Odissea (Romagnoli)/Canto VIII

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Canto VIII

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto VIII
Canto VII Canto IX

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     Come l’Aurora apparí mattiniera, ch’à dita di rose,
ecco balzò dal letto la forza d’Alcinoo divina,
ecco balzò dal letto Ulisse eversore di rocche.
E andâr, movendo prima la forza d’Alcinoo divina,
presso alle navi, dove s’apria dei Feaci la piazza.
E giunti qui, sederon sovressi i lucenti sedili,
l’un presso all’altro: e per la città mosse Pallade Atena
che le sembianze assunte avea dell’araldo del sire,
per provvedere al ritorno d’Ulisse magnanimo. E presso
fattasi a questo e a quello, cosí gli volgea la parola:
«Presto, su via, signori Feaci che il popol guidate,
movete all’assemblea, che l’ospite udire possiate
ch’è testé giunto alla casa d’Alcinoo mente divina,
dopo un errare lungo pel mare, che sembra un iddio!»
     Cosí dicendo, eccitò la voglia d’ognuno e Io zelo,
sí che la piazza ed i seggi s’empierono rapidamente
di genti convocate. E molti stupiano, mirando
il figlio di Laerte dal senno divino: ché Atena
profuso aveagli grazia celeste su gli omeri e il capo,

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e poi reso l’aveva piú alto e piú saldo a vedere,
ché riuscire accetto potesse a tutti i Feaci,
e venerando e possente, che compiere i molti potesse
cimenti, onde i Feaci saggiaron le forze d’Ulisse.
     Or quando poi s’accolsero, e furono insieme adunati,
prese a parlare Alcinoo tra loro, cosí prese a dire:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate,
ch’io voglio dire quello che il cuore nel seno mi detta.
Questo straniero, non so chi sia, che qui naufrago giunse,
non so se da le genti di levante, oppur di ponente,
a noi chiede una scorta che lui riconduca alla patria.
Or noi, come altra volta facemmo, apprestiamo la scorta;
poiché niuno altra volta fu mai, che, ospitato in mia casa,
dovesse quivi a lungo restar, sospirando il ritorno.
Su via, spingiamo dunque nel mare divino un naviglio
che mai solcate l'onde non abbia, e scegliamo cinquanta
e due nocchieri, quelli dei nostri che abbiamo migliori.
E tutti, poi che abbiate legati i remi agli scalmi,
scendete a terra, e senza frapporre indugio, movete
alla mia reggia, e qui pranzate: ché tutti io convito.
Ai marinari impartisco quest’ordine. E voi che reggete
lo scettro, alla mia casa fulgente, o signori, venite,
ché festeggiar lo straniero vogliamo sotto il mio tetto.
Né si rifiuti alcuno. Demòdoco quindi si chiami,
il divino cantore: ché a lui piú che a ogni altro i Celesti
diér che molcire i cuori potesse, ov’ei brama, col canto».
Dette queste parole, si mosse; e con lui gli altri prenci.
E un messo si spiccò, per cercare il divino cantore.
E tra i migliori eletti cinquantadue marinari
mossero, come Alcinoo voleva, alla spiaggia del mare.

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E qui, poscia che furono giunti alla spiaggia e alla nave,
prima la negra nave sospinser nel mare profondo,
sopra la negra nave piantarono albero e vele,
entro gli scalmi i remi fissàr con gli stroppi di cuoio,
e l’ormeggiarono al lido, dov’erano l’acque piú fonde.
Mossero poscia a la bella magione d’Alcinoo divino,
e i portici, le stanze, la casa fu piena di gente.
Per essi Alcinoo re sgozzar fece dodici capre,
con otto verri zanne lucenti e due tardi giovenchi.
Questi sgozzarono; e poi prepararono il lauto banchetto.
E giunse anche l’araldo, guidando il diletto cantore,
cui predilesse la Musa, donandogli un bene ed un male:
privo lo fe’degli occhi, ma il canto soave gli diede.
Di ferree borchie adorno un trono gli offri Pontonòo,
in mezzo ai convitati, poggiandolo a un alto pilastro;
quivi poscia appiccò, sul suo capo, la cétera arguta
a un chiodo, e gli mostrò come tender dovesse la mano
per dispiccarla; e presso gli pose un canestro, ed un desco
bello, e una coppa di vino, da ber finché voglia ne avesse.
Su le vivande allestite gittarono tutti le mani;
e poi ch’ebber placata la fame e la sete, la Musa
spinse il cantor che le gesta degli eroi dicesse in un canto
la cui fama salire dovesse di li fino al cielo:
la lite che s’accese fra Ulisse ed Achille Pelide,
ch’ebber contesa un giorno, nell’agape sacra ai Celesti,
con minacciose parole. Fu lieto Agamènnone allora,
che quel contrasto sorgesse fra i primi guerrier degli Argivi:
ché Febo Apollo fausto predetto gli aveva tal segno
nella santissima Pito, quand’ei la marmorea soglia

