Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XXIV. Pieraccio Tedaldi

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XXIV. Pieraccio Tedaldi

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XXIV

PIERACCIO TEDALDI

I

Che cosa è Amore.

— Chi è questo signor tanto nomato,
che dá altrui dolcezza ed amarore?
— Egli è un nome, che si chiama Amore,
4il quale ha signoria sopr’ogni stato.
— Egli è un animal proporzionato,
che gusti e dorma ed abbia in sé sentore?
— E’ nasce di piacere e di dolzore;
8animal no, ma è cosí un nome usato.
— Se ciò non è, perché è alcun credente
ch’e’ dia quando dolcezza e quando pene,
11e che sia in ogni stato si possente?
— Diróttelo in duo versi brevemente:
Amor è quel signor, che ci sostiene;
14e senz’Amor non si può far niente. —

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II

Della figura e natura d’Amore.

Amor è giovenetto, e figurato
ignudo ed orbo, co’ feroci artegli,
con volante ali e con corti capegli
4e con turcasso pien di dardi allato.
E sède in equo bianco disfrenato,
c’ha pettoral di cuori uman vermegli;
da’ mezzani e da’ giovani e da’ vegli
8questo signor sempr’è magnificato.
Or vo’contar de la sua propri’essenza:
Amor si non è altro, ch’un desio
11criato sol ne la concupiscenza,
e con volere e con un piacer rio
chiamato Amor, non visto in apparenza,
14del qual ne nasce uno mondano iddio.

III

Descrive la bellezza di una donna.

Il sommo antico mastro Policreto
non pinse mai cosí bella figura,
com’è la vostra, ch’è fuor di mesura,
4si come ch’elli era d’amor discreto.
E io, che sono un suo scolar secreto
e leggo i libri de la sua pittura,
giudico per sentenzia chiara e pura
8che ciò è ver, qual mi veggo, e lo ripeto.
E1 color vostro è a grana e a perla tratto;
cinghiata gola, dolce bocca e naso,
11e ciascun occhio un sol, che volge ratto.
E tutto l’altro, ch’è in voi rimaso,
è si proporzionato e si ritratto,
14come ciascun conviensi nel suo caso.

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IV

Quello, che soffre, quand’è lontano dalla sua donna.

Quando vedrai la donna, ch’io mirava,
raccomandami a lei come fuss’io,
e contale che ’l debile cor mio
4ne va piangendo con l’anima prava:
per che, quando il bel viso io rimirava,
ne la mia mente pingeva un disio,
che riparava ad ogni pensier rio
8da me, per la dolcezza, che mi dava.
Poi che partito son da tanta gioia,
di me stesso mi duole, essendo privo,
11e ciò, ch’i’ veggo o sento, m’è a noia.
E poco mi diletta essendo vivo,
tanto è’l dolor, che dentro par ch’io muoia,
14e gli occhi miei di pianto fanno un rivo.

V

Amando, supplica di essere corrisposto.

O vita di mia vita, quando io penso
sopr’a la vostra gran piacevolezza,
nel pensiero mi giugne una dolcezza,
4che mi fa stupefatto stare intenso;
la qual si sparge per ogni mio senso
e dá di voi amar al cor fortezza:
e chi nel cor mi pinse tal vaghezza,
8ubbligato gli son di render censo.
Per che d’amarvi, donna, io pur sormonto,
e pure addoppio a guisa di scacchiere,
11per modo, quasi far non si può conto.
Deh dunque, poi che Amor cosí mi fère,
movete vostro core ad esser pronto
14a clarini quella gioia, c’ho mestiere.

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VI

S’è innamorato donna donna, che rassomiglia ad un’altra giá da lui amata.

La gaia donna, che, del mio paese,
vidi fra l’altre donne, ch’eran molte,
con velo in capo e colle treccie avvolte,
4acconcia adornamente a la lucchese,
mirando in lei, subito il cor mi prese
colle bellezze, c’ha nel viso accolte,
e tutte noie m’ha levate e tolte,
8e le virtú doblate e forte accese.
E ciò m’è divenuto, per che sembra
alquanto quella, ch’era romagnola,
11di cui a ciascun’ora mi rimembra
de la dolce figura, collo e gola,
de la grandezza, e di certe altre membra,
14e de la sua angelica parola.

