Terenzio/Atto IV

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Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Terenzio solo.

A me doni preziosi? a me carmi ed onori?

Per me l’amor di Roma, l’amor de’ senatori?
Di schiavitù fra i lacci viver1 non si rifiuta,
Quando a un sì caro prezzo la libertà è venduta.
E libertade istessa, cui la natura inclina,
Per rendermi felice, la sorte mi destina.
Ma, ahimè, l’alma trafitta un altro ben sospira,
Senza di cui la vita, non che la sorte ho in ira.
Un ben, che agli altri beni accrescere può il fregio,
Cui più d’ogni tesoro ave il mio cuore in pregio;

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E lieto sceglierei viver fra lacci ancora,

Pria di smarrir la vista del bel2 che m’innamora;
Provandosi3 per questo il mondo e i beni suoi
Prezzo d’opinione ricevono da noi,
Stimandosi più quello che più diletta e piace,
Trovando sua ricchezza il cuor nella sua pace.

SCENA II.

Damone ed il suddetto.

Damone. Cerco il padron per tutto, e lo ricerco invano.

Saprà dov’è Terenzio, ch’è un membro di Lucano.
Terenzio. Sì, amabile Damone, lo so dov’ei si trova:
Sollecita d’amore per me l’ultima prova.
Con Lelio e con Scipione, e col pretor di Roma,
Accelera, concerta l’onor della mia chioma.
Damone. Oh Roma fortunata, poichè fra’ lustri suoi
Onorerà Terenzio la feccia degli eroi!
Terenzio. Così sciolto da’ lacci fosse Damone ancora,
Che ’l numero infelice de’ servi disonora.
Damone. Per me più stimo e apprezzo spennar polli e pavoni,
Dell’arte, onde ti vanti, de’ mimi ed istrioni.
Terenzio. Che dir degl’istrioni, che dir de’ mimi intendi?
Di questi e quelli il vanto, il merto non comprendi.
Ister, che fra gli Etruschi dir vuol giuoco da scena,
Diede agli attori il nome della commedia amena;
Mimus, che imitatore dir vuol, diè nome ai mimi,
Quei che ciò fan coi gesti, chiamati pantomimi.
Damone. Uomini che di fama, che degli onor son privi,
Satirici, impudenti, scandalosi, lascivi.
Terenzio. Roma per mie commedie a me reca gli onori,

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Scena che virtù insegna, dà merto e preferenza.

Quel che detesto anch’io, del ballo è la licenza.
Damone. Teco la perde sempre chi dir vuol sua ragione;
Dimmi dove poss’io ritrovar il padrone.
Terenzio. Lice, cortese amico, lice saper l’arcano,
Per cui mosso è Damone a ricercar Lucano?
Damone. Amico eh?
Terenzio.  Terenzio a te tal si professa.
Fummo in pari fortuna; siam d’una patria istessa.
Cartagine non sappia, che invidia in suol romano
D’un africano il bene desti in altro africano.
Spera che se la sorte in me ricchezze aduna,
D’un che fratello i’ chiamo, posso far la fortuna.
Damone. Tu mi deridi e sprezzi. Di me ti sei servito
Ponendo sulle scene l’Eunuco sbalordito.
Terenzio. T’inganni, e tale inganno comune è a più soggetti,
Che credon dal poeta segnati i lor difetti.
S’incontran facilmente dal comico imitate
Persone che l’autore non ha nemmen sognate,
Facile essendo a caso toccar d’un tale il fondo,
Da chi prende i difetti a criticar del mondo.
Damone. Questa ragion m’appaga; amico esser ti voglio;
Vedi se di cucina puoi tormi dall’imbroglio.
Chiedimi al signor nostro. Spezza la mia catena,
E dammi, se puoi farlo, impiego sulla scena.
Terenzio. Mie favole son greche. Sai di Grecia i costumi?
Damone. Basta che tu m’impieghi ad accendere i lumi.
Terenzio. A così vile uffizio non serbo un uom ch’io stimo;
A recitar principia. Puoi divenire il primo.
Valerti delle usate maschere t’apparecchia;
In grazia della voce puoi far da donna vecchia.
Damone. Vuol dir che far io posso da strega o da mezzana;
Ma questa, per dir vero, sembrami cosa strana,
Ch’entri in ogni commedia la donna da partito,
Il figlio disonesto, il padre sbalordito,

