Trionfi di donna/Il trionfo della morale

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Il trionfo della morale

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Senape inglese o senape francese? Il trionfo delle rose
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La bicicletta è sempre stata una mia ardente passione.

I fisiologi hanno discusso se in bicicletta si possa pensare, anzi no pensare, ma più scientificamente cerebrare: io non so codesto. So che il pensiero o la cerebrazione più costante per me in bicicletta è la seguente: «frègatene!» Verbo plebeo, ma espressivo.

Quando l’aria sibila e vi ossigena e vi penetra e vi rende brioso, poroso, ilare, un unico pensiero, che è sintesi della più solida filosofia, si forma nel cervello: «frègatene!»

***


Però se io entravo in biblioteca con visibili segni ciclistici, o berretto a visiera, o calzoni rimboccati o l’aspetto franco e lieto di uno che [p. 202 modifica]ha respirato bene, che può ricevere dei complimenti da Igea, che è in riposo cerebrale tanto per istudiar sei ore filate come in tensione di muscoli per liberare la strada da un paio di importuni, se — dico — il prof. Gaudenzi mi scorgeva in simili condizioni, non solo non mi faceva alcun complimento, ma non mi onorava più del suo saluto. Perchè bisogna sapere che il prof. Gaudenzi mi onorava del suo benevolo saluto, cosa che non accadeva a tutti, anche a persone di ben altro grado e stato sociale che il mio.

***


Chi era il prof. Gaudenzi?

Il prof. Gaudenzio Gaudenzi era un modestissimo, umile grande uomo.

Egli era cioè uno di quei pochi sì, ma caratteristici grandi uomini, indispensabili grandi uomini, destinati a sostenere la nazione e lo Stato e, se la parola non spiace, la Patria. Ufficio non lieve, anzi pesante, pieno di grandi responsabilità.

Io ho denominato questo illustre uomo con il titolo di «professore», che è fra i più modesti e comuni, perchè egli è così generalmente indicato. Del resto egli disponeva di una infinità di titoli; da quelli cavallereschi a quelli che ogni tanto gli arrecava la posta: titoli decretati da [p. 203 modifica]Assemblee, Istituti, Accademie, Consessi, Concilii etc. etc. L’antico Briarèo mitologico non avea tante membra quanti il prof. Gaudenzi aveva membri con cui uncinarsi socio a tutti i Consessi intellettuali del vasto-piccolo mondo.

«E se io entro in biblioteca di questo passo è perchè io solo so il peso che incombe sulle mie spalle; e se io invece di salutare mi limito a stirare le labbra, è perchè c’è il suo perchè!»

Questo sottile ragionamento si leggeva su tutta la persona del prof. Gaudenzi, quando entrava in biblioteca.

Giacchè il prof. Gaudenzi quando non era in ispezione per il paese, capitava regolarmente in biblioteca. Entrava stirando le labbra e dondolando il capo in modo che non era facile capire se si trattasse di un saluto universale generico — come quello che fanno i gran prelati — o di un moto asseverativo come per assicurare sempre più a se stesso: «Sì, io sono un umile — è vero — ma grande uomo!» Egli è però più probabile che quello stiramento e quel dondolamento dovessero costituire un saluto perchè avevano la virtù di far levar su da sedere tutti gli studiosi presso cui passava; e, una volta levati su, di far loro descrivere una specie di angolo di quarantacinque gradi in avanti, con la schiena e con la testa. Ma io — ripeto — godevo di uno speciale privilegio. Giacchè il prof. Gaudenzi, al di là di quella specie di muraglia dei [p. 204 modifica]libri da cui veniva circondato, mi sollevava, mi dondolava la mano, e infine mi permetteva di stringerla: — Che cosa stai facendo di bello anche tu qui? Oh, bravo, bravo, bravo! — il che tradotto in lingua semplice voleva dire: «adesso vàttene!»

Ed io me ne andavo al mio posto.

Questa speciale benevolenza mi era in certo modo dovuta perchè a quattordici anni io avevo avuto l’onore di sedere accanto a lui sui banchi della scuola dove egli fin da allora faceva strabiliare persino il maestro snodando a memoria tutta la filza dei verbi greci irregolari; e da allora andò sempre più avanti, diventando sempre più brutto, sempre più giallo, sempre più ostinato nella sua cocciuta volontà di riuscire un grande uomo finchè diventò un vero grande uomo, uno di quei pochi, sì, ma indispensabili grandi uomini destinati a sostenere la macchina dello Stato: uno cioè (le mie parole non paiano malevole e sarcastica iperbole) di quei grandi uomini a tipo regolare e mediocre, debitamente sterilizzati ed enervati che sono un prodotto tipico, un esponente-indice della civiltà contemporanea. Enervati e sterilizzati delle qualità eroico-geniali come sarebbero l’indignatio, la magnanimitas, la θεῖα μανία, il furor sacer, ed altre qualità consimili le quali costituirebbero un tipo umano assolutamente inadatto ed incompatibile col tempo nostro. Non è vero questo che io dico? [p. 205 modifica]Osservate: gli uomini forniti di queste virtù eroico-geniali vengono regolarmente ed istintivamente banditi dai consigli dello Stato, dalle accademie ufficiali, dalla vita publica in generale, laddove i grandi uomini di tipo regolare e mediocre ad uso prof. Gaudenzi, figli legittimi dell’età presente, vengono destinati a molteplici usi nè stanno mai fermi tanto è il bisogno che si sente della loro indispensabile mediocrità.

Il prof. Gaudenzi apparteneva alla speciale categoria di quegli illustri innocui personaggi i cui nomi sono tolti ogni tanto dal tabernacolo ed esposti alla venerazione del popolo specialmente quando accade alcuna publica calamità.

