Scatole d'amore in conserva/Cuori complicati

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Cuori complicati

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Marinetti - Scatole d'amore in conserva, 1927 (page 41 crop).jpg

CUORI COMPLICATI

[p. 40 modifica]H

o avuto, fra le mie numerose avventure, soltanto tre amanti tedesche. Una amburghese giovane e fresca ma pedante e cretina come un saggio critico di Benedetto Croce. La moglie di un editore di Lipsia, assolutamente insipida. E una signora berlinese rimasta per me indimenticabile. La conobbi all’Hotel des Palmes di Palermo. Era giunonica, imperiale. Faceva degli sforzi eroici verso l’eleganza, senza raggiungerla. Parlava continuamente dei grandi sarti parigini. Il direttore dell’hotel mi disse che era una delle signore più in vista dell’alta società berlinese. Non mi piaceva. Ma mi manifestava una così continua ammirazione, aveva un così buffo stupore azzurro negli occhi quando io condannavo brutalmente i ruderi e i musei, che ebbi il desiderio di catalogarla. I miei amici futuristi Bruno Corra e Settimelli avevano organizzato una grande tournée futurista col mio dramma Elettricità e la sera, mentre parlavo al pubblico palermitano del Politeama Garibaldi sporgendomi da un palco tra Peppino Ardizzone e Tasca di Cutò, vidi la mia amica berlinese estatica in una poltrona sotto di me. Precisai allora con energia il mio disprezzo irruente per i forestieri, passatisti in genere e teutonici in particolare, che perpetuano, con la loro ammirazione idiota, il nostro tradizionalismo artistico, il culto plagiario del passato, la manìa del falso antico, la vecchia Italia morta ma non ancora sepolta. All’uscita si scatenò una battaglia tra futuristi e passatisti ai Quattro Canti di Campagna. Armando Mazza sferrò i suoi pugni atletici e Francesco [p. 41 modifica] Cangiullo prese a calci un critico. Io ricevetti un appuntamento dalla signora berlinese per le due di quella notte. Caldo spaventoso sul ribollente golfo palermitano che sembrava un vulcano colmo di lava. All'una tutti sudavano abbondantemente come sotto un sole tropicale. Con poco entusiasmo ma con curiosità entro nella camera della bella berlinese. Nel buio tocco le sue grosse braccia nude. Camera vasta, con due grandi finestre spalancate sul fiato africano del mare infuocato di stelle. Sudavamo tutti e due. Fui felice di sdraiarmi con lei sulla pietra nuda, lontano dai divani e dai letti torridi. Un’ora dopo mi disse: — Ora accenderò, devi vedere la mia camicia da notte che mi sono fatta fare appositamente per te. Ci alzammo. Luce. Colpo teatrale nei miei nervi. La sua camicia era formata con una bandiera germanica. Le due aquile imperiali battevano le ali sul ventre. Fui sempre antitriplicista. Perciò mi piacque una seconda volta marciare su Berlino. Dalla balordaggine germanica alle complicate raffinatezze parigine, c’è molta più distanza che dalla terra alla luna. Per una bizzarria del destino io conobbi e assaporai in un solo inverno quattro o cinque tipi di donna di una sensualità assolutamente anormale e eccentrica. Mi sarei innamorato pazzamente di una giovane attrice ebrea, d’origine algerina, bruna, selvaggia, furba e scivolante, ambiziosissima, calcolatrice, grandi occhi enormi di liquorizia, bella bocca da [p. 42 modifica]negra, un’araba insomma frenetizzata da Parigi. Ma aveva alcune manìe seccanti, tra le quali quella di implorare da me ogni sera un identico e sempre entusiastico elogio del suo seno. Bellissimo in realtà. Ma dopo un mese mi rifiutai energicamente di rispondere al suo grido monotono: — Dimmi che sono belle le mie piccole poppe! Dimmi che sono belle! — Sì, sono belle! Sono belle! Ma basta!... La trascurai e ruppi la relazione, meritandomi una volta di più l’accusa più volte lanciatami: — Tu n'es qu’un brute en amour, tu ne comprends rien aux finesses. Una signorina di Saint Cloud, conosciuta in una villa dove fui ospitato durante una settimana, aveva una strana facoltà di sdoppiarsi nell’amore. E mentre si abbandonava alle più violente carezze incominciava talvolta uno strano fantastico dialogo con la punta inturgidita e accesa della sua mammella destra che fissava