Trento e suoi contorni. Guida del viaggiatore/Chiese della città di Trento

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Chiese della città di Trento

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CHIESE DELLA CITTÀ DI TRENTO


La veneranda Cattedrale, il nostro Duomo, ove riposano le spoglie dei Principi Vescovi, che tutti risguardiamo qual Palladio della patria, sotto le cui vôlte si apersero tanti cuori invocando il Dio della Vittoria, il Salvatore delle pestilenze, il Consolatore de’ mesti, sorge tuttora incolume e adorno di maestosa canizie. Molti dissero di questo longevo monumento, ma a noi piace prescegliere il giudizio dell’illustre architetto Vantini, l’autore delimiterò di Brescia.

Questa Basilica presenta, nella sua elevazione esteriore, un monumento pregevolissimo dell’architettura italiana all’uscire del secolo XIII. Le cronache notano come sul finire del quarto secolo S. Vigilio vescovo fabbricasse una chiesa ai Santi Gervasio e Protasio, là dove al presente è il Duomo, e come per opera del di lui successore Eugippo un’altra se n’erigesse, o quella primitiva si ampliasse, perchè vi avessero sepoltura onorata le spoglie mortali del medesimo S. Vigilio.

Da queste prime memorie fin dopo il mille non conosciamo patrii documenti ne’ quali si faccia menzione di questa fabbrica. Siamo nompertanto nell’opinione, che, durante il dominio de’ Longobardi, essendo allora Trento residenza dei duchi, sorgesse qui un tempio di notevole cospicuità per assumere nome e decoro di chiesa cattedrale. Forte congettura di ciò sono, a parer [p. 29 modifica] [p. 30 modifica] [p. 31 modifica] nostro, gli architravi delle tre porte che danno presentemente accesso a questo tempio, i quali recano scolpito un ricco ornato di stile evidentemente longobardo, che dagli intelligenti non si può confondere con nessun altro. Si riconoscono di leggieri alle estremità dei detti architravi le traccie della mutilazione e del riadattamento. Opera longobarda è pure un capitello elevato poche braccia dal suolo, e posto nel nicchione dell’altare, che sta presso la porta orientale; e molti per avventura ne esistevano nell’antica cripta, che fu distrutta per erigere sopra essa il maggiore altare. È ragionevole il credere, che i detti architravi appartenessero alla porta o alle porte di un tempio, fabbricato nel settimo o nell’ottavo secolo; e dalla loro ampiezza, come dalla ricchezza de’ loro ornamenti, si può argomentare che il tempio, cui davano accesso, dovess’essere di notevole capacità e di non minore decoro. E di ciò tutto è prova non dubbia la parte orientale esterna della cappella de’ Santi Biagio e Lucia (ora convertita in sagrestia), la quale osservasi in forma semicircolare con una nicchia in cui è posta una immagine di Nostra Donna. Tutti gl’intelligenti affermano concordi, essere questa opera longobardica.

Coll’undecimo secolo ripigliasi il filo delle notizie storiche di questa Cattedrale. E ci è narrato che Udalrico II, il quale fu il primo Vescovo, conte, marchese e duca di Trento (ei tenne il seggio dal 1022 al 1055), fondò la cripta, e mutò in meglio tutta la chiesa; che Alberto, ovvero Adelpreto I, riedificò il vetusto altare dov’erano reliquie di santi; e che dopo corto intervallo il vescovo Altemanno conchiuse la riedificazione del tempio, il quale, col di lui ministero, e con quello del vescovo concordiense, e del patriarca d’Aquileia (ch’era un Trentino, figlio d’Ottone di Poo), fu nel 1146 solennemente consecrato. [p. 32 modifica]Se non che gli esterni abbellimenti dell’edifizio che attraggono maggiormente gli sguardi e dei nazionali e de’ forestieri, appartengono al secolo XIII, e ne fu architetto maestro Adamo di Arogno della diocesi di Como, il quale operò sotto il principato di Federico Vanga, che diede eziandio compimento al palazzo vescovile presso la Cattedrale. Nel lato esterno di questa, ch’è volto a mattina, dov’era l’antico cimitero, trovasi una iscrizione sepolcrale che ad Adamo d’Arogno quivi seppellito co’ suoi figliuoli, dà l’onore di essere stato l'architetto di ciò che di bello vedesi dentro e fuori di questa fabbrica. La quale iscrizione, poichè è ancora leggibile, e fu pubblicata dal conte Giovanelli nel suo erudito libro intorno la Zecca trentina, noi per amore di brevità ci asteniamo di qui trascrivere. Si nota solo che porta la data del 1212.

