Per lo spiritismo/XX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XX. E differentemente dal medio

../XIX ../XXI IncludiIntestazione 22 agosto 2009 75% saggi

XIX XXI


Concediamo tuttavia come più probabile che l’intelligenza occulta colla quale il medio discorre sia una parte del suo cervello e non uno spirito fuori di lui. Per decidere qual sia dei due col solo mezzo del medio scrivente, senza ricorrere ad una verificazione materiale, ossia alla ricerca anatomica dell’organo dell’incosciente, od alla evocazione di spiriti che si rendano visibili, non c’è che una via, quella di continuar ad interrogare l’intelligenza occulta, per veder se differisce da quella del medio solo esternamente, solo pel mezzo con cui comunica i suoi pensieri, o se ne differisce internamente, per i suoi pensieri; se i suoi pensieri siano tali che non si possano attribuire al medio.

E nel decidere qual carattere deve avere un pensiero perchè non si possa attribuirlo al medio, bisogna esser rigorosi. Mi spiego:

L’intelligenza occulta sembra avere molto spesso una volontà non solo diversa da quella del medio, ma veramente contraria. Per gli esempi rimando all’Aksàkow, p. 347, ss. Io aggiungo solo che, in quella poca esperienza che ho potuto acquistare con medi scriventi e tiptologici, l’ho verificato anch’io. Per esempio, sperimentando al tavolino con due sole persone, di cui una era il medio, fummo per molte sedute impediti da sedicenti defunti, zii del medio, i quali volevano ad ogni costo che il medio se ne tornasse al suo paese; il medio non ci pensava neppure; noi si rideva, ed essi si arrabbiavano.

E come contrasta di volontà, così l’intelligenza occulta contrasta spesso col medio anche nelle opinioni e nel modo di sentire. Anche qui rimando pei documenti all’Aksákow, 373. ss., 379, ss. Per conto mio ne ho visti più esempj. Un caso abbastanza frequente che ho incontrato anch’io, è quello di una intelligenza occulta, naturalmente spiritista, che scrive colla mano di un materialista; uno non riesce a convincer l’altro; il medio è convinto che la sua scrittura è una burla che egli fa a sè stesso; i pensieri che egli scrive sono per lui rimasugli delle storie della sua balia, superstizioni ereditate dai nonni, fenomeni di atavismo. Ma il più bello è che talvolta dobbiamo riconoscere alla fine della discussione che il sedicente spirito avea ragione e noi avevamo torto; ciò succede spesso nelle piccole contestazioni che derivano dalla difficoltà d’interpretare la comunicazione, specialmente se è fatta picchiando col tavolo; quando il tavolo s’impazienta, si verifica spesso che l’abbiamo frainteso.

S’aggiunga pure questo: che, sebbene generalmente le comunicazioni dell’intelligenza occulta siano al livello del l’intelligenza del medio (cosa del resto perfettamente naturale anche all’ipotesi spiritica), e spesso al disotto, molte volte danno prova di un ingegno (non dico di un sapere) di molto superiore al suo. In questo genere gli Americani vantano sopratutto il libro filosofico Arcana of nature, che lo stesso Büchner apprezzava assai, e di cui fece i suoi complimenti all’autore, Hudson Tuttle, il quale li rifiutò dicendo di esser stato soltanto il medio di uno spirito. Gli Inglesi vantano sopratutto il romanzo Edwin Drood, che il Dickens aveva lasciato a metà, e che egli avrebbe terminato di scrivere dopo morte colla mano del medio James. Questa sarebbe stata un’opera postuma in tutto il senso della parola. Gli Italiani parlano sopratutto di un poema dettato dall’Ariosto allo Scaramuzza, che io però non conosco. Per conto mio ho conosciuto un medio scrivente a cui Boccaccio, Bruno e Galileo facevano scrivere delle risposte che, per la loro elevatezza, erano certamente più all’altezza di quei tre, che al livello del medio; e potrei citarne testimoni competenti. Così le risposte, che Kant e Schopenhauer facevano medianicamente a Hellenbach, non erano indegne di Schopenhauer e di Kant. Al medio citato testè, Dante, o chi per esso, ha dettato tre canti in terza rima; io non ne ho letto che poche terzine, ma, per quanto posso giudicare, eran molto belle; certo quel medio, sebbene valente nell’arte sua, non lo era nell’arte poetica. Un esempio lo citerò per la sua brevità: una intelligenza occulta, che avea preso il nome o il pseudonimo di Manzoni, era chiamata con qualche insistenza da quattro sperimentatori, che conosco, dei quali non ho alcun motivo di dubitare, e dei quali posso far privatamente il nome; la risposta alla domanda insistente fu, a quanto mi dicono, questa sestina:

Perchè sì spesso il fremito
Della tua mano audace
Suole dal sonno togliere
Di desïata pace
Gli spirti incorruttibili
Di quei che furo un dì?

Il terzo verso non mi piace1, ma nei primi due c’è senso poetico e negli ultimi tre c’è almeno esperienza della tecnica del verso; del resto il Manzoni, sia detto con sua pace, ne ha fatti anche di peggio; e il medio e gli astanti, sebbene fossero persone colte, non erano certo capaci di tanto.

Ma tutte queste manifestazioni dell’intelligenza occulta, sebbene non siano da disprezzarsi, perchè dimostrano sempre più il dualismo psichico fra il medio e l’intelligenza occulta, non sono però da considerare come prove sufficienti che questa sia fuori del medio. Desiderii e passioni contrarie fra loro, opinioni contrarie fra loro, ci sono anche nella nostra coscienza. La riflessione (διάνοια), dice Platone, è un dialogo con noi stessi. E l’esitazione e il dubbio gli danno ragione. Nel sogno questo dialogo con noi stessi ci sembra un dialogo con altri; e spesso ci pare impossibile che non capiscano le nostre ragioni e non comprendiamo le loro; eppure talvolta svegliandoci dobbiamo riconoscere che chi aveva ragione era il nostro avversario; dunque il nostro incosciente ragionava meglio di noi. Per qualche esempio simile si può vedere il Delboeuf (Le sommeil et les rêves, pagg, 24, 52). Ora supponete che questo incosciente, fugace come un sogno, diventi stabile (e, s’intende, che divenga forte a segno di scrivere colla mano di Delboeuf, anche quando Delboeuf è sveglio), e voi avete l’intelligenza occulta di un medio.

E simile si dica della superiorità di carattere e d’ingegno, delle risposte facete, delle considerazioni filosofiche o delle composizioni poetiche dell’intelligenza occulta. L’istinto, intelletto incosciente, è più profondo che la ragione. Le coeur, diceva Pascal, a ses raisons, que la raison ne connaît pas. Il genio artistico è pure incosciente; i capilavori dell’arte non sono frutti della riflessione; l’incosciente li prepara lentamente, ma li rivela d’un tratto alla coscienza; escono di getto (coulent de source, dicono i francesi), e l’artista medesimo non li conosce che quando son fatti, sebbene provi prima il tormento e l’inquietudine della gestazione e del parto. Perciò li attribuisce all’entusiasmo (ossessione divina), all’ispirazione di un nume.

Dunque sentimenti ed opinioni diverse, carattere ed ingegno di levatura diversa, non provano intelligenza sostanzialmente diversa, non provano due soggetti pensanti. Se l’intelligenza occulta vuol provare di non esser quella del medio, deve mostrare cognizioni che il medio non ha. Anzi, siccome si possono avere delle cognizioni latenti, delle cognizioni di cui non ci ricordiamo, sicchè ci pare talvolta che i personaggi dei nostri sogni ci informino su cose vere che noi non sapevamo (e per brevità rimando il lettore ai begli esempi del Maury nel suo libro Le sommeil et les rêves), così bisogna che l’intelligenza occulta dimostri delle cognizioni che il medio non può avere.

E di queste cognizioni l’intelligenza occulta ne dimostra talvolta. Ma allora, piuttosto che ammettere uno spirito, si ammette una specie di chiaroveggenza dell’incosciente del medio. Dunque fermiamoci a discorrere della chiaroveggenza.


Note

  1. Nota alla 2a ed. — Uno dei quattro testimoni mi ha avvertito che invece di suole il testo è osa. Mi par che il verso ci guadagni.