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varcò per consultarlo; ché allor, per volere di Giove,
per i Troiani e pei Dànai volgea degli affanni il principio.
Queste il cantore illustre vicende cantava. Ed Ulisse
l’ampio purpureo mantello con ambe le valide mani
si trasse sopra il capo, nascose il suo nobile volto:
ché lo pungea vergogna di piangere innanzi ai Feaci.
E quante volte il poeta divino cessava il suo canto,
tante tergeva le lagrime, il manto scostava dal viso,
e, tolto in mano il nappo capace, libava ai Celesti:
quando ricominciava, poiché lo incitavano al canto
i principi Feaci, che molto godeano al suo verso,
di nuovo Ulisse il volto celava nel manto, e piangeva.
E a tutti quanti allora sarebbe sfuggito il suo pianto:
Alcinoo solamente, che presso gli stava seduto,
lo guardò, se n’accorse, l’udi che piangeva accorato,
ed ai Feaci il volo rivolse di queste parole:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate:
sazi siam tutti oramai di cibo, ciascuno a sua brama,
e della lira, che vibra compagna alla florida mensa.
Usciamo adesso, e prova facciamo di tutte le gare,
perché l’ospite possa, tornato alla terra materna,
dire agli amici quanto piú validi siam d’ogni gente
nell’arte della lotta, nei pugni, nel salto, nel corso».
     Detto cosí, per primo si mosse; e seguirono gli altri.
E via dalla parete spiccata la cétera arguta,
prese l’araldo per mano Demòdoco, e fuor dalla stanza
lo addusse, e lo guidò per quella medesima via
che pur gli altri Feaci battean. per mirare gli agoni.
Givano verso la piazza, seguiva gran turba di gente,
mille e poi mille; e molti dei giovani sursero a gara.

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Vettadinave surse, con Rattopermare, e Pilota
Reggilapoppa, Nocchiero, Marittimo, Mastrodiremo,
Guidalaprora. Marino, Veloce, Salpasubarca,
Giraperlonda, figliuolo di Riccodinavi, e nipote
d’Artefice; ed Eurialo, simile a Marte nel volto,
figlio di Salvalenavi, che era d’aspetto e di volto
dopo Laomedonte, fra tutti i Feaci il piú bello.
Tre figli sursero anche d’Alcinoo immune da pecca:
Laomedonte, Marino, con Inclitonave divino.
Essi, per prima gara tentaron la prova del corso,
Stendeasi dalle mosse la lizza. Balzarono insieme
tutti velocemente, di polvere empiendo fa piana.
Inclitonave fu fra tutti primissimo al corso.
Quanta maggese dissoda d’un fiato una coppia di muli,
tanto egli innanzi corse, che gli altri rimasero indietro.
Poscia le forze ne l’arduo cimento provar della lotta:
e si distinse Eurialo in questo fra tutti il migliore.
Giraperlonda fu piú valente di tutti nel salto,
nel disco si mostrò piú forte di tutti Pilota,
Laodamante, figliuolo d’Alcinoo, nel pugile agone.
Or, poi che tutti quanti si fúr saziati di gare,
Laodamante, figliuolo d’Alcinoo, cosí prese a dire:
«Amici, interroghiamo, su via, lo straniero, se sperto
fosse di qualche gara. Meschino ei non è nell’aspetto:
saldi i suoi femori sono, le gambe ed entrambe le braccia,
massiccio il collo, e grande la forza: neppure gli manca
la gioventú: soltanto prostrato è dai molti malanni:
ché non esiste, io dico, malanno peggiore del mare,
per abbattere un uomo, per quanto esser possa gagliardo».
     E gli rispose allora Eurialo con queste parole:

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«Laodamante, opportune son queste parole che dici:
il tuo pensiero esponi tu stesso, e rivolgi l’invito».
     E poi che il prode figlio d’Alcino ebbe udito, si mosse
in mezzo all’adunanza, si fermò, ai volse ad Ulisse:
«Ospite padre, anche tu, su via, prendi parte alle gare,
se sperto sei di gare: ché tal sembreresti a vederti:
ché non si dà per un uomo, sin ch’ei vive, gloria piú grande
di quella che le mani si acquistano e i validi piedi.
Tenta la prova, su via, bandisci gli affanni dal cuore,
poiché non è lontano per te del ritorno il momento;
anzi, la nave è di già nel mare, e son pronti i nocchieri».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Laodamante, perché questo invito che il cuore mi sferza?
Alle sciagure ho rivolta la mente ben piú che alle gare:
ché tanti affanni e tanti travagli ho dovuto patire;
ed ora, del ritorno bramoso, nel vostro convegno
seggo, e rivolgo al re la prece, ed al popolo tutto».
     Eurialo queste allora gli volse rissose parole:
«Ospite, assimigliarti non posso ad un uom che maestro
sia ne le gare che spesso si sogliono indir fra le genti:
anzi, ad un uomo che sopra navile dal fitto remeggio
giri pel mondo, a capo di gente che va mercatando,
e che del carico solo sollecito sia, delle merci,
e dei rapaci guadagni. L’aspetto non hai d’un atleta».
Lo guardò bieco Ulisse, rispose con queste parole:
«Ospite, e tu non bene mi parli; e somigli un protervo.
Non dànno i Numi a tutti del pari gli amabili doni,
e bell’aspetto, e senno profondo, e faconda parola.
Esservi un uomo può, che sia ben meschino d’aspetto,
ma di bellezza un Nume ghirlandi i suoi detti; e gli sguardi

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volge su lui chi l’ode gioendo. Con franca modestia
dolce favella un altro, brillando fra il popolo; e quando
giunge in una città, l’onorano al pari d’un Nume.
Bello d’aspetto è un terzo, somiglia ai Celesti d’Olimpo,
ma di nessuna grazia s’abbellano a lui le parole:
come sei tu: che insigne sei tanto d’aspetto, né meglio
neppure un Dio potrebbe plasmarti; e di mente sei stolto;
e provocato m’hai nel cuore lo sdegno, parlando
senza riguardo. No, non sono inesperto di gare,
come tu dici; ed anzi mi credo ch’io fossi tra i primi,
quando la gioventú vigor m’infondeva nel braccio.
Ma ora sono oppresso dai mali e dai crucci: ché troppo
ebbi a soffrire, tra guerre di genti, e tra l’urto dei flutti.
E pure, anche cosi, fra tanti dolori, alle gare
vo’ cimentarmi: ché tu coi detti mordaci m’aizzi ’.
     Disse. Ed involto com’era nel manto, lanciandosi, un disco
prese, massiccio, piú grande, pesante piú molto di quelli
onde soleano fra loro contendere in gara i Feaci.
E, roteatolo, via lo lanciò dalla mano gagliarda.
Alto la pietra rombò, chinarono a terra la testa
gl’incliti navigatori Feaci, maestri di remi,
a quella furia; e la pietra, scagliata a gran forza dal pugno,
oltre volò le gittate di tutti. Ed Atena il segnale
pose, che aveva assunta sembianza d’un uomo, e che disse:
«Anche, o straniero, un cieco, potrebbe distinguere il segno,
cosi palpando: perché non é già confuso con gli altri,
anzi, piú avanti molto. Compiaciti pur della gara,
ché superarti o agguagliarti nessuno potrà dei Feaci».
     Disse cosí. Molto lieto fu Ulisse divino tenace,
e s’allegrò che un amico benigno trovò nel consesso;

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e piú leggero in cuore, si volse a parlare ai Feaci:
«Giovani, or, sino a questo giungete; ed un altro di poi
ne scaglierò pari al primo, mi spero, e forse anche piú lungi.
E qualunque altra gara la brama vi spinga a cercare,
si tenti, via, la prova, giacché l’ira mia suscitaste:
al pugilato, alla lotta, al corso: ché io non rifiuto,
quando Laodamante s’escluda, verun dei Feaci:
ospite quegli m’è: chi mai misurar si vorrebbe
con chi l’ospita e l’ama? E un uomo dappoco, uno stolto,
quei che, trovandosi in terra d’estranei, provoca a gare
chi l’ospita: distrugge da sé qual sia vogliasi bene.
Ma niun rifiuto, niuno disprezzo degli altri Feaci:
a faccia a faccia voglio vederli, e tentarne le forze:
ché delle gare, quante ce n’è, non son punto inesperto.
Un arco levigato so ben maneggiare; e per primo
saprei colpire un uomo, lanciando una freccia, nel fitto
delle nemiche turbe, se pur molti e molti compagni
stessero presso lui, scagliassero dardi ai nemici.
Il solo Filottete di me piú valeva, nei giorni
quando gli Achivi a Troia tentaron la prova dell’arco.
Ma di gran lunga il migliore mi credo fra quanti mortali
vivono adesso e pane manducano sopra la terra.
Certo che non vorrei gareggiar con gli eroi d’una volta,
né con Eurito, re d’Ecalia, né con Ercole: quelli
ardian perfino i Numi sfidare nell’arte dell’arco.
Per quanto, Eurito grande ben presto mori; né colpirlo
potè fra le sue mura vecchiaia; ma Febo lo uccise,
irato che al cimento lo avea provocato dell arco.
Il giavellotto posso lanciare come altri una freccia.
Solo nel corso temo che possa qualcun dei Feaci