Essi allora, come i grandi clinici, sono chiamati a consulto: esaminano, inquiriscono, giudicano, mandano. Ad esempio: una battaglia perduta, una banca fallita, una corazzata che non camina, un’alluvione sterminatrice, un campanile che crolla ecc., turbano la publica opinione. Si domandano dal publico pene severe e giudizi esemplari come e più di quelli di Don Gonzales Fernandez di Cordova, immortalato da quell’incompreso scrittore che si chiama A. Manzoni. Troppo giusto! Allora vengono in moto cotesti inquisitori i quali dimostrano che il campanile è caduto perchè non poteva rimanere in piedi per legge statica, che la battaglia fu perduta perchè i nemici non avevano studiato strategia e logistica, che le alluvioni sono av[p. 206 modifica]venute per legge idrostatica giacchè le acque tendono al livello inferiore, che la banca è fallita perchè esiste una matematica superiore applicata al denaro, la quale non è lecito spiegare nemmeno nelle alte scuole di commercio, etc.

Queste ragioni, se anche per la loro sottigliezza poco soddisfacessero la publica opinione, ecco sopraggiungere nuove calamità che fanno obliare le prime, richiedono nuove e più interessanti inchieste e infine permettono alle cose umane il loro naturale andamento ed oblio.

Al prof. Gaudenzi — venendo al caso particolare — era in ispeciale modo affidata la conservazione del patrimonio artistico-intellettuale della nazione del che egli teneva conto e ragguaglio minutissimo e prezioso in un numero assolutamente innumerabile di schede, con cui dava alla luce molte opere, opuscoli, relazioni.

***


Ma se io conoscevo tutti i suoi titoli accademici, ufficiali ecc. ignoravo tuttavia gli altri estremi della sua fortuna.

Della quale ebbi piena contezza un giorno, in sull’ora della chiusura della biblioteca, chè mi scosse un profumo fresco di donna elegante e un passo leggiero. L’egregio ed illustre uomo [p. 207 modifica]era condannato a non poter sorridere se non stirando le labbra, ma questa volta, alla vista della moglie, lo stiramento fu umile, sottomesso, voluttuoso come quello di un buon cane che si accovaccia per farsi fare il solletico.

La signora aveva qualcosa da dire e da far valere e per quanto i molti libri le imponessero un certo rispetto, non poterono far sì che l’amabile voce non suonasse, distinta con un erre di indimenticabile vibrazione.

— Ma, mio caro, piove, piove a dirotto. Se non penso io alla tua salute, tu non ci pensi davvero!

Aveva con sè il pastrano e l’ombrello.

— Me lo sarei fatto prestare....

— Sì, ma il pardessous, mio caro, tu che soffri di bronchi...!

La figura della signora, come potevo giudicare guardandola di sottecchi, apparteneva al solito tipo fisso delle donne professionalmente eleganti, ma di qualità superiore: solito ombrello aghiforme, borsellino oblungo che occupava tutta l’attività di una mano; solita gonna disegnante e rilevante con arte procace le sinuosità della vita, indi le conseguenti sottoposte protuberanze; solito spazza-strade di merletti multicolori, meritevole o di un premio o di un attestato di benemerenza da parte dell’edile cittadino, deputato alla pulizia stradale. Ma se questi luoghi comuni del vestire potevano sembrare volgarucci di so[p. 208 modifica]verchio oramai, cioè quali si incontrano in ogni figlia di portinaia, essi erano compensati da una notevole signorilità e leggiadria di forme non comune, le quali se dalla moda ricevevano alcun manifesto risalto, avevano tuttavia nella natura il loro sostanziale fondamento. Inoltre la legge uguale della moda aveva alcun particolare suggello in lei, di lei e della sua feminilità. Io voglio dire che la dama in questione nell’armonia delle tinte, nella ricca compitezza de’ particolari, nella sobrietà delle audacie aveva raggiunto quella linea difficilissima e costosissima che costituisce il sommo buon gusto, differenzia la donna elegante dalla donna galante, la donna della buona società dalla donna da ventura.

Il volto pallido, dalle linee belle e forti, apparteneva a quello stadio fisiologico della seconda gioventù che è sconosciuta alle donne del buon popolo lavoratore; laddove è frequentissimo nelle signore di razza: comincia dopo i trent’anni e si protrae spesso sin oltre i quaranta e in alcuni organismi privilegiati sino verso i cinquanta, con una ben singolare stabilità che non permette assolutamente di domandare: «Signora, quanti anni avete?»

Fui dunque costretto a formulare questo giudizio sintetico: «Moglie bella, giovane, premurosa, elegante.» Ma dopo questo primo giudizio mi si presentò naturale la domanda: «Dove la è andata a pescare?» La supposizione più sem[p. 209 modifica]plice e conforme al vero fu la seguente: «Quando il prof. Gaudenzi a quattordici anni era mio compagno di scuola, non aveva altro capitale che la cupa e disperata tenacia di essere il primo a costo di imparare a memoria tutti i logaritmi, tutti i verbi greci irregolari. Ad una certa età egli deve aver avuto la fine accortezza di mettere in batteria scoperta tutte le sue qualità di savio e grande uomo in via di sviluppo, e così ha trovato moglie.»

Osserva, benevolo lettore: molti uomini che dettano legge nella vita degli altri uomini hanno il lor fondamento in una donna-capitale, in una donna-coupon, in una donna-pozzo di S. Patrizio da cui attingere. No! non è possibile dettare legge agli altri uomini se le miserabili, inconfessabili necessità della vita giornaliera non sono ampiamente garantite!

Io stavo così fra me e me pensando e costruendo tali supposizioni quando l’egregio uomo ebbe la cortese idea di farmi conoscere più compiutamente l’estensione della sua felicità.

Essendo la sala presso che deserta, il prof. Gaudenzi si avvicinò a me: — E vieni — mi disse — che ti presento alla mia signora.

Mi alzai, fu fatta la presentazione, furono scambiate le parole d’uso.