Lo stile della parte esteriore di questa chiesa mirabilmente si accorda coi progressi delle arti rinascenti dopo il mille, e ne richiama al pensiere la torre, il battistero e la cattedrale di Pisa. E però opiniamo che il nome dell’architetto maestro Adamo di Arogno, fin qui dimenticato nella storia delle arti, non sia men degno di bella fama che quello di coloro che operarono in Pisa. Nella costruttura di maestro Adamo si presenta una eleganza di forme, di cui indarno si cercherebbero esempi nelle opere della decadenza che precedettero il mille. Quella loggietta che ricorre per l’edifizio (eccettuata una parte del lato meridionale che fu costrutto cento anni dopo per munificienza di Guglielmo da Castelbarco), composta con archi a semicerchio sorretti da colonnette binate, serve opportunamente di fregio alla sommità delle pareti del tempio, v’induce leggerezza, e si accorda cogli ornamenti delle sottoposte finestre, le quali veggonsi qui non a guisa di ferritoie, come ne’ secoli precedenti, ma di svelta forma e di [p. 33 modifica] gionevole grandezza. Consonante alle predette opere sorge il portico, che serve di vestibolo a quell'ingresso che è volto ad oriente, e in esso, come nelle finestre del coro, apparisce quell’aggruppamento di quattro colonnette formanti un solo sostegno, i cui fusti si annodano con bizzarro intreccio nel loro mezzo; la quale pratica non considereremo con severità di giudizio, ma come lavoro di esecuzione difficile, e forse anche come concetto simbolico, chè a quei giorni ancora l'architettura ecclesiastica era tutta simbolica e piena di arcane significazioni.

Che se ci facciamo a considerare quest’edifizio dal lato settentrionale che risponde sulla piazza, non sarà inopportuno l’osservare come si veggano in questa fabbrica manifesti indizii di epoche diverse, nelle quali fu data opera alla sua costruzione. Si guardi all’imbasamento, e si conoscerà di leggieri come dal suolo fino all’origine delle finestre le pietre presentino nella superficie tale stato di corrosione da non lasciare alcun dubbio che a questa base dell’edifizio non si debba attribuire una priorità di alcuni secoli sulla parte sovrastante. Di ciò fanno prova alcuni avanzi ornamentali di romane sculture innestati nella parte più antica della muratura, e il mutila mento delle parastate, o risalti a guisa di lesine, alcune delle quali riescono appunto là dov’è il vano delle finestre, ciò che manifesta chiaro essersi mutato il disegno. Si noti poi l’epoca in cui operò l’architetto e scultore Adamo arognese, i cui lavori si manifestano precisamente dall’origine delle finestre in fino al tetto. Quindi si guardi al portico, il quale sta innanzi alla porta, e si vedrà appartenere al secolo XV, come ne fanno fede i capitelli delle colonne di fronte, e gli ornamenti della soprastante cimasa. Questo portico è formato di ruderi dell’antico edifizio, come sarebbe il leone, il cui dosso fu goffamente [p. 34 modifica] incavato per appoggiarvi l’attuale colonna, e come sono i capitelli che veggonsi più presso alla porta. Finalmente osservando il campanile nella sua parte più eminente, ed il tamburo della cupola, si presenta un lavoro del secolo XVI. E in fatti è noto che amendue queste parti del tempio s’innalzarono sotto gli auspicii del nostro munificentissimo vescovo principe Clesio. La cupola, tutta di marmo rosso costrutta, è, chi ben considera, una meraviglia dell’arte in ogni senso.

