Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo I/Ammiano Marcellino (320-396 di C.)

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../La propagazione del Cristianesimo

../Macrobio IncludiIntestazione 29 giugno 2011 75% Da definire

Capitolo I - La propagazione del Cristianesimo Capitolo I - Macrobio


[p. 13 modifica] 3. Ammiano Marcellino (320-396 di C.).— Se ora ci facciamo ad esaminare le opere di quegli autori che trattarono di cose attinenti alla geografia tra il IV ed il X secolo dell’Era Cristiana, primo ci si presenta, in ordine cronologico, il greco Ammiano Marcellino di Antiochia, le cui storie, Rerum Gestarum, libri XXXI1, sono assai ricche di notizie geografiche, in parte tolte da Tolomeo e da altri scrittori, in parte dedotte dalle osservazioni fatte dall’autore in molti viaggi nell’Egitto, nella Siria e nelle altre parti dell’Oriente, nella Bretagna e nelle Gallie. Il loro maggiore interesse sta in ciò, che [p. 14 modifica]esse ci fanno assistere al principio del movimento delle tribù nomadi e guerriere, le quali, uscite dal fondo delle contrade germaniche o dalle regioni occidentali dell’Asia, dovevano condurre, in meno di cento anni, alla rovina della metà occidentale dell’impero romano. In questa parte, che diremmo etnografica, le storie sono un lavoro veramente originale, e giustificano quanto si è detto da alcuno, con alquanta esagerazione ma non senza un fondo di vero, che Ammiano è l’Erodoto della storia moderna.

Lo stesso non si può dire delle parti del lavoro che trattano di geografia positiva, giacché ben sovente l’autore vi cade in gravi e poco scusabili errori. Del Tanai è detto che, nascendo dalle rupi Caucasie, cade per sinuosi sentieri e, dividendo l’Asia dall’Europa, si perde nella palude Meotide (XXII, 8). Il Ponto Eussino ha, secondo Ammiano, la forma di un arco scitico congiunto dalla sua corda; i due Bosfori, il Tracio ed il Cimmerio, occupano le due estremità dell’arco, l’una occidentale, l’altra orientale, e sono perciò situati l’uno rimpetto all’altro nella direzione da occidente ad oriente. Lo stesso mare è chiuso dalla Palude Meotide da quella parte donde il sole sorge dall’Oceano orientale (XXII, 8). Le Gallie sono limitate verso occidente dall’Oceano e dalle alture dei Pirenei (XV, 10), per cui saremmo condotti a ritenere che Ammiano desse a questo gruppo di montagne una direzione meridiana, similmente a quanto diceva Strabone2 Il lago detto dai Reti Brigantia (lago di Costanza) è lungo 460 stadi e largo quasi altrettanto, ed è paragonato ad una mistura fangosa (XV, 4). Affatto sbagliata è l’orientazione dell’Egitto (XXII, 15): «La nazione egizia», dice Ammiano, «è chiusa a mezzogiorno dalle Sirti maggiori, dai Garamanti e da altre varie genti; donde guarda all’Oriente le si stendono intorno Elefantina e Meroe città degli Etiopi e i Catadupi3 e il mar Rosso, e quegli Arabi Sceniti [p. 15 modifica]che noi chiamiamo Saraceni4; dalla parte settentrionale confina con quell’immenso spazio di terra donde hanno principio l’Asia e le provincie della Siria: a ponente è terminata dal mare Issico denominato da alcuni Partenio». Ed altri esempi di simili inesattezze potremmo qui addurre se non lo vietasse la economia del lavoro.

Non mancano tuttavia nelle Storie di Ammiano notizie che danno indizio di un certo progresso, specialmente nella geografia dell’Asia centro-occidentale. Così, tra gli scrittori dei primi tempi del Medio Evo, egli è l’unico che alluda all’esistenza del lago di Aral, nel seguente passo che si legge nel capitolo 6° del Libro XXIII: «Ai piedi dei monti chiamati Sogdii stanno i Sogdiani: fra i quali scorrono due fiumi attissimi ad essere navigati, l’Araxates e il Dymas, che per gioghi e per valli precipitando discorrono in una campestre pianura e formano l’ampia palude chiamata Oxia».5.