Sulla porta della biblioteca mi attendeva una nuova sorpresa: tre bambini graduati in iscala d’organo ma di una medesima candidezza e luci[p. 210 modifica]dezza, sotto la sorveglianza di una governante che si avvistava a distanza di nazione svizzera e di così compiuta goffagine che pareva scelta ad arte per far risaltare la signora. I tre bambini salutarono l’illustre uomo con l’appellativo soave di Papà! — Furono tre squilli argentini di vario tuono che illuminarono il volto del prof. Gaudenzi di una espressione molto affine al sorriso propriamente detto.

Wie geht es dir?

Wie geht es dir?

Così aveva suggerito la governante: così avevano ripetuto i tre figli dell’uomo a cui erano concessi in custodia i capitali artistici ed intellettuali del Paese. Solo il più piccino si impaperò domandando al babbo come stesse in lingua volgare: cosa che turbò molto l’amor proprio della governante.

Fui presentato, o, meglio, mi furono presentati tutti i componenti la famiglia.

— Lei è scapolo? — domandò allora la signora.

— Sì, signora.

— Male, ma è una diserzione sociale! Vero, amico mio, che è una diserzione sociale?

Il professore assentì blandamente.

— Quando è così, venga a prendere il tè a casa nostra: il buon esempio la aiuterà al gran passo.

Anche il professore insistette perchè mi recassi a prendere il tè a casa sua, nè io, stretto da tante cortesie, potei rifiutare. [p. 211 modifica]

— Ho abituato mio marito assolutamente al tè — diceva la signora nell’andare — ma ce n’è voluto!

— Non è esatto: mi sono abituato benissimo — corresse l’uomo.

— In casa mia i liquori sono stati aboliti assolutamente. Oramai la igiene ha dimostrato che il liquore è un medicinale; e anche il vino, veda, è in cantina aspettando gli ospiti e le occasioni di qualche pranzo di carattere ufficiale, ma in famiglia sempre tè. Mrs. X***, una dama inglese, mia buona amica, che risiede al Cairo da anni, me lo fornisce direttamente: una vera combinazione. E veda: da che noi si fa uso del tè abbiamo abolito medicine e ricostituenti: mio marito che si risentiva di qualche indisposizione, ora sta benissimo. Gli alcools, come lei sa, si trasmutano in sostanze grasse e mio marito non ha veramente bisogno di ingrassare.

L’occhio del marito, perduto in quel momento dietro una qualche scheda, si fissò sulla moglie con una tale espressione che ella virò di bordo. Ma siccome non esiste in natura la possibilità che una donna tronchi di botto un suo discorso, così ella filò ancora, ma insinuantemente:

— Concederai che un po’ di moto ti farebbe bene!

— Devo girar tanto pel mio uffizio — disse a sua giusta ragione il prof. Gaudenzi.

— Sì, ma quando il cervello è preoccupato, [p. 212 modifica]tu sai bene che l’azione fisiologica dei muscoli rimane paralizzata. La bicicletta, ad esempio, ti... farebbe benissimo.

L’uomo illustre fremette.

— Mio marito — proseguì quella elegantissima dama — ha una vera idiosincrasia per la bicicletta. Per me invece, che vuole? è estetica, come trovo estetico l’automobile! Già io sono molto moderna.

Il marito sostenne che la bicicletta è antiestetica.

La signora sostenne che se il suo illustre compagno avesse potuto scoprire in qualche codice che gli antichi avevano fatto uso della bicicletta, la avrebbe senz’altro riconosciuta esteticissima.

Per mettere pace in questa divergenza di opinioni io, benchè appassionato cultore della bicicletta, mi sforzai di ricondurre i due coniugi sul terreno comune e concorde del tè. Ma in compenso della mia opera pacificatrice l’illustre uomo mi colpì con questa insinuazione beffarda:

— Io credo che tu anteponga il succo classico della vite!

Non ebbi tempo di correggere la malevole espressione che la signora sollevò col guanto una esclamazione di orrore, e anche la governante o fräulein in omaggio alla natia cervogia, emise un Pfui! significantissimo per suo conto.

Eravamo giunti. [p. 213 modifica]

Io fui presentato, per così dire, all’appartamento: fui presentato alla luce elettrica che lo illuminò tutto all’improvviso: mi fu fatta fare la conoscenza del salottino della signora, una rivelazione estetico-floreale, dalle luci voluttuosamente intonate, della stanza da pranzo — stile compiutamente svizzero — infine siamo entrati nello studio dell’illustre uomo, sulla soglia del quale la signora osservò col suo dolcissimo erre:

— Qui finisce il mio regno e comincia quello di mio marito: non si meravigli se trova della polvere, ma qui tutto è verboten, guai a muovere un foglio, guai spostare una scheda!

— Una scheda molte volte è l’opera di un mese di ricerche! — avvertì l’insigne letterato; e siccome questa notizia doveva essere a perfetta cognizione della signora, così debbo supporre che fosse rivolta a me.

Le due grandi scansie di noce non potendo più contenere libri, carte, schede, ecc., avevano riversato il superfluo su di una grande tavola dove raggiungevano altezze piramidali così da obbligare il mio naso a volgersi in su.

Il chiaro uomo vide il mio naso rivolto in su e sospirò con tutta confidenza: — Un lavoro enorme, mio caro!

— Ci vuole davvero tutta la memoria di mio marito per tener dietro a tante cose — confermò la signora. [p. 214 modifica]

— Di’ il metodo e la costanza, oltre che la memoria.

— Oh, certamente il metodo! mio marito alle sei del mattino è in piedi, qui al lavoro, e allora comincia la mia opera di pazienza e di sorveglianza; opera che non surge all’altezza della rinomanza nè all’onore della gloria, ma come l’umile violetta sparge il suo profumo d’intorno. Bisogna intanto sorvegliare che nessun rumore sia fatto intorno allo studio, che tutti gli abiti siano pronti, che i bambini siano puliti, che la colazione sia all’ordine, perchè mio marito è in questo un tiranno assoluto e terribile....