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Che abbiano dei mezzani a trionfar le trame,

Che Roma nel teatro soffra una scuola infame.
Terenzio. Giustamente in te parla della ragione il lume;
Degn’è di correzione sì pessimo costume.
Principio a moderarlo died’io con mano ardita;
Spero cambiarlo affatto, se ’l ciel mi darà vita:
E se poter cotanto i numi a me non danno,
Faran l’opra compita gli autor ch’indi verranno.
Ma del padron ti scordi.
Damone.  Lo cerca un vecchio greco.
Terenzio. Sai che voglia?
Damone.  Nol so, poco parlato ha meco.
Del senator Lucano cercava intra la gente;
Sue voci mal intese sentii per accidente.
Per picciole monete m’offersi accompagnarlo;
Guidailo a queste soglie, sperando di trovarlo.
Tu che lo sai, m’insegna ’ve trovasi il padrone.
Terenzio. Cercalo dal pretore, da Lelio o da Scipione;
Ma fa che in questa sala passi frattanto il Greco.
Io che la Grecia scorsi, godrò di parlar seco.
Damone. Vedrai barba ateniese ridicola ed amena;
Godilo, e fa che Roma goda il ritratto in scena.
Poichè (di’ quel che vuoi) dai comici perfetti
Si fan di questo e quello ritratti maledetti. (parte)

SCENA III.

Terenzio, poi Critone.

Terenzio. Guardimi il ciel ch’i’abusi di comica licenza.

So lo scenico frizzo purgar dall’insolenza;
E quando i rei costumi deonsi trattar severi,
Usar deve il poeta rispetto agli stranieri.
Critone. Roma, superba Roma, che altera il capo estolli,
Sdegnando gli stranieri mirar dai sette colli,

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Lunga stagione invano speri prosperi auspici,

Se barbara a tal segno tu sei cogl’infelici.
Terenzio. Vecchio, di che ti lagni?
Critone.  Chi sei tu che mel chiedi?
Sei di Roma, o straniero?
Terenzio.  Servo i’ son, qual tu vedi.
Critone. Della vista il difetto soffre l’età canuta;
La tunica servile non ti aveva veduta.
Donde sei?
Terenzio. 4Africano. Terenzio è il nome mio.
Critone. Terenzio?.. Anche in Atene nome cotal s’udio.
Dicesi ch’egli merta4 i lauri alle sue chiome,
Rivivere facendo qui di Menandro il nome.
Se’ tu il comico vate?
Terenzio.  Quello son io.
Critone.  Deh insegna
A Roma dalle scene, che tirannia mal regna.
Cantino i carmi tuoi di Troia le ruine,
E tremino di Grecia quest’anime latine.
Nè dir che l’argomento soggetto è di tragedia;
Trattar dell’altre cose talor può la commedia.
Che s’ella del coturno non veste i propri attori,
Parlar fra gente bassa può ben d’alti signori.
Terenzio. Greco tu sei.
Critone.  Lo sono, e ne ringrazio i numi,
Che a noi dier leggi umane e docili costumi.
Terenzio. Spiegano i detti tuoi ch’odj di Roma il nome.
Critone. Vuoi tu che Roma apprezzi? Vuoi tu che l’ami? e come?
Giunge dall’età oppresso uom peregrino, antico;
Insultalo la plebe, non trova un solo amico.
Rispondermi non degna talun, s’io parlo seco:
Trattasi come schiavo un ateniese, un greco.
E finalmente un servo guidami da Lucano,
Mercè due dramme d’oro levatemi di mano.

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Terenzio. Deh, non voler per questo empia dir Roma e ria:

