Ricordi del 1870-71/La battaglia di Solferino e San Martino

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La battaglia di Solferino e San Martino

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La battaglia di Solferino e San Martino
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LA BATTAGLIA DI SOLFERINO E SAN MARTINO.[1]

 [1] Stampato in un Album che presentarono i Veneziani al prefetto
 senatore Torelli.


                                «Per l’Italia si pugna; vincete!
                                Il suo fato sui brandi vi sta.»
                                                    A. MANZONI.

V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine antica di prepotenza e d’impero; inanimito dalla presenza d’un giovine monarca, fierissimamente risoluto a una riscossa solenne; espertissimo dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più formidabili.

Dall’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle bandiere: Marengo, Austerlitz, Jena, Friedland; l’esercito dalle memorie meravigliose; i vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro un piccolo esercito, condotto da un Re valoroso ed amato, bollente dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due eserciti l’eco ancor viva dell’imm [p. 26 modifica]enso grido di libertà mandato al cielo da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue lacrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella d’una bellezza famigliare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata da giovanetti, amata poi col palpito più delicato e soave dell’amor di patria, e compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come di sorella offesa: Venezia!


Quel vasto tratto di terreno ch’è chiuso tra il Po, il Chiese, il lago di Garda e il Mincio, sembra formato dalla natura a difendere il passo di questo fiume contro un esercito che venga d’occidente. Una rete intricata e fitta di alture ne abbraccia tutta la parte di settentrione, una vasta e nuda pianura tutta la parte di mezzodì. Passando di là un esercito assalitore va a dar di capo in siti fortissimi, di espugnazione presso che disperata; passando di qui, va a riuscire dinanzi alle paludi del basso Mincio e alla fortezza di Mantova. La rete delle alture è tutta compresa in un grande quadrilatero, largo otto e lungo dodici miglia, che tocca cogli angoli Peschiera, Volta Mantovana, Castiglione, Lonato, ed è corso per mezzo da un fiumicello, il Redone, che nasce fra colline del lato occidentale e va a gettarsi nel Mincio. La prima catena delle alture costeggia, da Lonato a Peschiera, il lago di Garda; le altre si stendono quasi parallele alla prima, mano a mano più alte e più ripide, fino all’ultima, che scende in linea retta da Lonato a Castiglione, e piega poi ad un tratto verso Volta Mantovana. I due punti culminanti di questa catena, ch’è la più elevata e la più scoscesa, sono, verso settentrione, Solferino; verso mezzogiorno, Cavriana; tra l’uno e l’altro, [p. 27 modifica]simile a cortina di due enormi bastioni, San Cassiano. Qui è tutto un nodo di colli aspri e difficili, gli uni sorgenti sugli altri, stretti, addentellati, dirupati qua e là, sparsi di case e di torri, ad assalirsi malagevolissimi, formidabili alla difesa. Arduo su tutti, il colle di Solferino, sormontato dalla torre famosa, _la Spia d’Italia_; fiancheggiato da due colli minori, rotti del pari e scoscesi, l’uno nominato dai cipressi che ne copron la vetta, l’altro dalla chiesa, a cui sta presso il cimitero del villaggio; il villaggio è a mezzogiorno-levante del colle cui dà il nome.

La catena delle alture che si stende dietro a codesta, ch’è l’estrema, corre lungo la sponda destra del Redone, da ponente a levante; svolta, a poca distanza da Solferino (e qui s’innalza il colle di Madonna della Scoperta), a settentrione-levante verso Pozzolengo, e forma così, per chi assalga le alture dal piano, un secondo baluardo interno, che ha i suoi due punti più forti a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. Questi due punti formano con Solferino e Cavriana un quadrilatero fortissimo, a cui fanno capo tutte le strade che conducono al Mincio, tranne quella che costeggia il lago di Garda da Lonato a Peschiera, e l’altra che attraversa il piano alla volta di Mantova.

Le alture, da Pozzolengo, proseguono fino a San Martino. L’altopiano che prende questo nome da una chiesa che v’è su, sorge a sinistra della strada Lugana, la quale va da Pozzolengo fino alla riva del lago, vicino a Rivoltella, e a mezzogiorno della strada ferrata che corre da Lonato a Peschiera. Le pendici dell’altopiano, a settentrione e a ponente, sono ripide, scabre, sinuose, sparse di case che ne rendono facile e terribile la difesa, situate, come sono, a guisa di ridotti, che si guardano e si proteggono. Il sito è formidabile tra la casa Colombara, a dritta della strada Lugana, e la casa Corbù di sotto, a sinistra; più formidabile tra la chiesa di San Martino, il punto chiamato [p. 28 modifica]il Roccolo, e la casa Contracania, che sono come tre bastioni, congiunti da ripide balze, protetti da folti cipressi.

La pianura è attraversata dalla grande strada di Brescia che varca il Chiese a Montechiari, tocca Castiglione, passa davanti a Medole, da cui la pianura prendo il nome, e procede per Guidizzolo fino a Goito.

Tale il campo di battaglia.


Gli Austriaci, divisi in due eserciti, il Iº composto del 3º, 9º e 11º corpo, comandato dal Wimpffen, il IIº composto del 1º, 5º, 7º e 8º corpo, comandato dallo Schlick, si stendono in linea di battaglia per Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo.

Il IIº esercito, steso sulla destra, ha l’8º corpo, comandato dal Benedek, a Pozzolengo; il 5º, comandato dallo Stadion, a Solferino; il 1º, comandato dal Clam-Gallas, in seconda linea, a San Cassiano e a Cavriana; il 7º, comandato dallo Zobel, dietro al 1º.

Il Iº esercito, steso sulla sinistra, ha il 3º corpo, comandato dallo Schwarzenberg; e il 9º, comandato dallo Schaffgotsche, intorno a Guidizzolo; e l’11º, comandato dal De Veigl, in seconda linea, a Cerlungo e a Castel Grimaldo.

Il quartiere generale dell’imperatore Francesco Giuseppe è a Cavriana.

Gli alleati si distendono in linea di battaglia per Lonato, Castiglione e Carpenedolo.

L’esercito francese, steso alla destra, ha il 3º corpo d’esercito, comandato dal Canrobert, a Mezzane; il 4º, comandato dal Niel, a Carpenedolo; il 2º, comandato dal Mac-Mahon, a Castiglione; il 1º, comandato dal Baraguay-d’Hilliers, a Esenta; il corpo della guardia imperiale a Montechiari.

L’esercito italiano, posto all’estrema sinistra, ha la 1ª divisione, comandata dal Durando, e la 2ª, comandata dal Fanti, sulle alture di Lonato; la 3ª, comandata [p. 29 modifica]dal Mollard, a Desenzano e Rivoltella; la 5ª, comandata dal Cucchiari, al di là di Lonato.

Il quartiere generale dell’imperatore Napoleone è a Montechiari.

Di qui cento ventiquattro mila fanti, undici mila cavalli e cinquecento venti cannoni; di là seicento ottant’otto cannoni, cento quarantasei mila fanti, e ventimila cavalli.[2]

 [2] Sono noverate solamente le forze che presero parte alla
 battaglia.

