Terenzio/Atto III

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Atto III

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Atto II Atto IV

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Lisca e Damone.

Damone. Lisca, onor delle mense, quanto ch’io t’amo il sai;

Dar cibo a tutte l’ore a te non ricusai.
Solo alle cene è in uso chiamarsi i convitati;
Da pochi sono in Roma i pranzi praticati.
Mangiar tre volte al giorno, e quattro, se abbisogna,
S’ammette nella plebe, nei grandi è una vergogna.
Ma il tuo stomaco avvezzo a digerir di volo,
Dal mattino alla sera suol fare un pasto solo.
Lisca. Se per rimproverarmi rammenti ciò, Damone,
Del tuo nulla mi dai, la spesa è del padrone.
Damone. È ver, ma son quell’io... Basta, non vo’ dir questo.
Ti sono amico, il dissi, lo dico e lo protesto;

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E se nulla poss’io far a te che ti piaccia,

Da te cosa a me grata è giusto che si faccia.
Lisca. Impiegami, Damone, parla, domanda, imponi.
Parla, eccellente cuoco d’anitre e di pavoni.
Per te che non farei, che far da me si possa?
Amico fino all’ara, e anche fino alla fossa.
Damone. Terenzio, qual io sono, è schiavo al signor mio;
Nè vale il dir ch’egli abbia cosa che non ho io,
Che, fuori d’una sola, di cui ’l destin1m’ha privo,
Penso com’egli pensa; com’egli vive, io vivo.
Africa ad ambedue2 diÈ povero il natale;
Esser dovrebbe in Roma sorte ad entrambi eguale:
Ma a lui si fan gli onori, per lui s’han de’ riguardi,
Ed io non trovo in Roma un cane che mi guardi.
Lisca. Lo sai perchè?
Damone.  Lo vedo. Perchè il padron destina
Alle scene Terenzio, Damone alla cucina.
Ma d’ingiustizia tale mi lagno, e vo’ lagnarmi,
Fino che ’l giorno arrivi ch’io possa vendicarmi.
A te, che amico sei, ch’hai cervel buono e sodo,
Chiedo che a me consigli della vendetta il modo.
Lisca. Sì, volentier; darotti facil consiglio e certo,
Che sopra al tuo rivale salir farà il tuo merto.
Mirar precipitati vuoi tutti i pregi sui?
Studiati una commedia formar meglio di lui.
Damone. N’ho voglia; lo farei, ma non ne so principio.
Lisca. Poeta divenire può tosto ogni mancipio.
T’insegnerò.
Damone.  Lo voglia Vulcan, Cerere e Bacco.
Lisca. Dai numi di cucina far devi ogni distacco:
Hansi a invocar le Muse, Minerva e ’l biondo Apollo;
E di padella in vece, porsi la cetra al collo.
Odimi. Se prometti a me dar due fagiani,
Opra passar per tua farò delle mie mani.

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Damone. Raro il fagiano è in Roma, che in Grecia ha suo ricetto;

Ma se l’impegno adempi, anch’io te li prometto.
Lisca. Perchè schernito resti Terenzio nel cimento,
Della commedia nostra sia Plauto l’argomento.3
Veggasi nel confronto questo e poi quel dipinto;
Terenzio ha i suoi nemici; diran ch’ei resta vinto,
E tua sarà la gloria d’averlo scorbacchiato.
Terenzio sia deriso, Damone vendicato.
Damone. Bene, bene, ma bene, duemila volte bene.
Lisca, i fagian son tuoi... Ma un dubbio ora mi viene:
Se a me conto si chiede chi Plauto fosse, o quale,
Non so s’uomo sia stato, o bestia irrazionale.
Lisca. Lume ti do che basta: Plauto nell’Umbria nacque,
Fallito mercatante, tristo in miseria giacque,
E tanto in poche lune l’oppresse il rio destino,
Che a raggirar s’indusse la macina al mulino.
Negli ozi lacrimosi, per quel che a noi si dice,
Diè a immaginar commedie principio l’infelice;
E queste indi ridotte al novero di venti,
Tornaronlo in fortuna, produssero portenti.
Avea stil sì purgato, onde le Muse anch’esse
Udrebbonsi, parlando, a dir le cose istesse.
Giustizia anche a’ dì nostri gli rendono i sapienti,
Di Plauto commendando i semplici argomenti,
E l’arte, onde soleva dipingere i costumi,
Il mondo conoscendo, da quel prendendo i lumi.
Soggetto di commedia non dà la di lui vita,
Ma favole sognando cosa farem compita;
Basta che nel confronto penda il giudizio almeno,
Di critica l’applauso dal volgo vena pieno.
Bastan tre o quattro soli a screditar lo schiavo,
A far che il popol gridi: bravo, Damone, bravo.
Damone. Tante da te ne intesi; io ne dirò una sola,

