Odissea (Romagnoli)/Canto VII

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Canto VII

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto VII
Canto VI Canto VIII

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     Cosí quivi pregava Ulisse tenace divino;
e verso la città la fanciulla traevan le mule.
Ed ecco dunque, appena fu giunta alla casa del padre
fulgida, stette alla porta dinanzi; e le furono attorno
i suoi fratelli, uguali d‘ aspetto ai Celesti; e dal carro
sciolser le mule, e dentro portaron le vesti. E Nausica
andò nelle sue stanze. Qui stava accendendole il fuoco
Eurimedusa, l’annosa fantesca preposta alle stanze.
D’Àpito un dí condotta l’avevan le navi ricurve;
e Alcinoo l’ebbe in dono, perché sopra tutti i Feaci
regnava, e come a un Nume gli davano ascolto le genti.
Essa allevata aveva Nausica dall’omero bianco;
e il fuoco ora accendeva per lei, preparava la cena
     E verso la città Ulisse divino anch’ei mosse;
e provvedendo al suo bene, fittissima nebbia d’attorno
gli avvolse Atena, perché nessun degli alteri Feaci,
se l’incontrasse, dovesse schernirlo, indagare chi fosse.
Ma quando era all’amena città già vicino, dinanzi

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qui gli si fece Atena, la Diva dagli occhi azzurrini,
simile a giovinetta fanciulla; e reggeva una brocca.
Gli si fermò dinanzi; e Ulisse divino le chiese;
«Figlia, sapresti indicarmi la casa dov’é del sovrano,
d’Alcinoo, che regge le genti di questa contrada?
Ch’io sono giunto qui, tapino straniero, da lungi,
da terra assai remota: perciò nessun uomo di quanti
hanno dimora in questa lontana contrada io conosco».
     E gli rispose Atena, la Diva dagli occhi azzurrini:
«Ospite padre, ti posso mostrare la casa che dici,
che dell’onesto mio padre vicino alla casa si leva.
Su, vieni dunque, senza far motto, e t’insegno la strada;
e non guardare alcuno, non volger parola ad alcuno,
perché la gente di qui mal soffre le genti straniere,
né di buon grado accoglie, né ama chi giunge di fuori.
Ch’essi affidati alle navi veloci traversan l’abisso
ampio del mare: cosí vuole il Nume che scuote la terra;
e le lor navi come ali son celeri, come il pensiero».
     Pallade Atena, com’ebbe ciò detto, si mosse a guidarlo
rapidamente; e Ulisse le peste seguia della Diva.
Né alcuno lo scopri dei Feaci maestri di navi,
mentre movea traverso la loro città; poi che Atena
noi consentia, la Diva possente ricciuta, che attorno,
per il suo bene, a lui stringeva una nuvola densa.
     Stupito Ulisse intanto la rada ammirava e le navi
agili, e degli eroi le piazze, e le mura massicce,
eccelse, d’alti pali munite, stupende a vederle.
Ma quando poi furon giunti del Sire alla fulgida casa,
prese a parlare Atena, la Diva dagli occhi azzurrini:
«Ospite padre, è questa la casa che tu mi chiedevi

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ch’io t’indicassi. Quivi entro, seduti a godere il banchetto,
i re tu troverai nutriti da Giove. Tu entra,
né alcun timore il cuore ti stringa: ché in ogni vicenda
meglio, per quanto giunga da lungi, si trova un uom franco.
Entro la casa prima tu ritroverai la regina.
Arète ella si chiama, tal nome le posero: è figlia
dei genitori stessi che dieder la vita al suo sposo.
Posídone che scuote la terra fu padre a Nausito:
l’ebbe da Peribèa, la piú bella fra tutte le donne,
la piú giovane figlia del magnanimo Eurimedonte
ch’era una volta re dei Giganti superbi, ma trasse
a distruzion la sua gente malvagia, e fu spento egli stesso.
Si uní con lei d’amore Posidone, e n’ebbe un figliuolo,
Nausito, animo fiero, che fu dei Feaci signore.
Nausito generò Ressènore e Alcinoo. Quello,
sposo da poco, fu colpito dall’arco d’Apollo,
prima che figli avesse di maschia semenza: una figlia
lasciò soltanto, Arete, che Alcinoo poi fece sua sposa,
e l’onorò come niuna riscuote onor su la terra
di quante, ad uno sposo devote, governan la casa.
     Cosí le fanno onore, seguendo l’impulso del cuore,
i suoi diletti figli, Alcinoo stesso, e le genti
che a lei volgon lo sguardo, si come ai beati Celesti,
ché lei, quando ella passa, salutan con fauste parole:
perché nulla, di quanto comporta saggezza, le manca,
e delle donne e degli uomini ch’ama, le liti compone.
Ov’ella a te rivolga con senso benigno il suo cuore,
nutrir tu puoi speranza di ancor rivedere gli amici,
di ritornare all’eccelsa tua casa, e alla terra paterna».
     E, cosí detto, partí la Diva dagli occhi azzurrini.