Gli Austriaci, che ripassarono il Mincio la sera del ventitre, hanno designato di lasciare il ventiquattro la linea di Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo, per andare a occupare la linea di Lonato, Castiglione e Carpenedolo.

Gli alleati hanno designato di lasciare nello stesso giorno la linea di Carpenedolo, Castiglione e Lonato, per andar a occupare quella di Guidizzolo, Solferino e Pozzolengo.

I due eserciti s’incontreranno.

Ma l’esercito austriaco deve partire alle nove; gli alleati alle due; il vantaggio dell’iniziamento della battaglia è per loro.

Napoleone ha già dato gli ordini pel movimento.

L’esercito italiano si recherà a Pozzolengo, verso la catena interna delle alture.

L’esercito francese verso la catena esterna e sul piano; il Baraguay-d’Hilliers a Solferino, il Mac-Mahon a Cavriana, il Niel e il Canrobert per Medole, a Guidizzolo.

Il quartiere generale dell’Imperatore e la guardia imperiale si trasferiranno a Castiglione.


Son vicine le tre. Gli eserciti alleati sono in movimento da un estremo all’altro della linea. Il cielo è bello d’un azzurro diafano e netto, che [p. 30 modifica]si sfuma all’orizzonte in una tinta rosata e vaporosa. Un alto silenzio regna ancora in tutto il vasto teatro della battaglia.

Si senton le prime fucilate.

Il 2º corpo, che move verso Cavriana, ha incontrato gli Austriaci presso Casa Morino, a cinque chilometri da Castiglione; i bersaglieri dell’avanguardia hanno cominciato il fuoco.

Il 4º corpo francese, che move verso Medole, ha incontrato i primi drappelli della cavalleria austriaca. Gli squadroni dell’avanguardia francese li hanno assaliti e ricacciati nel villaggio. Il villaggio è difeso dalla fanteria e dall’artiglieria; il Niel ordina alla divisione Luzy d’impadronirsene; la divisione Luzy si ordina in colonne d’assalto e s’avanza.

Il 1º corpo, che move verso Solferino, ha incontrato anch’esso il nemico. Il Baraguay-d’Hilliers ha ordinato alla divisione Ladmirault di assalirlo nella Valle Padercini. La divisione Forey lo ha già cacciato da Monterosso e dal villaggio Fontane.

Il 3º corpo, partito da Mezzane, ha varcato il Chiese e s’avanza verso Medole per la via di Acquafredda e di Castel Goffredo.

Le due divisioni di cavalleria comandate dal Partouneaux e dal Desvaux s’avanzano lentamente, per la vecchia strada di Mantova, tra il 4º corpo e il 2º, alla volta di Guidizzolo.

La terza divisione del 1º corpo, comandata dal Bazaine, si mette in marcia sulle tracce della prima.


Le fucilate risuonano fitte dalla parte dell’esercito italiano.

La divisione Durando ha mandato verso Pozzolengo una colonna esploratrice, composta di tre battaglioni bersaglieri, un battaglione granatieri, una sezione d’artiglieria e uno squadrone di cavalleggieri d’Alessandria. La colonna, penetrata nella valle dei [p. 31 modifica]Quadri, ha scoperto gli Austriaci sull’altura di Madonna della Scoperta, e ha incominciato il fuoco.

Un’altra colonna esploratrice della divisione Cucchiari, composta dell’8º bersaglieri, di un battaglione dell’11º fanteria, di uno squadrone di cavalleggieri di Saluzzo e di due cannoni, condotta dal luogotenente colonnello Cadorna, s’avanza per la strada ferrata, volta a destra per la strada Lugana e procede verso Pozzolengo.

La divisione Mollard, che esplora il terreno fra la strada ferrata e il lago di Garda, ha mandato innanzi quattro colonne esploratrici, due della brigata Pinerolo, due della brigata Cuneo. La prima di esse, accompagnata dal generale Mollard, segue il luogotenente colonnello Cadorna sino al punto dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, e di là s’avanza verso Pozzolengo per Corbù di sotto.

Tutte queste colonne vanno successivamente a dare negli avamposti nemici che si stendono da Pozzolengo a Madonna della Scoperta.


I due eserciti austriaci si dispongono rapidamente alla difesa.


Son vicine le sette. L’avanguardia del maresciallo Canrobert arriva in vista di Castel Goffredo, cinto di vecchie mura, tenuto dalla cavalleria austriaca. Il generale Renault lo assale con tre colonne: l’una a sinistra, l’altra di fronte, la terza per la via di Mantova. In pochi minuti la porta è rovesciata a colpi di scure, il villaggio invaso, il nemico fugato. Tuona il cannone a sinistra: è la divisione Luzy che assalta Medole. Il Canrobert ordina alla divisione Renault di accorrere subito a quella volta; egli stesso sollecita la marcia di tutto il corpo d’armata.

Due colonne della divisione Luzy, protette dalle artiglierie, prendon Medole ai lati; il Luzy stesso, dato [p. 32 modifica]il segnale dell’assalto a tutta la linea, investe il villaggio di fronte. Gli Austriaci resistono sulle prime; incalzati dalle baionette, piegano; Medole è preso, con due cannoni e mille prigionieri.

Il 9º corpo austriaco si dispone a difesa intorno a Guidizzolo, occupa Rebecco e Casanova. Il grosso del corpo s’avanza per impedire il piano di Medole al generale Niel.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, dalla sommità del Monte Medolano vede poderose colonne austriache scendere nella pianura, e le alture tra Cavriana e Solferino incoronarsi di cannoni e di baionette; sente il cannone di Baraguay-d’Hilliers; comprende ch’egli si trova a pericoloso cimento di fronte a tante forze; lo vorrebbe soccorrere, non può: si scosterebbe troppo dal 4º corpo, e il nemico potrebbe cacciarsi in mezzo: spiega una divisione in ordine di battaglia, manda a dir al Niel che intende avvicinarsi al 1º corpo, egli si avanzi a sinistra e chiuda l’intervallo. Risponde il Niel non potere, bisognargli prender Medole prima, intender di piegare a sinistra poi, quando avrà la destra coperta dal Canrobert, il Mac-Mahon potrà allora aiutare il 1º corpo; pel momento no. Intanto, nel piano, fra il 2º ed il 4º corpo, s’avanza una lunga colonna irta di lance e luccicante di sciabole; usseri, lancieri, cacciatori d’Africa, otto reggimenti di cavalleria, le due divisioni Partouneaux e Desvaux, che vengono ad occupare la linea di battaglia tra il Niel e il Mac-Mahon.

Il generale Forey ha ributtato gli Austriaci da Grole su monte Fenile. Da monte Fenile si abbracciano collo sguardo tutte le alture del campo di battaglia: bisogna impadronirsene. Gli Austriaci, numerosi e saldi, stanno alla difesa. Tutto l’84º reggimento, col colonnello alla testa, li assale. — Viva l’Imperatore! — Il Forey è già sulla sommità di monte Fenile. Il Ladmirault libera la sua strada di alcuni piccoli corpi [p. 33 modifica]staccati, il Bazaine s’avanza per la via di Fontane e di Grole.


