Trezzo e il suo castello/V

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Capitolo V

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IV VI
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Capitolo V.

Duchi Visconti — Fazioni de’ Guelfi e Ghibellini. — Imprese di Pandolfo Malatesta. — Facino Cane. — I Colleoni. — Il Carmagnola e il duca Filippo Maria.


A que’ tempi chi avesse visitate le rive dell’Adda da Olginate a Cassano, Vaprio e Trezzo, non che le valli di S. Martino, Sassina, Brembana ed Imagna avrebbe incontrato dappertutto contadini ed artigiani che portavano segni convenzionali allusivi alla loro fede politica. Dicevasi Ghibellino chi [p. 37 modifica]portava alla cintura una fascia bianca e sul cappello un fiore che d’ordinario era una rosa anch’essa bianca; Guelfo, chi aveva la fascia ed il fiore color vermiglio. Bastava una contesa, ed anche un semplice disparere, perchè contadini ed operai assumessero uno di questi due nomi già antichi fra noi, e spesso senza nè meno comprenderne il significato. Ogni terra era travagliata da civili discordie, cotidiani li scherni, li insulti e le offese personali1.

I Ghibellini del Bergamasco, rappresentati dalla famiglia Suardi, cagionavano notabili guasti nei dintorni di Trezzo. I Guelfi che cospiravano a distruggerli, nel marzo del 1402 occisero nella rocchetta del castello di Trezzo un Pietro Suardi, ed il 20 di novembre vi appiccarono il prefetto di Madone e tre altri. Le genti d’ambo i partiti s’attrupparono a milliaja e si maltrattarono a vicenda, sicchè nei paesi circostanti al nostro borgo i lamenti, le lagrime, il sangue e la morte quasi non avevano tregua.

Impadronitosi Pandolfo Malatesta del castello che era guardato in allora dai Guelfi (11 di maggio, 1404) profittava di quella felice posizione per commettere ogni sorta di enormità nei villaggi di S. Gervasio e Grignano e in altri circostanti a danno dei Ghibellini. Il che tornava a disonore del duca [p. 38 modifica]Giovanni Maria Visconti, A porre un freno a tanta baldanza egli spedì a Trezzo Ottone Mandelli con buona scorta di armati. Egli dopo alcuni scontri coi Guelfi, rimasto prigioniero col maggior numero de’ suoi, fu condutto a Trezzo, indi a Caprino, e sottoposto per il riscatto ad una taglia di 20,000 fiorini.

Mentre la duchessa viveva ritirata a Monza si tenne nel Castello di Trezzo un congresso (21 di giugno), i cui particolari ci sono ignoti, tra Pandolfo Malatesta e Giovanni da Vignate signore di Lodi. Pare però che tra le altre cose si pattuisse che Pandolfo dovesse recarsi a Monza dalla duchessa partigiana dei Guelfi. Infatti egli si mise alla testa di chi occupava quella città; ma, dichiarato nemico capitale del duca e senza posa perseguitato, fu costretto ad abbandonarla precipitosamente, cercando salvezza nel casolare d’un mugnajo. Di qui travestito in abiti vulgari, tornò per sentieri ascosi, con una sola gamba calzata e l’altra nuda, nel Castello di Trezzo, lasciando in Monza 300 uomini di cavalleria, i quali furono tutti presi. Così il Malatesta riprendeva le scorrerie ostili nel Milanese con Giovanni Vignate e li esuli guelfi; i quali, unitisi coi Guelfi delle valli di S. Martino ed Imagna, si recarono a Bonate inferiore, vi appiccarono il fuoco alle case dei Ghibellini, fecero prigionieri parecchi contadini, rubarono vari capi di bestiame, riponendo una parte della preda nel Castello di Trezzo, e l’altra nella valle di S. Martino. [p. 39 modifica]Nè qui si arrestarono le loro rappresaglie. Al principio di settembre i medesimi invasero la terra di S. Gervasio e guastarono in parte le tre torri di cui una spettava a Comignolo Osio, l’altra a Descavedo de’ Federici, e la terza ai fratelli Crema.