Quel tiranno e quel terribile furono pronunciati con tanta amabilità che la bocca del grande uomo, solleticata, si stirò di traverso in una specie di dotto sorriso.

— Tiranno costituzionale, molto costituzionale — corresse.

— Costituzionale, ma sempre terribile!

— Ma tu stessa devi ammettere che se i miei ordini non fossero precisi, se non assoluti, sarebbe impossibile attendere a tanta molteplicità di cose.

— Verissimo, però devi concedere che una collaboratrice più perfetta del tuo lavoro non l’avresti potuto trovare.

— Questo è verissimo! — disse il marito.

— Aggiunga poi che la nostra casa è spesso un porto di mare — rincarò la signora — lettere, postulanti, raccomandazioni, circolari, sollecita[p. 215 modifica]zioni, omaggi di libri e di opuscoli, dediche al caro maestro, all’illustre professore: un vero ufficio di selezione e di corrispondenza che grava quasi interamente sulle mie spalle. La celebrità è una gran cosa, ma sapesse quante noie si trascina dietro! (Il grand’uomo taceva). A tutto questo poi aggiunga un’altra erculea fatica, quella di mandare via la gente con bel modo anzi con la più exquise politesse.

Ora mentre io facevo da fonografo a questo scambio di cortesie coniugali, pensavo che fra tutti gli articoli di proprietà del chiaro uomo, quello che destava maggiormente la mia ammirazione era la sua signora.

Intanto il tè fumante in un samovar — Russia autentica — fu servito con tutto il cerimoniale dovuto alla nobile bevanda nella sala da pranzo. Quivi la signora mi domandò con molta compitezza delle mie opinioni artistiche, letterarie, politiche, sociali.

Io volevo rispondere cercando di contemperare, come meglio sapevo, l’omaggio alla verità e le convenienze alla casa e alla dama, ma non ne ebbi tempo perchè l’uomo, facendo precedere le sue parole da un sorriso che non lasciava sperare una gran lode, rispose per me:

— Il difetto del nostro buon amico è quello di seguire delle idee alquanto eterodosse e in politica e in arte e in letteratura. Intendiamoci: io non dico, mio caro (evidentemente il prof. Gau[p. 216 modifica]denzi era in vena di generosità grande: mi regalava un intero discorso) che non si possano seguire anche le idee eterodosse; queste anzi oggi portano più avanti, forse, che le idee ortodosse, benchè bisognerebbe anche qui distinguere fra idee eterodosse e idee originali, ribelli, contro corrente, contro onda, e tu mi hai l’aria di prediligere le idee di questa ultima categoria, le quali non hanno mai recato fortuna ai loro possessori. Il far parte «per se stesso» — come dice Dante — si deve interpretare quale cosa spettante a lui solo, alla sua più che umana natura, non come massima applicabile alla vita se non in qualità di ornamento poetico. (La distinzione era sottile: io per esempio da quando lo aveva dato in custodia al professore di greco perchè imparasse tutti i verbi irregolari, non lo avrei mai creduto capace di tanta sottigliezza: ma credi, o lettore, che nell’iniquo mondo l’abito del dottore molto vale a formare il dottore! Poni il paltoniere in toga ed ermellino e in meno che tu non supponga l’udrai pronunciare parole di non sospettata saviezza). Però — proseguì l’illustre mio amico — anche nell’essere eterodosso, originale, ribelle alle convenienze ed alle convenzioni, ci vuole metodo, metodo, metodo: disciplina, disciplina, disciplina; costanza, costanza, costanza! Per far fortuna come ribelle bisogna essere un ribelle d’ordine. Pare un paradosso, e non l’è! E la verità è questa che solo dall’or[p. 217 modifica]dine, dal metodo, dalla perseveranza nasce quella sottile scienza della vita pratica in cui sta tanta parte del segreto della riuscita. Tu permetti, è vero, che ti faccia questa modesta osservazione...?

— Figuratevi, anzi vi sono grato.

— Le tue buone qualità, come l’ingegno, il buon cuore, un certo studio che cosa ti hanno valso? Ben poco. Alla tua età sei ancora un uccello sulla fronda!

— Ma bisogna prender moglie — disse la signora — bisogna prima formarsi uno stato, e poi il resto verrà da sè. Il matrimonio per noi donne potrà forse essere una rinuncia; ma per voi uomini è una condizione indispensabile per riuscire, è un diploma di serietà sociale. Sa quando mio marito cominciò a fare qualche cosa sul serio? Dopo che prese moglie, dopo che fu sicuro della sua casa, e poi tu stesso l’hai detto, è vero? «Una buona moglie, una casa ordinata formano l’oasi dove l’uomo stanco si fornisce di forza e di fede per il cammino della vita!» e con questa raccomandazione di prendere moglie al più presto possibile fui accomiatato o mi accomiatai, del che non ho sicura memoria. [p. 218 modifica]

***


Io uscii di quella casa mortificato di troppo. Avevo preso una lezione o ripetizione della vita non richiesta, e mi bruciava la pelle, appunto, perchè vi era molto di vero nelle cose da me udite, viste, provate. Non che io sentissi rimorso di non aver preso moglie, di non aver casa, di essere uccel di frasca! sciocchezze! o che mi dolessi dei miei peccati o dello scarso frutto che mi avea dato la vita a cagione della invincibile mia refrattarietà. Se noi ci privassimo dell’esercizio dei nostri buoni peccati, troppo sterili e grigi sarebbero questi giorni fuggitivi! Il peccato che non nuoce altrui ma solo a se stesso, sarà molto perdonato da Dio, ancorchè ciò non sia detto per espresso negli Evangeli! Dio! Sì lo so, questo nome non ha valore scientifico, ma è comodo ed è stata una gran melanconica idea l’aver decretata l’abolizione di Dio.

