Scena quarta del terzo atto nella Maria Stuarda

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Friedrich Schiller

1800 XIX secolo Carlo Bini Indice:Bini - Scritti editi e postumi.djvu Scena quarta del terzo atto nella Maria Stuarda Intestazione 2 novembre 2021 75% Da definire

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SCENA QUARTA


DEL TERZO ATTO


NELLA


MARIA STUARDA




DI SCHILLER



Elisabetta

Come si chiama il luogo?

Dudley, Conte di Leicester

Il castello di Fotheringay.

Elisabetta

Rimandate a Londra il séguito della nostra caccia; il popolo si accalca troppo per le strade, – e noi cerchiamo un ricovero in questo parco tranquillo.

(Talbot allontana il séguito. Ella fissa gli occhi in Maria seguitando a parlare con Pauleto).
Il mio buon popolo mi ama soverchiamente. Smoderati, idolatrici, sono i segni della sua gioia; – così si onora un Dio, non un mortale. [p. 372 modifica]

Maria

(la quale in questo frattempo si era appoggiata mezzo svenuta sulla nutrice, ora si alza, e i suoi occhi incontrano lo sguardo teso di Elisabetta. Essa ne raccapriccia, e si abbandona di nuovo sul seno della nutrice).

O Dio! da quei lineamenti il cuore non parla.

Elisabetta

Chi è la Signora?

(Silenzio universale).

Leicester

Tu sei a Fotheringay, o Regina.

Elisabetta

(si mostra sorpresa e stupefatta, volgendo un’occhiata cupa a Leicester).

Chi mi fece un tal tratto? Lord Leicester!

Leicester

La cosa è fatta, o regina; ed or che il cielo avviò i tuoi passi a questa volta, lascia che la magnanimità e la compassione trionfino.

Talbot, Conte di Shrewsbury

Consenti, donna reale, a piegare il tuo sguardo sull’infelice, che si curva alla tua presenza.

(Maria si raccoglie, e vuole andare incontro a Elisabetta, ma si ferma a mezzo rabbrividendo tutta; i suoi gesti esprimono una violentissima agitazione).

Elisabetta

Come, Milordi? Chi fu dunque colui, che mi annunziava un inchino profondo? Io trovo invece una superba in nessuna guisa domata dall’infortunio.

Maria

E sia così. Anche a questo io vo’ sottomettermi. Va, fuggi, invalido orgoglio di un’anima generosa! [p. 373 modifica]Io dimenticherò chi sono, e quel che soffersi, e mi getterò ai piedi di colei, che mi travolse in questa ignominia.

(Si volta verso la regina).

Sorella, il cielo ha deciso per voi! – La fronte vostra fortunata è cinta della vittoria; – io adoro il Dio, che tanto vi sublimava.

(Le cade ai piedi).

Ma siate ben anche voi magnanima, o sorella! Non mi lasciate giacere piena di avvilimento! Stendete la vostra mano, porgetemi la destra reale per sollevarmi dalla profonda caduta!

Elisabetta

(ritraendosi).

Lady Maria, voi siete al vostro luogo, e ringraziando lodo la bontà del mio Dio, che non abbia voluto prostrarmi ai piedi vostri come or voi siete ai miei.

Maria

(con affetto crescente).

Pensate alle rivoluzioni delle cose umane! Vivono Dei, che fanno vendetta della superbia; e venerate, temete questi terribili Dei, che mi atterrano ai piedi vostri! Per rispetto di questi stranieri spettatori, in me onorate voi stessa! Non profanate, non vergognate il sangue dei Tudor, che nelle mie scorre come nelle vostre vene. Dio del cielo! non state là dura, inaccessibile, come lo scoglio che il naufrago contende invano di afferrare. Tutto, la mia vita, la mia sorte, pendono dalla forza delle mie parole, delle mie lacrime; scioglietemi il cuore onde io commuova il vostro! Se voi mi guardate con quel guardo ghiacciato, dal ribrezzo il cuore mi si serra, la corrente del pianto ristagna, e un freddo orrore m’incatena le preghiere nel petto. [p. 374 modifica]

Elisabetta

(fredda e severa).

Che avete a dirmi, Lady Stuarda? Voi desideraste parlarmi. Ecco, io mi scordo la regina, la tanto gravemente offesa regina, per adempiere l’ufficio pietoso di sorella, e concedervi il conforto della mia presenza. Io séguito l’istinto di un animo grande, e mi espongo ad un biasimo ben meritato scendendo tanto in fondo,.... poichè voi ben sapete, che un tempo voleste farmi ammazzare.