Qui pur regna ne’ cuori affetto e cortesia.
Nell’Attica, nel Lazio, in tutte le nazioni
In due partesi il mondo, misto di tristi e buoni:
Lucan, di cui tu cerchi, uomo senil, togato,
Onor del Campidoglio, delizia del Senato,
Ama l’onesto e il vero, gli cal dell’altrui bene,
Egual nella virtude ai satrapi d’Atene.
Critone. Tenti, comico vate, tenti lodarmi invano
Chi me d’unico figlio privò colla sua mano.
Nè crederò che aspiri degl’infelici al bene,
Chi figlia del mio figlio trattien fra le catene.
Terenzio. Cieli! tu di Creusa?...
Critone.  L’avolo sventurato.
Terenzio Venisti a liberarla?
Critone.  Ah, lo volesse il fato.
Uomo vulgar non sono, ma povertà m’opprime,
E per sudar fra l’armi non ho le forze prime.
Picciola terra antica, degli avi miei retaggio,
Ridussemi, venduta, all’ultimo disaggio.
Sperai colle monete, tratte dal terren colto,
Il piè della nipote mirar da lacci sciolto,
Cambiando in varie merci dell’attico paese
Il danar ricavato per lucrar nolo e spese;
Ma il lungo viaggio e ’l lungo variar delle tempeste
Privommi d’ogni speme, privandomi di queste.
Per cinque intere lune gioco del mar si feo
Nave che me chiudeva quel burrascoso Egeo;
E cento volte e cento, m’empiero il cuor di gelo
Le Cicladi d’intorno all’isola di Delo.
Teti, Nettuno irati, orche, tritoni e glauchi,
D’Eolo sonando ai fischi tremuli corni e rauchi,
Nero il ciel, nere l’onde, nero de’ mesti il viso,
Lungo timor nell’alme parea sempre improvviso.
Canapi rotti e antenne, sdruscito, ahimè, il naviglio,

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Gettar gli arredi al mare fu provvido consiglio.

E i lavori e le merci di me primier di tutti
A saziar fur date l’ingordigia de’ flutti.
Ferma, alla man crudele dir mi faceva il cuore:
Serba a misera figlia il prezzo dell’amore.
Abbia la greca schiava per voi paterna aita,
Sgravi la nave invece d’un misero la vita;
L’arca si serbi, e vada vecchio canuto all’onde.
Ahimè! l’arca si getta, e a me non si risponde.
Stava sul punto io stesso di darmi al mar fremente,
Ma in me perde ogni speme, dicea, figlia innocente.
Deh, l’Olimpico Giove salvo me guidi in Roma;
Offrirò ai lacci il piede, reciderò la chioma:
Godrò, pur che Creusa in libertà ritorni,
Vivere in servitute il resto de’ miei giorni.
Questi i miei voti furo; salvo guidommi il nume;
Vengo a offerirmi al cambio, per grazia o per costume;
E se cambiar si sdegna giovane in uom canuto,
Or la sfuggita morte richiamerò in aiuto,
E mirerò sin dove il cuor giunga inumano
Dal pianto non commosso d’un barbaro romano.
Terenzio. Come fin là il destino di lei ti fu palese?
E qual di liberarla speme in tuo cuor s’accese?
Tutta mi narra, amico, tutta la serie vera,
E prove da me aspetta d’amicizia sincera.
Critone. Un uom che in Tracia nacque, curvo per gli anni e grave,
A mercatare avvezzo miseri schiavi e schiave,
Compra Creusa mia di man d’un africano;
Vendella in verde etade, per due lustri, a Lucano,
Patto fra lor giurando, che a lui l’avrebbe resa
Allor che ad egual prezzo fosse da lui pretesa:
Non per desio pietoso di riscattar la figlia,
Ma per doppia mercede ritrar dalla famiglia,
Svelando ov’ella fosse fra lacci ritenuta,
Per duemila sesterzi la misera venduta.

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Giunse il vecchio in Atene; cercò più di una fiata

Dove e da chi Creusa fosse in Attica nata,
Me ritrovando alfine misero e desolato,
Unico, tristo avanzo di stipite onorato.
Pensa qual io restassi pel giubilo improvviso,
Allor che di sua vita ebbi sicuro avviso;
Ma nell’udire, oh Dio! la misera in catene,
Non può chi non è padre intender le mie pene.
Partir col mercatante risolsi ad ogni patto,
Seco accordando il prezzo del premio e del riscatto.
Odi, se a’ danni miei potea la sorte ultrice
Unir maggior sciagure per rendermi infelice.
Dopo tre giorni il vecchio non resse al mar fremente,
Morì fra le mie braccia di funesto accidente;
Di riscattar Creusa persi con lui la spene,
Nel mar perduto ho il prezzo, perduto ogni mio bene.
Sol quest’unico scritto restommi a mio conforto:
L’obbligo di Lucano col mercatante morto,
Con cui render promette Creusa alle mie mani
Per duemila sesterzi. Ma i miei desir son vani.
Qua promette Lucano solo di darla a lui;
Negherà, se l’apprezza, di rinunziarla altrui.
E se mi manca il prezzo dovuto al suo riscatto,
Mancami l’una e l’altra forte ragion del patto.
Vedi ne’ casi miei, vedi fino a qual segno
Giugner può della sorte il fierissimo sdegno.
Terenzio. Mertan pietà i tuoi casi, la merta il tuo dolore,
Ma un altro di pietade stimolo i’ sento al cuore.
Questa che figlia chiami, che di tue cure è degna,
Sappilo, è l’amor mio. Sola in me vive e regna.
Sappi più ancor: Lucano per lei d’amore acceso,
Il cuore ha di Creusa finora a me conteso:
Ma non dispero al fianco aver lei che m’adora,
Se il cielo i miei disegni seconda ed avvalora.
Critone. Ma tu schiavo di Roma che far per lei pretendi?