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su l’infecondo mare, lasciando l’amabile Scheria,
e giunse a Maratona, ne l’ampie contrade d’Atene,
e d’Eretteo s’addentrò nella casa. Ed Ulisse moveva
verso la casa d’Alcinoo famosa. Ma pria di varcare
la bronzea soglia, stette: ché il cuore gli andava estuando.
Ché s’effondeva come di sole e di luna un bagliore
giú della bella casa d’Alcinoo da l’alto fastigio:
ché dalla soglia al fondo correan due pareti di bronzo,
d’ambe le parti, e un fregio sovra esse di smalto azzurrino.
Due porte d’oro, dentro chiudevan la solida casa,
e stipiti d’argento calcavan la soglia di bronzo;
ed era l’architrave d’argento, l’anello era d’oro.
E dai due lati v’eran due cani, uno d’oro, un d’argento,
che avea costrutti Efesto, con quanta perizia ei possiede,
per custodire la casa d’Alcinoo magnanimo cuore:
ed immortali sono, ché mai non li coglie vecchiezza.
E troni eran poggiati di qua di là, tutto d’intorno
alle pareti, via via, dalla soglia al recesso; e tappeti
sottili, opre di femmine industri su v’eran gittati.
Sedere sopra questi soleano i signori Feaci
a bere ed a mangiare; ché avevano grande abbondanza.
E sopra saldi plinti, fanciulli foggiati nell’oro
stavano, e nelle mani reggevano fiaccole ardenti,
a rischiarar, la notte, le genti sedute a convivio.
V’erano dentro la casa, cinquanta fantesche al lavoro.
Fra le due mole queste tritavano il biondo frumento:
quelle tessevano tele, sui fusi avvolgevano lana;
l’agili mani foglie sembravan di tremuli pioppi:
olio stillava giú dai pettini sopra il tessuto.
Quanto i Feaci sono piú sperti degli uomini tutti

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nel governare le navi veloci sul pelago, tanto
valgon le donne al telaio: ché dono fu insigne d’Atena
esperte essere in opre bellissime, e aver dritto sennò.
     E un gran giardino è presso le porte dell’ampio cortile,
di quattro iugeri; e tutto d’intorno vi corre un recinto;
e quivi alberi grandi verdeggiano, sempre in rigoglio:
e peri, e melograni, e meli dai floridi frutti,
e fichi tutti dolci, e ulivi gremiti di bacche.
Mai da questi alberi il frutto non cade né viene a mancare,
d’inverno né d’estate; ché sempre vi dura; e perenne
Zefiro spira, e alcuni fa nascere, ed altri matura:
sopra la pera invecchia la pera, il pomo sul pomo,
e ogni altro frutto: sul grappolo il grappolo, il fico sul fico.
Ed una vigna è qui piantata, coi grappoli fitti,
onde una parte, già spiccati, appassiscono al sole,
sovra uno spiazzo aprico: piú lungi ne fanno vendemmia:
altri li stanno pigiando: piú oltre, racimoli verdi
gittano appena il fiore, mentre altri divengono neri.
E ben disposte aiuole vicino all’estremo filare
crescono, e danno perenne fulgore di fior d’ogni specie.
E sgorgan due fontane, che l’una per tutto il giardino
spandesi, e l’altra corre traverso il cortile alla soglia
sino all’eccelsa casa. Da questa acqua attinge la gente.
Questi ad Alcinoo doni stupendi concessero i Numi.
     Quivi fermatosi, Ulisse tenace divino, ammirava.
E poi che d’ammirare tutta ebbe saziata la brama,
rapidamente varcò la soglia, ed entrò nella casa.
Ed i signori trovò dei Feaci che guidan le genti,
mentre libavano al Nume che scorge da lungi, argicida:
l’ultima coppa a questo libavano, prima del sonno.