Le colonne esploratrici dell’esercito italiano sono alle mani col nemico a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. L’avanguardia della divisione Durando, respinta di fronte da Madonna della Scoperta, minacciata di fianco da una forte colonna, si ritira verso Fenile Vecchio, sul grosso del Corpo. Il generale Durando, misurato le forze degli Austriaci dall’alto del monte Tiracollo, manda a ordinare alla brigata Savoia che accorra immediatamente a Venzago.

Il luogotenente colonnello Cadorna, comandante la colonna esploratrice della 5ª divisione, arriva a San Martino senza incontrare il nemico; va oltre, supera l’altipiano: nessuno. Piglia per Pozzolengo, s’avvicina alla casa Ponticello, alto: i bersaglieri hanno scoperto le prime sentinelle austriache. Subito: un battaglione a sinistra, l’artiglieria sulla strada, la cavalleria in mezzo: fuoco! Gli Austriaci danno indietro. Rinforzati poco dopo, ritornano. Il Cadorna chiede soccorso alla 1ª colonna esploratrice della 3ª divisione, accompagnata dal generale Mollard, ferma a San Martino. Accorrono due compagnie di bersaglieri a sostenere il suo fianco sinistro minacciato. Non bastano: l’Austriaco ingrossa e procede. Il Cadorna si ritira. Il Mollard s’avanza con tutte le sue forze. Il Cucchiari, avvertito in tempo dal Cadorna, viene avanti anch’egli sollecitamente. Il nemico è già alla Contracania.

La divisione Fanti attende l’ordine d’avanzarsi in vicinanza di San Paolo di Lonato.


Il sole splende in tutta la maestà dei suoi raggi. Il movimento della battaglia si propaga con rapidità maravigliosa. Dall’una parte e dall’altra lunghissime colonne, seguíte da colonne più lontane, s’avanzano; si allargano, come fiumi straripanti, nei piani [p. 34 modifica]

si serrano,

come folte macchie, sui colli; serpeggiano di catena in catena. Selve di baionette scintillano qua e là tra gli alberi e le mèssi, e balenano grandi lampi improvvisi, seguíti da uno scoppio fragoroso, o lunghe e interrotte striscie di fuoco accompagnate da uno strepito precipitoso di colpi. Splendide e serrate schiere di cavalieri corrono di trotto sonante le strade. Agili batterie si slanciano su per le chine, si schierano, fulminano, e le vette dei monti scompaiono nei nuvoli bianchi, e tremano di rimbombi sonori le valli. E pei monti e per le valli si comincia a sparger sangue e a morire.


Sono le otto. Il corpo del maresciallo Niel procede verso Guidizzolo, inseguendo gli Austriaci. Una brigata della divisione Luzy arriva a Rebecco. Rebecco è difeso da quattro reggimenti del 9º corpo. Luzy lo assale. Qui comincia un’asprissima lotta; le artiglierie traggono dai due lati furiosamente; le case sono prese, perdute e riassalite con pertinacia accanita e fiera uccisione. Ma l’Austriaco, più forte, sta saldo; il Luzy chiede soccorso: sopraggiunge a passo concitato il 63º reggimento della divisione Vinoy; si ritorna all’assalto; la brigata Benedek, che occupava Rebecco, è cacciata. Ma un’altra sottentra, e il combattimento si riaccende più vivo. Intanto la divisione Vinoy sbocca nel piano di Medole e gli Austriaci si avanzano con poderose forze d’artiglieria per contrastarle la strada. Il Vinoy spiega rapidamente le sue batterie per battere le nemiche, e s’attacca un combattimento vivissimo. Altri cannoni vengono in aiuto del Vinoy dalla riserva del 4º corpo, e fulminano dall’ala sinistra. Un secondo rinforzo d’artiglieria sopraggiunge ed entra in linea. L’artiglieria nemica cede, gli Austriaci si ripiegano su Casanova, il Vinoy gl’incalza. Arriva il generale De Failly colla 3ª divisione del 4º corpo, e si spinge nell’intervallo fra il Vinoy e il Luzy. Gli assalti si rinnovano con più impetuoso furore. [p. 35 modifica]

Son le nove e mezzo. Il maresciallo Canrobert è arrivato a Medole. L’Imperatore gli fa annunziare che un corpo di 20,000 uomini è uscito da Mantova; si guardi sulla sua destra, e sostenga ad un tempo la destra del 4º corpo. Il Canrobert manda immediatamente una brigata della divisione Renault sulla via di Ceresa, e provvede alla sua sicurezza dalla parte di Mantova.

Intanto, tra il 2º e il 4º corpo, le batterie delle divisioni Partouneaux e Desvaux hanno cominciato a molestare gli Austriaci. Uno squadrone del 5º usseri e uno del 3º cacciatori d’Africa hanno assalito e disperso parecchi drappelli di cavalleria e di fanteria nemica, prendendo molti prigionieri. A misura che la sinistra del corpo del Niel acquista terreno, le due divisioni di cavalleria s’avanzano.

L’Austriaco ingrossa minacciosamente dinanzi al 2º corpo. Il maresciallo Mac-Mahon lascia la strada di Mantova, va a porsi davanti a casa Marino, e di là ordina a battaglia le divisioni La Motterouge e Decaen. Le colonne austriache, seguite da una divisione di cavalleria, scendono e si schierano nel piano di fronte a lui, spingendo innanzi un grosso numero di pezzi d’artiglieria. Il Mac-Mahon, dal canto suo, spiega in un batter d’occhio quattro batterie, e il fuoco prorompe d’ambe le parti furioso. Ma per poco: due cassoni degli Austriaci saltano in aria; la loro artiglieria, sopraffatta e malconcia, retrocede; un reggimento usseri, che tenta tre volte di girare attorno all’ala sinistra francese, viene tre volte vigorosamente respinto dalle scariche della brigata Gaudin de Villaine, e rigettato sui quadrati austriaci con molto disordine e perdita grande d’uomini e di cavalli. Una palla di cannone ha portato via un braccio al generale Auger.

La guardia imperiale muove a gran passi verso Castiglione.

Napoleone, partito da Montechiari, giunge a Castiglione, sale sul castello e osserva il campo di battaglia. [p. 36 modifica]

— Non crediamo ancora che gli Austriaci abbiano osato di ripassare il Mincio, — dicono gli ufficiali generali che gli stanno intorno.

— L’hanno passato, è una battaglia generale, — risponde Napoleone. Scende, monta a cavallo, vola dal Mac-Mahon, gli dà gli ordini, e volge a sinistra di galoppo verso il Baraguay-d’Hilliers.

Alla destra del 1º corpo, la brigata Dieu, protetta dalle artiglierie di Monte Fenile, s’è spinta di cresta in cresta fino a Solferino; gli Austriaci si fanno di momento in momento più fitti e più accaniti; la brigata Dieu, miseramente diradando, continua ad andar oltre; il Dieu cade mortalmente ferito.