VII

Come dev’essere fatto un sonetto.

Qualunque vuol saper fare un sonetto,
e non fusse di ciò bene avvisato,
s’e’vuol esser di questo ammaestrato,
4apra gli orecchi suoi e lo ’ntelletto.
Aver vuol quattro piè, Tesser diretto
e con dua mute, ed essere ordinato,
ed in parte quattordici appuntato
8e di buona rettorica corretto.
Undici silbe ciascun vuole punto,
e le rime perfette vuole avere,
11e con gentil vocabuli congiunto;
dir bene a la proposta il suo dovere:
e, se chi dice sará d’Amor punto,
14dirá piú efficace il suo parere.

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VIII

Maledice il giorno, che s’è riammogliato .

El maladetto di, che io pensai
e poi ch’i’consenti’di rammogliarmi.
dovea con tutti i panni sotterrarmi,
4si che vivuto piú non fussi mai.
Ch’i’ho per lei dimoiti affanni e guai,
si ch’i’non veggio con che ripararmi,
se Morte per sua grazia non vuol farmi
8ched e’ le piaccia a sé tirarla ornai.
E, s’ella ciò mi fa, io le perdono
figlioli e padre e quanto ella m’ha tolto:
11e Iddio per me gli ne sia testimòno.
Se io mi bagno di lacrime il volto
veggendo morta lei, quel di, cui sono,
14non mi si mostri mai poco né molto.

IX

Vorrebbe saper morta la moglie.

Qualunque m’arrecassi la novella
vera, o di veduta o vuoi d’udita,
che la mia sposa si fusse partita
4di questa vita, persa la favella,
io gli darei guarnacchia o vuoi gonnella,
cintura e borsa con danar fornita,
e sempre mai ch’i’ dimorassi in vita
8lui servirei con chiara voglia e snella.
E non fui mai cosí desideroso
di congiunger con lei il matrimonio,
11che mi son del partir vie piú goloso.
Se Iddio da lei mi seperrá o ’! demonio,
mai di nessuna non sarò piú sposo
14per carta di notai’ con testimonio.

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X

Le delizie del suo matrimonio.

S’io veggo il di, che io mai mi dispigli
de l’animale, il qual si chiama moglie,
ch’io abbia sempre mai tristizia e doglie,
4se con nessuna mai piti mi rappigli!
Una mi prese, e tienmi con sua artigli,
per ch’ella vide súbite mi’ voglie;
e giá per fetta mai non mi discioglie,
8anzi mi ciuffa, e tien per li capigli.
Udite un po’come la m’ha guidato:
che ’n cinquantotto di, che con lei giacqui,
11cinquanta giorni ne stetti ammalato!
Malvagia l’ora e ’l punto, ch’io non tacqui,
quand’io fu’da ser Marco dimandato
14se volea quella, che i’. ci nacqui!

XI

Prega la Morte di liberarlo dalla seconda moglie.

O crudel Morte, che la prima moglie
tu mi togliesti contro a mio volere,
e tanto mi facesti dispiacere,
4come sa Dio, da cui la fé si toglie;
ché si m’accaricast’il cor di doglie,
che impossibil sarebbe a vedere,
perdendo quella, che m’era in piacere
8e contentava piú de le mie voglie:
deh, Morte, se da me vuoi perdonanza,
uccidi la seconda, che in callaia
11la manda, per che in te ho gran fidanza!
Or te ne spaccia, e fa’ si, che si paia;
e, se di ciò farai la tua possanza,
14pace ti renderò de la primaia.

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XII

Lamenta la sua povertá.