Procedendo nell’interno del tempio duole l’osservare come sia soggiaciuto a quella malnata tendenza di voler rimodernare l’antico, invalsa ne' due secoli che precessero il nostro, e che non ancora potè sradicarsi col gridare de’ più assennati. Veggonsi le antiche oscure pareti discordare sconciamente coi moderni bianchi intonachi delle volte, resi più ingrati dalle ammanierate pitture di cui furono ricoperti, e tutta la grave architettura del tempio dissonare coi bizzarri corniciamenti degli altari. A turbare l’armonia grave e maestosa di questo tempio concorrevano le strane barocchierie della cappella del Sacramento, le quali essendo cadenti mettevano in pericolo i sacerdoti che vi ufficiavano, ed i divoti che vi assistevano. Per lo che con saggio consiglio furono levate per cura dell’attuale principe vescovo di Trento Giovanni Nepomuceno de Tschiderer. Questa cappella fu eretta in sul finire del secolo XVII dal vescovo principe Francesco degli Alberti, che al di fuori per la sua schietta semplicità è molto elegante. I ristauri fatti si presentano bensì nobilmente, non però affatto in armonia collo stile del tempio. I quadri del pittore trentino Alberti furono conservati e ristaurati, si incrostarono le pareti di marmo, e ogni cosa si ripulì. I lavori furono diretti dal sacerdote Giuseppe Zulzer, e sostenne la spesa S. A. il principe vescovo. É pur dissonante il maggiore altare eretto nel 1744 a somiglianza [p. 35 modifica] della confessione del Bernini in San Pietro a Roma. Questo ha tuttavia un non so che di svelto ed ardito che piace all’occhio sebbene la ragione il condanni, e pcr la sua composizione in marmo merita di essere ammirata la difficile costruttura.

L’osservatore avvertirà alle scale praticate nelle interne pareti che guidano a loggiati esteriori, ed a quello che riesce internamente nel muro che si atterga alla facciata sopra la grande finestra di figura circolare, pur essa osservabile; e noterà l’accorgimento dell’architetto, il quale adeperò l’arco a sesto acuto, come più resistente, nelle prime arcate che sono presso alla porta principale; perciocchè tali vòlte servono quivi a sostegno de’ campanili (uno dei quali é da farsi), mentre le altre tutte, sì dentro che fuori, sono di figura circolare, come più aggraziata dell’altra.

La forma interna del tempio è una croce latina, il cui braccio maggiore è ripartito in tre navi divise da colonne, che diremo piuttosto grandi pilastri assai forti e di bellissima composizione, su cui si aggirano archi a pieno centro e formano due ordini di vòlte, delle quali le più depresse corrispondono sulle navi laterali, e la più elevata sulla centrale.

Che se a taluno piacesse notare alcuni particolari sulla costruzione interna di questo tempio, i quali, come facemmo osservare al di fuori, dimostrano le differenti epoche in cui venne innalzato, noi gli additeremo le colonne che circondano il presbitero, e le altre che sporgono per metà dalle pareti delle navate laterali, le quali tutte presentano ne’ loro capitelli un intaglio di fogliami ed una sagomatura d’abaco meno aggraziata d’assai che non quella de’ capitelli che sovrastano alle colonne isolate che fiancheggiano la nave di mezzo; queste consuonano affatto con lo stile di maestro Adamo di Arogno, e le prime segnano un’epoca di qualche secolo anteriore. [p. 36 modifica]Tra i Depositi, che sono in questa cattedrale in buon numero, noi indicheremo per primo quello che si osserva presso alla porta principale a destra di chi entra di Pietro Andrea Mattioli, che fu il primo illustratore della Flora tridentina, il commentatore di Dioscoride, medico alla Corte del vescovo Bernardo Clesio. L’altro storico Deposito è del capitano de’ Veneti, il prode e sfortunato Sanseverino, che perì nella giornata di Calliano (10 agosto 1487) precipitando, travolto dalla fuga de’ suoi, nell’Adige. Questa vittoria riportata dai Trentini guidati dal proprio duce Giorgio di Pietrapiana, che fu guadagnata nel giorno di S. Lorenzo, per voto e decreto del Senato e del Popolo di Trento, viene ognì anno ricordata in questo dì con solenne ufficio nella chiesa parocchiale di S Maria Maggiore. Merita attenzione anche il monumento del vescovo Udalrico III, sopra il quale v’è appeso alla parete un gran quadro del 1504, rappresentante la Crocifissione, e ritenuto di buona scuola. Amendue questi Depositi giaciono presso la porta orientale. Il terzo quadro è situato sulla parete meridionale sotto la cappella del Santissimo Sacramento, ed è quello di Bernardo Clesio. Nella tela sovrapposta si osserva la sua immagine nel Cardinale che da S. Vigilio vien presentato alla Madonna. Quel dipinto si reputa del vecchio o del giovane Palma.

