasse pur simile sposo I
Deh!, se volesse qui rimanere, ed avervi dimora!
Ma dunque, via, fanciulle, porgetegli cibo e bevande».
     Cosí diceva. E quelle non furono sorde né pigre.
Posero accanto a Ulisse divino vivande, bevande;
e mangiò quivi Ulisse, progenie di Superi, e bevve
avidamente; ché privo da tanto era stato di cibo.
Provvide intanto ad altro Nausica dal candido braccio.
Tutte piegò le vesti, le pose sul lucido carro,
poscia aggiogò le mule dai zoccoli solidi, ascese,
e la parola ad Ulisse rivolta, cosí gli diceva:
«Ospite, lèvati adesso, moviamo; ch’io possa guidarti
alla città, del padre mio savio alla casa; qui, credo,
potrai conoscer quanti primeggian su tutti i Feaci.
Ma fa’ cosi: ché mi sembra che tu non sia privo di senno,
Sin che ci troveremo fra prati, fra campi e poderi.

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seguimi pure a passi veloci, vicino alle ancelle,
dietro i muletti e il carro: ché io sarò guida al cammino.
Férmati poi, come in vista sarà la città. La vedrai
tutta di torri cinta: due porti vi s’aprono ai lati,
ed una breve striscia di terra fra loro: in due file
qui sono, tutte in secco, le navi; e il suo stallo ha ciascuna.
Ed una piazza s’allarga dintorno al bellissimo tempio
di Posidone; ed è lastricata con blocchi di pietra,
grossi, qui tratti da lungi. Gli arnesi dei negri navigli
quivi apparecchiano, gomene e vele, qui aguzzano remi:
che né di frecce né d’archi si dànno pensiero i Feaci,
bensí d’antenne, di remi per navi, di legni veloci,
su cui traversan lieti le candide spume del mare.
Temo di questi l’amara censura, che dietro le spalle
non mi funesti qualcuno, ché il popolo è assai maldicente;
e che talun, piú maligno, non debba, incontrandomi, dire:
«Quello straniero alto e bello che segue Nausica, o chi sia?
dove l’avrà pescato? Vuol farne di certo un marito!
Certo, è qualcuno arrivato da lungi, per mare. E Nausica
súbito se l’è pigliato: ché qui non ce n’era abbastanza.
O che sia sceso dal cielo, commosso alle tante preghiere,
qualche Celeste che intenda tenerla per sempre sua sposa?
Meglio, se, gironzolando, trovare ha potuto un marito
d’un’altra parte; ché quelli di qui li disprezza; per quanto
ce n’è di molti e bravi, tra questi Feaci, a volerla!»
Questo direbbero, e scorno sarebbe per me: ché pure io
mi sdegnerei con un’altra che simil condotta tenesse,
che contro volontà dei suoi, vivi il padre e la madre,
prima d’andare a nozze, con uomini insiem si mostrasse.
Ospite, e ascolta in fretta ciò ch’io ti dirò, perché possa

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súbito aver da mio padre la scorta del dolce ritorno.
Lungo il sentiero vedrai bellissimo un bosco di pioppi
sacro ad Atena: un prato lo cinge, vi sgorga una fonte.
Quivi è un podere, un fiorente verzier di mio padre: lontano
dalla città, quanto giunge la voce d’un uomo che gridi.
Férmati, e aspetta qui per un pezzo, sin ch’io non sia giunta
alla città, sinché siam tornate a casa del babbo.
Quando potrai supporre che abbiamo raggiunta la casa,
nella città dei Feaci tu pure entra allora; e dimanda
la casa di mio padre, d’Alcinoo magnanimo cuore.
Facile cosa è distinguerla: un bimbo che ancor non parlasse
ti ci potrebbe guidare; perché non son già costruite
come quella d’Alcinoo, le case degli altri Feaci.
Poi, quando accolto t’avrà la corte dell’alto palagio,
entra diritto nella gran sala: ché li troverai
al focolare seduta mia madre, e la fiamma l’irraggia:
lane purpuree fila, poggiata ad un’alta colonna,
ch’è uno stupore vederla: le seggono a tergo le ancelle.
Quivi, d’Alcinoo il trono, vicino al suo trono, vedrai,
dove mio padre siede, che liba, che sembra un Iddio.
Ma non badare a lui; tu pròstrati e abbraccia i ginocchi
di mia madre, se il giorno pur brami veder del ritorno,
ed allegrartene presto, sebben la tua terra è lontana».
     Detto cosí, batté con la lucida sferza le mule
che con subito stacco lasciaron la riva del fiume.
Ora trottavano, ed ora movevano al passo. E Nausica,
ora tendeva le briglie, che a piedi le ancelle ed Ulisse
pur la seguissero, ed ora vibrava anche un poco la sferza.
Mentre calava il sole, pervennero al florido bosco
sacro ad Atena; e Ulisse tenace divino qui stette,

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e questa prece di Giove possente a la figlia rivolse:
«Odimi adesso, o figlia di Giove, indomabile Dea,
porgimi ascolto, se ascolto nel pelago tu non mi desti,
quando l’Ènosigeo in’andava sbattendo tra i flutti:
dammi che ispiri pietà, che giunga diletto ai Feaci».
     Cosí dicea pregando. L’udí l’occhicerula Diva,
ma non ancora innanzi gli apparve: ché troppo temeva
l’ira del re dei marosi, che fermo il suo sdegno mantenne
contro il divino Ulisse, sin ch’ei non fu giunto alla patria.