Non io, dunque, ero pentito peccatorum meorum, ma ero afflitto nel vedere come anche la donna seguisse la fortuna e si aggiogasse docile e lieta al carro del trionfatore. Degli onori, dei titoli, delle opere, della sfera immensa d’azione del prof. Gaudenzi a me non importava un bel niente. Ma ciò che mi dava amarezza era il ve[p. 219 modifica]dere come costui fosse arrivato sino alla conquista della donna, cioè di quel bene che, quando è bene, è il maggiore dei beni; o almeno permette all’uomo di sprezzare tutti gli altri beni: e donna bella, elegante, ricca, intelligente (per quello che dà il sesso) graziosa, accorta, decorativa in sommo grado, collaboratrice preziosissima della sua vita! A questa donna egli intanto ha saputo offrire il fascino di un nome autorevole e riverito come corrispettivo alla pecunia della dote, e col nome la dignità di rappresentarlo, di sostituirlo, di reggere una casa grande, bella, comoda, acquetando così la petulante irrequietezza muliebre in un cumulo di lavoro che ne assorbe e soddisfa la congenita vanità.

Io? Io se volessi permettermi il lusso di una donna non avrei da offrirle nemmeno un posto sulla mia bicicletta.

E mi ricordo che delle poche amanti che ebbi, se erano buone, intelligenti o pietose, erano — per così esprimermi — antifisiologiche: se erano belle e piacenti, erano stupide e vane come pàpere: se accennavano appena di possedere le due qualità della bellezza e del valore, mostravano così grandi pretese da togliermi ogni ardimento.

Ma è più probabile che io sia stato pessimo intenditore dì donne, e invece di accusare esse è meglio che accusi me. Di ogni merce conviene avere esperienza prima di giudicarne il valore e il mercato. [p. 220 modifica]

Comunque si consideri la cosa essa era pur sempre sconfortante, e spiega la ragione perchè io me la pigliassi ancora con l’Arte, idolatrata e perseguitata invano da me con così fremebondo amore. L’Arte, pura Iddia, no, non porge come le femmine le mammelle alle labbra del prof. Gaudenzi e de’ suoi pari perchè se ne abbeverino, suggere egli non può per difetto di Natura che non volle: ma il vibrione si è attaccato in qualche parte e succhia sangue e impingue e ingrassa e ne fa adorna sè, la moglie, la casa. Egli specula, egli sa trarre frutto dal cimitero delle Muse!

O morto nella miseria e nella disperazione, tu, o Foscolo che rendesti la spada alla Fortuna fra le britanniche nebbie grige; tu, Tasso, anima di luce e di sole all’ombra perfida del cenobio; tu, Leopardi, sperso nel sogno del verde prato dell’asfodèlo lontano; e voi tutti eroi del pensiero, nobili api che formaste il miele della vita; rosignoli che così dolcemente cantaste da far obliare ai tetri umani il dolore e il mistero; viole e rose, che diffondeste senza mercede il profumo su questo immane sepolcro della terra, voi.... voi pur giovate ai vivi dell’età pratica, maledetta fra le età.

Il vostro cimitero dà frutti a costoro!

Costoro, gli squallidi alchimisti, fanno analisi e filtri del vostro pensiero, del vostro cadavere: contano le parole che voi avete adoperate, o [p. 221 modifica]nobili poeti: pesano e scompongono le vostre anime: sottraggono, sommano e ne ricavano onori, reputazione, ricchezza.

Sì, sì! È vera la parola del fisiologo: la morte è necessaria alla vita, ma è anche vero che io avevo ragione di essere seccatissimo.

E non avendo altro sfogo o conforto, bevevo aria pura e correvo in bicicletta e mi confortavo col verbo plebeo ripetuto nel principio di questo racconto.

Il bisogno di ossigenarmi con una velocità anormale di quindici chilometri all’ora mi si presentava come rimedio eccellente. In cotesta specie di frenesia ero giunto al punto da reputare inutilissimi tutti gli studi, e la critica e la filosofia e la filologia e i romanzieri e i bibliofili e gli archeologi, ogni dottrina insomma e ogni scienza. E poichè l’uomo si compiace che altri approvi e lodi le proprie idee ed io non trovavo nessuno che mi approvasse e lodasse, ma ero solo come l’uomo maledetto della Bibbia, così mi rivolgevo alle cose e alla materia. E correndo lungo la riva del sonante mare, buttavo al mare, al sole, al cielo un nome di romanziere, di filosofo, di erudito, di critico, e le opinioni loro e le loro fatiche. E il mare, il sole, me lo respingevano sdegnosamente: «Sciocchezze!»

A questa prova resistevano solo alcuni pochi poeti, profeti e filosofi, specialmente quelli che meno avevano scritto e più si erano astenuti dal [p. 222 modifica]formare sistemi e teorie. Dante, ad esempio, era resistentissimo e, o suggestione o realtà, il fatto era che quando io buttavo contro il mare o contro il cielo un verso di Dante, esso si integrava con la infinita natura come cosa che a lei appartenesse veracemente.

O meraviglioso, o portentoso effetto!

Il mare, il cielo, i fiori sapevano i versi di Dante con perfettissima chiosa: essi tremavano nel vento, galoppavano sulle onde, seguivano la bicicletta, palpitavano col canto degli innumeri musici della natura; dal grillo al rosignolo. Oh, meraviglioso effetto che mi commoveva sino alle lagrime!

Se il prof. Gaudenzi avesse sentito nel suo pensiero balenare qualcosa di simile, lo avrebbe indubbiamente trasmutato in dieci mila schede: tante quante i seguaci di Senofonte.