Fra i dipinti di maggior merito si menziona la Madonna del Coro, come pure l’immagine della Vergine e di alcuni Santi, che stanno sull' altare, situato a destra di chi entra per la porta orientale, che sono opera di Francesco Morone.

Sono pure di molto valore le tele sugli altari prossimi alla cappella del Crocifisso, fra le quali si distingue quella che rappresenta Maria e S. Biagio, lavoro del Romanino. Opera estimata è lo stesso Crocifisso, ai cui piedi si prostrano con profonda devozione anche i [p. 37 modifica] [p. 38 modifica] [p. 39 modifica] scosti valligiani, i quali qui traggono confidenti a quel divino Redentore, che ha sì larghe braccia che tutto prende ciò che a Lui si volve.

Al cospetto di questo Cristo crocifisso si pubblicarono i Canoni, ossia le dogmatiche decisioni del Concilio di Trento, che incominciato nella Cattedrale fu proseguito e terminato in S. Maria Maggiore. Sul merito artistico di questo crocifisso si espresse il Selvatico, che nella pinacoteca reale di Parigi osservò un Cristo dipinto dal Mantegna, e che questo o è un ritratto del nostro, o che il nostro fu eseguito dietro quel dipinto. Lo stesso Selvatico pose mente alla piastra d' ottone appesa alla tomba del beato Adalpreto su cui vi è cesellato questo martire, il Castelbarco e un crocifisso. Egli riconobbe per molto raro ed artistico questo saggio di cesello.

La Sagrestia è decorata di sacri arredi e di pregevoli reliquiari, fra i quali un’argentea cassa, ove si conservano le ossa di S. Vigilio. Ricorrendo la festività del Patrono di Trento si espongono i preziosi vasi sacri, e alcuni grandi arazzi istoriati. In questa Basilica, qual Cattedrale, si celebrano i divini ufficii dal nostro principe vescovo, dal Capitolo composto d’otto canonici, ai quali presiede il Decano, e da ventisei beneficiati; e qual parocchia arcipretuale da un arciprete e da due cappellani.

Si solennizza l’anniversario del Martirio di S. Vigilio (consumato l’anno 400 o 404 dell’era volgare) il 26 giugno, alla qual festa partecipano tutti i diocesani del Trentino.

Lo stesso illustre Vantini si compiacque di produrre il seguente favorevole parere sul tempio più elegante di Trento.

La chiesa di S. Maria Maggiore prima di essere rinnovata si chiamava di S. Maria Coronata dove [p. 40 modifica] bravano i divini ufficii i Fratelli Alemanni, che il volgo sincopò in Frallemani, e Fralemano appellò anche il luogo ov’essi abitavano, che fu il locale poi convertito in caserma.

Giusta il parere del Ventini si può risguardare questa chiesa siccome il più pregevole monumento di sacra architettura del secolo XVI che per noi si possa offerire al giudizio del forestiere, sia per la venustà dello stile, sia per la istorica reminiscenza, perchè appena compiuta fu convegno alle gravi disputazioni di quegli uomini sapientissimi che composero il Concilio Ecumenico, il quale ebbe nome dalla nostra città. Questo classico edificio è pur dovuto alle solerti cure del principe vescovo Clesio, il quale sì grandi cose operò in onore della religione, del principato e delle arti, che veramente merita la riconoscenza dei posteri e il nome di Padre della patria.

Leggesi in bella lapide scolpito sulle esterne pareti del Coro: Bernardo Clesio Auctore, il qual motto il Giovanelli lo interpreta nel senso che il vescovo Clesio abbia dato il pensiero, il comando ed i mezzi per la costruzione di questa chiesa.