Lo storico di Antiochia si dimostra anche molto famigliare coi vari e molteplici argomenti della geografia fisica. «Nelle parti del Ponto che sono esposte all’aquilone ed alle brine indurisce il ghiaccio per modo, che nè i fiumi, per quanto si crede, scorrono sott’esso, nè però sull’infido e labile suolo possono fermare il passo e gli uomini e le bestie: difetto cui non soggiacciono i veri mari, ma quelli soltanto ai quali frammischiansi troppe acque di fiumi» (XXII, 8). In questo fatto è chiaramente espressa la differenza tra i gradi termometrici corrispondenti al congelamento delle acque dolci e a quello delle acque marine. Circa alle piene del Nilo, l’opinione, che gli pare [p. 16 modifica]la più accreditata, è quella che «traendo i venti così detti Prodromi, e poi per quarantacinque giorni continui gli Etesii, ne contrariano il corso per modo, che l’onda risospinta si gonfia e straripa; e per quel soffio contrario crescendo ogni più, e da una parte resistendo la forza dei venti, dall’altra incalzando il corso delle sorgenti perenni, il fiume sollevasi altissimo e copre ogni cosa, e facendo disparire la terra si allarga sui campi e rende sembianza di un mare» (XXII, 15). Quanto alle sorgenti del fiume egiziano, egli pensa che «rimarranno ignote anche all’età avvenire, come si ignorano dalla presente»: tuttavia ammette ciò che diceva il re Giuba «che il Nilo nasce da un certo monte situato nella Mauritania e riguardante all’Oceano, perché nelle paludi mauritane trovansi pesci, erbe e mostri simili a quelli del Nilo» (Ibid.).6.

Ammiano ci ha conservate le opinioni già manifestate da {Sc}} e da Anassimandro intorno alle cause dei terremoti. Secondo Anassagora questo fenomeno è prodotto da che «i venti entrando con forza nelle parti della Terra, traggono contro massi indurati, e non trovandovi luogo da uscirne, sommovono quelle parti del suolo, nelle quali è penetrata la umidità. Laonde il più delle volte si osserva, che nei terremoti non sentesi vento che soffi, perché tutti sono occupati nei reconditi nascondigli del globo». E Anassimandro dice, che «la terra, o troppo inaridita dalla troppa siccità della state, o troppo bagnata dalla pioggia, apre grandi crepature, per le quali cacciandosi poi l’aria esterna e troppo, e con troppa forza, la scuote con soffi violenti nelle sedi sue proprie. Perciò questi terribili fenomeni sogliono accadere nei tempi di grande siccità, o di pioggie eccessive» (XVII, 7). Lo storico passa quindi a trattare delle specie di tremuoti, tra cui le brasmazie, che sommovono fortemente la terra e slanciano in alto moli stragrandi; le climazie, che vengono oblique e da lato, ed appianano città, edifizi e montagne; le casmazie, per cui si spalancano delle [p. 17 modifica]voragini, che inghiottiscono parti di terreno; finalmente i micemazii, cioè i terremoti nei quali gli elementi, sciogliendosi i loro legami, da sé medesimi si sollevano e ricadono abbassandosi la terra (Ibid.)7 .

  1. Di questi 31 libri andarono perduti i primi 13, dall’anno 91, ove finisce Tacito, all’anno 352.
  2. V. Parte prima, pag. 67
  3. Catadupa è detta da Cicerone la cateratta di Syene (De somnio Scipionis, cap. 5):«Ubi Nilus ad illa quae Catadupa nominantur, praecipitat ex altissimis montibus». Plinio (V,9) chiama Catadupi quelli che abitano nelle vicinanze della cateratta medesima, da lui detta cateratta nuovissima.
  4. I Saraceni sono già menzionati da Plinio (VI, 28), da Tolomeo (VI, 7), nel Periplo del golfo Arabico di Marciano di Eraclea in cui si legge «Loca ad cervicem Arabiae Felicis post Petream et Desertam tenent Saraceni qui vocantur».
  5. V., sopra questo argomento, Hugues, Il Lago di Aral, pag. 18.
  6. Cfr. Plinio (lib. V, 10) e Parte prima, pag. 78.
  7. Sull’autorità di Posidonio, Seneca il Filosofo distingueva due specie di terremoti. Si legge nel capitolo XXI del libro VI delle Naturales Quaestiones: "Duo genera sunt (ut Poseidonio placet) quibus movetur terra, utrique nomen est proprium. Altera successio est, cum terra quatitur, et sursum ac deorsum movetur. Altera inclinatio, qua in latera nutat navigii more". Queste due specie di terremoti corrispondono ai moti sussultori e ondulatorii dei geologi moderni. Ad esse il filosofo romano aggiunge una terza specie, quella cioè del terremoto vibratorio. Il medesimo capitolo delle Questioni naturali, dedicato, quasi per intero, ai fenomeni di cui è parola, contiene eziandio le esposizione dei diversi sistemi di Anassagora, Anassimene, Aristotele, Democrito, ecc.