Alla sinistra, il Ladmirault ha posto in batteria quattro cannoni che fanno terribile strazio delle schiere nemiche. Le brigate F. Douay e Négrier si lanciano assieme all’assalto. Gli Austriaci danno di volta; ma, dividendosi, scoprono nuovi battaglioni, terribilmente compatti, che rovesciano sugli assalitori una tempesta di palle. Il Ladmirault, ferito alla spalla, fasciato in furia, si svincola da’ suoi aiutanti di campo che lo vogliono rattenere, e ritorna a comandare la divisione, a piedi, appoggiandosi al cavallo. Il combattimento ingrossa e inasprisce. Gli Austriaci conoscono quel terreno a palmo a palmo, e a palmo a palmo lo contendono. Il momento è gravissimo. Il Ladmirault ordina che si slancino all’assalto le ultime riserve della divisione; in quel punto un’altra palla gli passa la coscia. — Non è nulla, — egli grida agli ufficiali che gli accorrono intorno, e con supremo sforzo continua a reggersi in piedi, col braccio stretto al collo del cavallo, pallido e sanguinoso. A un tratto vacilla, è sorretto; fa chiamare il generale Négrier, gli affida la divisione; lo trasportano fuori del campo; egli si volge a guardare ancora una volta i suoi bravi soldati che combattono e muoiono per la libertà d’Italia e per l’onore della Francia. [p. 37 modifica]

— Avanti il 1º reggimento zuavi! — è l’ordine che manda il Baraguay-d’Hilliers alla divisione Bazaine che s’avanza in quel punto da Grole. L’ordine è eseguito: eccoli! Era un pezzo che fremevano costoro che vanno alla morte come a un convito! Il reggimento s’avanza a passo concitato, rumoreggiando sordamente come piena impetuosa che travaglia le dighe; su quei volti balena la vittoria; in quei larghi petti di ferro si prepara il grido annunziatore di morte; i fucili, agitati dalle mani convulse, si urtano e le baionette risuonano con orrendo fragore. — All’assalto! — La piena sprigionata prorompe, un grido selvaggio si leva e si prolunga come ripercosso dall’eco su per l’erta contesa, l’erta si copre di cadaveri, gli zuavi son sulle alture. L’artiglieria, in quel frattempo, trattasi a gran pena sui punti eminenti, versa una grandine di ferro sui battaglioni austriaci e sfracella le case della gola di Solferino. Una brigata del 5º corpo, decimata, si ritira dal campo. Due altre brigate del corpo stesso si ritraggono sulle alture circostanti al villaggio, e occupano fortemente la torre, il cimitero e il Monte dei Cipressi, rinvigorite d’un poderoso soccorso di genti fresche. Codesti siti sono formidabili, le salite son rotte e scoscese, su tutti i punti battono le artiglierie, i difensori traggono di dietro ai muri con un furore d’inferno.... — Si rovescino quei muri a colpi di cannone! — grida il Baraguay-d’Hilliers. Una batteria s’arrampica sur un’altura a trecento passi dal cimitero e lo bersaglia rabbiosamente con fittissimi colpi; le mura, squarciate, rovinano come per crollo di terremoto. In quel mentre le artiglierie del Forey, sostenute da due batterie della riserva, soffocano la voce dei cannoni austriaci sull’altura dei Cipressi.

Sulla sinistra le sorti non inclinano a favore d’Italia. Il generale Durando, giunto a Venzago, riceve l’ordine dall’Imperatore di congiungersi al 1º corpo. Egli manda subito un soccorso al 1º reggimento [p. 38 modifica]granatieri e al 3º battaglione bersaglieri che combattono a Madonna della Scoperta. Le truppe, rafforzate, vanno all’assalto; la 10ª batteria le sostiene, i cavalleggieri d’Alessandria caricano; gli Austriaci piegano. Piegano, ma rincalzano, come sempre, più vigorosi. Due battaglioni del 1º granatieri mandati verso la casa Piopa a cercare un punto dove assalire il nemico, sono assaliti e respinti. Gli Austriaci si avanzano sino a Casa Soieta; lì appostano una batteria e tempestano il 2º granatieri, che s’avanza direttamente contro Madonna della Scoperta.

Sull’estrema sinistra, poi che furon respinte sino alla strada ferrata le colonne esploratrici della 3ª e della 5ª divisione, il generale Mollard si risolve ad attaccare il Benedek col grosso delle sue forze. Arriva per la strada ferrata il generale Arnaldi colla brigata Cuneo e mezza la 6ª batteria; raggiunge la Casanova, volge a destra, attraversa i campi, s’arresta, si dispone: il 7º a destra, in prima linea, col colonnello Berretta; l’8º a sinistra, in seconda, col colonnello Gibbone; quello per la Colombara e la Contracania, questo per il Roccolo e la chiesa di San Martino. S’avanza un drappello di cavalleggieri di Monferrato, un altro di cavalleggieri di Saluzzo, un terzo, un quarto. Squilla il segnale dell’assalto; i reggimenti, saldi e impetuosi, muovono; la cavalleria si slancia di carriera; il nemico tentenna, gli assalitori incalzano rapidissimi, sorprendono tre cannoni, son signori delle alture. — Ci siamo! — grida con trasporto di gioia il generale Arnaldi, e cade. Il generale Mollard, trepidando, accorre: — Che hai? Sei ferito? — Arnaldi, gravemente colpito al ginocchio, fa uno sforzo per levarsi, non gli riesce, e due lacrime gli scendono giù per le gote. — Coraggio! — gli dice con pietà affettuosa l’amico. — Non piango per me, egli risponde; per te piango, chè non ti potrò venir compagno nei pericoli, e una tremenda giornata si prepara: non vedi? — E accenna dalla parte di Pozzolengo, e [p. 39 modifica]Mollard guarda, e vede sterminate schiere di nemici ondeggiare e luccicare confusamente sulle alture lontane. — Addio, Arnaldi! — e l’Arnaldi è portato via, e il colonnello Berretta assume il comando della Brigata Cuneo. Gli Austriaci intanto, respinti non rotti, si ristringono, risalgono, riprendono con impeto audace le alture. I battaglioni italiani ritornano all’assalto, l’uno dopo l’altro, infuriando; due volte, seminata di cadaveri la china, guadagnano l’alto piano; due volte ne son risospinti. Di più irato coraggio infiammati, fanno impeto ancora, e prevalgono al fine, e cacciano il nemico dall’alto, e l’inseguono.

Ma per poco. Di là dove il bravo Arnaldi accennava, l’Austriaco, grosso e risoluto, s’avanza, allargandosi, e minaccia sui due lati: a sinistra, l’artiglieria; a destra, la via ferrata. Gl’Italiani gagliardissimamente resistono: il 3º battaglione del 7º di linea e un battaglione bersaglieri della 5ª divisione, difendono, con molto sangue, i cannoni; il maggior Solaro, colpito dei primi, muore; cade ferito il maggior Borda, cade il maggior Longoni, cadono a dieci a dieci i soldati; ma invano. Il nemico, troppo più forte, procede; gl’Italiani indietreggiano lentamente, disputando il sito passo a passo, tenaci; il colonnello Berretta, con tranquillo consiglio, governa la ritirata, conforta la resistenza, frena la foga ardimentosa dell’assalitore, anima, riordina, ripara; a un tratto precipita di sella; lo guardano, ha una palla nel cuore. Resistere più oltre sarebbe spreco di sangue. Il Mollard ordina la ritirata su tutta la linea; gl’Italiani cedono il campo, protetti da due batterie d’artiglieria mandate innanzi dal generale Cucchiari, che le segue colla sua divisione. Soverchiati, non sciolti, nè scemi d’animo; laceri e sanguinosi, ma coi sembianti tuttavia splendidi d’ira e di valore, i soldati del Mollard passano al di là della strada ferrata a riprendere lena. Coraggio! Il nemico non rimarrà lungo tempo su quelle alture. Ecco: giunge [p. 40 modifica]la brigata Casale, giunge la brigata Aqui, giungono il 5º e l’8º battaglione bersaglieri, la 5ª divisione, il generale Cucchiari.