Lo stile di questo tempio ricorda l’architettura originale e tutta italiana che apparve nel secolo XV, e che poco dopo, per una malintesa imitazione dell’antico, si modellò sugli avanzi dell’architettura romana, e quindi con rapida transizione si abbandonò alle matte stravaganze di quello stile che fu detto barocco. Qui tutto accenna a sveltezza di forme e semplicità di ornamenti. Alcuni pilastri di maniera ionica dividono esternamente in regolari comparti la facciata, i fianchi cd il Coro. Le finestre si presentano arcuate, di ragionevoli proporzioni, e circondate da stipiti senza modanature. Le pareti sono tutte quante incrostate d’un marmo rossiccio, ed i pilastri, gli stipiti e le cornici di [p. 41 modifica] ogni maniera sono costrutti di marmo bianco, tolti amendue dalle nostre cave suburbane, ed è bellissimo l’accordo che risulta dall’armonia dei due colori.

La porta che vedesi all’ingresso principale non appartiene a questa maniera di costruire, e sembra che sia stata eseguita in appresso per cura del cardinale Madruzzo, a carico della famiglia Stellimauro, come il comprova lo stemma gentilizio che la sormonta. Anche la porta minore situata a mezzogiorno appartiene ad altro tempio, forse a quel medesimo che vi era prima, e sente della maniera dei Lombardi.

L’interno della chiesa presenta una sola navata, e tre altari per ciascun lato di essa, i quali si addentrano nello sfondato di altrettanti archi semicircolari di bella proporzione, con archivolti ed imposte elegantissime. Nel presbitero allato dell' atar maggiore, sostenuta da grandi mensole, sporge la tribuna o cantoria dell’organo, tutta di candido marmo lunense, pregevolissimo lavoro di Vincenzo Vicentin, il cui nome si legge scolpito sulla modanatura di una cornice. E questi è pur esso scultore italiano degno di bella fama, sfuggito per mala ventura alle dotte investigazioni dell’autore della storia della scoltura dopo il suo risorgimento. Noi non dubitiamo di affermare, questa tribuna essere un capolavoro dell’arte, e massimamente in fatto di scultura ornamentale. Veggonsi in essa distribuiti in regolari comparti parecchi bassirilievi e statuette, che ricordano il fare di Tullio Lombardo; ma sopratutto ammirasi tanta squisitezza di gusto negli intagli delle cornici, e ne’ fregi d’ogni maniera, di che va copiosissima, che ben poche opere del cinquecento possono per bontà di stile a questa agguagliarsi, e non è forse alcuna che le stia sopra. Più guardi a questi ornamenti, e più ti compiaci nella leggiadria delle invenzioni, nella spiritosa movenza dei fogliami, nella morbidezza dei contorni; nella [p. 42 modifica] gentilezza degli intagli, nella grazia bellissima delle curve, e più ti persuadi questo essere il sommo delle arti decoratrici, e nulla, in ciò almeno, rimanere ai moderni da invidiare ai secoli di Pericle e di Augusto.

Sovrastante alla tribuna era quell’organo tanto famoso per intensità di suono, soavità di voci, e incanto di armonia, che notavasi come una meraviglia. Fu distrutto da un fulmine, che nella notte dei 13 giugno 1819 discese dal campanile, in causa del qual disastro perirono anche alcuni stupendi dipinti del Romanino da Brescia, ond’erano effigiate le imposte. De’ quali dipinti non abbiamo di superstite se non una bella testa conservata dal benemerito sacerdote Giovanni Zanella, e per cura dello stesso si conserva anche un calice col quale celebrava la messa il cardinale del Monte all’epoca del Concilio, che assieme a un crocifisso di legno sono gli unici ricordi che abbiamo di quel sacro sinodo. Il nuovo organo costrutto di recente dai fratelli Serassi di Bergamo, tuttochè sia quanto si possa attendere dalla tonica di questi tempi, è una povera cosa in confronto del precedente, che unito alla cantoria fece a proprie spese eseguire Antonio Zurlet dell'attuale famiglia trentina Ciurletti, che fu riconosciuto col titolo di conte, per questa veramente nobile elargizione. Di che c'informa una iscrizione del 1534, che è annessa a questo estetico monumento.