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S’avviò dunque Ulisse divino traverso la stanza,
cinto di molta nebbia che Atena infondevagli intorno,
perché giunger non visto potesse ad Arete e al sovrano.
Dunque Ulisse abbracciò cosí le ginocchia d’Arete;
ed ecco, a lui d’attorno si sciolse la nebbia divina.
Ammutolirono tutti, vedendo che un uomo era entrato;
guardarono, stupirono; e Ulisse levò tale prece:
«Arete, o figlia tu di Ressènore pari ai Celesti,
giungo al tuo sposo, alle tue ginocchia ed a questo convito
dopo travagli molti. Concedano i Numi a voi tutti
vita felice, e che possa ciascuno trasmettere ai figli
gli aviti beni, e tutti gli onori dal popolo avuti.
Ora una scorta a me date che presto io ritorni alla patria;
ché da gran tempo, errando lontano dai cari, io patisco».
     Cosí detto, sedè nella cenere, accanto alla fiamma
del focolare; e tutti rimasero senza parola.
Dopo un silenzio lungo, cosí prese a dire Echenèo,
ch’era il piú grave d’anni fra tutte le genti feacie,
che assai cose remote sapeva, e avea labbro facondo.
Questi, volgendo al bene la mente, cosí prese a dire:
«Alcinoo, questo bello davvero non è, non è l’uso,
che al focolare, sopra la cenere, un ospite giaccia
stando perplessi gli altri, che attendono tutti un tuo cenno.
Alza, su via, lo straniero, sul seggio dai chiovi d’argento
fa’ch’egli segga; e poi tu stesso comanda agli araldi
di mescolare il vino, che a Giove libare si possa,
del folgore signore, che gli ospiti supplici assiste;
e a lui la dispensiera ministri dei cibi che serba».
     Come ebbe udito ciò d’Alcinoo la sacra possanza,
preso per mano Ulisse, l’accorto di mente sottile,

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dal focolare alzare lo fece, lo fece sedere
sul trono, onde si alzò Laodamante suo figlio,
che presso a lui sedeva, che gli era piú caro d’ogni altro.
E l’acqua a lui portò, per terger le mani, un’ancella,
entro una brocca d’oro, sovresso un lebete d’argento.
Quindi gli collocò vicino una tavola bella,
e la massaia onesta su quella gli pose del cibo:
molte vivande gli pose, largendo di quelle che aveva.
E qui bevve e mangiò Ulisse tenace divino.
Ed il re possente, queste parole rivolse a l’araldo:
«Su svelto, Pontonòe, riempi il cratere, ed in giro
mesci vin puro a tutti, che a Giove libare vogliamo
ch’è signore del tuono, che gli ospiti supplici assiste.
Cosí diceva Alcinoo: l’araldo, rempiute le coppe,
a tutti quanti in giro mesceva il dolcissimo vino.
E allora a tutti Alcinoo rivolse cosí la parola:
«Principi, condottieri dei Feaci, or datemi ascolto,
ch’io vi dirò quanto il cuore nel seno m’ispira ch’io dica.
Dopo il banchetto, a casa ritorni ciascuno a dormire.
Domani all’alba, tutti chiamati i signori piú annosi,
onore in casa nostra si faccia a quest’ospite, e ai Numi
bei sacrifici offriamo. E quindi si pensi alla scorta,
perché senza travaglio né cruccio, quest’ospite nostro
possa, da noi condotto, tornare alla terra materna,
ed allegrarsi presto, per quanto di qui sia lontana;
né male alcuno ei debba frattanto soffrir, né cordoglio
prima ch’alia sua patria sia giunto. Qui poscia patire
dovrà quello che a lui la Sorte e le Parche crudeli
hanno filato il giorno che a luce lo diede sua madre.
Se poi qualcuno fosse dei Numi discesi dal cielo,