con degli sguardi magnetizzati. Le balbettava paroline incomprensibili che dovevano essere tenerissime. A quando a quando si interrompeva per dirmi: — Guardalo, il mio seno, come ingrossa la sua punta, l’animale. Mi divertii due notti. Poi dissi ancora una volta: basta! E fui senza dubbio giudicato un uomo troppo semplice e brutale in amore, che non comprendeva le complicazioni. Vi sono donne che amano gl’invalidi, i vinti, i delusi. Ad una di queste io dissi: «Tu fiuti in me un cadavere?... Non è ancora pronto! Ti prego di ritornare fra venti anni, iena!» [p. 43 modifica] Durante i tre anni che precedettero la conflagrazione generale, Parigi, che aveva riassunto e perfezionato in sè tutte le eleganze, tutte le raffinatezze, tutti i cerebralismi e tutte le esasperazioni erotiche, volle realmente spaccarsi l’enorme fronte luminosa contro la muraglia dell’impossibile. Tutti i divertimenti, tutte le bizzarrie, tutti i capricci, tutti gli spettacoli furono realizzati, esauriti, vuotati. La manìa letteraria femminile che era successa alla manìa del bridge, giunse a delle forme snobistiche assolutamente pazzesche e cretine. Durante un pomeriggio in un salotto politico consideratissimo fui costretto ad ascoltare venti declamatrici diverse. Una dama sessantenne leggeva una Notte di De Musset. Occhialetto tremante fra i nodi delle vecchie dita. Primavera stonata di una toilette rosalilla sul corporuderoattaccapanniombrello. Lingua stanca e bavosa fra i versi roventi. Disattenzione di tutti i cappelli piumati che bisbigliavano i loro affari senza preoccuparsi della declamatrice. Poi, un barbone biondo, pettinatissimo, in stiffelius, notaio o direttore di banca, cadenzava per dieci minuti degli alessandrini col gesto sempre eguale di un seminatore. Poi una signorina svenevole, piena di smorfie cinesi, parlava con una voce da passero, di una volontà che faceva rima con carità. Compassione generale. Nessuno ascoltava. Dalle tre fino alle otto e mezzo di sera. Ogni tanto interruzione: — Bello! magnifico! interessante! — Piccolo battere febbrile dei ventagli richiusi contro gli anelli delle mani ridipinte. Mormorio di compiacimento falso. Gorgoglio di voci. Trotto di cretinerie banalissime. E si riprendeva: a non ascoltare. [p. 44 modifica] Nella sala dei rinfreschi si sfogava un frastuono sincero di voci, di piatti e di appetiti. Tutti, infatti, poeti, poetesse, bohèmes ripuliti, giornalisti, artiste, signore, attrici avevano fame di sandwiches, pasticcini, gelati e cioccolata dopo quel fiume nauseante di insipidità, e specialmente dopo le lunghe strade parigine affollatissime che avevano dovuto attraversare a piedi, in tram, in luccicantissime limousines; tra mille scossoni, sotto l’impulso del tempo che li spronava a fare ad ogni costo il più assoluto niente. Ritmo affannoso. I petti femminili smaniosi di trovarsi sempre nel punto di Parigi più alla moda, nel salotto più in vista, allo spettacolo più eccezionale. Tutte le bassezze per un invito!... Ogni signora ha il suo giorno di ricevimento con qualche cosa di speciale. Lotta feroce dei diversi giorni della settimana! Il martedì della marchesa C pompa pneumaticamente i due terzi della curiosità parigina, ma è minacciato dal martedì della contessa D, e specialmente da quello della giovane e bellissima letterata Y, che lavora accanitamente ad accumulare quadri cubisti, poeti futuristi, ballerini russi, giocolieri sudanesi e lancia su Parigi delle reti d’inviti nelle quali tutti i pesci vogliono assolutamente rilucere di un guizzante piacere cretino. Io ero un numero ricercatissimo. Non si poteva vivere senza i miei versi liberi all’automobile da corsa, che spaccavano tonando l’atmosfera morfinizzata di quegli ambienti. Per curiosità psicologia e mediante un veloce taxi-auto io riempivo di energia futurista quattro o cinque salotti alla moda in un solo pomeriggio. [p. 45 modifica] Conobbi così la signora Julie de Mercour che incontravo dappertutto. Biondissima, fragile, pallida, un ninnolo febbrile con dei subitanei languori nella voce e negli occhi come se si fosse tuffata nell’acqua calda di un ricordo erotico. La desiderai acutamente e l’inseguii. Le nostre