La divisione Fanti è sempre a San Paolo di Lonato.


Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sull’alture occupate dal 1º corpo, medita il campo di battaglia, e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciar gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, all’assalto.

La brigata Alton, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire; ma su quella vetta sta la vittoria: l’Imperatore è là, e vede, e con lui la Francia e il mondo.

La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: — Coraggio! — I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già su un buon tratto, ordinati ancora, e salgono.... All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle da cannone e di fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.

— Avanti la guardia imperiale!

La guardia imperiale s’avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordine di venire in aiuto del corpo del Baraguay-d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint-Jean-d’Angély che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge pel campo: la guardia imperiale s’avanza; il fiore del sangue francese; l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata [p. 41 modifica]degli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio del sole di Waterloo, formidabile, venerata, solenne; la guardia imperiale s’avanza.

La divisione Camou si divide: la brigata Picard verso le alture di sinistra; la brigata Maneque, in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano; zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriaca infuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto: — Viva l’Imperatore! Viva la Francia! — Gli Austriaci piegano; sulle alture di Forco e di Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque.

In quel punto il battaglione cacciatori della guardia gira attorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni e cento prigionieri.

Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia, mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la 1ª brigata ad assalire l’altura dei Cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Bœuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre d’un nembo di palle il villaggio, e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei Cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.

Il generale Bazaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappato la bandiera al reggimento principe Wasa. [p. 42 modifica]

Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri son caduti in potere del 1º corpo e della guardia imperiale. Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.


Mentre tutto ciò accade al centro, il maresciallo Mac-Mahon, rassicurato dalla parte del 4º corpo, piega verso Solferino e si congiunge alla guardia imperiale. In quella una splendida e formidabile colonna di cavalleria s’avanza rapidamente nel piano alla destra del 2º corpo: sono i ventiquattro squadroni della guardia, condotti dal generale Morris, che vengono a chiudere l’intervallo tra il 2º corpo e la divisione Desvaux.


Sull’estrema destra, nuove forze austriache si succedono senza posa di fronte al generale Niel. Cacciata una brigata, un’altra è là pronta, e sottentra. Dopo il 3º e il 9º corpo spuntano le colonne dell’11º. Il generale Vinoy, spazzato dinanzi il terreno a furia di mitraglia, attaccò Casanova, la prese, la fortificò, ne fece un punto d’appoggio validissimo alla sua linea di battaglia. Sulla destra del 4º corpo, il generale Luzy, sostenuto dalle due brigate della divisione Renault mandate dal Canrobert, dopo molti incontri durissimi, ora prevalendo, ora soggiacendo, riuscì a mantenersi fermo a Rebecco. Tra il Luzy e il Vinoy, la brigata O’ Farrel della divisione Failly s’è insignorita della casa Baita, e la difende contro gl’impetuosi ritorni degli Austriaci. Il generale Niel, rimasto senza riserva, chiede al maresciallo Canrobert che mandi a sostenere il suo centro, vigorosamente e ostinatamente assalito. Il maresciallo Canrobert, stimando che bastino poche forze a proteggerlo dalla parte di Mantova, ordina al generale Trochu di condurre la sua 1ª brigata sul campo di battaglia agli ordini del generale Niel. [p. 43 modifica]Il Trochu si mette immediatamente alla testa della brigata Bataille, fa deporre gli zaini, attraversa Medole, già popolato di feriti e di carri, e piglia di corsa la strada di Guidizzolo.


Intanto, sulla sinistra della linea, non prevale ancora la fortuna d’Italia. L’artiglieria austriaca, da casa Soieta, travaglia la 1ª divisione. Invano il generale Durando mette innanzi nuovi cannoni, invano spinge all’assalto, un dopo l’altro, i quattro battaglioni del 2º granatieri; le colonne nemiche s’avanzano. A mezzogiorno, il generale Durando, ridotto in pericolosissima condizione, tenta ancora di arrestare il nemico con un assalto del 4º battaglione bersaglieri e un battaglione del 2º fanteria. I due battaglioni, assalendo arditissimi, lo arrestano in fatti di fronte; ma una lunga colonna si avanza in quel mentre, con rapido giro, sulla destra, e minacciandoli di fianco li costringe a ritirarsi. Allora il generale Forgeot, comandante l’artiglieria del 1º corpo francese, volta rapidamente contro gli Austriaci un forte numero di cannoni, e li ricaccia indietro, con un fuoco violento, sconvolti.

All’estrema sinistra, il generale Cucchiari, arrivato là dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, subito dopo la ritirata del Mollard, dispone senza indugio all’assalto la brigata Casale: l’11º, condotto dal colonnello Leotardi, in prima linea per il Roccolo e San Martino; il 12º dietro. La brigata si muove; ma il nemico, che occupò le case Armia, Selvetta e Monata, la previene, minacciandola sulla destra. Il generale Mollard, di là dove si trova, vede il pericolo, e manda a ordinare al comandante il 2º battaglione del 12º che pieghi subito a destra e respinga il nemico dai nuovi siti donde minaccia. Il comandante del battaglione, che ebbe un ordine diverso dal proprio generale, esita ad obbedire e prosegue. Il Mollard, [p. 44 modifica]sdegnato, lo raggiunge di carriera, e gli rinnova il comando con quel suo piglio terribile. Allora il maggiore obbedisce, e volge il suo battaglione a destra; il 3º e il 4º lo seguono; il 1º rimane a sinistra dell’11º reggimento. Il colonnello Leotardi dà il grido dell’assalto: l’11º si slancia sul Roccolo e sulla chiesa di San Martino; i tre battaglioni del 12º, insieme al 10º battaglione bersaglieri, si gettano sulle case dell’estrema destra. Gli Austriaci ricevono gli uni e gli altri con iscariche replicate di moschetteria e di mitraglia che aprono larghi e mortali vuoti nelle colonne d’assalto: il maggior Poma è ucciso; il colonnello Avenati, il maggior Manca, il maggior Zinco feriti; ma le file si stringono, il sangue degli ufficiali infiamma di più irata audacia i soldati, e la brigata Casale, vinta la pertinace difesa, guadagna le alture, invade le case di destra, penetra nella Contracania e conquista tre pezzi d’artiglieria.