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Terenzio. Me libero fra poco vedrai. Credilo; attendi.

Critone. Te pur da questo punto chiama Criton suo figlio.
Tu porgimi l’aita, tu recami consiglio.
Terenzio. Di’: l’estinto mercante era canuto?
Critone.  Egli era.
Terenzio. Lunga barba?
Critone.  Qual io.
Terenzio.  Era di faccia?
Critone.  Austera.
Terenzio. (Oh giusto ciel!) Di taglia er’ei quale sei tu?
Critone. Era di me più pingue, ma curvo un poco più.
Terenzio. (Smagrir si può. Si può curvar...) Ti disse5
D’essere stato amico di Lucan, finchè visse?
Critone. Al contrario. Narrommi averlo sol veduto
Il dì che il sangue mio gli ha sul campo venduto.
Terenzio. Il destin ci seconda.
Critone.  L’ebbi nemico ognora.
Terenzio. Prova a curvarti.
Critone.  Il sono.
Terenzio.  Curvati un poco ancora.
Critone. Comico, vuoi far scena di me vecchio infelice?
Terenzio. Sì, vo’ far di te scena. Scena che giova e lice.
Fingiti il mercatante a riscattar venuto
La greca schiava.
Critone.  E poi?
Terenzio.  Sarò teco in aiuto.
Critone. Poco è l’aiuto tuo per sostener l’inganno.
I duemila sesterzi?
Terenzio.  Non temer. Ci saranno.
Critone. Oh bontà degli Dei! Dov’è la mia Creusa?
Terenzio. Livia, di Lucan figlia, tienla al lavor rinchiusa.
Critone. Vederla almen potessi.
Terenzio.  Sì, la vedrai; s’attenda,
Che in breve in queste soglie Lucano a noi si renda.

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SCENA IV.

Lelio con quattro Servi, ciascheduno dei quali porta
una cassetta nelle mani; ed i suddetti
.

Lelio. Ecco, Terenzio, amico, ecco di Roma il dono:

Nummi ottomila in quattro parti divisi sono.
Questi non tuoi per legge, schiavo, ancor non romano,
Ma tuoi per il tuo merto, per favor di Lucano.
Usane a tuo talento: libero ne disponi,
Qual uom nato agli onori fra libere nazioni.
Odi però il consiglio che a te porge chi t ama:
Libero fra’ Quiriti il tuo signor te brama,
Però de’ cittadini chi vuol godere il pregio,
Deve di pingue censo vantar ne’ lustri il fregio.
Or questi che a te reco, uniti ad altri beni,
Acquistino a Terenzio le cariche e i terreni:
E in ogni lustro poi, che d’un quinquennio è il giro,
Salir faccia il tuo nome dove gli eroi salirò.
Terenzio. D’onor, di gloria vago son io più che di spoglie.
Ite a deporre il peso, amici, in quelle soglie.
(ai quattro servi, i quali entrano in una stanza)
Grato son di tal dono al popolo romano,
Grato all’amico Lelio, gratissimo a Lucano.
Far di quell’oro in breve uso cotal m’impegno,
Che sia grato agli Dei, che sia di virtù degno.
Lelio. Torno agli edili nostri, torno al pretor di Roma,
Ch’oggi a te dee la verga impor sull’aurea chioma.
Nel renderti liberto (non giungati improvviso)
T’udrai con lieve mano battere il tergo e il viso;
Libar la sacra tazza dovrai del tuo signore,
Soffrir ne’ loro uffizi lo scriba ed il littore;
Comune ai cittadini avrai la doppia vesta.
Tutti vedrai gli amici, tutti i Romani in festa.
(parte coi servi)

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SCENA V.