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vincermi: poi che troppi patii miserandi travagli,
tra i flutti errando a lungo: né sopra le navi temprarmi
sempre potevo; e fiaccate perciò mi si son le ginoccliia».
     Cosí disse egli. E tutti rimasero senza parola.
Alcinoo solamente si volse a rispondergli, e disse:
«Ospite no, che ingrate non son le parole che dici:
ché tu la forza brami mostrar che ti regge le membra,
irato perché questi che accanto era a te nel consesso,
il valor tuo biasimò, come niun de’ mortali dovrebbe
che solo a quanto è giusto rivolger sapesse la mente.
Su via, le mie parole odi ora, che possa ridirle
anche a qualche altro eroe, quando tu, ritornato alla patria,
a mensa sederai, vicino alla sposa ed ai figli
memore della nostra valentia, che Giove a noi pure
concesse in alcuna opra, mai sempre, dagli avi remoti.
Ché noi pugili insigni non siamo, né saldi alla lotta,
ma si veloci al corso dei piedi, e di navi maestri;
e a noi sempre il convito fu caro, e la cetra, e le danze,
e mutar vesti, e bagni tepenti e soavi giacigli.
Su via, Feaci, quanti piú abili siete nei balli,
danzate, si che possa narrar lo straniero agli amici •
quando tornato a casa sarà, quanto tutti avanziamo
del navigar nell’arte, nel corso, nel canto, nel ballo.
Ora, su via, qualcuno senza indugio corra alla reggia,
e qui rechi, e la cétera arguta a Demòdoco porga».
     Cosí parlava Alcinoo dal volto divino; e I’araldo
surse, e alla reggia corse del sire, a cercare la cetra.
E delle gare sursero i giudici — in tutto eran nove,
che negli agoni ogni cosa soleano abilmente comporre.
Essi appianarono il suolo, mandarono indietro la gente.

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Presto l’araldo giunse recando la celerà arguta
a Demòdoco; questi si pose nel mezzo; e fanciulli
stettero attorno a lui, giovanissimi, esperti dei balli;
e i piedi ad una danza bellissima mossero. Ulisse
lo sfolgorio dei piedi mirava, e stupiva nel cuore.
E Demòdoco allora, toccando soave la cetra,
prese a cantar gli amori di Marte e di Cipride bella.
Come la prima volta si avviàr nella casa d’Efesto,
nascostamente. Il Dio le fe’ molti doni, ed il letto
contaminò d’Efesto. Ma il Sol corse subito a lui,
nuncio: che aveva i due veduti commisti in amore.
Com’ebbe dunque Efesto udita la trista novella,
corse alla sua fucina, macchinando atroci disegni.
Pose una incudine grande sul ceppo, e batté dei legami
che niun sciogliere o franger potesse, per coglierli entrambi.
Ora, poi ch’ebbe, in odio di Marte, tramato l’inganno,
andò diretto al talamo ov’era il suo letto di sposo.
Alla lettiera quivi fissò tutto intorno i legami,
e molti ne distese pendenti giú giú dal soffitto,
come sottili ragne, che niuno veduti gli avrebbe,
fosse finanche un dio: tanto era sottile l’inganno.
Ora, poi ch’ebbe tutto recinto di lacci il giaciglio,
finse d’andare a Lemno, città dalle solide case,
al cuor suo piú diletta che ogni altra regione del mondo.
Né Marte, Brigliadoro, che stava alle porte, fu cieco.
Appena vide Efesto l’industre recarsi lontano,
súbito verso la casa dell’inclito fabbro il piè mosse,
tutto d’amore ardente per Cipri dal serto vezzoso.
Essa, tornata appena dal padre, da Giove possente,
s’era seduta: e Marte dinanzi le fu d’improvviso,