Ma non andò molto che Facino Cane, uno de’ più valorosi ed arditi conduttieri, e Francesco Visconti obligarono Pandolfo a ritirarsi fino alla Pieve di Incino, ed a rinchiudersi nel castello d’Erba. Mentre era quivi assediato, il Castello di Trezzo gli fu tolto dai Colleoni potenti signori guelfi del Bergamasco. Ma come appunto sia seguita la presa, variamente si racconta dagli storici. Pietro Spino afferma che Paolo Colleoni detto il Puhò, padre del gran Bartolomeo, vi si introdusse con astuzia e ardimento e, cacciatone il castellano, l’occupò. Il Corio invece narra che in passato Giovanni Galeazzo Visconti avea posto nel Castello di Trezzo, siccome chiave del suo dominio, due castellani, cioè Torturone da Casale S. Evasio, e Ottobono Salimbeni piacentino, il quale per somma avarizia, occiso il compagno, s’impossessò della fortezza. Pochi dì appresso conversando col Salimbeni Paolo Sozzo e Pietro Colleoni, fecero entrare molte armi nel castello per mezzo di portatori di vino che mostravano donare al Salimbeni, ed infine lo espulsero. Ma su questo punto noi crediamo miglior partito attenerci ad un cronista allora vivente, e di cui perciò riassumiamo la narrazione2. Mentre che il [p. 40 modifica]nostro castello (25 d’ottobre, 1404) custodi vasi da Zanotto Salimbeni di Piacenza e da Ottobono suo nepote, a nome del Malatesta assediato in quello d’Erba da Facino Cane; stanchi i molti prigionieri ghibellini ivi reclusi dei mali trattamenti a cui erano suggetti ed avvedutisi di essere in numero superiore ai custodi, vennero fra loro ad accordi nella speranza d’aver pronto soccorso dai Ghibellini dei dintorni. E un bel giorno con un colpo di mano s’impadronirono della rôcca e del castello. A tale notizia Paolo Colleoni e i suoi fratelli, con circa cinquanta Guelfi, corsero apparentemente in ajuto del castellano, ma, scalate le mura, lo misero in ceppi, o, come altri vuole, lo scacciarono, e fecero prigioni di nuovo tutti i Ghibellini. In appresso il Malatesta costretto a uscire dalla Brianza, corse difilato al Castello di Trezzo nella speranza d’esser ricevuto dai Colleoni; ma quale fu la sua sorpresa e il suo dolore allorchè si vide respinto? Pure il duca non avvantaggiava per la sciagura di Pandolfo, rimanendo il castello ancora in potere dei Guelfi che non mancarono di nuovo d’infestare i dintorni. Infatti il 17 di giugno del 1405 un drappello di Guelfi a cavallo e bene armati scorrazzando sopra i territorj di Ciserano, Bolterio, Sforzatici e Dalmine, predarono [p. 41 modifica]più di 150 capi di bestiame, e fecero molti prigioni, conducendo il tutto nel castello.