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altro disegno allora rivolgono in mente i Celesti.
Però che sino ad ora solevano i Numi apparirci
palesemente, quando le insigni ecatombe offrivamo,
e a mensa dove noi sedevamo, sedevano anch’essi.
E pur se viandante che vada soletto, l’incontra,
non si nascondono quando sian giunti ad esso vicini,
come i Ciclopi, come le fiere tribú dei Giganti».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Altro pensiero, Alcinoo, tu devi formare. Io non sono
simile punto ai Numi, del cielo immortali Signori,
né di statura, né d’aspetto; ma pari ai mortali:
a quelli dei mortali che voi conosciate piú oppressi
dalle sciagure, a quelli, per ciò ch’io patii, sono pari.
E molte ancora piú sciagure potrei raccontarvi,
se vi narrassi ciò ch’io patii per volere dei Numi.
Ma or, per quanto cruccio mi stringa, lasciate ch’io ceni:
ché non esiste nulla del ventre piú rabido: è un cane,
che di necessità fa sí che di lui ti ricordi,
anche se molto afflitto sei tu, se dolore t’affanna,
come ora avviene a me: ché il dolore m’affligge: ed il ventre
mi sprona senza tregua ch’io mangi, ch’io beva; e di tutto
ciò ch’io soffersi, mi fa dimentico, e vuol ch’io m’impinzi.
E voi, come l’aurora nel ciel brillerà, procurate
che io, misero me, possa infine tornare alla patria,
dopo si lunghi travagli. Quando abbia veduti i miei beni,
i servi miei, l’eccelsa mia casa, oh, ben venga la morte!».
     Cosí diceva. E tutti gli diedero lode. E partito
preser di dargli la scorta: ché bene egli aveva parlato.
E poi ch’ebber libato, bevuto quanto ebbero brama,
i convitati a dormire tornarono ognuno alla casa.

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Dentro alla sala invece rimase Ulisse divino
e Alcinoo pari ai Numi rimase ivi pure, ed Arete.
Or dopo che i famigli le mense sgombrar dagli arnesi,
volse il discorso Arete dal candido braccio ad Ulisse,
però ch’essa le vesti conobbe, e la tunica, e il manto
bello, che avea con le ancelle di casa ella stessa intessuto.
E a lui dunque si volse col volo di queste parole:
«Questa domanda io prima rivolger ti voglio, straniero:
Chi sei? di quali genti? chi mai ti donò quella veste?
Non dici tu che sei qui naufrago giunto per mare?»
     E le rispose cosí l’accorto pensiero d‘Ulisse:
«Regina, è dura cosa, se tutto narrare io ti debbo,
perché troppe sventure m’inflissero i Numi d’Olimpo.
Pur, quello ti dirò che tu mi domandi e che brami.
Sorge un’isola Ogigia nei gorghi remoti del mare.
Quivi la figlia d’Atlante, Calipso dai riccioli belli
abita. Diva possente, maestra d’inganni; né alcuno
con lei d’amor si mesce, né Nume, né uomo mortale.
Ma io, misero me, fui spinto da un dèmone a lei:
solo, poiché la veloce mia nave col folgore ardente
ebbe spezzato Giove in mezzo al purpureo ponto.
Qui gli altri miei compagni trovarono tutti la morte.
Io della nave alla chiglia mi strinsi con ambe le braccia,
e fui per nove di trascinato. Nel decimo, a notte,
gli Dei nell’isola Ogigia mi spinsero, dove Calipso
abita, Diva possente dai riccioli belli. M’accolse
ella con tutto il cuore, mi die’ da nutrirmi, e promise
ch’ella m’avrebbe reso immune da morte e vecchiaia.
Ma non pote’ giammai convincermi il cuore nel seno.
Quivi sette anni rimasi continui, di pianto bagnando

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sempre le vesti ambrosie che date m’aveva Calipso.
Ma quando giunse poi, volgendosi i dí, l’anno ottavo,
allora m’esortò, conforto mi die’ ch’io partissi,
ché lo Voleva Giove — se pur non mutò la sua mente.
Sopra una zattera stretta da molte ritorte mi pose,
pane mi die’, vino pretto, mi cinse di vesti divine,
e un’aura dietro me spedi favorevole e mite.
Per dieci giorni e sette cosí navigai sopra Tonde.
Al diciottesimo apparvero i monti velati d’ombria
di questa vostra terra; e il cuore mi rise di gioia.
Misero me! Ché dovevo trovarmi fra molti travagli
che inflisse a me Posidone, il Nume che scuote la terra,
che mi sbarrò la via con l’urto di vènti contrari,
e suscitò marosi terribili; e flutti su flutti
non consentivano a me di restar su la zattera. In lagni
alti io rompevo. Infine la franse un gran cozzo di venti;
e allora io fendei questa voragine a nuoto. Alla fine
i venti e le correnti mi spinsero all’isola vostra,
dove m’avrebbe un grande maroso spezzato alla terra,
sbattendomi alle immani scogliere e all’inospite costa;
ma io, trattomi indietro, di nuovo nuotai, sin ch’io giunsi
al fiume, ove mi parve che fosse migliore l’approdo,
privo di scogli, e alture sorgevano a schermo dei venti.
Qui caddi, e presi fiato; e scese la notte divina.
Fattomi quindi lungi dal fiume caduto dal cielo,
dentro un macchione a dormire mi posi; e un gran mucchio
di foglie
mi feci attorno; e un Dio m’infuse infinito sopore.
Qui, nel fogliame dormii, per quanto crucciato nel cuore,
tutta la notte, e l’alba, e mezzo del giorno seguente.