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la mano nella mano le strinse, e cosí prese a dire:
«Vieni, o mia cara, sul letto corchiamoci insieme a sollazzo:
ché non si trova in casa Efesto: ma lungi da un pezzo
è già partito, a Lemno è andato fra i barbari Sinti».
     Cosí le disse. E a lei gradevole parve l’invito.
I due nel letto entrarono, e presero sonno: ed i lacci
artifiziosi intorno scattaron d’Efesto l’accorto;
né piú muovere membro potevano, alzarlo di tanto.
Furon convinti presto che scampo nessuno non c’era.
E presso a loro il Nume si fe’dalle braccia robuste,
ch’era tornato indietro ben prima di giungere a Lemno:
ché il Sole, stando a guardia per lui, gli avea data la nuova.
Sopra la soglia stette, corroso di bile selvaggia;
e un grido orrendo levò, chiamò tutti quanti i Celesti:
     «O Giove padre, e voi, sempiterni beati Celesti,
venite qui, vedete le gesta ridicole e turpi
che compie contro me la figlia di Giove, Afrodite!
D’onta mi copre perché sono zoppo; ed è vaga di Marte
per la bellezza sua, perché son diritti i suoi piedi,
ed io mal mi ci reggo. La colpa però non é mia,
bensí dei miei genitori: cosí non m’avesser concetto!
Su, venite a vedere, che sono allacciati in amore
entro il mio letto stesso, che il cuor mi si stringe a vederli!
Ma d’ora in poi, per quanto si vogliano bene, vaghezza
piú non avran di giacere cosi, dico io: non vorranno
l’un presso all’altro dormire: ché stretti fra i lacci saranno
finché restituiti non m’abbia suo padre i regali:
tutti li voglio, quanti glie n’ebbi a dar per sua figlia
faccia di cagna: ch’è bella, ma in sen non ha cuore, sua figlia!»

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     Disse: ed accorsero lutti gli Dei nella casa di bronzo.
Venne Posidone, il Nume che stringe la terra, il benigno
Ermete venne, venne Apollo che lungi saetta.
Ma ognuna in casa sua restaron le Dee, per pudore.
Stettero tutti, i Numi datori di bene ne l’atrio.
E inestinguibile riso scoppiò dalle bocche divine,
quanto ebber viste Farti sottili del furbo Vulcano.
     E questo a quello cosí diceva, guardando il vicino:
«Chi male fa, male aspetta, e il tardo raggiunge il veloce.
Chiaro si vede adesso! Efesto ch’è tardo, ch’è zoppo,
coi suoi congegni ha Marte raggiunto, il piú svelto dei Numi.
Colto sul fatto, adesso, gli dovrà sborsare la multa!»
     Queste parole cosí scambiavano l’uno con l’altro.
Ed il figliuolo di Giove, Apollo, diceva ad Ermète:
«Figlio di Giove, Ermète benigno, che l’anime guidi,
t’adatteresti a restare schiacciato fra solidi ceppi,
pur di giacere in letto vicino a la bella Afrodite?».
     E gli rispose il Nume che l’anime guida, Argicida:
«Deh!, se avvenisse questo, Signore che lungi saetti,
ceppi tre volte tanti vorrei m’irretissero tutto,
e tutti i Numi e tutte le Dive veniste a vedermi,
ed io dormir potessi vicino a la bella Afrodite».
     Cosí diceva; e risa scoppiaron fra i Numi beati.
Solo Posídone, no, non rideva; e badava a pregare
Efesto, inclito d’arte maestro, che Marte sciogliesse.
E a lui parlando, il volo volgeva di queste parole:
«Scioglilo: ed io promessa ti faccio che. come tu brami,
tutto ciò che ti spetta tu avrai fra i beati Celesti».
     E a lui l’inclito zoppo rispose con queste parole:
«Non mi proporre ciò, Signore che stringi la terra;

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ché tristi sono anch’esse le malleverie per i tristi.
E come mai potrei te, Nume, costringere in ceppi,
allor che Marte fosse sfuggito ai miei lacci, allei, multa?».
     E gli rispose il Nume che scuote la terra, gli disse:
«Efesto, quando Marte volesse pigliare la fuga,
e non pagare piú la multa, da me tu l’avrai».
     E a lui l’inclito zoppo rispose con queste parole:
«Ai tuoi comandi opporre né posso né voglio rifiuto».
     E, cosí detto, Efesto gagliardo disciolse i legami.
E i due, furono appena disciolti dai solidi lacci,
che via ratti balzarono. I passi egli a Troia rivolse;
ed Afrodite, vaga di ridere, a Cipro ed a Pafo
s’accolse, dove un tempio per lei sorge, e fuma un altare.
Quivi lavata fu dalle Grazie, cospersa d’unguenti,
quali alle membra dei Numi convengono, ambrosi, fragranti,
quivi la cinser di vesti vezzose, stupende a vedere. —
Cosí dunque l’eccelso poeta cantava. Ed Ulisse,
molto, quel canto udendo, godeva nell’animo, e gli altri
Feaci tutti, esperti dei remi, di navi maeslri.
E Alcinoo fece invito a Laodamante e a Marino,
ch’essi danzasser da soli: ché niun competeva con essi.
Presero questi con ambe le mani una palla elegante,
tutta di porpora, fatta per loro da Pólibo scaltro.
E poi, l’un d’essi, indietro curvatosi, in su la scagliava,
verso le nuvole oscure: spiccandosi l’altro da terra,
a voi, prima che il suolo toccassero i pie’, la coglieva.
Quand’ebber con la palla giocato cosí, fronte a fronte,
coi pie’, danzando, il suolo batteano, alternavano i piedi,
rapidamente; e gli altri garzoni segnavano il tempo,
ch’eran presenti alla gara, levandosi un alto clamore.