Il 12 d’agosto i Colleoni signori di Trezzo, usciti con circa trecento fanti e sessanta cavallieri guelfi della valle S. Martino, assediarono e presero il castello di Svisio di ragione di Taddeo Poma. La moglie di Carabello Poma con altre donne e sette uomini furono lasciati andar liberi verso Chignolo, ma, assaliti per via da altri Guelfi, rimasero occise due donne, salvandosi il resto colla fuga. I Guelfi (2 di settembre) assalirono Mapello e fecero prigionieri molti Ghibellini che furono posti nel Castello di Trezzo. Due giorni dopo un grosso corpo di Guelfi, parte a cavallo e parte a piedi, entrarono a forza in Osio inferiore, e, abbruciatene quasi tutte le case, addussero parimenti nel nostro castello un ricco bottino. Ma per mettere un freno ai Guelfi di Trezzo il duca scelse Facino Cane il quale, prima di assalire il castello, s’occupò a disperdere le bande provenienti della valle di S. Martino; indi il 28 di ottobre recatosi a Capriate e S. Gervasio, fece disporre alla riva dell’Adda alcune bombarde per abbattere la Torre Bianca, posta al di qua del ponte. I borghigiani opposero gagliarda resistenza, e passarono perfino il ponte tenendo a bada il nemico con le scaramuccie. Ma Facino, combattendo in persona insieme coi terrieri di S. Gervasio, costrinse i difensori della torre a fuggire per il ponte e a riparare nel borgo. Francesco Visconti poi stringeva il Castello di Trezzo con circa [p. 42 modifica]seicento uomini tra fanti e cavalli, e lo bersagliava dalla parte di Milano con le bombarde. Trovavansi nel castello più di duecento uomini d’armi ed altretanti cavalli, oltre 1200 persone, sicchè i Colleoni assediati, vedendo che in breve sarebbero a loro mancate le vittovaglie e non avrebbero potuto sostenersi a lungo, il 9 di novembre ebbero una conferenza con Facino Cane e col Visconti, dopo la quale questi due conduttieri levarono l’assedio e lasciarono libero il castello3. Facino allora s’avviò con le sue genti a Ciserano e scrisse al podestà ed agli anziani di Bergamo una lettera, notificando loro essersi stabilita tra il duca e li occupatori di Trezzo una tregua duratura per tre mesi4. Ma dai fatti posteriori risulta che questa non venne osservata. Imperocchè i Colleoni di Trezzo (11 di dicembre) assalirono il castello di Bolterio tenuto dai Ghibellini, che, non potendo più sostenersi, fuggirono di nascosto. Un mese dopo (1406) unitisi di notte molti Ghibellini sotto la condutta di Martinolo Rozolo di Treviglio e Pietro Cavacino di Sedrina, lo assalirono improvisamente e se ne resero padroni. Benedetto Colleoni che lo custodiva fu sostenuto prigione e spedito a Bergamo al castello [p. 43 modifica]di Rocca, donde riuscì ad evadere. Alcuni stipendiati di Trezzo fecero prigione il 16 di ottobre Luigi Barili e lo chiusero nel castello di Carvico. Il 21 dello stesso mese il presidio del nostro castello, a nome dei Colleoni, si impossessò della Canonica di Pontirolo e del campanile. La vigilia di Natale una grossa compagnia di Trezzo, a piedi e a cavallo andò a Levate, tolse quanto potè avere e appiccò il fuoco al villaggio, ma non potè offendere quelli che erano nel castello. Alcuni abitatori del Castello di Trezzo fecero il 27 una scorreria sul territorio di Madone, e presero i tre nipoti abiatici del fu signor Salvino di S. Gallo, che rinchiusero nel castello5. Sul finire del mese poi i Guelfi che dimoravano nel Castello di Trezzo ebbero in potere anche la torre di Chignolo. Un gran numero di armigeri equestri e pedestri (7 di genajo, 1406) si accostarono a Comasco e, feriti parecchi abitanti e spogliatili, deposero il bottino nel Castello di Trezzo.

Mentre Barnabò, figlio del milite Suardini de’ Foresti (14 di febrajo), con cinque suoi compagni di ritorno da Milano a Bergamo, s’accostava a Trezzo, s’abbattè in sette stipendiarii a cavallo i quali dissero loro: «Voi siete prigionieri.» — A tale intimazione Barnabò e i soci risposero che erano muniti di un salvo-condutto dei Colleoni di [p. 44 modifica]Trezzo. Li stipendiarj, non curando ciò, replicarono: «Deponete presso di noi le vostre armi.» Il che eseguito, furono condutti a Carvico e di poi a Caprino come prigionieri ponendo all’incanto i cavalli e le armi loro. Recatisi le genti di Trezzo nel marzo a Cortematica, la posero a sacco e a fuoco, indi passarono nei territorj d’Osio inferiore e superiore, di Mariano, Dalmine, Albegno e Treviolo, Ponte S. Pietro, Curno e Longuelle, fino alla grancia del monastero d’Astino, e da ultimo recarono guasti a Bonate superiore, dove abbruciarono le case al detto Barili.

Poscia (20 d’aprile) Giacomo dal Verme e Galeazzo Gonzaga, generali del duca, con più di 5000 cavalli e 1000 guastatori, oltre un gran numero di fanti, posero l’assedio a Trezzo dalla parte del Milanese. Tre giorni dopo uno dei capitani di Jacopo dal Verme con la sua compagnia entrò nel castello di Brembate inferiore spettante agli eredi di Benzo de’ Suardi, e fece 18 prigionieri. Il generale Galeazzo s’avviò il 24 a Chignolo, e, visto il castello abbandonato dai Guelfi, vi pose la sua brigata. Anelando egli sempre a nuove conquiste, lasciato il dal Verme all’assedio di Trezzo, volle stringere anche Medolago. Ma, mentre animava i suoi all’assalto, fu colpito a morte nella fronte da una freccia. Jacopo dai Verme, rimasto solo, non giudicò di continuare l’impresa di Trezzo: l’8 di maggio, lasciati nelle bastite intorno al castello più di 100 cavalli, e 500 tra fanti e balestrieri, si trasferì [p. 45 modifica]sul Lodigiano. I Trezzini, ciò risaputo, uscirono fuori dal castello ed appiccato il fuoco alle bastite, e così distruttene quattro, costrinsero varj di que’ presidj a capitolare6. I Visconti fecero prigionieri Domenico e Bonifazio Franzolo e Giovanni della Volta, cui spogliarono di quanto avevano e condussero a Cassano, e un Giovanni fratello di Nocentino che sostennero a Trezzo, e poi lasciarono in libertà7.