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Di quanto a me dicesti non intendo parola.

Studia di mia vendetta modi men duri e strani,
Se il premio vuoi che cerchi, aver dalle mie mani.
Lisca. Farò... Tu che faresti?
Damone.  Farei, se col padrone
Avessi confidenza, parecchie cose buone.
Gli direi, per esempio... sì, questo dir potrei,
E prove a sostenerlo, e testimoni avrei:
Passan segreti amori fra Terenzio...
Lisca.  E Creusa?
Damone. No. Interromper chi parla la civiltà non usa,
Passan segreti amor fra Terenzio.
Lisca.  E Barsina?
Damone. No, che crepar tu possa innanzi domattina.
Fra lui e l’adottiva figlia del suo signore.
Oh vedi, se uno schiavo gli reca un bell’onore!
Se il sa Lucan, vedrassi Terenzio alla catena,
Avrà di mille verghe i colpi sulla schiena;
Che in Roma è minor colpa render un uomo esangue,
Che d’una cittadina bruttar l’illustre sangue.
Lisca. Questo farò. Svelato da me sarà l’arcano;
Ti è noto, se mi crede, se ascoltami Lucano.
Damone. Pera Terenzio, e cada in odio dei Romani.
Lisca. Abbia Damon l’intento, e Lisca i due fagiani.

SCENA II.

Fabio e detti.

Fabio. Fortunato Terenzio!

Lisca.  Qual novità?
Damone.  Che fu?
Fabio. Una commedia sola puossi pagar di più?
In premio dell’Eunuco, gli edili in pien Senato
Con ottomila nummi han lui rimunerato.

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Damone. Cieca fortuna ingrata! per te bestemmierei.

Lisca, non perder tempo. Già sai quel che far dei.
Vo’a ricercar fagiani, e non risparmio spese,
S’anche gettar dovessi quel che rubai in un mese, (parte)

SCENA III.

Fabio e Lisca.

Lisca. Buon per noi che a’ privati sien le ricchezze sparte;

Possiam dell’altrui bene noi pure essere a parte.
Di schiavo fortunato amici esser conviene;
Godrem da lui fors’anco dei pranzi e delle cene.
Fabio. Non è di coltivarlo questa per me ragione;
Ma calmi della stima ch’ave di lui il padrone4.
Sportula, col suo mezzo, maggior posso acquistarmi,
Ond’ è che di adularlo fa d’uopo, e vo’ provarmi.
Lisca. Farai poca fatica, se hai l’adular per uso.
Fabio. Andar chi non sa farlo vedo da’ ricchi escluso.

SCENA IV.

Terenzio e detti.

Terenzio. (D’un senator di Roma ecco i seguaci arditi:

Adulator clienti, e ingordi parassiti).
(da sè, restando indietro ed osservando i suddetti)
Fabio. Teco son lieto, amico, per il novello onore.
(a Terenzio, incontrandolo)
Lisca. Teco de’ nuovi acquisti rallegrami di cuore, (a Terenzio)
Terenzio. Sappia Creusa anch’essa le mie fortune, e speri.
Cambiar per lei fors’anco vedrò gli astri severi).
(da sè, non badando a quei che gli parlano, e in atto di incamminarsi altrove.)