Maria

Donde darò principio, e con quale artificio disporrò le mie parole, perchè vi si appiglino al cuore, ma non vi offendano? O Dio, invigorisci la mia eloquenza, levandole ogni spina, che potesse pungere! Ma tuttavia io non posso parlare a mio pro, senza gravemente accusarvi; e nol vorrei. Voi mi avete trattata come non è giusto, dacchè io sono regina non altrimenti che voi, e voi mi avete tenuta come prigione. Io venni a voi come supplice, e voi in me violando le sante leggi della ospitalità, e il santo diritto delle genti, mi chiudeste fra le mura di un carcere; – gli amici e i servi crudelmente mi furono a forza tolti; – abbandonata in una ignobile miseria; – tradotta dinnanzi a un vituperevole tribunale. – Ma non più di questo! Un eterno oblio cuopra le durezze da me patite. Vedete! Io voglio chiamar tutto questo un destino; voi non siete rea, nè io il sono; – un cattivo spirito si levò dall’inferno per infiammare nei nostri cuori l’odio, che già disunì la nostra tenera giovanezza. L’odio crebbe con noi, e tristi uomini aggiunsero soffio alla malaugurata fiamma. Stolidi fanatici la non chiesta mano armarono di spada e di stiletto. – Destino maledetto [p. 375 modifica]edetto dei re è che rissando squarcino il mondo coll’odio, e scatenino tutte le furie della discordia. Ora di mezzo a noi non è più bocca straniera.

(Le si avvicina fiduciosa, e con aria carezzevole).

Noi stiamo adesso a fronte l’una dell’altra. Or favellate, o sorella! Nominate la mia colpa; – io voglio sodisfarvi pienamente di tutto. Ah! se voi mi aveste dato ascolto in quel tempo, che io tanto bramosamente cercava vedervi! Le cose non sarebbero trascorse tant’oltre, nè in questo tristo luogo ora succederebbe un doloroso e sciagurato incontro.

Elisabetta

La mia buona stella mi salvò dal mettermi in seno la vipera. Non incolpate il destino, ma il vostro cuore tenebroso, e la feroce ambizione della casa vostra. Nessuna cosa nemica era accaduta fra noi, quando il vostro zio, l’orgoglioso prete feudale, che la mano audace stende a tutte le corone, m’indisse la guerra, vi allucinò a pigliare le mie armi, a farvi proprio il mio titolo regale, a scender meco in un agone di morte e di vita. Che non mi sollevò contro costui? La lingua dei sacerdoti, – la spada dei popoli, – tremende armi di una religiosa frenesia; fino qui nella sede pacifica del mio regno soffiò le fiamme della ribellione; ma Dio è con me, e il vanitoso prete non tiene il campo. – Il colpo alla mia testa fu vibrato, e cade la vostra!

Maria

Io sto nelle mani di Dio. Voi non eccederete così sanguinosa la vostra potenza....

Elisabetta

Chi me lo impedirà? Il zio vostro diè a tutti i re del mondo l’esempio del come si faccia pace coi proprii nemici. La festa di S. Bartolomeo sia la mia scuo[p. 376 modifica]la! Cos’è a me il vincolo del sangue, il diritto delle genti? La Chiesa scioglie ogni legame di dovere, – consacra la rotta fede, e il regicidio; – adesso io pratico quello che insegnano i preti vostri. Dite! qual pegno mi assicura di voi, quand’io magnanima sciogliessi le vostre catene? In qual castello custodirò la fede vostra, che le chiavi di S. Pietro non possano aprirlo? La forza unicamente assecura; – colla razza delle vipere non v’è alleanza.

Maria

Ahi! son questi i vostri neri funesti sospetti! Voi mi teneste sempre in conto come di nemica, e di straniera. Se voi mi aveste dichiarata erede vostra come a me si appartiene, gratitudine e amore vi avrebbero mantenuta in me una leale amica e parente.

Elisabetta

Al di fuori, Lady Stuarda, sono le amicizie vostre; casa vostra è il Papismo, vostri fratelli i frati. – Voi dichiarare erede, voi! Viluppo di tradimenti! – Affinchè in vita mia il mio popolo corrompeste, ed insidiosa Armida traeste nelle reti sottili dei vostri vezzi la nobile gioventù del mio regno; – affinchè tutto si voltasse dalla parte del nuovo Sole nascente, e io....