velocità e le nostre onnipresenze erano parallele. Un giorno in un ascensore, presa da subitanea confidenza, mi parlò di male cardiaco e mi fece premere colla mano un seno bianchissimo scosso da un cuore troppo disordinato. Moglie di un architetto illustre che non conobbi mai, era smaniosa d’essere nominata in tutte le note mondane dei giornali, ma aveva un’altra mania che io volli esplorare. Fu felice di presentarmi ad un industriale miliardario, nell’occasione di una festa che doveva sorpassare tutto ciò che si era inventato di più favolosamente strano e piccante. Vi convergevano tutte le limousines aristocratiche scoppianti di luccicori, fuga sferica di riflessi, esplosione molle di stoffe rosa neve fra i cristalli, ebano, lacca rossa, turchesi, tenerissimi gialli, ottone dei fanali, gridio schizzante di strilloni sull’asfalto pieno di raggi veloci: Krubree-bree-bree, Kru-bree-bree. Entriamo insieme. Vasto cortile quadrato. Tre pareti tappezzate di bianco e verde; quella di fondo, evidentemente di un’altra casa e di un altro proprietario, trasudava curiosi a tutte le finestre. Crescente polifonia di voci. Tutti i profumi corrotti dagli odori di troppi corpi femminili. Ambizione, irritazione di quattrocento cappelli, piume, garze, veli in rissa per emergere. Naufragio di gesti nudi. Palpitazione di [p. 46 modifica]gabbiani femminili fra una schiuma di ventagli. Caldo crescente. Interno di enorme conchiglia invasa per metà dal sole di agosto. Non c’era più posto, ma la gente continuava ad entrare. Compenetrazione di gomiti nei fianchi. Barbe rosse, dorate, quadrate, a pizzo sfioravano globi di poppe colorate come cirri al tramonto. Lunghi capelli grigiastri di vecchia decadente fra le scapole feroci di una scheletrita pianista, bandeaux neri con una bocca forata dal rosso. Miscela di fiati. Ansare. Sarà molto interessante! Eccezionale! Il ritorno alla terra, poema drammatico... Non c’è palcoscenico! Una cosa assolutamente nuova! La divina Lettecot Livy sarà nuda! O quasi! Vestita di foglie!... I versi sono suoi! Nel centro vi sarà della terra, della vera terra! La folla era infatti disposta, assiepatissima, tutta in cerchio, come in un’arena. Silenzio! Silenzio! A stento inoculati, la mia amica ed io, formavamo una fusione unica. Lo spettacolo incominciava. Non si vedeva nulla. Dei pezzi diversi schizzavano fuori dal brusio che non poteva cessare, data la ressa. Ad un tratto, tra il fogliame umano, vidi la celebre Livy rizzarsi tutta verde, e spargere intorno a sè col grasso braccio nudo, della terra nera. Poi, riempirsene la bocca. E finalmente gridare con irruenza drammaticissima: «Bisogna mangiare la terra! Nutrirsi, nutrirsi, nutrirsi di terra!... per non morire!» Intanto una finestra si apriva al primo piano davanti a noi ed apparve una vasta portinaia, una di quelle tipiche portinaie parigine che presero tanta parte nelle battaglie tra inquilini Dreyfusisti [p. 47 modifica]e inquilini anti-Dreyfusisti. Aveva sotto l’ascella una lunga scopa, le larghe mani aperte sul ventre e, ridendo a crepapelle, disse nel silenzio generale: «Ah, questa è grossa! Manicomio! Manicomio!...». La mia amica mi guardò negli occhi, comprese e disse: «Avete ragione di trovare idiota tutto questo... Dopo un simile spettacolo deve venire il diluvio». Due voci flebili e smorfiose mi ronzavano nelle orecchie da dieci minuti. Scambio di parole tenere che rivelavano dei semi-contatti erotici simili a quelli che mi univano alla mia amica. Mi voltai e vidi un signore panciuto sessantenne che stringeva col braccio destro amorosamente un giovanetto oscenamente effeminato, guance a pastello, labbra enfiate di vecchia prostituta, occhi azzurri sciupati malaticci e paurosi sotto bellissimi capelli biondi. Alla mia destra una notissima scrittrice, liquefatta da trenta anni di thè letterari, vasto seno-prua balordamente fasciato di velluto granata, oscillante alberatura di cappello estremo-oriente. Vicino sotto e sovente nascosta da lei, una troppo fragile pupattola bionda (crema oro sorrisi ai vetri fini) diceva a un banchiere biblico, calvo, che uncinava le donne (velieri o canotti) col naso arrugginito: — Oh! io trovo che il denaro è