Erasi in quei tempi chiamato a Milano per governatore del duca Carlo Malatesta da Rimini, fratello di Pandolfo, forse per consiglio di Jacopo dal Verme. La costui venuta irritò i Ghibellini, massime Francesco ed Antonio Visconti che si erano ritirati nel forte castello di Cassano d’Adda. Saputosi da questi due che il dal Verme coi suoi soldati al 23 d’agosto moveva da Milano per la via di Gorgonzola verso Vaprio, gli corsero dietro e raggiuntolo presso al Pozzo di Vaprio, attaccarono una Aera zuffa, sostenuti anche dai Colleoni, padroni del Castello di Trezzo. Jacopo dai Verme, ferito nel capo, dovette ritirarsi cercando uno scampo nella fuga. 117 di settembre, circa 300 tra cavalli e fanti di Trezzo invasero Sforzatica e ne abbruciarono un terzo, ma costretti dai [p. 46 modifica]terrieri a ritirarsi, quel corpo d’armati si spinse su Bonate inferiore.

I signori di Cremona, di Lodi, di Crema e i Colleoni di Trezzo, (1407) recatisi a Brescia presso Pandolfo Malatesta, conchiusero fra loro una lega per sette anni. Divenuto così il duca Giovanni Maria zimbello ora de’ Guelfi ora de’ Ghibellini, aveva ordinato che non si prestasse ajuto a Jacopo dal Verme, ma questi non curandosene entrò il 15 di febrajo nel Bergamasco con Ottobono Terzo, coi Veneziani, i signori di Mantova, Pandolfo Malatesta, e Gabrino Fondulo, dove si trattenne per 5 giorni, recando gravi danni ai Ghibellini. Ma ciò non bastando ai loro progetti, il 20 di febrajo, di ritorno da Bergamo, passarono pel ponte di Trezzo, d’accordo coi Colleoni, Jacopo dal Verme, ed Ottobono Terzi coi loro seguaci e si avanzarono sino al borgo di Vimercate. Nell’aprile quei di Trezzo presero il castello di Madone spettante alla famiglia Maldura, e, lasciatine liberi li abitatori, lo diroccarono. I Guelfi di Trezzo (10 di maggio) occisero il ghibellino Pietro della Corna e condussero prigioni tre uomini nel castello. Nel giorno di Pasqua poi (16 di maggio) 128 armigeri Trezzini diedero la scalata al castello di Osio inferiore e presero, tra li altri, Morlotto Muzo, che fu lasciato libero sei giorni dopo mediante lo sborso di 500 ducati. Il 6 di giugno i Trezzini abbruciarono la terra di Presezio.

Quando Facino riconciliato col duca se ne tornò [p. 47 modifica]a Milano col titolo di governatore, attese a pacificarsi anche coi signori delle terre vicine. Conchiuse quindi per denaro nel 1410 una tregua coi castellani di Trezzo, e lo prova una lettera del duca, scritta il 12 di luglio al tribunale di Provisione, con cui gli ordina di esigere 1200 fiorini d’oro, un terzo dal clero e due terzi dai laici, da pagarsi ai castellani di Trezzo, a Gian Carlo Visconti signore di Cantù, e ad Estore Visconti signore di Monza, dai quali Facino aveva pure comperata una tregua. I ribelli di Desio e di Gorgonzola furono di poi arsi nei campanili che avevano occupati.

Il duca Giovanni Maria Visconti, a cui doleva assai la perdita di Piacenza, di Parma, di Cremona, di Lodi, costituitesi tutte in signorie indipendenti, formò un grosso e poderoso esercito che affidò al suo generale Facino Cane. Questi rivolse tutti i suoi sforzi contro Bergamo; e i Colleoni per non essere da lui offesi, gli accordarono il passaggio per Trezzo. Ma la morte di Facino (16 di maggio del 1412) cangiò ogni cosa.