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Quando calava il sole, dal sonno soave fui sgombro;
e di tua figlia vidi le ancelle, che sopra la spiaggia
giocavano; e tra loro tua figlia sembrava una Dea.
Io la pregai; né essa falli di saggezza ai dettami:
anzi piú assai ne mostrò che tu non credessi trovarne
in cosí tenera età: ché poco è dei giovani il senno.
Essa mi diede pane, mi diede purpureo vino,
lavar mi fe’ nell’acqua del fiume, mi die’ queste vesti».
     E gli rispose Alcinoo, gli volse cosí la parola:
«Ospite, in una cosa non ha dimostrato gran senno
la figlia mia: che te condotto non ha con le ancelle,
alla mia casa, quando tu prima l’avevi pregata».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Eroe, non biasimare di ciò l’incolpevole figlia.
Essa m’aveva detto che io con le ancelle seguissi;
ma io non volli, avendo riguardo di te, paventando
che a quella vista tu non dovessi salire in furore:
ché tutti quanti noi mortali collerici siamo».
     E gli rispose Alcinoo, gli volse cosí la parola:
«Ospite, no, che un cuore siffatto io non chiudo nel seno,
ch’io stoltamente m’adiri: vai meglio attenersi a giustizia.
Deh!, se mai Giove padre volesse, ed Atena ed Apollo,
che, tale essendo qual sei, pensando tu pur come io penso,
sposa tu avessi mia figlia, mio genero fossi chiamato,
e qui restassi! A te la casa ed i beni darei,
se volentieri restassi: ché contro tua voglia tenerti
niuno vorrà dei Feaci: deh!, Giove già mai non lo voglia!
Sappi che per domani farò che s’appresti il viaggio.
Allora tu potrai giacere sopito nel sonno;
e noi sospingeremo la nave sul mare in bonaccia,

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sin che te giunga alla terra materna, o dovunque tu brami,
anche se andar tu volessi lontano piú assai de l’Eubea,
la terra piú remota, raccontano i nostri nocchieri.
Essi la videro quando condussero là Radamanto
biondo, che Tizio voleva vedere, il figliuolo di Gea.
Essi vi andarono, senza fatica facendo il viaggio,
e nel medesimo giorno percorser la via del ritorno.
Ma lo potrai vedere da te, come sappian le navi
nostre e i nocchieri nostri sconvolgere i flutti coi remi».
     Cosí disse. Ed Ulisse tenace divino fu lieto,
e questa prece alzò, levando la voce a parlare:
«Deh!, Giove padre, se Alcinoo cosí come ha detto facesse,
sopra la terra altrice di spelta, mai piú la sua gloria
non vanirebbe; ed io vedrei la materna mia terra!».
     Queste parole dunque venia l’uno all’altro volgendo.
E diede ordine Arete dal candido braccio alle ancelle
che sotto il portico un letto portassero, e belle coperte
su vi stendesser di porpora, e sopra tappeti e mantelli
vi deponesser di lana, villosi, perché l’indossasse.
Quelle, stringendo in pugno le fiaccole, uscir dalla sala;
e poi ch’ebbero in fretta disteso un soffice letto,
fattesi presso ad Ulisse, gli volser cosí la parola:
«Ospite, sorgi, e a dormire ti reca: ché il letto è già pronto».
Cosí dissero: e Ulisse fu pronto a recarsi al riposo.
     E cosí dunque, Ulisse divino, dai molti travagli,
nel portico sonoro dormi, sopra un letto a trafori.
Alcinoo dormi della reggia ne l’intime stanze,
dove apprestato il letto gli avea la regale consorte.