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Fabio. Non odi, o mal gradisci gli atti di cuor sincero?(a Terenzio)

Lisca. Grato non è Terenzio al cuor d’amico vero?
(a Terenzio)
Terenzio. Gli animi, i cuor d’entrambi noti mi sono appieno:
Conosco il dolce riso per me fatto sereno. (ironico)
Ma Lisca, s’io perissi, per questo non digiuna;
E Fabio non ha d’uopo di me per sua fortuna.
Fabio. T’amo per amor vero.
Lisca.  Nol fo per l’interesse.
Terenzio. Stolto Terenzio fora, se cieco a voi credesse.
I nobili compiango, compiango i candidati,
Che fondan lor grandezza nell’essere adulati.
Pane gettato invano, sportule invan disperse
Per gente di mal cuore, per anime perverse.
Merto non ha bisogno di lode adulatrice;
Ricchezza mal usata fa il prodigo infelice.
Onde di buon acquisto i beni mal locati
Fan giudicare al mondo che sien male acquistati.
Della fortuna il dono, de’ miei sudori il prezzo,
Dividere agl’ingrati per me non sono avvezzo,
Cercate chi vi creda. Da me non aspettate
Ch’essere sulle scene esposti alle fischiate.
Opera degna essendo de’ comici scrittori
Schernir i parassiti, scoprir gli adulatori,
Onde dell’alme indegne il vizio si corregga,
O almen del loro inganno il popolo s’avvegga;
E apprendan cittadini, e apprendan senatori
Ai miseri dar mano, punire i traditori. (parte)

SCENA V.

Fabio e Lisca.

Fabio. Lisca?

Lisca.  Fabio? E un avaro.
Fabio.  Superbo è quell’audace.

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Lisca. Convien precipitarlo.

Fabio.  Questo si fa, e si tace.
Lisca. Pronto è il modo.
Fabio.  In qual guisa?
Lisca.  Aiutami.
Fabio.  Consiglia.
Lisca. Terenzio ama colei che di Lucano è figlia.
Fabio. Grave è la colpa in servo.
Lisca.  A noi tal colpa giove.
Fabio. Crederallo Lucano?
Lisca.  Ho testimoni e prove.
Fabio. Eccolo. (osservando fra le scene Lucano che si appressa)
Lisca.  A tempo giugne.

SCENA VI.

Lucano ed i suddetti.

Lucano.  Grata a Terenzio è Roma.

Sol resta a’ pregi suoi libero ornar la chioma.
Romolo5 che de’ padri la crudeltate ha in ira,
Pietà nel seno mio verso lo schiavo inspira.
Fabio. Romolo, che del Lazio regge fra’ numi il fato,
Libero aver fra’ suoi aborrisce un ingrato. (a Lucano)
Lisca. Lodasi di Lucano l’almo pietoso impegno;
Ma di ricchezze e onori Terenzio non è degno.
Lucano. Qual ragionar novello contr’uom da voi lodato?
Fabio. Terenzio è menzognero.
Lisca.  Terenzio è scellerato.
Lucano. Ragion diasi di questo.
Fabio.  Schiavo di mente insana,
Amar Livia non teme, seduce una Romana.
Lucano. Livia da lui amata? (a Fabio e Lisca)
Fabio.  Lo so.

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Lisca.  Di ciò m’impegno,

Lucano. Se libero lo rendo, d’amarla non è indegno.
Olà! (chiama)

SCENA VII.

Damone ed i suddetti.

Damone.  Sempre sol io agli ordini mi trovo.

Lucano. Livia a me. (a Damone)
Damone. Sì, signore. (Lisca, che v’è di nuovo?)
Nulla facesti?) - (piano a Lisca)
Lisca.  (Ho fatto?) (piano a Damone)
Damone.  (Compro i fagian?) (piano a Lisca)
Lisca.  (Puoi farlo).
(come sopra)
Damone. (Lisca è il grand’uom! Vorrei propriamente indorarlo).
(da sè, e parte)

SCENA VIII.


Lucano, Fabio e Lisca.