Coperto da cortinaggio serbasi un quadro che raffigura l'ordine in cui sedevano i Padri del Concilio; e ciò non è per adescare la curiosità dello straniero, ma per la conservazione di questa storica memoria. Merita attenzione anche una tela di Alessandro Bonvicini da Brescia, nominato il Moretto, che è posta sul secondo altare a destra di chi entra per la porta maggiore. Questo dipinto rappresenta alcuni Dottori di Santa Chiesa in atto di discutere fra loro, ai quali sovrasta Maria [p. 43 modifica] [p. 44 modifica] [p. 45 modifica] col Bambino, atteggiata in graziosissima movenza. Si vede espressa nei disputanti la concitazione che accompagna un animato parlare, e piace il contrasto fra queste mortali perturbazioni e la calma immortale ingentilita da un celestiale sorriso che bea il volto della Regina dei Cieli. Fra i dipinti di questa chiesa non dobbiamo ommettere la pala dell’altare maggiore di Pietro Ricchi, detto il Luchese, c l’antico dipinto dell’Epifania supposto di Paolo Veronese, non che S. Teresa e la Natività del Cignaroli, che tutti in breve verranno rinfrescati. Le due statuette di S. Pietro e Paolo che adornano l’altare maggiore, se non sono del Vicentini, appartengono di certo a perito scultore. Allo scopo di solennizzare l’anno centenario della chiusa del Concilio, che ricorrerebbe nel 1863 si deliberò di ristaurare la porta dell’ingresso principale, e dovrebbesi pur correggere il barocco rialzo che turba la classica architettura del tempio murato all’epoca che precipitava la vòlta. Devesi encomiare la provvida disposizione già presa di circondare il tempio con un largo margine di pietra, che rende più appariscente l’augusta sede ove strinsero fra loro il patto della concordia e della fede le generazioni passate.

Il Concilio trentino, che fu l'ultimo degli Ecumenici, convocato dopo la riforma introdotta da Lutero e suoi seguaci, incominciò l’anno 1545, e fu continuato per due anni con otto sessioni; ma pel timore della peste si trasferì a Bologna. Dopo quattro anni fu riaperto in Trento, poi interrotto ancora, finché fu chiuso li quattro dicembre 1563. Alcune sessioni del Concilio di Trento si tennero in Duomo, altre in questo tempio, e fu appunto in esso che venne conchiuso. Vi intervennero 13 cardinali legati, 4 cardinali non legati, 29 ambasciatori de’ principi, 3 patriarchi, 33 arcivescovi, 233 vescovi, 25 abati, 12 generali di ordini religiosi, [p. 46 modifica] 145 dottori e teologi, e 43 procuratori e notai, ed altri uffiziali addetti al Concilio. Le pubbliche sessioni furono 25, i decreti 35, i canoni 117, ed i capitoli 229. Medico dei Padri del Concilio era il celebre Fracastoro.

Si conserva pur anche nel palazzo di questo Municipio un quadro originale del Concilio, e nel tempio di S. Maria Maggiore si mostra il Crocifisso, accennato poco sopra, che era fisso a lato del tavolo collocato in mezzo alla sacra adunanza, sul quale scriveva il notaio le deliberazioni del sacro sinodo.

La parocchia di S. Pietro è una delle chiese più antiche di Trento. Le navate laterali sono ad archi di pieno centro; quello della gran nave di mezzo si avvicina al sesto acuto sorretto da colonne di marmo. Gli altari sono pure di marmo, e presso al presbitero si trova una cappella nella quale si conserva la salma di S. Simone, martire in Trento (1475 ), sotto il vescovo Giovanni Hinderbach. A memoria di questo santo si eresse una cappelletta nella casa ove nacque Simone, ora casa Bortolazzi, ed una nel luogo del martirio in casa Salvadori. La facciata di questa chiesa, oltreché logorata dal tempo presentava deformità architettoniche, e disdiceva alla bella contrada che dalla stessa parocchia porta il nome di S. Pietro. Il conte Gasparo Bortolazzi legava 20,000 fiorini allo scopo che fosse eretta una nuova facciata dietro il disegno del marchese Selvatico, direttore dell’accademia di belle arti in Venezia. S’incominciò la fabbrica avanti il 1848 e fu compita nel 1850.