E piccoli fiorili d’argento e d’oro
sommariamente m’hanno abbandonato,
e ciaschedun da me s’è allontanato
4piú, che non è Fucecchio da Pianoro.
Ond’io pensoso piú spesso addoloro,
che quel, che giace in sul letto ammalato:
però che’n cassa, in mano, in borsa o allato
8non vuol con meco nessun far dimoro.
Ed io n’ho spesso vie maggior bisogno,
piú, che non ha il tignoso del cappello;
11e giorno e notte gli disio e sogno:
e nessun vuole stare al mio ostello;
e poco vienmi a dire s’io gli agogno,
14ché ciaschedun da me si fa ribello.

XIII

Quello, che gli segue, quando gli mancano i denari e quando ne ha.

Omè, che io mi sento si smarrito,
quand’io non ho danar ne la scarsella:
dove sia gente a dir qualche novella,
4i’non son quasi di parlare ardito!
E, se io parlo, i’ son mostrato a dito,
c sento dirmi: — Ve’ quanto e’ favella! —
I’ perdo il cuor combina femminella,
8si, ch’io divengo tutto sbigottito.
E, quando i’ ho danari in abbondanza
in borsa, in iscarsella o paltoniera,
11i’sono ardito ed ho di dir baldanza;
dinanzi ho ’l cerchio e di driet’ho la schiera
di gente assai, che ciascuno ha speranza
14ch’io lo sovvenga per qualche maniera.

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XIV

Qual è il suo unico conforto allorché si sente triste per la sua povertá.

Tal si solea per me levare in piede,
e dicea: — Bene andiate — e — Ben vegnate, —
e farmi molto spesso le fiate:
4se or gli vo dinanzi, e lui si siede.
E1 che e ’l come e donde ciò procede?
Ch’i’ho pochi danari e men derrate;
sovente con durissime spronate
8spesso malinconia nel cor mi fède.
E certo son ch’ella m’uccideria,
se non ch’i’ sto, e penso e poi ripenso
11come fortuna gira notte e dia.
Ché tal da povertá è stato offenso,
che poi caso o accidente li venia
14si, ch’e’ si riconforta in ogni senso.

XV

Delibera di moderare le sue tendenze spenderecce.

I’ truovo molti amici di starnuto,
e chi di «Bene andiate» e «Ben vegnate»,
chi di profferte e piccole derrate,
4mostrando ognun ver’me il volere acuto.
Ma tal fiata i’ ho bisogno aiuto
aver da lor, danari o ver derrate:
chi gambero diventa piccol, frate,
8chi sord’o orbo, o chi diventa muto.
Si, ch’io son fermo di trasnaturare
e di piú non aver la man forata,
11e quel, che m’è rimaso, ben guardare,
e spender sempre secondo l’intrata:
e l’animo è seguace al migliorare,
14ch’oggi la gente è troppa iscozzonata.

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XVI

Per ben vivere al mondo, è necessaria la ricchezza.

E1 mondo vile è oggi a tal condotto,
che senno non ci vale o gentilezza,
sed e’ non v’è misticata ricchezza,
4la qual condisce e ’nsala ogni buon cotto.
E chi ci vive per l’altrui ridotto
non è stimato, e ciascuno lo sprezza,
e ad ognuno ne vien una schifezza
8con uno sdegno: e non gli è fatto motto.
Però rechisi ognun la mente al petto,
ed in tal modo cerchi provvedere,
11ch’egli abbia de’danar: quest’è l’elTetto.
E, poi che gli ha, gli sappia mantenere,
sed e’ non vuole che poi gli sia detto:
14— Io non ti posso patir di vedere! —

XVII

Piange la morte di Dante Alighieri.

Sonetto pien di doglia, iscapigliato
ad ogni dicitor tu te n’andrai,
e con gramezz’a lor racconterai
4l’orribil danno, il qual è incontrato.
Ché l’ultimo periglio disfrenato,
il quale in sé pietá non ebbe mai,
per darne al cor tormento e pene assai,
8il dolce nostro mastro n’ha portato,
ciò ò il sommo autor Dante Alighieri,
che fu piú copioso in iscienza,
11che Catone o Donato o ver Gualtieri.
E chi ha senno di vera conoscenza
ne dèe portar affanno ne’ pensieri,
14recandosi a memoria sua clemenza.