Lucano. Colpa sarebbe in servo l'amar donna romana,
Ma in lui la colpa emenda bella virtute e strana.
L’amor di tutta Roma mi offre per lui la scusa:
(Più facile al cuor mio dipinta da Creusa). (da sè)
Solo restar con Livia per or mi cale. Andate.
Fabio. Lisca? (piano a Lisca)
Lisca.  Fabio? Addio cene. (piano a Fabio)
Fabio.  Son le speranze andate. (partono)

SCENA IX.

Lucano, poi Livia.

Lucano. Mezzo miglior di questo non puommi offrir la sorte:

Staccasi da Creusa, se ’l rendo altrui consorte.
La servitù col tempo smarrisce nell’oblio,
E poi Livia è mia figlia, ma non del sangue mio.

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Ma che Terenzio l’ami, finor si rende oscuro.

Eccola; può il suo labbro di ciò farmi sicuro.
Livia. (S’avanza rispettosa, e non parla.)
Lucano. Livia, so qual di figlia si desti in sen timore,
Se tocchi fian dal padre gli arcani del suo cuore.
Sia padre di natura, sialo, qual io, d’affetto,
Nell’anime ben nate imprime egual rispetto.
Prima che si discenda a ciò che in sen tu celi,
Di chi ti parla al cenno togli dall’alma i veli,
Certa che la menzogna, non il desio mi sdegna,
Certa che un cuor sincero a secondarlo impegna.
Livia. Parla, signor, ma pensa che se di te son figlia,
A farmi di te degna il cuor sol mi consiglia.
Parla, ma credi in prima, per tuo, per mio conforto,
Che fa chi vil mi crede a mia virtude un torto.
Lucano. Anzi nel dubbio ancora, per cui parlarti aspiro,
Quanto più mi lusingo, più la virtude ammiro.
Franco si sciolga il labbro: Ami Terenzio, amata?
Livia. Se schiavo amar potessi, vorrei non esser nata.
E s’egli in me tentasse sedurre un cuor romano,
Saprei, s’altri non fosse, punirlo di mia mano.
Dacchè degli avi nostri fur le Sabine umili
Rapite, e di man tolte ad uomini non vili,
Di Romolo coi figli dacchè congiunte furo,
Serbar nelle lor vene sangue romano e puro.
Nè si dirà che sia Livia la figlia indegna,
Che renderlo macchiato alle latine insegna.
Lucano. (Proviam costesto orgoglio), (da sè) Vo’ che tu l’ami.
(con impero)
Livia.  Il vuoi? (con qualche tenerezza)
Lucano. Ardirai contraddirmi? (come sopra)
Livia.  Sei padre, e tutto puoi. (come sopra)
Lucano. Sì, tutto posso, è vero, sul cuor, su’ tuoi desiri,
Ma un sacrifizio ingiusto per me far non si aspiri.
(cambiando stile)

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Di Romolo son figlio, padre di Roma anch’io:

L’onor deggio del Lazio serbar nel tetto mio.
A schiavo non consente unir legge sovrana,
Maggior d’ogni grandezza, il cuor d’una Romana.
Livia. Per prova o per ischerno dunque parlasti, o padre.
(mortificata)
Lucano. No; di Terenzio sposa, d’eroi ti voglio madre.
Livia. Come, signor? (rasserenandosi)
Lucano.  M’ascolta. Pria che l’odierna luce
Spenga nel sen di Teti dell’aureo cocchio il duce,
Libero per mio dono il vate valoroso
Di me sarà liberto, di Livia sarà sposo.
Livia. E d’uom nato straniero, d’uom che fra’ ceppi langue,
Cambiar può nelle vene l’atto solenne il sangue?
Lucano. Lo può.
Livia.  Nè più gli resta, mercè di Roma amica,
Alcuna macchia in seno della viltade antica?
Lucano. Nel fausto lieto giorno purissimo rinasce,
Qual di Romana figlio che bamboleggia in fasce.
Livia. Sapienza degli Dei! Bella pietà di Roma! (con letizia)
Lucano. Ma sciolta di catene dal piè la dura soma,
Se Livia ancor lo sdegna, con lei non infierisco.
Livia. Al padre che comanda, oppormi io non ardisco;
Ma poi...
Lucano.  Sarai contenta.
Livia.  Ma poi, dicea, signore,
Se libero lo rendi, di lui qual sarà il cuore?
Spesso del benefizio dagli uomini s’abusa...
Lucano. Dov’è la greca schiava?
Livia.  Nelle mie stanze è chiusa.
Lucano. Per qual ragion si cela? Fugge da me?
Livia.  Ricama.
Lucano. Qui venga.
Livia.  Intenta all’ago...
Lucano.  Venga, il signor la chiama.