Giace la chiesa di S. Pietro nella contrada dello stesso titolo in una depressa rientranza fra due case assai modeste. Il perimetro della facciata c scompartito in tre campi. Nel principale conservando la porta da prima sussistente con qualche membratura, alle quali [p. 47 modifica] [p. 48 modifica] [p. 49 modifica] delle nuove aggiungendo ed un guscione interpolato di rose, riusciva a morbido fascio di stipiti. Due pilastri prismatici la fiancheggiano d’ambe le parti, e ne sorreggono i fregi superiori. La parete, cui si appoggia, fra gli spazii e fino all’imposta dell’arco, di pietra rossa piccata a basso rilievo di colore più o meno sentito, e di là in su pietra rossa tuttavia, e bianca alternate a mo’ di ammattonato, lavoro poliedro e forbito; tutto sotto ad arcone a cuspide stringente, nel sommo dell’acuto uno zoccolo sul quale sta ritto S. Pietro. Nell’uno e nell’altro campo, frammezzo a quattro pilastri ottangolari a specchi incassati, si apre una finestra bifora sopra disco di marmo di Brentonico, e sotto triangolo ornato, che dalle sue foglie rampanti, la più alta sol vertice, ripara sotto gli archetti di corniciamento. Osservando poi complessivamente questi tre campi, si scorge l’attica merlata e traforata che gli orla in cima, la statua del Patrono culminante a cavalieri del frontone, i pinnacoli dei pilastri maggiori fendenti l’aria a farne discendente corredo, e bellamente in contrasto colle foglie più severe della base, e coi cucuzzoli dei pilastri minori, e dei pilastri prismatici che si fermano a rispettosa altezza. Di qua e di là rabeschi, stratagli, lesine, modanature, una dovizia disposta allo intorno da lasciare però nel mezzo soave riposo che ne mitiga la profana intemperanza per rispetto alla Casa di Dio, e tanto più rileva l’atto di quell’angelo assiso, dolcemente dell’occhio soffermo alla pagina svolta, che il nome ricopia del pio Bortolazzi. Gentil pensiero quest’uno di mandare in simbolo celeste ai venturi, la cittadina riconoscenza di Trento.

Trovasi attualmente in lavoro la cantoria per l’organo, dietro disegno del Tati, ed eseguita dal nostro Varner. Ogni pilastro di sostegno della cantoria di stile gotico è formato d’un zoccolo di pietra rossa sul quale [p. 50 modifica] giace la pila dell' acqua benedetta, ai cui lati s'inalzano sopra le quattro basi quattro colonne lasciando la detta pila divisa in quattro parti sporgenti dalle quattro aperture in forma di croce, che finiscono in arco acuto portante il corpo d’intercolonnio. La sommità dell’arco acuto è fregiata a rampanti che servono di decorazione tanto all’arco come alle faccie verticali dell’intercolonnio, che anche queste divise in scomparti ben ragionati s’inalzano fino alla sommità orizzontale dei quattro capitelli di finimento e decorazione alle colonne dove poggia l’architrave che con una ben intesa galleria di modiglioni formano l’intiera trabeazione.

Prossima a S. Pietro v’è la piccola ma elegante cappella di S. Anna. Nell’attiguo fabbricato ha sede l’ufficio della Congregazione di Carità. Molto è pregiato un Gesù scolpito in legno, genuflesso nell’orto degli ulivi che sovrasta alla porta d’ingresso.

La chiesa del Seminario, o di S. Francesco Saverio, è un tempio elegante, e molto regolare nello interno, avvivato dagli affreschi che adornano le vòlte, e ricco de’ marmi più pregevoli del Trentino, che adornano le pareti, le loggie, gli altari. Si direbbe che la ridente appariscenza dei dipinti sia stata concepita allo scopo d’ispirare un religioso e in pari tempo soave sentimento alla fresca gioventù devota alla santa e benefica missione di Cristo. E quando ne’ vespri intuonano gli inni al Signore, armoniosamente ripercossi da quelle vòlte sonore, scende nell’animo una pia commozione, che in noi si desta meditando al generoso sacrificio a cui si dispone il giovane e rassegnato Clero. I Chierici hanno sott' occhio sull’altar maggiore S. Francesco Saverio in atto di battezzare gli indiani, quadro che è creduto lavoro del Pozzi, artista trentino, e autore dei dipinti che adornano la chiesa di Gesù in Roma. Rincresce che l’esterno del [p. 51 modifica] pio non corrisponda alla proprietà dell’interno, meno poi all’ampia e bella contrada che si spiana di fronte, ed al grandioso atteggiamento del Duomo, che spicca dalla piazza sull’altra estremità della via. Grave sconcio di questa facciata è il finestrone che comincia ad aprirsi sotto il capitello del primo ordine di colonne. Sono pregevoli i marmi di vari colori che incrostano le pareti. Sarebbe pur cosa commendevole, che questa facciata, la prima che dà nell’occhio del viaggiatore che entra in Trento a mezzo della ferrovia, armonizzasse coll’interno.