Mentre codesto assalto si compie e il nemico subitamente rincalza, la brigata Aqui che vien dietro col 1º battaglione bersaglieri, si dispone anch’essa all’assalto. I due battaglioni di destra del 17º reggimento, ordinati a sinistra della strada Lugana sotto il comando del colonnello Ferrero, si slanciano, con due compagnie del 5º bersaglieri, contro la chiesa di San Martino e la Contracania, ricadute entrambe in poter del nemico. Gli altri due battaglioni del 17º, coi rimanenti bersaglieri del 5º, si gettano a sinistra fino alla casa Corbù di Sotto. Tra una e l’altra di queste due colonne prosegue a combattere vigoroso l’11º reggimento. Il primo battaglione del 12º combatte arditamente all’estrema sinistra, presso le case Ceresa e Vestone, isolato. Tutti codesti assalti soverchiano il nemico, San Martino ed il Roccolo per la quinta volta son presi, gli assalitori s’avanzano sull’altopiano, la vittoria sorride alle armi di Italia.

Al tocco, la brigata Pinerolo della 3ª divisione, [p. 45 modifica]chiamata in aiuto dal generale Cucchiari, s’avanza contro la Contracania in ordine d’assalto; il 13º a destra, il 14º a sinistra. Già l’artiglieria dal centro ha preso a battere il nemico, già le prime colonne si sono impadronite di varie case, quando sull’altura della Contracania si vede il fuoco della 5ª divisione rallentare, retrocedere, sparire. L’Austriaco, veduto la debolezza della sinistra italiana, aveva condotto in quel punto il nerbo delle sue artiglierie, e fulminato di mitraglia, alla distanza di duecento passi, il 1º battaglione del 12º e l’ala sinistra del 17º, tra Corbù di Sotto e Vestone. Quel 1º battaglione avea resistito, poi piegato, poi resistito ancora, e da ultimo ceduto il terreno, trascinando nella sua ritirata i due ultimi battaglioni del 17º, bersagliati a sinistra e di fronte; il movimento in addietro s’era propagato di corpo in corpo, dalla sinistra alla destra; il generale Cucchiari, slanciandosi qua e là di carriera, aveva tentato invano di arrestarlo; invano aveva spinto innanzi la 9ª batteria: gli Austriaci avean radunati sulle alture trenta cannoni e impedivano ogni efficace ritorno all’offesa. Impotente, solo, a ritentare l’assalto, il 18º reggimento si restringe a proteggere la ritirata. Il Cucchiari tenta di arrestare i soldati alla strada ferrata: non riesce; tenta di arrestarli a mezza strada per Rivoltella, e non gli vien fatto neppure: li arresta e li riordina finalmente presso quella città.

A quello spettacolo, il generale Mollard, stordito, angosciato, fremente, non sa che risolvere. Attaccherà il nemico? La brigata Cuneo è decimata, spossata, rifinita dalla sete e dal digiuno; e la brigata Pinerolo, scarsa di fronte alle forze poderose degli Austriaci, verserebbe invano il suo sangue. Si ritirerà anch’egli? Il nemico si rovescierà allora sulla sinistra francese. Il Mollard ha deciso: rimarrà fermo ai piedi delle alture, in aspetto minaccioso; terrà in rispetto il nemico, pésto ancora e sanguinoso delle zuffe ostinate della [p. 46 modifica]mattina; aspetterà colle armi in pugno il momento propizio a ritentar la fortuna.

La divisione Fanti, rimasta fino alle 11 a San Paolo di Lonato, s’è mossa alla volta di Solferino, per ordine di Napoleone, a fine d’appoggiare l’assalto del 1º corpo.


È un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture della Casa del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5º corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac-Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15º fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in poter dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo d’una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac-Mahon comanda l’assalto: è cosa di pochi istanti: l’eco del grido — Viva l’Imperatore! — non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dall’artiglieria della guardia, sventola il vessillo degli Algerini.

Il Mac-Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla sua linea.

All’improvviso, gli Austriaci, come incitati da sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, [p. 47 modifica]si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rafforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrato un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a piegare. Che è questo?

Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.

Allora il Mac-Mahon prepara all’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo sul centro, ed è sforzo disperato; i due Imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per sonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce l’assalto, feroce la resistenza; le artiglierie infuriano con orribile fracasso; il sangue corre; muore il colonnello Douay, muore il colonnello Laure, cadono l’un sull’altro i soldati; ma omai volgerà alla fine questo orrendo macello: gli Austriaci, incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale.

In quel mentre l’11º reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11º battaglione cacciatori, fulminato di fianco da due batterie, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.

Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.


Tutto ciò accadendo al centro, un sì spaventoso fragore rimbomba alla destra del 4º corpo, che pare ne tremi il cielo e la terra. Sono quarantadue cannoni francesi diretti dal generale Soleille, che traggono di concerto sul 3º e sul 9º corpo nemico, alternativamente ributtati e rincalzanti. Arde la battaglia, con mutabile risultamento [p. 48 modifica]intorno a Casanova e Rebecco. Una brigata di cavalleria della divisione Partouneaux vola in soccorso del generale Vinoy. Arriva da Medole il generale Trochu colla brigata Bataille, la dispone in colonna d’assalto, investe e ricaccia gli Austriaci fino alle prime case di Guidizzolo. Ricevuto là dalle scariche improvvise di schiere profonde e compatte, si ripiega su Baita. Giunge in quel punto col nerbo del 3º corpo il maresciallo Canrobert, fatto sicuro, per l’ora tarda, d’ogni sorpresa da Mantova. A quest’annuncio il generale Niel tenta un ultimo colpo: lancia le truppe della divisione Trochu fra Casanova e la Baita, con una batteria d’artiglieria.

In quel tempo, l’imperatore Francesco Giuseppe, visto squarciata nel centro la sua linea di battaglia, per frenare il corso alla fortuna che precipita, tenta un estremo sforzo a sinistra, contro i corpi del Niel e del Canrobert, mandando tutto intero il suo Iº esercito all’assalto. Le riserve del 3º, del 9º e dell’11º s’avanzano per sostenere le loro malconce divisioni. Un sanguinosissimo combattimento comincia. Il principe Windisch-Graetz si lancia avanti tra i primi, alla testa d’un reggimento della brigata Greschke; si getta con impeto verso Casanova, respinge i bersaglieri francesi che ne contrastano le vicinanze; le colonne lo seguono mirabilmente ardite e ordinate; ma ecco, una palla gli colpisce il cavallo, due altre feriscono lui e lo rovesciano di sella, le file si disordinano, il 1º reggimento dei lancieri francesi, condotto dal generale Labareyre, si avventa alla carica, e sgombra il terreno intorno a Casanova; le fanterie ripigliano animo e si caccian sotto; gli Austriaci voltan le spalle, e la bandiera del loro 35º reggimento cade nelle mani del 76º francese. È questo uno dei più duri incontri della giornata, e a più largo prezzo di sangue pagati: quattro colonnelli, il Lacroix, il Capin, il Maleville, il Jourjon son rimasti cadaveri sul campo. [p. 49 modifica]

Mentre qui ferveva più viva la battaglia, tre grandiose cariche di cavalleria si succedevano sulla sinistra del 4º corpo. Il generale Desvaux, viste da lontano alcune colonne austriache dirette verso Guidizzolo, lanciava prima ad assalirle tutto il 5º reggimento usseri e il 1º cacciatori di Africa della brigata Planhol, poi due volte il 3º cacciatori d’Africa della brigata Forton. Il terreno folto d’alberi e intersecato da fossi, avendo ritardata la prima carica, le colonne austriache avevano avuto tempo per formare i quadrati; onde ai reggimenti successivamente sopraggiunti non era riuscito di scompigliarle. Ma avevano loro impedito di andare a ingrossare l’assalto di Casanova, e agevolato così la vittoria del 4º corpo francese.