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Livia. (Non mi tradir, fortuna, or che mi mostri il viso;

Balzami il cuor nel seno pel giubilo improvviso).
(da sè, e parte)

SCENA X.

Lucano, por Terenzio.

Lucano. Terenzio se di Livia, se di Creusa è amante,

Amerà in una il grado, nell’altra il bel sembiante;
Della più vil non teme mostrare acceso il cuore;
Dell’altra non ardisce svelar l’occulto ardore.
Ma se sperar potesse aver nobil donzella,
Schiava non ardirebbe di preferire a quella.
E molto meno ardito esser può a quest’eccesso,
Di contrastar gli affetti al suo signore istesso.
Tal mi lusinga il cuore, tal la virtù m’affida,
Che all’opre di Terenzio fu ognor regola e guida.
Se nel timor persiste l’uom che per ciò più estimo,
Darogli animo io stesso, a parlar sarò il primo.
Terenzio. (Creusa a me s’asconde. La misera è in periglio.
Dissimular la pena parmi il miglior consiglio), (da sè)
Lucano. Terenzio, in tal momento ti rechi al mio cospetto,
Che dei pensieri miei tu stesso eri l’oggetto.
Consolomi6 che Roma giustizia al tuo talento
Reso abbia cogli onori, coll’oro e coll’argento.
Terenzio. Altro di mio non vanto che del tuo cuore il dono.
È tuo l’oro e l’argento, se di te schiavo io sono.
Lucano. Fra noi un cotal nome mandar puossi in oblio:
Servo non più, liberto sarai per amor mio.
Finor di tue fatiche a te donato ho il frutto,
Son tuoi gli ultimi acquisti, puoi disporre di tutto:
Mente, saper, consiglio ch’ogni poeta eccede,
Da me, da Roma esige amor, stima e mercede.

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Terenzio. Signor, dal dolce peso di tante grazie oppresso,

Poco è ch’io ti offerisca la vita, il sangue istesso;
A me sei più che padre, se l’amor tuo m’invita
Al don di libertade, che val più della vita.
Lucano. Pria che all’occaso giunga di sì bel giorno il sole,
Fra il novero sarai della romulea prole.
Il nome di Terenzio, da me portato in prima,
Servo a te diedi ancora, in segno di mia stima.
Ora mi scordo i lacci, scordomi il grado antico,
Anticipo a chiamarti figlio, liberto, amico.
Meco da questo punto tu pur cambia lo stile;
Meno ti renda il grado a cui t’inalzo, umile.
A me svela il tuo cuore, confida i tuoi pensieri,
I labbri incoraggiti mi parlino sinceri.
Questa mercè ti chiedo a mia beneficenza:
Fammi, se mi sei grato, del cuor la confidenza.
Terenzio. (Come svelar l’affetto che all’amor suo contrasta?) (da sè)
Lucano. Segui a tacer? Che parli ti prego, e non ti basta?
Terenzio. Signor, di tue richieste veggo, conosco il fine,
Del giusto i miei desiri eccedono il confine.
Ravviso il contumace amor che m’arde in petto;
Reprimerlo son pronto, di spegnerlo prometto.
Se in ciò potei spiacerti, deh, per pietà, mi scusa.
Lucano. (Chi sa s’egli favelli di Livia, o di Creusa?
Un ver scoprir io temo, che m’abbia a recar pena), (da sè)
Terenzio. Vorrei, pria di spiacerti, soffrir doppia catena;
Quell’unico mi caglia giusto, soave amore,
Che grato ognor mi renda al cuor del mio signore.
Lucano. Che ami lo so. Svelato fummi di te l’affetto,
Ma dubbio ancor mi resta dell’amor tuo l’oggetto.
Non arrossir nel dirlo. Vedi qual per te sono
Disposto a compiacerti.
Terenzio.  Signor, chiedo perdono.
Cieco è Amor. La natura frale al desio s’arrende;
L’uso, il comodo, il tempo l’alme più schive accende.