Maria

Regnate in pace! Io rinunzio ogni titolo su questo regno. Ah! le ali del mio spirito son tronche; – la grandezza più non mi tira: – voi l’avete ottenuta; – io non sono che l’ombra di Maria. La generosa anima si è spenta nel lungo vilipendio del carcere. – Voi avete fatto l’estremo contro di me, mi avete distrutta sul fiore. Or fate fine, o sorella! Parlate la parola per cui siete venuta; nè io vorrò cre[p. 377 modifica]der mai, che voi veniste per irridere barbaramente la vostra vittima. Parlate questa parola! Ditemi: – voi siete libera, o Maria! Avete provata la mia potenza, adesso imparate ad onorare la mia magnanimità. – Ditelo, ed io riceverò la vita, la libertà, come un dono delle vostre mani. Una parola rende tutto non avvenuto. Io l’aspetto. Oh! non mi fate più a lungo struggere di desiderio. Guai a voi, se non finite con questa parola! Imperciocchè se voi or non partite da me benefica, generosa, come una Divinità, – sorella! non per tutta questa ricca Isola, non per tutte le terre che il mar circonda, vorrei stare dinnanzi a voi come voi state dinnanzi a me!

Elisabetta

Vi date alfine per vinta? Abbandonate le frodi vostre? Non vi son più assassini pronti a ferire? non vorrà più nessuno avventuriere cimentare per voi la trista cavalleria? Sì, tutto è finito. Lady Maria; – voi non sedurrete più nessuno contro di me. Il mondo ha ben altre cure: a nessuno talenta diventare il vostro – quarto marito; dacchè voi uccideste i vostri amanti al pari dei vostri mariti.

Maria

(con impeto).

Sorella! sorella! O Dio! Dio! dàmmi moderazione!

Elisabetta

(la guarda lungamente con occhio di superbo disprezzo).

Questa è pertanto la leggiadria, Lord Leicester, che nessuno impunemente rimira, cui nessuna altra donna ardisce paragonarsi! Certo! è gloria da conseguirsi con poco! Per esser la bellezza comune altro non costa che farsi a tutti comune! [p. 378 modifica]

Maria

Questo è troppo!

Elisabetta

(con riso beffardo)

Ora voi mostrate l’aspetto vostro sincero; fin qui non fu che una maschera.

Maria

(accesa di collera, ma con nobile decoro).

Io ho fallato umanamente, e da giovane; il potere mi traviò, nè l’ho taciuto, o nascosto, ma con reale franchezza ho dispregiato le false apparenze. Il mondo sa il peggio di me, ed io posso dire d’esser migliore della mia reputazione. Guai a voi, se un tempo leverete dalle vostre azioni quel manto di onore, onde voi splendidamente coprite le fiere voglie di una segreta libidine! Da vostra madre non aveste in retaggio l’onestà; e tutti sanno per via di quali virtù Anna Bolena ascendeva sul palco.

Shrewsbury

(entrando di mezzo alle due regine).

O Dio del cielo! a questo doveasi giugnere! Lady Maria, è questa forse moderatezza, sottomissione?

Maria

Moderatezza! io ho sofferto quanto l’uomo può soffrire. Esci, o rassegnazione, dal cuore d’agnello! vola in cielo, tollerante pazienza! rompi i tuoi legami, esci dalla tua spelonca, o rancore così a lungo racchiuso! – e tu, che all’irritato basilisco desti lo sguardo omicida, tu ponmi sulla lingua l’avvelenata freccia!1

Shrewsbury

Oh! ella è fuor di senno! Perdonate in lei il furore, la potente irritazione!

(Elisabetta, muta di collera, lancia occhiate furiose sopra Maria). [p. 379 modifica]

Leicester

(nella più veemente agitazione tenta di menar via Elisabetta).

Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo malaugurato!

Maria

Il trono d’Inghilterra è da una bastarda profanato: – il nobile Popolo Brittanno è da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perchè io sono la vostra regina.

(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella più alta confusione).


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Note

  1. [p. 383 modifica]Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile, sebbene qua e là in esse s’incontri identità quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d’intendere.
    Il Ferrario traduce: «E tu, cui l’incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l’avvelenata saetta». — Vedi Teatro scelto di Schiller, trad. da P. Ferrario; vol. II, pag. 125, - Mil. 1819.