un potente afrodisiaco. Il denaro è la più grande prova d’amore che un uomo può darci... Era probabilmente fedele a quel suo palmipede bancario che le offriva con 100.000 franchi di toilettes all’anno la delizia di vincere e di umiliare tutte le sue amiche. Preferiva indubbiamente [p. 48 modifica] un palpeggio di stoffe e una rivista di mannequins ad un ardente corpo a corpo col più seducente amante del cuore. Il banchiere rideva viscidamente di tanto in tanto, offrendo ogni volta due lunghi denti d’oro al suo labbro inferiore sempre deluso. — La vostra amica Rosalia preferisce come eccitante accarezzarsi il seno col cornetto acustico mentre il suo amico le parla al telefono. È un dialogo più intimo... Ma che strana mania quella di fare intervenire degli omosessuali come spettatori, nei suoi amori. — Per studiarne le smorfie di disgusto... Un’ora dopo, in automobile, io stringevo appassionatamente fra le braccia la mia amica Julie de Mercourt che dichiarava con gravità: — Io amo la semplicità, e odio le complicazioni. Precipitai l’assalto. Ottenni un appuntamento. Mi ero convinto di piacerle molto. La sentivo turbata dai miei baci, entusiasta delle mie qualità spirituali, lusingata dal mio ardore. Ci trovammo in una camera d’albergo. Tutto avveniva naturalmente. Rimasi perciò sbalordito e urtato quando la sentii avviticchiarsi a me con tenerezza, ma rifiutarsi all’atto d’amore dicendomi con voce supplichevole: — Non essere così normale! Lasciami assaporare il desiderio! — Non vuoi essere mia? — Sì, sì, un giorno, presto, sarò tua, come vorrai. Ma ora no, te ne supplico; sarebbe sciupare il desiderio! Lasciami! Lasciami assaporare il desiderio! [p. 49 modifica] Mi prestai docilmente al gioco raffinato per una notte. Ma al secondo appuntamento imposi alla mia amica brutalmente la bella e sana normalità. Vi sono purtroppo anche in Italia donne anormali che deviano il loro istinto sessuale in mille bizzarrie pseudoriginali. Dodici anni fa io fui presentato da un amico in un salotto, ormai chiuso per sempre, della aristocrazia nera romana. La padrona di casa, molto ricca, era una bruna qualsiasi, giovane, di una bellezza comune. Diventai intimo e mi compiacevo di pranzare con lei frequentemente poichè la sua tavola offriva la più strana varietà di prelati tipici e interessanti. Si mangiava naturalmente molto bene e i vini, custoditi e preparati come meravigliosi esplosivi per la fantasia e per la carne, riuscivano sempre a rompere ogni pudore verbale. Il marito, più nero del nero, untuoso, flaccido, malaticcio, cinquantenne e già invalido, trascinava qua e là le gambe corte, le grosse mani offerte ad un invisibile baciamano. Un cardinale vecchissimo, piccolo, gobbo, contorto come una radice insanguinata. Un vescovo sferico che sonnecchiava dopo ogni piatto. Ma tutti si risvegliavano spacchettando il corpo, l’anima, gli occhi e le parole, quando alle frutta incominciava il rosario delle barzellette oscene. Le prime, letterariamente velate. Poi, malgrado il grande crocifisso d’avorio che luccicava sulla parete oscura, nella luce più intensa della tavola si precisavano le descrizioni boccaccesche che tutti ascoltavano gli occhi bassi, fissi sui bicchierini di Bénédictine e di autentica Chartreuse. [p. 50 modifica] La padrona dì casa aveva le orecchie stranamente golose di cose salaci. Ebbi il mio primo successo con tre o quattro racconti goliardici. La sera di Sant’Anna, suo onomastico, nella sua villa a Tivoli, io le improvvisai la parabola che segue, sotto i fitti ulivi che filtravano un denso e beato liquore lunare. Il marito era a Roma. Il vescovo sferico, affondato sotto un insostenibile carico di vivande, sonnecchiava nella sua speciale sedia di vimini e ritmava il mio discorso con l’organo complicato della sua gola russante. Bianca, immacolata, nella luce bianca, immacolata di un meriggio primaverile, Suor Bernardina era seduta, col rosario fra le dita, dietro il cancello d’un giardino che ombreggiava il monastero. Era quasi un giardino, qua e là ridotto a cortile... Tre secoli fa, nelle terre opulente di Sicilia... Sulla strada polverosa passò un giovane mercante di porci che canticchiava un ritornello:

La suora si assopì
sulla soglia del
monastero mormorando una preghiera.

Egli cacciava avanti a sè col pungolo una troia e sette porci simili a dei cilindri di sugna che oscillavano sul moto febbrile delle zampe, più delicate e grassocce che le braccia di un poppante. Le bestie brontolone fiutavano la soglia agitando le larghe orecchie cadenti come un cappello di bandito sui piccoli occhi furbi.

Suor Bernardina si alzò, aprì la griglia e disse:

— Quanto vuoi per il più piccolo? [p. 51 modifica]

— O buona suora — rispose il mercante — questo porcellino ha il ventre grasso e roseo come le gote gonfie degli angioli che suonano la tromba in paradiso. Posso venderlo al mercato per tre scudi, ma preferisco darvelo a miglior prezzo per guadagnarmi le vostre benedizioni!

— Quanto vuoi?

— Voglio le vostre preghiere, buona sorella, e un piccolo piacere che mi accorderete senza dubbio... Sollevate, vi prego, la vostra veste, perche io possa vedere il colore celestiale delle vostre calze.

— Perchè no? — disse suor Bernardina, mentre contemplava i dorsi grassi dei porci che forzavano i battenti della griglia semichiusa. Poi, curvandosi, sollevò l’orlo della veste di lana bianca e mostrò un piedino.

Il mercante, inginocchiato, sfiorò con le dita graziosamente la caviglia, e mormorò:

— Buona suora, vi dò un altro porco, se sollevate la vostra veste fino al polpaccio.

Suor Bernardina, che rimaneva chinata per trattenere con le due mani la sua veste sulla caviglia, si sentì sulle gote un fiato bruciante, ma non se ne curò, tutta intenta a contemplare i porci, che guazzavano nel letamaio.

Il mercante, risucchiando i suoi sospiri le palpava il polpaccio.

— Lasciate, buona suora, che vi tocchi il ginocchio... Sì, sì, questo dolce ginocchio, tondo, tepido... Avrete due altri porci... e anche tre...

Suor Bernardina sceglieva e valutava con gli occhi i cinque porci più grassi [p. 52 modifica]

— Oh! alzate la vostra veste ancora! ancora! Lasciatemi accarezzare la vostra pelle di seta! Così avrete sei belle bestie...

Suor Bernardina, distratta, alzava gradualmente la veste sulle sue belle cosce, sempre più in alto, mentre i porci facevano funzionare rumorosamente le pompe dei loro grugni, prosciugando un rigagnolo di rigovernatura.

— Come siete gentile, buona suora! Se mi permettete di fare un piccolo giuoco che io conosco, vi darò pure questa bella troia, cosicché il numero dei vostri porci raddoppierà l’anno prossimo.

— Volentieri! — rispose la suora, ansando, con le gote in fiamma.

Subito il mercante prese fra le braccia Bernardina, le fece piegare i ginocchi e la coricò per terra sì lestamente, che ella non ebbe il tempo nè la forza di dare un sol grido.

Quando il mercante si rialzò, la suora aveva dimenticato i suoi porci, ma certo non rimpiangeva la violenza subita, poiché si mise a rassettare con le mani la sua veste bianca spiegazzata.

— Bel mercante, sei stato troppo generoso con me! Ti rendo un porco per compensarti, ma ricomincia presto ciò che hai fatto or ora.

Il mercante obbedì prontamente.

— Ti rendo un altro porco — sospirava Bernardina — ma ricomincia!... Ancora una volta! Avrai gli ultimi due, e pure la troia!... Ti supplico, per pietà, ripeti un giuoco sì dolce!

Il mercante tenne duro, per ricomprare tutti i suoi porci, e fu con la gioia della liberazione che [p. 53 modifica]vide finalmente suor Bernardina sfinita addormentarsi sull’erba, le braccia incrociate come una santa.

Riprese il pungolo, e cacciò fuor dalla griglia i porci, cantando:

          La suora si assopì
          fuor del monastero
          dicendo una preghiera.

Si vide allora una finestra socchiudersi nella facciata del monastero che il tramonto arroventava, e una vecchia suora si sporse, chiamando con voce caprina:

— Suor Bernardina, ti aspettano alla cappella! Svègliati! Vieni!... Questa è l’ora del demonio! Si aggira intorno al monastero... Guarda! Eccolo! È Satana in persona... Vedo le sue corna! Conduce all’abbeveratoio i suoi porci rossi...

Nei tortuosi fiammeggiamenti del crepuscolo satanico lentamente svaniva la figura fumosa del mercante bicorne, che cacciava davanti a sè i suoi porci color d’inferno satolli di putredine.

          Un demonio
          le rubò il rosario,
          l'onore, e fuggì.

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