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L’occhio principia, e il cuore trae seco a poco a poco,

Da piccola scintilla prodotto il maggior foco.
Perdon, se nel mirare dapprima il vago oggetto,
Qual si dovea non ebbi a te, signor, rispetto.
Se il grado mio scordato, in quel fatal momento,
M’arresi al dolce incanto che forma il mio tormento,
Se di colei, che merta del mondo aver l’impero,
Questo mio cuor s’accese miserabile, altero.
Lucano. Par che di Livia parli. (da sè) Se tanto ho a te concesso,
Poss’anco ciò donarti, che amo quanto me stesso:
Dal prezioso acquisto, che offro a tuoi merti, ancora
Vedi se Lucan ti ama, se ti distingue e onora.
Terenzio. (L’offerta a lui penosa m’atterra, e mi confonde), (da sè)
Lucano. (Al maggior de’ miei doni stupisce e non risponde), (da sè)
Terenzio. Dunque, signor...
Lucano.  Sì, amico, non ti avvilir, fa cuore.
La mia pietà vuol lieto mirarti anche in amore.
Più di Ciprigna il figlio il cuor non ti martelli,
E di dolcezza pieni farai carmi più belli,
S’è ver che quella sia che ti ha tenuto in pene...
Terenzio. Signor, vedi Creusa che timida sen viene.
Lucano. Questa è colei, Terenzio, questa è colei che gravi
Lacci impose a quest’alma, ch’ha del mio cuor le chiavi.
So che tu pur la stimi, so che tu pur l’amasti:
Buon per te, che per tempo fiamme nel cuor cangiasti;
Perciò l’amor sospeso a te più forte io rendo.
Consolati, Terenzio.
Terenzio.  Sì, signor. (Non l’intendo) (da sè)
Lucano. Olà, perchè t’arresti? (verso la scena, da dove viene Creusa)

SCENA XI.

Creusa e li suddetti.

Creusa.  Temeva disturbarti.

Lucano. Sempre hai tu da fuggirmi? Sempre ho io da pregarti?
Saran le tue ripulse ai miei desiri eterne?

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Terenzio. (Preso ho affè questa fiata lucciole per lanterne). (da sè)

Lucano. Rispondimi, Creusa: stanca sei coi disprezzi
Pagar7 chi studia e pena a meritar tuoi vezzi?
Terenzio. (Che mai dirà?) (da sè)
Creusa.  Signore, mio cuor sempre è lo stesso;
Quel che poc’anzi ho detto, posso ridirti adesso.
Lucano. Se di Terenzio invano ti lusingasti, osserva:
Libero, e a Livia sposo, sprezza te greca e serva.
Creusa. (Barbaro!) (da sè)
Terenzio.  (Sventurata! Or comprendo l'errore), (da sè)
Lucano. Dille tu, s’io mentisco. (a Terenzio)
Terenzio.  Non mente un senatore.
Lucano. (D’un più discreto amore l’esempio egli ti reca), (a Creusa)
Creusa. Da un African l’esempio sdegna un’anima greca.
Lucano. Tu, se ’l mio ben ti cale, se aneli alla mia pace,
Modera quell’ingrata nel disprezzarmi audace.
Cerca ragion che vaglia a impietosirle il seno;
Per quel che a te donai, poss’io chiederti meno?
Vo ad affrettar la pompa che far ti dee romano,
Vo in tuo favor di Livia lieto a dispor la mano.
Fa tu che quell’altera dal cuor non mi discacci. (a Terenzio)
Tu pensa a compiacermi, o a raddoppiar tuoi lacci.
(a Creusa, indi parte)

SCENA XII.