Nella pace stabilita fra il duca di Milano e Pandolfo Malatesta nel luglio del 1414, per intromissione dell’ambasciatore veneto Tomaso Micheli, tra le altre condizioni imposte a Pandolfo vi fu quella di non più immischiarsi nelle cose del Castello di Trezzo. Da che però ebbe assunto il commando dell’esercito ducale Francesco Busone detto il Carmagnola, i Colleoni furono dal nostro castello [p. 48 modifica]scacciati. Ed ecco in qual modo avvenne il fatto. Il Carmagnola aveva assediato il castello (1416) ed erano già scorsi alcuni mesi senza che il potesse ottenere, difendendolo valorosamente Giovanni e Dondaccio insieme cogli altri Colleoni. Il maestoso ponte sull’Adda dava agio agli abitatori della valle di S. Martino, soggetta al Malatesta, di farvi pervenire tutto quanto poteva abbisognare ai militi. Il ponte, così lasciò scritto il contemporaneo cronista Andrea Biglia, era tale a cui nessuno di simil genere si poteva paragonare; imperocchè, abbracciando con un arco solo tutto il largo del fiume, si spingeva a somma altezza, e, sebbene costrutto di mattoni non poteva esser rotto da ferri, massime per il saldissimo cemento di calce. Il Carmagnola distrusse questa bell’opera8.

Ad impedire li accennati soccorsi, questi aveva formato sull’Adda dei ponti di legno assicurati con funi alle due rive. Nella fortezza trovavasi un giovinetto destro nuotatore, il quale di nascosto si calava di notte nel fiume, e sceso fino a quei ponti, ne tagliava le funi, e lasciava il resto in balia della corrente senza che i ducali se n’avvedessero, se non dopo che eransi bene allontanati. Questo giuoco fu rinovato più volte, ma finalmente i ducali [p. 49 modifica]accortisi dell’inganno, per cogliere il nuotatore, tesero intorno al ponte delle reti, nelle quali egli rimase a guisa d’un pesce impigliato. Quel prode infelice di cui la storia tace il nome, fu crudelmente condannato a starsene una intiera notte (e correva la stagione jemale) legato nudo sul ponte, sicuro di ottenere la libertà e la vita, se fosse sopravissuto; ma il misero, prima che spuntasse il giorno, morì di freddo9. Stringendo ognor più l’assedio del castello, il Carmagnola commandò che si avvicinassero alla piazza alcune grossissime macchine inventate dal celebre maestro Bernardo da Provenza. Avvedendosi poi che esse poco danno recavano al forte, fece piantare quattro mangani, per mezzo de’ quali vi lanciava pietre perfino di cinquanta libre. Tuttavia il castello non si sarebbe ancor reso, se non riusciva ai Milanesi di prender d’assalto un fortino10 (in cui rimase prigione un Paolo Colleoni), posto fra il fiume e le mura di Castel Vecchio. Ma vedendo però il Carmagnola che i Colleoni senza sgomentarsi proseguivano in una pertinace difesa, indispettito più dell’onta che del danno, fece rizzare di rimpetto al castello una forca e condurre colà Paolo col capestro al collo. Intimò quindi ai Colleoni di arrendersi, altrimenti avrebbe fatto tosto impiccare il prigione, dichiarando di [p. 50 modifica]riserbare anche a loro l’egual sorte se gli resistessero più a lungo. Nell’opposto caso prometteva la libertà a Paolo, e a loro la vita, più un dono pecuniario11, sopra tutto la grazia del principe. Allora, come era facile a prevedersi, i Colleoni accettarono le proposte condizioni.

Con lettera del 4 di novembre del 1425, diretta al castellano di Trezzo, il duca Filippo Maria ordina che l’ivi detenuto armigero fiorentino, Beltrando degli Adelusi, sia custodito con tutto il rigore, e gli si faccia scrivere a 1 suoi compatrioti una lettera dimostrante il presente suo misero stato12. Con altra ducale del 22 di maggio del 1440, si nominava a commissario di Trezzo un Guidetto Coconato13.