Sono le quattro. La battaglia, sull’ala destra francese, volge al suo fine.

Il generale Trochu, colla brigata Bataille, mandato dal generale Niel verso Guidizzolo subito dopo l’arrivo sul campo del maresciallo Canrobert, incontra gli Austriaci sulle tre strade che sboccano dal villaggio; li assalta alla baionetta, li ricaccia di fronte fino a un miglio dalle prime case, li respinge dalla parte di Baita, s’impossessa di due cannoni, e prende un grosso numero di prigionieri. Il colonnello Broutta è mortalmente ferito di mitraglia.

Così termina la battaglia sull’ala destra.

Al centro, l’Austriaco è stato cacciato dalla guardia imperiale, d’altura in altura, fino a Cavriana, e nel villaggio stesso di Cavriana, dov’è il quartiere generale dell’Imperatore nemico, penetrarono i volteggiatori della guardia e i bersaglieri algerini. Il Decaen e il La Motterouge hanno respinto gli Austriaci da tutte le case della pianura.

L’imperatore Francesco Giuseppe dà l’ordine della ritirata a tutta la [p. 50 modifica]linea.

In quel tempo dalla parte di Madonna della Scoperta il 2º reggimento granatieri, sopraffatto dalle crescenti forze degli Austriaci, s’era ridotto disordinatamente fuori di tiro, per riannodarsi e ritornare sul campo. Tutta la brigata Savoia era entrata in linea e si manteneva salda sui siti occupati, respingendo aspramente gli assalti dei nemici.


Alle due, nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza di prima. La 3ª divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano coll’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora sonar nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguìto? Che fa la 5ª divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito d’un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stremezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. — Ritirarsi? — si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. — Oh no! Mai! — Il suo sangue di soldato si rimescola. — Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul capo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è ancora stato legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato [p. 51 modifica]il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Son nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. — Sarebbe la prima volta, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi fa andare in bestia! — E scopertosi il capo, stropiccia il berretto colle mani convulse.

All’improvviso, da una parte del campo si sente una voce concitata: — Il generale Mollard! — È un uffiziale d’ordinanza del Re, arrivato di grande carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. — Generale! — quegli esclama; — Sua Maestà le fa sapere che i Francesi vincono a Solferino, e ch’egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La 5ª divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di venirsi a porre ai suoi comandi.

Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard.

— Signori! — egli esclama volgendosi verso gli ufficiali del suo seguito con piglio risoluto; — il Re vuole che si conquistino le alture, e si conquisteranno.

E poi all’ufficiale d’ordinanza: — Vada a dire al Re che i suoi ordini saranno eseguiti.

L’uffiziale parte di carriera.

La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere; in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e un accorrere precipitoso di cavalieri, un rimescolìo, un ribollimento; fame, sete, arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e gagliardi, come la mattina, all’ [p. 52 modifica]uscir dei campi; un’altra aurora, più splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e si prenderanno, è ordine del Re.

Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il generale Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia, il 1º battaglione bersaglieri, la 15ª batteria. Vengono, come a una festa, baldanzosi e ridenti. — Viva la brigata Aosta! — si grida nel campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due illustri bandiere, lacere e superbe, passano sventolando in mezzo alle schiere riverenti.

Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slancieranno, convergendo, tra la Contracania e San Martino; il 7º reggimento della brigata Cuneo terrà dietro alla brigata Aosta; l’8º, fermo, guarderà il campo dal lato di Peschiera.

Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.

Un battaglione del 14º, una compagnia di bersaglieri e due pezzi d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo colpo di cannone partito dal grosso della divisione, s’avanzeranno a minacciare il nemico sulla sua sinistra. La 4ª batteria sosterrà la brigata Pinerolo sulla destra, la 5ª sulla sinistra, la 6ª alla stazione di Pozzolengo, la 15ª a destra della 6ª, i cavalleggieri di Monferrato all’estrema destra.

Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il tuono rumoreggia.

Le truppe si moveranno tutte insieme, ordinate e silenziose; non un colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto d’assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneran [p. 53 modifica]no tutte le bande, batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi, delle bande, dei cannoni, tuonerà d’ogni parte un grido formidabile: Viva il Re! e dieci mila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia coll’Italia. La 5ª divisione non può tardare a giungere; sono le cinque, tutto è disposto, giù gli zaini, e avanti.

Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slancieranno all’assalto.

In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale spaventevole, misto di grassa grandine e di pioggia dirotta, prorompe; si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.

Le colonne si fermano.

Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla brigata Acqui. Tutta la 5ª divisione è sul campo. Il Mollard corre a concertarsi con Cucchiari. La 5ª divisione romperà la destra del nemico, e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale, il 18º fanteria, l’8º bersaglieri, due batterie e uno squadrone di Saluzzo anderanno all’assalto. Il 17º, il 5º bersaglieri, una batteria restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è tutto a segno, avanti, all’ultima prova.

Tutta la linea si muove.

La brigata Pinerolo s’avanza verso la Contracania. Il 14º è in prima linea, col colonnello Balegno alla testa; il 13º lo segue; la 4ª e la 5ª batteria lo proteggono. Tuona il primo colpo di cannone; il Balegno manda il grido dell’assalto; il reggimento gli fa eco e si slancia impetuoso, spaventevole, bello; ma, Dio! s’è slanciato troppo presto, le scariche dei battaglioni austriaci e [p. 54 modifica]delle artiglierie lo straziano, prima ch’ei sia arrivato lassù sarà dimezzato; il 13º, impedito dal terreno, è rimasto addietro, lo ha perduto di vista, non lo può più sostenere; il colonnello Balegno è ferito a morte, il reggimento inferocito continua a salire, gli Austriaci raddoppiano il fuoco, le file diradano miseramente, non si può più proseguire, no, non si faccia spreco di vite, indietro, valorosi! Il reggimento dà indietro, riscende ai piedi delle alture, si arresta alla casa Armia, si riordina: quanto scemato! Il Balegno muore. — «Pazienza, — egli dice — muoio, ma l’ho condotto io al fuoco il mio 14º!»

Avanti il 13º, alla riscossa. Lo comanda il bravo colonnello Caminati. — Soldati! — egli grida colla sua voce poderosa: — ricordatevi di mantenere la promessa che mi avete fatta! — Viva il Re! Viva il Re! — risponde clamorosamente il 13º, e si slancia in furia; fulminato, affretta la corsa; è alla Colombara, l’assalta, la circonda di cadaveri, guadagna il terreno a palmo a palmo a colpi di baionetta. Il Caminati cade. — Avanti, figliuoli! Difendete la bandiera! — e muore. Cresce, alla vista di quel sangue, l’animo e l’impeto dei soldati; la Colombara è presa. Ma una colonna austriaca s’avanza concitatamente sulla destra; il nemico, ingrossato, rincalza di fronte; il 13º si difende per mezz’ora, accanito; stretto da ogni parte, indietreggia, cede i siti conquistati, ridiscende fino a casa Fenile. E due reggimenti respinti, scellerata fortuna!