Così operando e pensando, io avevo trascurato la Biblioteca dove mi era già un tempo argomento di conforto il conversare con le grandi anime antiche. Ora io ricercavo invece ansiosamente le vive anime delle cose: i campi fioriti, il mar risonante, il cielo sereno al bel tempo novo della Primavera che, dopo il chiuso inverno, era finalmente venuta rievocando nell’anima mia imagini adorne e sbiadite.

E per mio riposo in quelle lunghe scorribande avevo scoperto, poco discosta dalla città, un’osteriuzza, obliata e ignorata, un grazioso recesso [p. 223 modifica]di pampini verdi e a suo tempo di aiuole di fragole. Quivi non solo c’era modo di fare una colazione rusticana eccellente ma anche di aggiungervi una partita a scopa con l’oste col quale mi ero fatto amico. Vi capitavo sovente e fra gli altri giorni in un limpidissimo venerdì di giugno, un venerdì luminoso, caldo, pieno di vibrazioni e palpiti procreatori nella natura. I recessi tranquilli dei campi erano pieni di passeri che facevano la ruota e il minuetto alle loro dame; molte antère delle piante sotto la forza del sole scoppiavano e nugolette di pòlline erano librate nell’aria; gli insetti si aggiravano in così grande numero da credere che quel giorno corrispondesse a qualche loro misterioso e sacro rito. Nel cortile solitario dell’osteria era una vettura chiusa come un enigma e l’ostessa era in molte faccende davanti ai fornelli.

— Avete forastieri? — domandai.

— Due signori di sopra — disse lei bonariamente.

— Sì, due signori, di cui uno porta le sottane — corresse il marito rivolgendosi a me. Indi rivolto alla sua donna dicea: — Ed è tanto che te la canto in musica che di questi giri in casa mia non ne voglio: dico bene o dico male?

Io non potei che lodare il suo sentimento di moralità.

— Oh, dunque....

— Prima di tutto parliamo piano — disse [p. 224 modifica]l’ostessa. — Intanto nessuno ti dice che sia un giro: per me, sino a prova contraria, sono due sposini.

— Già per lei son sempre due sposini — disse sarcasticamente il marito.

— Se non lo sono, meriterebbero di esserlo! Lei, bella! Ma lui? Un cherubino. Cos’avrà? vent’anni! E vedere come ci è morto dietro, le premure, le delicatezze, le grazie, i bei modi! come c’è innebriato! sono cose che commuovono....

— Va là, vecchia carampana! — disse il marito.

— Bene so che un omaccio come te non ha più nessun sentimento. Oh, senta — si rivolgeva a me — una di queste due costolette la voglio dare a lei. Sentirà che bontà! L’altra la accomodo in due. Già loro non ci badano a quello che porto sul piatto; se è molto, se è poco, se è buono, se è cattivo. E poi tu, ehi, tu? dà retta: il signore è di famiglia e si può parlar chiaro: se fossero i primi venuti capisco anche i tuoi scrupoli, ma sono degli avventori che vengono ogni tanto, e avventori buoni. Se non c’erano loro tutte quelle bottiglie di vino spumante a chi le avresti vendute? e il cognac? Ne capitasse una al giorno di coppie come quella lì!

L’uomo alzò le spalle e mi stendeva davanti il tovagliolo: — Dopo facciamo la bottiglia a scopa?

— Ben volentieri, amico mio, oh, caspita, anche i tartufi! [p. 225 modifica]

La costoletta, sottratta all’agape amorosa e postami innanzi, era enorme e ostentava sul suo frontispizio un’incrostazione gloriosa di tartufi, come il petto di un uomo ufficialmente illustre, in un giorno solenne.

L’ostessa sorrise di compiacenza.

Ben tutti sanno che un cibo succolento ha virtù di eccitare il cervello in alcune sue parti onde queste fanno secernere alle glandole a ciò deputate maggior quantità di succo gastrico. Ne consegue che l’uomo, più a lungo che non soglia, si indugia presso la mensa.

Così avvenne a me in quel dì chè l’oste attese più del consueto che io fossi pronto per la partita a scopa.

La bottiglia fu posta fra noi due e ce la disputammo accanitamente.

Un rumore di sonagli e di finimenti già accennava ogni tanto che la coppia amorosa si preparava alla partenza; il cavallo fu attaccato e la carrozza andò a fermarsi bel bello davanti alla scala che era in comunicazione con la cucina.

E il mio cuore era sospeso nell’attesa, nè sapevo il perchè.

Non molto dopo i due misteriosi amanti scendevano con grande cautela la scaletta di legno: si sentiva un piede elegante scricchiolare: e il mio cuore era sospeso.

— Non c’è anima viva — accertò l’ostessa.

E allora — fatta sicura — una voce a me [p. 226 modifica]ben nota, se non che infinitamente umile e carezzevole di figlia d’Eva sottomessa, sussurrò con un erre che mi tolse alle gote ogni flusso di sangue: — Ma lo sai, Gastone, che io ho dei doveri, dei sacrosanti doveri?

Palpitò un bacio e la voce con l’erre tremò ridendo: — Bambino, bambino mio!

Ebbi a pena tempo di voltarmi che uno strascico setoso e spumoso di femina elegante scompariva nella vettura chiusa.

Le ruote scricchiolarono nello svoltare, accelerarono il moto: un rumore che durò a lungo nell’ardente silenzio meridiano: più nulla.

L’oste tendendo tutto l’acume del suo cerèbro nel difficile calcolo finale della scopa, io voglio dire delle carte dispari e delle pari, non si era addato di nulla. E in fatti è calcolo acuto e richiede molta attenzione.

— Se le carte sono mie, la bottiglia per quest’oggi la paga lei. — Contò e — Ventidue! — disse con grande soddisfazione — Però se desidera far la rivincita non mi rifiuto.

— Sarà per un altro giorno, amico, tanto più che oggi è tardi.