Previo un congresso in Capriana presso Mantova, fu stipulata il 20 di novembre del 1441 una pace fra la Republica Veneta e li ambasciatori del duca di Milano, i giurisperiti Franchino Castiglione, e Nicolò Arcimboldo consiglieri ducali, prendendo a base la pace di Ferrara stabilita già nel 1433, nella quale si era determinato che tanto il duca di [p. 51 modifica]Milano quanto la Republica si dovessero a vicenda restituire quello che avessero acquistato oltre il convenuto. Per togliere poi in avvenire ogni motivo di controversia rispetto ai luoghi detti le Torrette dicontro a Trezzo si determinò ch’esse fossero del Visconti, e che l’Adda, anche dove bagna le rive soggette al Veneto, spettasse allo Stato di Milano.

La publicazione di questa pace seguì il 7 di dicembre14.

Nel principio del verno 1446 tutte le terre dell’Adda fino a Milano erano state abbandonate, non solo dai soldati, ma anche dagli abitanti, sicchè i Veneti che avevano occupato Cassano trovarono in que’ contorni abondanza di vittovaglie.

Recatosi quindi quell’esercito nemico contro Soncino (1 d’agosto, 1447) il borgo, cinque giorni dopo, fu costretto a capitolare. Varcata poi l’Adda, i Veneti si avanzarono sino alle porte della nostra città; ma, riusciti inutili tutti i tentativi per entrarvi, giudicarono di tornare indietro ad Albignano, donde passarono a Trezzo e di qui a Brivio, assediandone la fortezza.


Note

  1. Vedi Le vicende della Brianza e dei paesi circonvicini, del cav. Ignazio Cantù. Milano, Redaelli, 1853 (II.ª edizione).
  2. Castello di Castello notajo di Bergamo. È autore di un Chronicon Gruelpho-Ghibellinum Bergomense che incomincia col 1378, e termina col 1407, inserita nei Tom. XVI dei Rerum Italicarum Scriptores del Muratori. Non si troveranno altrove meglio dipinte le atroci contese civili di que’ tempi; perocchè i Bergamaschi si lasciarono forse più d’ogni altro popolo lombardo agitare e sconvolgere da quelle troppo celebri fazioni.
  3. Non mancano scrittori quasi contemporanei che affermano aver Paolo Colleoni stretta amicizia col duca Giovanni Maria, il quale lo conservò nel possesso di Trezzo, forse perchè il medesimo Colleoni avea tolto il castello non al duca, ma ad un suo ribelle.
  4. Così da lettera in latino data in Ciserano l’11 di novembre del 1405.
  5. Lo stesso fecero il 10 d’aprile dell’anno successivo con Graziolo Salvino di S. Gallo; e ad un facchino di Monastirolo, abitante a Madone, tagliarono una mano, e poi lo lasciarono andare colla mano nel seno.
  6. Il P. Celestino Colleoni nella Storia quadripartita di Bergamo, a pag. 287, racconta che nel Castello di Trezzo era vi ammassato pel valore di più di 100,000 fiorini d’oro.
  7. In quest’anno era referendario di Bergamo un Giacomino Isolano di Trezzo.
  8. Ciò seguì, al dire di Donato Bossi, il 21 di dicembre del 1416, e con troppo tardo pentimento. Non durò quest’opera, terminata nel 1377, e di grande ornamento e utilità al nostro borgo, che lo spazio di 39 anni. Esistette però fino all’anno 1775 un avanzo dell’arco che fu distrutto per dar luogo al tiraglio delle navi dirette verso Paderno.
  9. V. Ronchetti, opera citata, t. VI, pag. 48.
  10. Donato Bosso ed il Corio concordano nell’assegnare questa presa al 2 di genajo del 1417.
  11. Secondo il Sanuto (Istoria di Venezia) il duca avrebbe sborsato ai castellani di Trezzo 14,000 fiorini.
  12. Con lettera del 3 di novembre del medesimo anno al castellano Giovannolo Biglia di Pavia, e al referendario Ambrogio Corio, il duca ingiunge d’inviare tosto ad Abbiate due bombarde, l’una chiamata la Trezia e l’altra la Muzia. Esempi anteriori di bombarde denominate con nomi particolari ci porgono la Trevisana e la Vittoria nel 1380 presso i Veneziani.
  13. V. Corio e Donato Bosso al detto anno.
  14. V. Carta nel registro dei Panigarola, segnato D. fol. 21.