Terenzio e Creusa.

Terenzio. (Come con lei scolparmi?) (da sè)

Creusa.  (Che potrà dir l’ingrato?) (da sè)
Terenzio. Ah Creusa, che pensi?
Creusa.  Mai non ti avessi amato.
Terenzio. Non aspettar che parli teco a prò di Lucano.
Creusa. Per lui, per te mi parla, meco favelli invano.

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Terenzio. Ti son fedel.

Creusa.  Si vede.
Terenzio.  Ascolta in pochi accenti
La ragion dell’inganno.
Creusa.  Non vo’ saperla. (si scosta)
Terenzio.  Eh, senti.
(seguitandola)

SCENA XIII.

Livia ed i suddetti.

Livia. Creusa, a che qui resti, partito il tuo signore?

Terenzio. Io, per ordin di lui, deggio parlarle al cuore. (a Livia)
Livia. Te per tal opra ha scelto, ch’ardi per lei nel seno?
(a Terenzio)
Creusa. Di quel che per te peni, arde per me assai meno.
Livia. Schiava vulgare, ardita, meco a garrir non chiamo.
Creusa. Partirò.
Livia.  Fallo tosto. Sollecita il ricamo.
Quel che a te diei disegno, richiama alla memoria,
E pensa che vicina la favola è all’istoria.
Creusa. Favola per me il foco fu di Terenzio altero;
Ma quel che per te nutre, Livia felice, è vero, (parte)

SCENA XIV.

Terenzio e Livia.

Terenzio. Fermati, ascolta. (vuol seguitarla)

Livia.  Come? In faccia mia seguirla?
Terenzio. Per ordin di Lucano parlar deggio, e sentirla.
Livia. Ciò da me potrà farsi.
Terenzio.  E ver, ma tu non sai....
Livia. Terenzio, con Lucano testè di te parlai. (dolcemente)
Terenzio. Di me che mai ti disse l’amabile signore?
Livia. Ti lodò, mi propose.... L’intesi a mio rossore.

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Terenzio. Previdi ch’ei ti avrebbe mosso per me allo sdegno.

Livia. Non è cuor di liberto d’una Romana indegno.
Terenzio. Dunque, se tal divengo, Livia Terenzio adora?
Livia. Se libero ti rendi... Ma no, sei schiavo ancora, (parte)

SCENA XV.

Terenzio solo.

Fin che fra lacci io sono, di te mi credi indegno;

Tal io, se li disciolgo, di te più non mi degno.
Dove fondate il fasto, donne romane altere,
Che rendere vi puote ai miseri severe?
Livia, che ha cuor superbo, stimo d’un’altra meno;
Più val schiava Creusa, che ha la virtute in seno.
Duolmi senza mia colpa averle ora spiaciuto;
Rete tra i fior si tese; in quella io son caduto.
Ma tratto dal mio piede di servitute il laccio,
Creusa e me fors’anco saprò trar d’ogn’impaccio.
Ah, voglia quel che a noi sovrasta eterno fato,
Ch’io possa esser felice, ma senza essere ingrato.
Valgami nel grand’uopo, a superar gli obietti,
La bella comic’arte di maneggiar gli affetti.
E se noi dall’arena abbiam comici il vanto
Di trar sovente il riso, di trar talora il pianto,
Quel che su finte scene l’arte maestra aduna,
Tentar vo’ per me stesso, per far la mia fortuna.

Fine dell’Atto Terzo.

  1. Pitteri: di cui destin ecc.
  2. Pasquali, ZatTa ecc.: L’Africa ad ambedue ecc.
  3. Sembra una sfida all’ab. Chiari, che in fatti pochi mesi dopo ebbe pronto il suo Plauto.
  4. Zatta: che di lui ha il padrone.
  5. Nell’ed. Pitteri qui e sempre si trova stampato Romulo.
  6. Zatta: Consolati.
  7. Così è da correggere il testo: v. anche l’ed. Le Monnier curata dal Nocchi. Tutte le edizioni del Settecento stampano pregar.