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XVIII

I disagi, che patisce, essendo castellano a Montopoli.

Se colla vita io esco de la buca,
ov’io son castellano pel discreto
messer Filippo da Santo Gineto,
4vece in Firenza per messer lo duca;
ch’egli, o su’ oficial, mi riconduca,
quand’io arò il termine colieto!
Se io accetto, ciò non glielo vèto,
8frustato io sia con aspra marmeruca.
Però che io ci sono assediato
da’ forti venti e da la carestia,
11ed ogni cosa m’è pòrto e collato;
di quel, ch’è vaga piú la vita mia,
ciò è di veder donne, son privato,
14in chiesa, a li balconi o ne la via.

XIX

Giovanni XXII perderá lo Stato della Chiesa se non tornerá d’oltremonti.

Gran parte di Romagna e de la Marca
ha giá perduto il prete di Catorsa,
e l’altro rimanente, c’ha in borsa,
4parmi veder che tosto se ne scarca.
E, s’e’ non sent’e vede e’ monti varca,
la gente bolognese veggio scorsa
a dargli maggior graffi e maggior morsa,
8che mai non fe’ leone a bestia parca.
Ma, s’egli avrá ben letto o ’nteso Cato,
e’ sará savio e fuggirá el romore,
11e non aspetterá villan commiato.
Se, pur dov’è, vorrá esser signore,
per modo tal lo veggo diripato,
14ched e’ n’ará gran danno e disonore.

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XX

Venezia e Firenze abbatteranno la potenza di Mastino II della Scala.

Ceneda e Feltro e ancor Montebelluni,
Trevigi ed anche Padua e Vicenza
avea messer Mastino a ubidienza,
4Verona, Parma, Brescia, Lucca e Luni.
E contento non fue, ma ésca e funi
iacea per prender Vinegia e Firenza;
ma lor, per iscarcar la sua potenza,
8forte s’armaron con terribil pruni.
E san Giovanni, il gran baron Battista,
per la Dio grazia avrá tanto potere,
11insieme con san Marco vangelista,
che da la scala il faranno cadere
a poco a poco: e giá sen vede vista
14da raffrenare il suo gran malvolere.

XXI

Infatti si scorge il principio della sua rovina.

San Marco e ’l doge, san Giuvanni e ’l giglio
hanno si accanato il gran Mastino,
che da la scala è sceso alquanto al chino
4ed è per trarripare al gran periglio,
s’él non è savio ed ha savio consiglio,
che faccia ciò, che vuole il fiorentino
col veneziano suo compagno fino,
8che son di gran possanza e fiero piglio.
Ma, s’e’ vorrá pur essere ostinato
credendosi poter lor resistire
11per sofferenza, come ha ’ncominciato,
colla coda tra gambe giá fuggire
lo veggo, in ver’ Verona seguitato,
14temendo con sua gente del morire.

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XXII

Conforta la gente atterrita per una crudele pestilenza.

La crudel Morte, nimica di vita,
ne vien feroce sotto sua bandèra,
e mena seco una gran turba e schèra,
4che de l’umana gent’ell’ha rapita;
e dat’ha lor si fatta gran ferita,
che fatto ha, di lor bella, brutta céra:
cosí ad uno ad un ci vitupèra,
8tant’è verso di noi infellonita.
Però consiglio ognuno lo può fare,
che si dia tempo, e stia allegro e sano,
11e lasci la fortuna trapassare:
ché talor molto corre chi va piano;
ciascun procacci ben bere e mangiare,
14non dispiacendo a Dio signor sovrano.

XXIII

Descrive il suo piacevole soggiorno a Faenza.

Bartolo e Berto, come Carlo in Francia
o come il conte in Poppi, i’ sto in Faenza,
e si mi piace qui la risidenza,
4che, se ’l sapessi, non vi parria ciancia.
Ben vesto e calzo, e ben empio la pancia,
e ben ho de’contanti a mia piacenza;
e, se amico a me viene da Firenza,
8noi caccio con ispada né con lancia.
E spesse volte l’anno i’ fo viaggio
dove dimora quella, ch’è mia dea,
11a cui quattordici anni ho fatto omaggio;
e tutta mia persona si ricrea,
veggendo il suo benigno signor saggio,
14el qual da me lontan mie cor ardea.