Le artiglierie tuonano intanto su tutta la linea. La brigata Aosta, seguita dal 7º reggimento, respinge il nemico presso casa Raimondi, e s’avanza coi bersaglieri a sinistra; il 5º reggimento lo scaccia da Casanova, da Armia, da Monata; il 6º conquista le case Chiodina di sopra e Chiodina di sotto. Ma qui comincia ad avversarci la sorte. Il 6º assalta la Contracania; gli Austriaci, forti di numero e di sito, lo ributtano e lo incalzano; tutta la brigata Aosta, involta nel movimento, [p. 55 modifica]ripiega fino alla Monata e alle case vicine; assalita sulla sinistra, si difende, perdendo terreno. Muore il maggiore Bosio del 6º reggimento, il general Cerale è ferito, ferito il colonnello Vialardi; ferito il colonnello Plochiù, ferito il maggiore Polastri, ferito il maggiore Botteri, e cento altri valorosi.

La 5ª divisione combatte con varia fortuna contro San Martino, e dai due lati della strada di Pozzolengo; si impadronisce delle case Chiodine e della casa Plandro; il generale Cucchiari, il generale Pettinengo, il generale Gozzani, ardenti di coraggio e d’entusiasmo, preparano i soldati ad assalir le Casette e le alture della Chiesa; ma il nemico è grosso e tenace, e l’assalto, pur troppo, qui come altrove, con molto valore e molto spargimento di sangue tentato, riuscirà vano.

E anche la colonna di diversione mandata a San Donnino è stata respinta dalle forze soverchianti della sinistra austriaca, e ha dovuto desistere dalle offese.

Dunque da ogni parte s’ha la fortuna nemica; dunque è fatale che il numero prevalga alla virtù, alla giustizia, all’amor di patria; che non si possa strappare dalla nostra bandiera il velo nero di Novara; che questo giorno solenne, da tanti anni sospirato, preparato, pregioito, invece di rifarci delle antiche sventure, ce ne aggravi sul capo una di più; che l’ira, da sì lungo tempo e così amaramente compressa in fondo al cuore, ci resti soffocata e ci consumi; che sia delusa la speranza d’Italia, la fiducia della Francia, l’aspettazione dell’Europa; che si debba arrossire in faccia a coloro che son venuti a spargere il loro sangue per noi, e mordere la polvere mentr’essi cantano vittoria?

Sono le sette.

Un’estrema prova. Un assalto generale su tutta la fronte; otto reggimenti in linea; tutta la brigata Aosta, tutta la brigata Casale, tutta la brigata Aqui, il 7º, il 14º, tre battaglioni bersaglieri, venti [p. 56 modifica]cannoni tra la Perentonella e la Monata, tutta l’artiglieria della 5ª divisione in batteria.

Avanti!

Oh per l’amore d’Italia, in nome della libertà e della giustizia, in nome dei nostri morti, in nome di tutto quello che s’è patito e di tutto quello che s’è amato, vincete! L’ultimo raggio del sole vi saluti vittoriosi in vetta a quei colli; non tramonti con esso la gloria della nostra bandiera; quest’è l’istante supremo: coraggio, fratelli, e voi, madri d’Italia, pregate.

Tutta la linea si muove; le artiglierie prorompono tutte assieme in una scarica formidabile che echeggia come scoppio di cento folgori fino ai confini del campo; le batterie della 5ª divisione infuriano di fronte, i venti cannoni della Monata di fianco; i tamburi battono la carica, squillano le trombe dei bersaglieri, i generali e i colonnelli agitano le sciabole alla testa delle colonne, sventolano le vecchie bandiere dei reggimenti, diecimila baionette si spianano, diecimila altissime grida s’innalzano, lo spazio interposto scompare. Il nemico si turba, indietreggia, volta le spalle, è fugato.

Un altro fragoroso grido s’innalza da tutte le alture: — Viva il Re!

Subito, colla rapidità del lampo, trenta pezzi d’artiglierie sull’altopiano a fulminare l’opposto pendìo che gli Austriaci tentano di risalire, i battaglioni si stendono e li tempestano d’un gagliardo fuoco di fila, i cavalleggieri di Monferrato li flagellano di fronte e di fianco, un ultimo fuoco di mitraglia, è finito.

Dopo quattordici ore!

La vittoria era stata agevolata dal general Fanti. La 2ª divisione, ch’era la sua, partita da San Paolo di Lonato alla volta di Solferino, aveva ricevuto l’ordine dal Re di mandare la brigata Piemonte a Madonna della Scoperta e la brigata Aosta al generale Mollard. Quando la brigata Piemonte arr [p. 57 modifica]ivava al campo del generale Durando, gli Austriaci, per ordine dell’Imperatore, si ritiravano. Allora il Re affidava codesta brigata e la 1ª divisione al generale La Marmora, ordinandogli di correre in soccorso dell’estrema sinistra. Arrivati colà, il generale Durando colla 1ª divisione, cacciava il nemico da monte Maino; il general Fanti colla brigata Piemonte lo respingeva fino a Pozzolengo, e collocata una batteria sul monte San Giovanni tempestava di granate le spalle degli Austriaci combattenti a San Martino.

È scesa la notte; l’esercito austriaco si affolla disordinatamente sopra i ponti del Mincio, e ripassa.

L’imperatore dei Francesi pianta il suo quartiere generale a Cavriana e va a riposare nella stessa casa e nella stessa stanza dove riposava la notte innanzi l’imperatore degli Austriaci.

Il vastissimo campo di battaglia tace. I villaggi e le case risonanti poc’anzi di urli feroci e di colpi, risonano ora di voci lamentevoli e fioche, di parole di dolore, di preghiera, di conforto, di pace. Da casa Marino a Cavriana, da Medole a San Martino, cinque mila cadaveri e ventitre mila feriti sono sparsi; le colline e le valli miseramente insanguinate, i campi devastati e pesti, diroccate le case, e per tutto armi disperse, cannoni atterrati, e cavalli giacenti, e tracce funeste di desolazione e di morte.

I due eserciti riposano.

Qua e là scintillano i primi fuochi del bivacco, illuminando all’intorno generali e soldati, vinti e vincitori, stesi per terra, chi ferito e chi dormente, gli uni accanto agli altri, alla rinfusa, come eguali ed amici.

Ed erano eguali, sì, generali e soldati, nella fortissima virtù dei sacrificii, nella generosa devozione ai loro Principi e nel divino amore della patria; amici sì, vincitori e vinti, nella sublime religion del valore, d’ambo le parti, in quel giorno memorabile, splendidamente glorificata col [p. 58 modifica]sangue.

Sono trascorsi dieci anni, o caduti dei tre eserciti; e come quel giorno giacevano confusi i vostri cadaveri sul campo, oggi riposano le vostre ossa in una tomba comune, sulla quale sventolano le bandiere dei tre popoli a significare che siete tutti egualmente amati, venerati e pianti.