Terenzio e Critone.

Terenzio. Udisti? (a Gitone)

Critone.  O te beato, cui merito e virtude
In giorno sì felice trarrà di servitude!
Terenzio. Le quattro picciol’arche piene mirasti d’oro?
Critone. Sventurata Creusa!
Terenzio.  Mio non è quel tesoro.
Critone. Usurpalo allo schiavo l’avidità romana?
Terenzio. No, che a me del signore l’alma lo dona umana.
Critone. Per chi dunque là dentro tal provvidenza è chiusa?
(accennando la stanza)
Terenzio. Consolati: in gran parte quell’oro è di Creusa.
Critone. Come?
Terenzio.  Sì, la pietade, l’amor, la tenerezza
Fa ch’io la bella estimi più assai d’ogni ricchezza.
Se a te il peculio tolse per lei destino rio,
Per suo, per tuo conforto, posso offerirti il mio.
Fingiti il greco Trace, che qui Lisandro ha nome.
(leggendo sulla tavoletta)
I duemila sesterzi sai dove sono, e come.
Critone. Santa pietà de’ numi! Se di fortuna il gioco...
Terenzio. Ecco Lucan che giunge. Curvati ancora un poco.
(Gitone si va curvando con pena)

SCENA VI.

Lucano ed i suddetti.

Terenzio. Signor, questo che miri è da te conosciuto? (a Lucano)

(Curvati). (piano a Gitone)
Lucano. Non rammento averlo unqua veduto.
Terenzio. Sovvienti quel che pose Creusa in tue catene?
Lucano. Una volta lo vidi; di lui non mi sovviene.
So ch’era Trace, antico, curvo.

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Terenzio.  (Curvati), (piano a Critone)

Lucano.  E pingue.
Terenzio. Eccolo al tuo cospetto, se l’occhio nol distingue
Per grassezza perduta; miralo d’anni carco,
Candido come neve, curvo a guisa d’un arco.
(lo dice forte, battendo un piede, acciò Crilone si curvi)
Lucano. Che vuoi tu dir per questo? Segni tutti fallaci,
Facili ad imitarsi dagli uomini mendaci.
Terenzio. Mira, signor, sue prove non esibite invano:
Eccoti la corteccia segnata di tua mano.
Scrivesti collo stile tu stesso il tuo contratto;
Ei della greca schiava ti domanda il riscatto.
Lucano. Oimè! chi m’assicura essere il greco Trace,
Non un ch’abbia rapito questo mio scritto, audace?
Terenzio. Signor, io lo conosco. Costui, ch’or ti presento,
Protesto, e alla protesta aggiungo il giuramento,
Esser ei quel che puote, sia per ragione o patto,
Della venduta schiava pretendere il riscatto.
Lucano. E i duemila sesterzi?
Terenzio.  A me li ha consegnati.
Solo che tu li voglia, son colà preparati, (accenna la stanza)
Lucano. (Render dovrò colei? colei che m’innamora?) (da sè)
Vecchio, a me t’avvicina.
Terenzio.  (Deh, non rizzarti ancora.)
(piano a Critone)
Critone. Eccomi a’ cenni tuoi. (a Lucano, accostandosi)
Lucano.  Tu vuoi da me Creusa?
Critone. Giusta il patto...
Lucano.  Comprata l’ho per due lustri.
Terenzio.  Scusa.
(a Lucano)
Par, due lustri passati, che renderla dovresti,
Se lo sborsato prezzo indietro non avesti.
E i duemila sesterzi a te deono esser dati,
Allor che gli anni dieci non fossero passati.

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Alla metà del tempo ti chiedono il riscatto,