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XXIV

Ma poi se ne stanca, e vorrebbe tornare a Firenze.

S’io veggio il di, che io disio e spero,
di ritornare a star dentro a Firenza,
e che io facci lá mia risidenza,
4avrò salute al mio voler sincero.
E, se di ciò adempio il mio pensiero,
per la virtú di Dio, che n’ha potenza,
e ciò confermo e dico daddivero,
8non credo far di lá mai dispartenza.
Questo egli è, ché i’ sono oggimai sazio
del tanto dimorare qui in Romagna,
11che a considerano è uno strazio.
Vorrei partir ornai d’esta campagna
e ritornar nel dilettoso spazio
14de la nobil cittá gioiosa e magna.

XXV

Nessuno può essere contento del suo stato.

Io non trovo uomo, che viva contento,
non giovane, non vecchio o ammezzato,
il qual sia secolare o vói prelato,
4quando con meco ragionar lo sento.
Ciascun mostra d’aver seco tormento
o mal di testa o d’occhi, od è sciancato,
qual mal di fianco, sordo o scilinguato,
8o qual è d’altra sanitate spento.
Chi di ricchezza in povertá si truova,
e chi di libertate in ubidenza,
11e chi ha moglie, ed ella un altro pruova.
E chi può far vendetta ed ha temenza,
e chi ne la pregion dimora e cova,
14e chi del male altrui fa penitenza.

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XXVI

Non vale il dono, se non è accordato subito.

Quando l’uom chiede un don, ch’è bisognoso,
e ’l don, che chiede, gli sia indugiato,
colui, che dona, non ha tanto in grato,
4per che lo ’ndugio non è dilettoso.
Il don, ch’è fatto brieve, è grazioso,
e quel, ch’è chiesto, è mezzo comperato;
colui, che dona, ed a chi è donato,
8se ’l dono è fuor di tempo, è disdegnoso.
Cosi divien d’arnor e d’ogni cosa,
però che ’l tempo è una cosa cara,
11e nel tempo ogni cosa si riposa;
e lo ’ndugiar si vien da gente avara,
e l’aspettar si è vita noiosa
14piú, che d’un vecchio quando gioca a zara.

XXVII

Le cattive conseguenze del gioco.

E1 gioco è fondamento d’avarizia;
da lui procede gola e la lussura;
e’ dá pensieri e cruccio oltre a misura,
4e vie piú, che allegrezza, dá trestizia.
Da lui diriva ciascuna malizia;
e’fa dicer e fare ogni sozzura:
e tal fiata quel, che perde, fura,
8ed è preso e menato a la giustizia.
Onde ciascuno io ammonisco, e dico
che lassi stare il dado e noi trassini,
11se vuol de le virtú essere amico.
E’ fa votar le borse de’ fiorini,
e de l’agiato fa talor mendico,
14e molti andar ne fa tristi e tapini.

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XXVIII

Non vuol piú saperne delle donne.

Del tutto a la ricisa io sbandeggio
ciascuna mala femmina di pregio,
però che sempre mai dal!or collegio
4me n’iu) veduto male e me ne veggio.
E, s’io mai piú nissuna ne richieggio,
ch’io sia tenuto a vile ed a dispregio;
e I buon notai’ ne faccia privilegio,
8ed io ne strò contento, per ch’io deggio
E scriva ch’io rinunzio al benefizio
di lor lusinghe, piacere o diletto;
11a ciò mi obligo insino al die giudizio.
E, se io non seguisco quel, c’ho detto,
che io sie preso e menato a l’ospizio
14d’Amor, che mi punisca del difetto.

XXIX

Ormai, ch’è quasi vecchio, non vuol piú giacere con alcuna femmina.