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E allora Ulisse queste parole volgeva al sovrano:
«O tu, potente Alcinoo, preclaro fra tutte le genti,
tu ti vantasti che i tuoi vincevano tutti alla danza:
e questo era pur vero: contemplo, e stupore m’invade»
     Cosí disse: e fu lieta la forza d’Alcinoo divina;
ed ai Feaci queste parole improvvise rivolse:
«Uditemi ora, o prenci Feaci che il popol guidate:
l’ospite nostro senno mi pare che molto dimostri.
Diamogli dunque, come conviene, un ricordo ospitale.
Dodici principi insigni son guida alla gente Feacia;
sono signori; ed io fra loro son decimo e terzo.
Allo straniero ognun d’essi donare dovrebbe un mantello
ed una tunica bella, e d’oro saggiato un talento.
Ora, su via, tutti insieme rechiamoli, e l’ospite possa
prenderli tutti, e lieto nel cuore, recarsi alla cena.
E a lui qualche parola Eurialo volga di scusa,
e gli offra un dono; ché prima non ha favellato da saggio».
     Cosí disse. 1 suoi detti lodarono gli altri; e un araldo
alla sua casa spedi ciascuno, che un dono recasse.
Ed Eurialo ad Alcinoo rivolse cosí la parola:
«Fulgido Alcinoo, signore chiarissimo, all’ospite nostro
rivolgerò, come tu domandi, parole di scusa,
e gli darò, foggiata nel bronzo una spada, con l’elsa
d’argento, e la guaina d’avorio, da poco segata,
tutta la stringe attorno. Terrà molto caro tal dono».
     Disse; e la spada, tutta segnata di borchie d’argento,
diede ad Ulisse, e queste parole veloci gli volse:
«Ospite padre, salute! Se qualche parola è sfuggita
aspra, la possano tosto ghermire e rapir le procelle.

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E i Numi a te concedati vedere la sposa e la patria,
poiché da tanto tempo lontano dai cari tu soffri».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Ed anche a te salute! Gli Dei ti giocondino, amico,
e mai di questa spada non debba piú coglierti brama,
che adesso tu con queste benigne parole mi doni».
     Disse: ed all’omero appese la spada d’argentee borchie.
E intanto il Sol s’immerse nel pelago; e giunsero i doni
incliti; e i vaghi araldi li posero innanzi al sovrano.
Li presero i valletti d’Alcinoo, signore perfetto,
e li recarono presso la sua veneranda consorte.
S’alzò frattanto Alcinoo divino; ed a capo degli altri
mosse alla reggia; e qui sederon sui troni sublimi.
     E Alcinoo, sacra possa, cosí favellava ad Arete:
«Su via, sposa, il forziere piú bello che abbiamo, ’qui reca,
ed una tunica dentro vi poni, ed un nitido manto.
Quindi sul fuoco mettete un tripode, e l’acqua scaldate,
si ch’egli, fatto il bagno, veduti raccolti i regali
tutti, che gli hanno qui recati i signori Feaci,
possa gioir del banchetto, dei canti soavi del vate.
Ed io questo mio nappo bellissimo voglio donargli
d’oro, perché memoria di me serbando poi sempre,
nella sua casa libi a Giove ed agli altri Celesti».
     Cosí disse; ed Arete die’ l’ordine allora alle ancelle,
che subito sul fuoco ponessero un tripode grande.
Uno da bagno quelle ne poser sul fuoco fiammante,
v’infusero acqua, sotto vi poser gran copia di legna.
Stringea la fiamma il ventre del tripode, e l’acqua scaldava.
Arete per Ulisse frattanto il forziere piú bello
dalle sue stanze recò, vi pose i bellissimi doni,