— Come le pare.

Saldai lo scotto senza dare a vedere alcuna sollecitudine, ma a pena ebbi inforcata la bicicletta e l’ebbi avviata con due nervose mosse di pedale, sclamai fra me: «Non sarà mai detto che una carrozza possa aver ragione di una bicicletta!» [p. 227 modifica]

Ma il cavallo o non era di quelli comuni da piazza o la frusta doveva essere caduta con forza sulla sua groppa perchè la vettura non appariva a nessuna svolta della strada.

E io spingevo il pedale con rabbia crescente fra un nugolo di polvere bianca.

***


Un pompiere che vede indizio di fuoco, un carabiniere che scorge il malandrino, un soldato che ode il rombo del cannone, un ispettore dei monumenti governativi che osserva un campanile che crolla, un purus grammaticus che s’abbatte in un errore, sono presi da un’agitazione vivissima: i tre primi di solito accorrono, il terzo si affretta a stendere un rapporto, il quarto brandisce il lapis azzurro, giacchè ognuno è portato naturalmente alla conservazione di ciò che reputa affidato alla sua custodia. Perciò io che avevo per il passato studiato filosofia morale, mi sentii offeso da quel tradimento: io che avevo per il passato avuto fortissimo il senso della conservazione sociale, fui turbato da quella azione opposta e dissolvente della conservazione sociale. È vero che dopo sono diventato scettico, ma tenete a mente: se volete trovare ancora un’oncia di fede, [p. 228 modifica]andate da quelli che portano per insegna: «Qui non si vende fede!» come se volete trovare ancora un bricciolo di onestà, andate da quelli che dichiarano: «Io sono disonesto!» giacchè gli onesti e i credenti si vergognano di avere i magazzini pieni di una merce che non ha più molto corso in commercio.

E come il vigile del fuoco tira il campanello del proprietario della dimora che arde, così io fui preso dal bisogno di avvertire il proprietario che la sua moglie ardeva. Per dirgli che cosa? che la sua moglie ardeva? No! ciò sarebbe stata cosa ridicola, ingenua e perfida: bensì per avvertire quell’uomo savio e felice che una grande calamità, un grandissimo incendio avveniva nell’artistico e sacro monumento della Morale.

Cotale incendio e devastazione mi aveva profondamente turbato ed afflitto. Avrebbe turbato ed afflitto anche l’uomo che avea per suo ufficio la conservazione delle cose belle e buone? Quale peso dava egli a questo gravissimo fatto?

Giacchè tutto il segreto del vivere è qui: possedere le bilance di precisione per giudicare dei fatti umani e del loro valore alla stregua della praticità.

Questo, adunque, era l’annuncio: «Amico, un grande fatto avviene: crollano le torri, arde il monumento della Morale!»

Veramente avrei dovuto dire «era arso!»

Ma bastava poi la somiglianza di un ineffabile [p. 229 modifica]erre per affermare che era la casa di Ucalegonte quella che ardeva?

La più elementare prudenza consiglia in simili casi di usare le maggiori cautele. Dunque anzi tutto era necessario esser sicuro che la dama fosse lei e non altra.

Fui in vista della carrozza un chilometro prima della città. Finalmente! Mi era nato persino il sospetto che avesse svoltato per qualche via di traverso o si fosse fermata in qualche villa, perchè mi pareva impossibile che un cavallo avesse potuto avanzare di tanto.

La carrozza eseguì una manovra abbastanza strana e misteriosa, ma però senza alcuna incertezza, dalla qual cosa si poteva arguire che non era la prima volta che faceva quel viaggio in simili condizioni.

Non entrò direttamente in città passando la barriera, ma prese per la via di circonvallazione descrivendo un lungo arco finchè imboccò i cancelli del giardino publico e cominciò ad aggirarsi rapidamente per i viali tortuosi e densi di ombra.

Il cocchiere due o tre volte si era voltato indietro con sospetto e ciò mi costrinse a deviare per un altro di quegli intricati viali.

Così perdei la traccia della carrozza per qualche minuto, quando ad un certo punto fu la vettura stessa che si incrociò con la mia bicicletta, ben lanciata. [p. 230 modifica]

Ebbi — confesso il mio pudore maschile — vergogna di spingere l’occhio dentro la vettura: vergogna per lei.

«Le tendine sono abbassate!» ma non avea formato questo pensiero che la bicicletta passò dinanzi alla vettura.

Le tendine non erano abbassate: in fondo era sdraiato un giovane, un bel giovane biondo — come potei giudicare dall’attimo — uno di quei tanti tipi di stereotipa eleganza e fisonomia che caratterizzano il ceto ricco e mondano.

E la dama?

Scomparsa.

Un uomo meno preoccupato del gravissimo disastro nel monumento della Morale, avrebbe ragionato così: la dama è scomparsa perchè è smontata dalla vettura, è smontata dalla vettura privata per prendere un innocuo calesse da piazza.

Se tu fai la posta davanti alla sua casa, la vedrai fra breve arrivare o a piedi o in carrozza e così saprai per certo se è lei veramente.

Ma a mia giustificazione debbo dire che io dalla frase udita avevo ricevuto convinzione piena che fosse lei, e perciò non tanto mi pungeva curiosità di avere per gli occhi maggior conferma, quanto mi agitava la passione, il dolore di veder crollate a terra le nobilissime torri del più bello fra gli edifici: quello della moralità della famiglia!

E tutto questo perchè?

Per effetto di una inoculazione di virtù subìta [p. 231 modifica]nei primi anni dell’adolescenza. È vero che dopo ho studiato filosofia morale, anzi ne ebbi laurea di bacelliere. Ma non è stata tanto questa cresima ufficiale, quanto il battesimo primo nell’antica casa paterna. Esso ha influito in ben mirabile modo sull’animo mio e mi ha collocato in una tale posizione di rettitudine morale da accorgermi e da addolorarmi inguaribilmente della stortura morale de’ miei fratelli in umanità.