Corretto son del tutto e gastigato
di non giacer con femmina nissuna,
o bella o brutta, o bianca o rossa o bruna,
4infino che io avrò punto del fiato.
Cosi mi fuss’io tosto riposato,
ch’i ’ebbi quarantanni, in ciascaduna;
e la mia opra ne fussi digiuna
8ben quindici, che io v’ho poi peccato.
Però che saria bene a l’alma mia
e poscia al corpo, ed anche al mio boi sello,
11se raffrenato avessi mia follia.
Ch’io l’ho per un gran matto ed un gran fello
chi non corregge sé di tal risia
14in prima, ch’e’ diventi vecchiarello.
Ond’io dolente son gramo e pentuto,
ch’io mi son cosí tardi ravveduto.

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XXX

Ma la lussuria di tempo in tempo lo vince.

S’io veggo il di, ch’i’ vinca me medesmo
per modo, che io lasci ogni lussura,
piú bene avrò, che l’uom, che rende usura,
4o che ’l giudeo quando piglia battesmo.
Ch’i’son ne l’anno terzo sessagesmo,
e talor pergo in si fatta bruttura;
onde mel tengo in gran disavventura,
8che dir non ne potrei pur el millesmo.
Ché gli occhi messagger del mio cor vago
mi mostrano or costei ed or colei,
11pungendomi coH’amarissim’ago.
Sonne contento, e pianger ne dovrei,
vedendomi annegare in questo lago;
14e mòro, trist’a me, gridando: — Oimei!

XXXI

Si sente riprendere da un’antica passione.

Tu sai la ’nfermitá mia de l’altr’anno,
quanta mi fu noiosa o malagevole
a comportalla; e quanta fu spiacevole,
4color, che l’han provato, si lo sanno.
Poi pur guari’, ed è duo volte un anno,
o poco men, ch’i’ fui di ciò godevole:
or vedi ben com’egli è convenevole
8ch’io vada ricadendo in tale affanno!
Ed io mi sento pur tornar nel core,
poi che tornò colui, ch’era partito,
11non so se dico pazzia o amore;
ed io sto in forse e son si sbigottito,
ch’i’fo come colui, che cerca onore,
14e fo pazzie, com’uom del senno uscito.

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E son sì indebilito,
che, s’io non ho da te consiglio o regola,
sono impaniato come tordo in pegola.

XXXII

Richiama gli avvocati, i giudici e i notai al loro dovere.

O avvocati e giudici e notari,
che aiutate e difendete il torto,
di ciò io vi consiglio e vi conforto:
4lasciare e vizi vostri iniqui e amari.
Non siate a tór l’altrui cotanto avari,
che alcun per voi fuor di ragion sie morto,
per quella fé, che a Gesú Cristo porto:
8ché troppo al fin gli smaltirete cari!
Chi biasma usura e toglie altrui moneta,
quel tal si chiama un usurai’ celato,
11che ’ngrassa sé, e ’l cattivel dieta.
O giudice, o notai’ poco affrenato,
se non avrai del tuo prossimo piòta,
14sarai dal sommo Padre abbandonato.
Ciascun si guardi ben, a cui ciò tocca,
ché Morte ha teso l’arco e spesso scocca.

XXXIII

Il mondo s’incammina di male in peggio

Amico, il mondo è oggi a tal venuto,
che poco vaici amore o caritade,
e molto rara ci è la lealtade,
4e piú la fé, se Iddio mi sia in aiuto.
Ché ’l piccol dal maggior è si premuto,
che ad udirlo è una gran piatade;
e non si truova in bocca veritade
8al giovene, al mezzano o al canuto.

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E, se Iddio non ci pone la sua mano,
io veggo il mondo in si fatta fortuna,
11che la fé perderá ciascun cristiano.
Donna del ciel, del sole e de la luna,
pregate il vostro figlio prossimano
14che mandi via da noi questa fortuna,
e che non guardi a la nostra malizia:
per Dio, misericordia e non giustizia!

XXXIV

Conforta un amico esiliato da Firenze.