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tutte le vesti e l’oro che aveano recato i Feaci.
Essa un mantello poi v’aggiunse e una tunica bella,
e, a lui parlando, il volo rivolse di queste parole:
«Presto, il coperchio guarda tu stesso, ed intrecciavi un nodo,
ché depredarti alcuno non debba in viaggio, se ancora
ti colga il dolce sonno, varcando sul negro naviglio».
     Come ebbe detto ciò, la tenacia divina d’Ulisse,
rapidamente il coperchio rinchiuse, e l’intreccio d’un nodo
strinse, che appreso un giorno gli avea la bellissima Circe.
La dispensiera poi gli disse che subito entrasse
dentro la vasca; ed egli, veduta la limpida linfa,
fu tutto lieto; perché da tempo era privo di cure.
Or, poi che l’ebber lavato le ancelle, unto l’ebbero d’olio,
ed una tunica e un vago mantello ebbe avvolti alle membra,
allora ei s’avviò dove gli altri sedevano a bere.
Ed ecco allor Nausica, spirante celeste bellezza,
presso alla porta dinanzi gli stie’, nella solida sala.
E stupefece, com’ebbe su Ulisse gittato lo sguardo,
e si rivolse a lui col volo di queste parole:
«Ospite, salve! E di me, quando in patria sia giunto, ricordo
serba: compenso mi devi d’averti salvato, io la prima».
E le rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«O tu, figlia d’Alcinoo magnanimo cuore, Nausica,
cosi lo sposo d’Era che tuona dal cielo profondo
faccia che a casa io giunga, che il di del ritorno io pur vegga!
Allora, anche colà, si come ad un Nume, ogni giorno
ti volgerò preghiere: ché tu m’hai salvato, fanciulla».
     Disse. E su un trono sedè vicino ad Alcinoo sovrano,
che già stavan le parti facendo, e mescevano il vino.
E giunse anche l’araldo, guidando l’amabil cantore

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delizia delle genti, Demòdoco; e in mezzo al convito
presso ad un’alta colonna lo addusse, io fece sedere.
E allora Ulisse, mente sottile, d’un apro selvaggio
tagliando una gran fetta dal dorso, ove ancor molta carne
restava, tutta pingue di grasso, si volse all’araldo:
«Araldo, prendi, e dà questa carne a Demòdoco; e mangi:
gratificare io lo voglio, sebbene sia tanto crucciato;
perché fra quante sono terrigene genti, i cantori
di reverenza e d’onore son degni: ché ad essi la Musa
le vie dei canti apprese: ch’ella ama dei vati la stirpe».
     Cosí diceva. Prese l’araldo la carne, e al cantore
la porse; e molto quegli gioendo nel cuore, l’accolse.
Sulle vivande imbandite gittarono tutti le mani.
E poi che fu sedata la brama del cibo e del vino,
Ulisse, il sire tutto scaltrezza, a Demòdoco disse:
«Te piú che ogni altro onoro, Demòdoco: o sia che la Musa
figlia di Giove t’abbia nel canto addestrato, od Apollo.
Mirabilmente tu sai cantar degli Achei le sciagure,
quanto operaron, quanto patiron, soffrirono in guerra,
come se stato fossi presente, o se alcuno di loro
lo avesse a te narrato. Cambia ora argomento; e il cavallo
narra, l’ordigno di legno ch’Epèo con Atena costrusse,
e nella rocca Ulisse divino con frode l’addusse,
d’uomini avendolo empiuto, che Troia poi misero a sacco.
Se tutto questo saprai per ordine a me tu narrare,
súbito andrò dicendo fra tutte le genti del mondo
che a te concesse il Nume la grazia divina del canto».
     Disse. E il poeta svolse, movendo dal Nume, il suo canto.
Dal punto incominciò che sopra le navi gli Argivi
ascesi, e date al fuoco le tende, si misero in mare.