Dunque si deve il prezzo a te giusta il contratto;
E tu negar non puoi di darla a sua richiesta.
Perdonami, signore, la mia opinione è questa.
Lucano. Giudice te non feci, Terenzio, e non vorrei
Che in ciò tu fossi parte.
Terenzio.  Mi guardino gli Dei.
Lucano. Dimmi. (a Critone)
Terenzio.  (Sei troppo ritto). (piano a Critone)
Critone.  (Vuol stroppiarmi costui).
(da sè, inchinandosi)
Lucano. Che vuoi far di Creusa? (a Critone)
Critone.  Darla ai parenti sui.
Terenzio. (Saggiamente rispose). (da sè)
Lucano.  Tu a guadagnare avvezzo,
Venderla ad altri forse vorrai a maggior prezzo.
Se questo fia, son pronto sborsar nuove mercedi;
Vendila a me per sempre, e quanto vuoi mi chiedi.
Critone. No, signor, siate certo, sciolta dalle catene
L’avolo suo paterno mireralla in Atene;
L’aspetta fra le braccia, pien di paterno amore.
Lucano. Lo crederò?
Critone.  Lo giuro.
Terenzio.  Egli è un uomo d’onore.
(a Lucano, parlando di Critone)
Lucano. Bene; non siamo in Roma barbari ed inumani.
Abbiala l’avo amante, ma sol dalle mie mani.
Critone. (Che dirò?) (da sè)
Terenzio.  (Si confonde). (da sè)
Lucano.  Il vecchio ove dimora? (a Critone)
Critone. (Che risponder non so). (da sè)
Lucano.  Terenzio, ei si scolora, (a Terenzio)
Terenzio. Quel che Lucan ti chiede, non ti par giusto e onesto?
(a Critone)
Ragion ti diedi in altro, farlo non posso in questo.

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Non vuol mandar la schiava sola in paesi estrani;

Venga l’avolo in Roma: l’avrà dalle sue mani.
Critone. Ma se...
Terenzio.  Ma se ricusa di darla a te il padrone,
A domandarla in Roma ha da venir Critone.
Signor, la libertade a lei negar non puoi;
Ma senza il vecchio padre non torni ai lidi suoi.
Prometti a lui di darla, e basti al mercatante.
Lucano. Sì, la darò a Critone.
Terenzio.  Tu sborsagli il contante, (a Catone)
(Dee l’uom, quand’uopo il chieda, essere pronto e franco).
(da sè)
Critone. (L’arte comica intendo, ma di chinar son stanco), (da sè)
Lucano. Di suo riscatto il prezzo ricever non ricuso,
Ma forse in suo favore non ne farò mal uso.
Libera la dichiaro, ognun saprallo in breve;
A lei recar si veda l’onor che le si deve.
Terenzio. Vedrai nella tua schiava brillar luci più liete.
Col vecchio mercatante vo a contar le monete.
Andiam. (a Critone)
Critone.  Signore. (a Lucano)
Terenzio.  Andiamo a numerar quegli ori. (a Critone)
Critone. Grazie, signore...
Terenzio.  Oh vecchi, siete i gran seccatori.
Critone. Non mi sgridar, son teco. (a Terenzio, camminando)
Terenzio.  (Curvo cammina).
(piano a Critone)
Critone.  (È lunga).
(da sè, curvandosi)
Terenzio. Un’ora a quelle stanze vi vorrà pria ch’ei giunga, (a Lucanlo)
Critone. Se veduto m’avessi in verde età...
Terenzio.  Finiamo.
Critone. Più del tuo svelto e franco era il mio piede...
Terenzio.  Andiamo.
(lo prende per la mano e lo conduce seco frettolosamente)

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SCENA VII.

Lucano solo.

Facil non è che in Roma giunga d’Atene il Greco.

L’amabile nipote libera vivrà meco,
E per render contento il cuor della ritrosa,
Sarà, se lo consente, d’un mio cliente sposa.
È ver, colle sue nozze potrei me far felice,
Ma a un senator romano sposar greca non lice.
Onde fra le due pene che a sofferir mi resta,
Anzi che da me parta, soffrir mi eleggo questa.
Fabio sarà opportuno; Fabio delle mie mani
Riceverà la sposa; non anderan lontani.
Di cariche ed onori farò sien decorati,
Fabio potrà con fasto passar fra i candidati;
E la novella sposa, che ha virtù sovrumane,
Farà con ricche vesti invidia alle Romane.
Quel che per lei mi parla con tenerezza al cuore,
Non so se dirlo io deggia pietade, ovver amore.
E quando amor ei fosse, dir non so di qual sorte;
So ben che più d’ogn’altro è violento e forte;
So che sperar non deggio quel che al dover contrasta,
Ma resti meco almeno, ma si vagheggi, e basta. (parte)

Fine dell’Atto Quarto.

[p. 376 modifica]

  1. Zatta, per isbaglio: veder. Altri corressero: venir.
  2. Zatta: ben.
  3. Zatta: Provando che ecc.
  4. Zatta: metta.
  5. Così leggesi il verso in tutte le edizioni.