Poi che la ruota v’ha vólto nel basso,
messer Simone, abbiate franco cuore,
e non pigliate cruccio né rancore,
4e non usate dire: — Oimè lasso! —
Ché, se voi siete mò privato e casso
de la cittade nobile del fiore,
dentro vi tornarete a grande onore,
8e fiorirete dove siete passo.
Ch’i’so che siete di questo innocente,
pel fallo altrui da’ vostri ben cacciato:
11a Dio ne ’ncrescerá ed a la gente,
per modo, che sarete raccettato
da ciascadun, che dentro v’è possente,
14e come non colpevole onorato.
Se arete con ragion la sofferenza,
voi tornarete lieto entro in Firenza.

XXXV

Rimprovera un mancator di parola

Oggi abbián lunedi, come tu sai;
domani è martedí, com’è usato;
mercoledí è l’altro nominato;
4poi giovedí, el qual non falla mai.

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L’altro so che cognosci, per che sai
che carne non si mangia in nessun lato:
sabato è l’altro, i’non l’ho smenticato;
l’altro è quel di, che a bottega non vai.
Qualunque s’è di questi, mille volte
hai detto del fornir del fatto mio,
e poi mi di’ che hai faccende molte.
Tu hai faccende men, che non ho io;
le tue promesse tutte vane e stolte
le truovo, con sustanza men, ch’un fio.
Dimmi s’tu credi ch’io
ne sia servito innanzi al die iudicio;
quando che non, rinunzio al beneficio!

XXXVI

In riprensione del vizio della pigrizia.

Amico, negligenzia è piú, che danno,
però che disonor drieto si trae;
e ciascadun distintamente il sae,
e spezialmente quei, che seco l’hanno.
Però, quando niente a fare egli hanno,
vanno indugiando d’ora in or piú láe:
cosí facendo, il tempo se ne vae,
e passa il rii, semmana e mese e l’anno.
E odi quel, che ’ncontra a’ niquitosi:
essendo ricchi, pieni e bene agiati,
diventan pover’, miseri e gottosi;
e, mentre al mondo vivon, son chiamati
cattivi, sciagurati e dolorosi:
dunque, in mal punto que’ cotal son nati.
Però te ne correggi, amico mio,
se vuoi piacere al mondo e poi a Dio.

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XXXVII

Chi indugia a rivolgersi a Dio, rischia l’inferno.

O uom, che vivi assai ir. questo mondo»
settanta, ottanta, novantanni o cento,
ed hai ciò, che ti piace, a compimento,
4ogni cosa ti va prospera e a tondo,
e vivi allegro e sano, e se’ giocondo,
e sanza numero hai oro ed argento
e be’ palazzi e donne al tuo talento,
8cavagli e roba e famigli in abbondo:
e tutto il tempo tuo non hai servito
a Dio. ma pur seguito il tuo diletto,
11né mai ti se’confesso né contrito;
si che dal gran nimico maledetto
subitamente tu sarai rapito:
14e meneratti al doloroso letto.

XXXVIII

Considera la sua cecitá come un meritato castigo

Se parte del vedere i’ ho mancato,
deh come mi sta ben, in veritade,
per che con gli occhi molta vanitade, •
4con ciascun d’essi, lasso! ho giá mirato.
Onde ho mortale e venial peccato
cogli altri quattro sensi in egualtade,
e non ho auto in me tanta bontade,
8essendo san, ch’i’ mi sia raffrenato.
Ma quello Iddio, che ci notrica e cria
veggendom’inver’lui isconoscente
11del lume, che m’avea dato in balia,
si m’ha mandato mò questo accidente,
per temperar la mia mala follia
14e per provare se io son paziente.

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XXXIX

Prega saula Lucia di fargli riavere la vista.

Santa Lucia, per tua virginitate
i’ priego te che per me priegh’Iddio
che lui mi sani ciascun occhio mio,
4dov’i’ ho tant’amara scuritate,
e che m’allumi per la sua pietate,
ben che degno di ciò i’ non sie io:
ch’i’son malvagio peccatore e rio,
8ed hollo offeso in tanta quantitate.
Ancora il prega che sua perdonanza
vinca ed uccida il mio grieve peccato,
11e che non guardi a la mia ignoranza.
Se io sarò da lui ralluminato,
io lascerò il peccato e l’arroganza,
14ed a lui mostrarò ch’i’ non sia ingrato.