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E Ulisse, in Troia già, nascosto al cavallo nel grembo,
era coi suoi compagni, già stretti i Troiani a consesso,
che aveano entro la reggia condotta essi stessi la fiera.
Qui stava. E intorno ad essa, fra varie sentenze i Troiani
eran perplessi: e tre parean prevalere su l’altre.
O di spaccar con la furia del bronzo quel concavo legno,
o di scagliarlo giú per le rupi dal sommo dell’arce,
oppure, insigne pregio, lasciarlo in omaggio ai Celesti.
E sovra gli altri dovea prevalere quest’ultimo avviso:
ch’era per essi fatale soccomberà quando la rocca
avesse accolto il grande cavallo di legno, ove tutti
eran gli Argivi piú forti, forieri di morte ai Troiani.
E cantò poscia come, gli Achei, dal cavallo balzati,
lasciato il cavo agguato, la rocca mettevano a sacco.
Cantò come chi qua chi là saccheggiarono Troia,
e come Ulisse, insieme col pari agl’iddíi Menelao,
simile a Marte, piombò di Deífobo sopra la casa:
arrò come la guerra piú dura egli quivi sostenne,
e la vittoria a lui consenti la magnanima Atena.
     Cosí dunque cantava l’insigne poeta. Ed Ulisse
struggeasi; e il pianto giú dal ciglio bagnava le guance.^
Come una donna piange protesa sovresso lo sposo,
che per la sua città, pei suoi cittadini é caduto,
per tener lungi il giorno fatai dalla rocca e dai figli:
essa che cader morto lo vide, e dar gli ultimi guizzi,
amaramente piange, protesa sul corpo; e i nemici
di dietro, con le lance, le battono gli omeri e il collo,
e via schiava l’adducon, che soffra fatiche e dolori;
e a lei pel piú doglioso tormento s’emacian le guance:
cosi bagnava Ulisse di misero pianto le ciglia.

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Niuno degli altri però s’accorse che Ulisse piangeva.
Alcinoo solamente, che presso gli stava seduto,
lo guardò, se n’accorse, l’udí che piangeva accorato,
ed ai Feaci, maestri di remi, cosí favellava:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate.
Metta Demòdoco ormai da parte la cetera arguta,
ch’ei non riesce a tutti gradito, con questo suo canto.
Da quando stiamo qui cenando, e il cantor s’è levato,
l’ospite mai non ha desistito dal pianto accorato.
A lui di certo grave cordoglio s’addensa nel cuore.
Taccia Demòdoco, dunque, ché tutti vogliamo esser lieti,
l’ospite, e noi che ospizio gli diamo: ché questo é pel meglio.
Ché noi per reverenza di lui tutto abbiamo apprestato,
la scorta, e i cari doni che a lui con affetto porgiamo.
Un peregrino, un ospite, al par d’un fratello é diletto
all’uom che in seno accolga barlume, anche poco, di senno.
Ma non volermi anche tu celare con scaltri artifizi
quanto io chieder ti voglio. Per te meglio vai favellare.
Dimmi il tuo nome, come solevano in patria chiamarti,
la madre, il padre, i tuoi cittadini, le genti vicine:
ché non c’è uomo al mondo, sia nobile, sia della plebe,
che senza nome affatto rimanga, una volta ch’ei nacque;
ma, quanti nascono, a tutti lo pongono i lor genitori.
Dimmi la patria tua, la città, la tribú: ché le navi
possano a quella mèta rivolger la mente, e condurti.
Però che timonieri non hanno le navi Feaci,
non han timone, come le navi degli altri: esse stesse
le navi, dei nocchieri comprendon la mente e il volere:
di tutte quante le genti conoscono i fertili campi
e le città: traversan, di nebbia e caligine avvolte,

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velocemente, la vasta voragin del mare; e timore
non c’è, che possan dànno patire, che vadan perdute.
Salvo che questo udii narrar da mio padre Nausíto.
Disse che il Dio Posidone un di si sarebbe adirato
contro di noi, che in salvo guidiamo per mare le genti.
E disse che una volta, tornando, una nave feacia
franta sarebbe stata fra. i gorghi nebbiosi del mare,
ed un gran monte avrebbe la nostra città circondata.
Cosí diceva il vecchio Nausito. Se quanto egli disse
compiersi debba, o incompiuto restare, è volere del Nume.
Ma questo dimmi or tu, rispondimi senza menzogna.
Come ti sei trovato pel mare errabondo? A che terra
sei pervenuto, a quali uomini, a quali città ben costrutte,
e quali eran crudeli, selvaggi, nemici a giustizia,
quali ospitali, invece, di mente devota ai Celesti?
E perché piangi, dimmi, perché ti lamenti accorato
quando il destin degli Argivi tu ascolti, dei Danaĩ, d’Ilio?
L’hanno voluto i Numi, filarono i Numi tal sorte,
perché soggetto avesse di canti la gente ventura.
Qualche tuo valoroso parente t’é morto pugnando
a Troia? Oppure un suocero, un genero? Questi i piú cari
sono fra tutti, dopo la stirpe congiunta di sangue.
Oppure qualche tuo compagno hai perduto, che grazie
avea presso te grandi? Da meno non é d’un fratello
l’uomo ch’é a te d’affetto legato, e che senno possiede».