Semel abbas semper abbas dicevasi un tempo di chi ha portato il collarino del prete; e colui che ha nell’organismo certi principi opera pur sempre in modo impratico, inconsiderato, come accadde a me in quel giorno.

Quando mi sono accorto di tale discrasia organica, ho cominciato una cura ricostituente e depurativa, ma ohimè! con tutte le salsapariglie della negazione, dello scetticismo, del cinismo, dell’ironia non sono riuscito ad espellere dall’organismo il virus della virtù.

O virtù, virus meraviglioso!

Erano le quattro e in una volata fui alla Biblioteca dove penetrai con impeto, con grandissimo stupore del portinaio e del solenne peristilio.

Di ciò che feci, del modo con cui diedi l’annuncio del grave disastro non ho ricordo esatto: ricordo però benissimo che nell’entrare nell’aula molte teste si levarono dai libri e concentrarono verso di me le luci dei loro occhi e dei loro [p. 232 modifica]occhiali con intenzione punto benevola: ricordo che, vedendo l’uomo, me gli sono accostato con certa foga così da rovesciargli sul tavolo un piccolo baluardo di libri e da spargere sul tappeto un certo numero di schede: e sopra tutto mi ricordo di avere balbettato delle parole dolorose e di sdegno.

Fu la voce calma del professore che mi fece tornare in me. Egli aveva deposto le schede e prese a parlare e diceva pianamente: — Va bene: tu mi racconti che sei solito fare delle gite in bicicletta, che questa mattina approfittando della favorevole stagione ti sei recato fuori in campagna a fare la tua solita partita a scopa e che oggi invece sei stato disturbato da una coppia di innamorati....

— Un amore illecito....

— E credi che ciò mi sorprenda? Ma sappilo che di mogli licenziose e di gioventù mondana e scioperata pur troppo nè oggi nè mai si ebbe a patire scarsezza. Anche il giocare a scopa è un piacevole esercizio non eccedendo, benchè siano occupazioni poco conformi all’abito che tu rivesti. Ma io ti domando se è il caso che tu scelga questo luogo e questo momento per venirmi a raccontare....

— È che.... — balbettai io — si tratta di uno di quei fatti gravi che sconvolgono le basi della morale e della famiglia e turbano così profondamente che non si può tacere. [p. 233 modifica]

— Verissimo — rispose l’uomo savio e pacato — ma sono di quei casi che quando non ci toccano in via personale, non si levano dalla importanza di un semplice fatto di cronaca, dei quali io non sono punto curioso, anche trattandosi di conoscenti come pare il caso a cui tu accenni così poco opportunamente. A dispetto di questi fatti di cronaca che sono sempre avvenuti, la famiglia è esistita ed esisterà sempre e l’edificio della morale non crollerà, credilo.

— Ma quale morale? — chiesi io.

— Quella scritta sulle dodici tavole eterne del buon senso — rispose l’uomo, e aggiunse in tuono di ammaestramento pacato — Fra la morale scritta e la morale pratica, tra il paragrafo del codice e la realtà esiste un tacito accordo che bisogna avere la fortuna di comprendere subito a pena si entra nell’onore del mondo se si vuol vivere bene ed in pace.

Ma sai tu che se fra le persone di buon senso non si comprendesse questo tacito accordo, la vita sarebbe una tempesta, una pena, una battaglia senza fine? E poi la donna che tu condanni, è essa veramente colpevole? Tu che ti diletti di filosofia, non devi ignorare che i fatti umani sono di così complessa natura, esiste un così delicato intreccio di forze opposte che non sempre è prudente, spesso anche non è giusto condannare anche nei casi dove la colpa appare manifesta.

Queste parole di ammaestramento cadevano [p. 234 modifica]sulla mia inguaribile ignoranza e me ne stavo lì inchiodato sulla sedia a sentir la predica senza risponder più verbo, tanto che non udii la campanella del fine nè vidi la gente che andava via: ma quando un passo lieve e una voce carezzosa con l’erre si fece sentire presso di me, saltai in piedi come di scatto.

— Ma che carattere impressionabile! — disse lui.

— Prego, stia comodo — mi disse la signora e rivolta al marito aggiunse: — Guarda che sei proprio l’ultimo. Beata distrazione!

— Stavo facendo una ramanzina all’amico — disse il professore — e questa volta proprio sul serio.

— Le ramanzine di mio marito sono terribili — disse la signora e pronunciò quel «terribili» con quel suo erre affascinante e inimitabile che mi risuonava ancora nel cuore per la frase udita breve ora innanzi. — Ma io — proseguì abbassando il lorgnon sino a squadrare la punta dei miei stivali — ma io indovino subito quale è la causa della ramanzina di mio marito. Lei è ciclista, vero? Sappia che mio marito, che pure è incapace di odiare, odia ferocemente il ciclismo.

— Elvira!

— Confessalo, tu lo odii....

— Io non ho mai detto simili leggerezze di odiare il ciclismo: ho detto e affermo che questa frenesia per lo sport eccede i limiti del buono e normale esercizio fisico. [p. 235 modifica]

— E io invece — disse garbatamente la signora — sarei felicissima che tu imparassi a montare in macchina; si farebbero delle gite in campagna, con dei tête-à-tête graziosissimi, specialmente in giorni così belli come questo; e gioverebbe anche a diminuire quel certo embonpoint che non forma la tua qualità più spiccata. Consulta un medico e ti dirà se io ho ragione.

***


E quando uscimmo dall’aula trovammo la solita fila dei tre bambini di cui la signora in cinque anni di matrimonio avea onorato il signor marito. [p. 236 modifica] [p. 237 modifica]

IL TRIONFO
DELLE ROSE. [p. 238 modifica]