Questo tempio è opera dei Gesuiti, introdotti in Trento nell’anno 1630, sotto Carlo Emmanuele Madruzzo, ad istanza dell’imperatore Ferdinando II, per opera del loro generale Gesoino Nichel. Presso alla chiesa si trova il Seminario vescovile, ampio e solido edificio, che serviva di convento agli stessi Gesuiti. Per opera del vescovo Francesco Saverio Luschin fu ai dì nostri ampliato questo edificio verso occidente, distruggendo la chiesa del Carmine, che abbelliva il luogo ove sorse la nuova fabbrica. Nella biblioteca del Seminario si custodiscono molti preziosi incunabuli ed un codice della Divina commedia.

L'Annunziata è una piccola ma elegante chiesetta situata in contrada Larga, presso la piazza del Duomo, ove si ammirano le quattro grandiose colonne di marmo rosso, tutte d’un pezzo. Si conserva in questa chiesa un dipinto di nessun conto artistico ma stimato come una memoria storica, rappresentando varie scene della peste che desolò la città di Trento nel secolo XVII. La pala dell’altare maggiore ov’è dipinta l'annunziazione di Maria, è un recente e apprezzato lavoro di Grigoletti. Nè deesi trasandare il dipinto dell’altare a destra della pittrice trentina Spaventi.

La chiesa di S. Marco, situata nella contrada [p. 52 modifica] dello stesso nome già convento degli Agostiniani, fu aperta in questi ultimi tempi per cura della Comunità tedesca. L’interno della Chiesa, quantunque di semplice e robusta struttura, per la forma regolare della vòlta, non è scevra di appariscenza.

Alla metà di contrada Tedesca, una volta chiamata dei Cappellani, si presenta la Cappella del Suffragio adorna d’una elegante facciata di marmo, con maestosi pilastri d’ordine corintio. In questa chiesetta v’è un dipinto rappresentante la Deposizione dalla Croce ripescato poco fa da Angelo Ambrosi di Borgo che ritiensi del Guercino, ed un’altro che credesi del Tintoretto.

La cappella di S. Martino si trova presso la seconda porta di questo nome, la quale in antico si chiamava di S. Marta per l’ospitale e il priorato di tal nome, che era di fronte alla chiesa nel fabbricato ove al presente si lavorano stoviglie. N’era fondatore un certo Videto, di cui si fa menzione nei documenti del 1191 e 1197, nel qual tempo già esisteva la chiesa di S. Martino. Sull’altare maggiore si ammira uno stupendo dipinto che è capolavoro del Cignaroli, rappresentante il beato vescovo moriente.

La chiesa di S. Trinità si trova nella via di egual nome, ove assistono ai sacri ufficii gli allievi di questo ginnasio liceale. In addietro apparteneva al monastero dei Padri Filippini, fondato nel 1525 da Antonio Prato celebre giureconsulto. Molto si pregia un’antica pittura proveniente da buon pennello nella cappella a destra. Da questa chiesa si passò processionalmente alla Cattedrale per esordire il Concilio tridentino.

La cappella della Prepositura giace poco discosta dalla parocchia di S. Maria Maggiore, ed è annessa alla casa un tempo de’ Prepositi capitolari. In tempi remoti questo convento riceveva le monache di [p. 53 modifica] S. Margherita, e dicevansi monache del Sobborgo, perchè questo edificio era esterno alle mura.

Presso la Prepositura si trova il fabbricato di nome Casa di Dio, ove era un ospitale fondato dai Bellenzani. Chiamavasi anche la casa dei Battuti, perchè una Società di flagellanti adunavasi nella cappella dell’ospitale.

Nel convento ove ora stanziano le Suore del Sacro Cuor di Gesù, che in antico era una Commenda, merita d’essere osservata la chiesa istoriata di affreschi, e adorna di eleganti stucchi. L’altare marmoreo di stile brabantesco è recente lavoro del nostro Varner.