XI

Chiede misericordia alla Vergine.

Deh, vergine Maria, che incarnasti
del bel figliol per Ispirito santo,
e partoristi lui con dolzor tanto,
4e nove mesi in corpo Io portasti,
ed al tuo dolce petto il nutricasti,
e lui crescesti in gioco, riso e canto:
di poi il piangesti con amaro pianto,
8e preso e morto in croce tu ’I trovasti;
poi, ivi a! terzo giorno, consolata
tu fusti de la sua resurressione:
11cosí consola me, Madre beata,
e trámi fuor d’ogni tabulazione,
e non guardar secondo mie peccata:
14misericordia chieggo, e non ragione!

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XLI

Contrito, ricorre a Dio per pietá.

Io vo in me gramo spesso ripetendo,
infra me stesso, tutt’i mei peccati,
e quali ho fatti, detti e immaginati,
4e di ciò gran dolore al cuore avendo;
e la mia conscienza rimordendo,
ch’io n’aggio tanti tanti radunati:
e rade volte ch’io gli ho confessati
8al sacerdote mia colpa dicendo.
Ond’io ricorro a voi, Signor verace
e creator del cielo e de la terra,
11che mi puniate, si come a voi piace,
per che peccando i’v’ho fatto gran guerra
merzé vi chieggo, che doniate pace
14a l’alma, quando il corpo andrá sotterra.

XLII

Implora d’essere ammesso in paradiso.

Mia colpa e colpa e colpa, lesu Cristo,
di quanto io v’aggio offeso in vita mia,
ché piú, che ’l senno, usat’ho la follia,
4e veggio ch’i’ho fatto un mal’acquisto.
Molti peccati l’un coll’altro ho misto,
di che mia alma n’ha grieve doglia,
che uomo alcuno pensar non potria;
8tanto al presente di questo m’attristo.
Onde a voi torno con amaro pianto,
che voi mi perdoniate, onnipotente
11verace Padre, Figlio e Spirto santo:
e si alluminiate la mia mente,
ch’i’possa udire il glorioso canto
14degli angioli, che cantan dolcemen

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XLIII

I — PIERACCIO AL FIGLIO BINDO
Si lamenta perché il figliuolo non gli scrive

Bindo, e’ non par che per me truovi foglio
né penna, che ti renda, con inchiostro;
quanto agli altri tu n’abbi, l’hai dimostro:
4lá onde forte me ne cruccio e doglio.
E1 ben, ch’io voglio a te, non me ne doglio,
ma ámoti secondo il paternostro;
e ’! bianco per lo nero non ti mostro:
8se non è, in ira sia a cui ben voglio.
Deh qual’è la cagion, quando tu scrivi
lettera altrui, ov’io dimoro o sono,
11che tu del tutto me ne cessi e privi?
Or odi e’ntendi quel, ch’io ti ragiono:
mentre ch’io viverò e tu ci vivi,
14tale a te, quale a me; piú non sermono.

II

2 — RISPOSTA DI BINDO
Mentre si scusa, rinfaccia al padre le sue dilapidazioni.

Per che io non vi scriva como soglio,
non ne portate cruccio nel cor vostro:
ché piú, che con iscritta vi dimostro,
4da ubbidirvi mai non mi discioglio.
Ma la troppa faccenda, ch’io raccoglio,
de la mia mente si n’occúpa il chiostro,
che ne cessa da voi quel, che, dimostro,
8diletto saria piú, che discordoglio.
Ciò, che si fa per me, si fonda ivi.
dove l’animo mio sempre dispono,
11che ’l bel sermonti e l’avversar’derivi.

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Cosi voless’Iddio che di tal dono
ripien v’avessi, quando or quinci or quiv
14dispergevate il vostro patrimòno!
Ma il vostro lume mi mostra la via,
ch’i’ ho tenuta e terrò tuttavia.