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Vita di Frate Ginepro (Cesari, 1860)

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Antonio Cesari Indice:I Fioretti di San Francesco, A. Cesari, 1860.djvu cristianesimo Vita di Frate Ginepro Intestazione 27 giugno 2024 75% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Scritti francescani (Cesari, 1860)


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INCOMINCIA LA VITA

DI FRATE GINEPRO


Come frate Ginepro tagliò il piede ad uno porco,
solo per darlo a uno infermo.

Fu uno degli elettissimi discepoli, e compagni primari di san Francesco, frate Ginepro, uomo di profonda umiltade, di grande fervore e caritade; di cui san Francesco, parlando una volta con quelli suoi santi compagni, disse: Colui sarebbe buono frate Minore che avesse così vinto sè e ’l mondo, come frate Ginepro. Una volta a santa Maria degli Angeli, come infocato di caritade di Dio visitando uno frate infermo, con molta compassione domandandolo: Possoti io fare servigio alcuno? Risponde lo infermo. Molto mi sarebbe grande consolazione, se tu mi potessi fare che io avessi uno peduccio di porco. Disse di subito frate Ginepro: Lascia fare a me, ch’io l’averò incontanente; e va, e piglia uno coltello, credo di cucina, ed in fervore di spirito va per la selva dov’erano certi porci a pascere, e gittossi addosso a uno, e tagliali il piede e fugge, lasciando il porco col piè troncato; e ritorna e lava e racconcia e cuoce questo piede; e con molta diligenza, apparecchiato bene, porta allo ’nfermo il detto piede con molta caritade. E questo infermo il mangia con grande aviditade, non senza consolazione molta e letizia di frate Ginepro; il quale con grande gaudio, per far festa a questo infermo, ripeteva gli assalimenti [p. 173 modifica]che aveva fatti a questo porco. In questo mezzo costui che guardava i porci, e che vide questo Frate tagliare il piede, con grande amaritudine riferi tutta la storia al suo signore, per ordine. E informato costui del fatto viene al luogo de’ Frati, e chiamandoli ipocriti, ladroncelli e falsari, e malandrini e male persone: Perchè avete tagliato il piede al porco mio? A tanto romore quanto costui facea, si trasse san Francesco e tutti li Frati, e con ogni umiltade iscusando i Frati suoi, e come ignorante del fatto, per placare costui, promettendogli di ristorarlo d’ogni danno. Ma per tutto questo non fu però costui appagato, ma con molta iracondia, villania e minacce, turbato si parte da’ Frati, e replicando più e più volte, come maliziosamente aveano tagliato il piede al porco suo: e nessuna esecuzione ně promissione ricevendo, partesi così iscandalizzato. E san Francesco pieno di prudenza, e tutti gli altri Frati stupefatti, cogitò e disse nel cuore suo: Avrebbe fatto questo frate Ginepro con indiscreto zelo? E fece segretamente chiamare a se frate Ginepro, e domandollo dicendo: Aresti tu tagliato il piede a uno porco nella selva? A cui frate Ginepro, non come persona che avesse commesso difetto, ma come persona che gli parea aver fatta una grande carità, tutto lieto rispose, e disse così: Padre mio dolce, egli è vero ch’io ho troncato al detto porco uno piede; e la cagione, Padre mio, se tu vuoi, odi compatendo. Io andai per carità a visitare il tale Frate infermo; e per ordine innarra tutto il fatto, e poi aggiugne: Io si ti dico, che considerando la consolazione che questo nostro Frate ebbe, e ’l conforto preso dal detto piede, s’io avessi a cento porci troncati i piedi come ad uno, credo certamente che Iddio l’avesse avuto per bene. A cui san Francesco, con uno zelo di giustizia e con grande amaritudine, disse: O frate Ginepro, or perchè hai tu fatto cosi grande iscandolo? non senza cagione quello uomo si duole, ed è così turbato contra di noi; e forse, ch’egli è ora per la Città diffamandoci di tanto [p. 174 modifica]difetto, e ha grande cagione. Onde io ti comando per santa ubbidienza, che tu corra dietro a lui tanto che tu il giunga, e gittati in terra isteso dinanzi a lui e digli tua colpa, promettendogli di fare soddisfazione tale e sì fatta, ch’egli non abbia materia di rammaricarsi di noi che per certo questo è stato troppo grande eccesso. Frate Ginepro fu molto ammirato delle sopraddette parole; e quelli attoniti stavano, maravigliandosi, che di tanto caritativo atto a nulla si dovesse turbare; imperocchè parea a lui, queste cose temporali essere nulla, se non in quanto sono caritativamente comunicate col prossimo. E rispose frate Ginepro: Non dubitare, Padre mio, che di subito io il pagherò e farollo contento. E perchè debbo io essere cosi turbato, conciossiacosachè questo porco, al quale io ho tagliato il piede, era piuttosto di Dio che suo, ed essene fatta così grande caritade? E così si muove a corso, e giunge a questo uomo: il quale era turbato e senza nessuna misura, in cui non era rimaso punto di pazienza; e innarra a costui, come e per che cagione al detto porco egli ha troncato il piede; e con tanto fervore ed esultazione e gaudio, quasi come persona che gli avesse fatto uno grande servigio, per lo quale da lui dovesse essere molto rimunerato. Costui pieno d’iracondia e vinto dalla furia, disse a frate Ginepro molta villania, chiamandolo fantastico e stolto, ladroncello, pessimo malandrino. E frate Ginepro di queste parole così villane niente curò, maravigliandosi, avvegnaiddiochè nelle ingiurie si dilettasse: e credette egli non lo avesse bene inteso, perocchè gli parea materia di gaudio e non di rancore; e ripetè di nuovo la detta storia, e gittossi a costui al collo e abbracciollo e baciollo; e diceli come questo fu fatto. solo per caritade, invitandolo e pregandolo similmente dello avanzo in tanta caritade e semplicitade e umilitade, che questo uomo tornato in se, non senza molte lagrime si gittò in terra; e riconoscendosi della ingiuria fatta e detta a questi Frati, va e piglia questo porco [p. 175 modifica] e uccidelo, e, cottolo, il porta con molta devozione e con grande pianto a santa Maria degli Angeli, e diello a mangiare a questi santi Frati, per la compassione della detta ingiuria fatta a loro. San Francesco, considerando la semplicitade e la pazienza nella avversità del detto santo frate Ginepro, alli compagni e alli altri circostanti disse: Così, fratelli miei, volesse Iddio che di tali Ginepri io n’avessi una magna selva:

II. Esemplo di frate Ginepro di grande podestà
contro al Demonio.

Imperocchè li Demonii non poteano sostenere la purità della innocenza e profonda umiltade di frate Ginepro, siccome questo appare in ciò; che una volta uno indemoniato, oltre a ogni sua consuetudine, e con molta diversitade gittandosi fuori della via, con repente corso si fuggì per diversi tragetti sette miglia. E addomandato e avuto dai parenti, li quali il seguitavano con grande amaritudine, perchè tanta diversitade fuggendo avea fatta, ed egli rispose: La cagione è questa: imperocchè quello istolto Ginepro passava per quella via; non potendo sostenere la sua presenza, nè aspettare, io son fuggito infra questi boschi. E certificandosi di questa veritade, trovarono che frate Ginepro in quella ora era venuto, siccome il Demonio avea detto. Onde san Francesco, quando gli erano menati gli indemoniati acciocch’eglino guarissero, se subito non si partivano al suo comandamento, diceva: Se tu non esci di subito di questa creatura, io ti farò venire contro a te frate Ginepro ed allora il Demonio, temendo la presenza di frate Ginepro, e la virtù e la umiltà di san Francesco non potendo sostenere, di subito si partiva. [p. 176 modifica]

III. Come, a procurazione del Demonio, frate Ginepro
fu giudicato alle forche.

Una volta, volendo il Demonio far paura a frate Ginepro, e per darli scandolo e tribolazione, andossene a uno crudelissimo tiranno, che avea nome Niccolò, il quale allora avea guerra colla Cittade di Viterbo, e disse: Signore, guardate bene questo vostro Castello, perocchè incontanente debbe venire qui uno grande traditore, mandato da’ Viterbesi, acciocchè egli vi uccida, ed in questo Castello metta fuoco. E che ciò sia vero, io vi do questi segnali. Egli va a modo d’uno poverello, con gli vestimenti tutti rotti e ripezzati, e col cappuccio rivolto alla spalla lacerato e porta con seco una lesina colla quale egli vi debbe uccidere, ed ha allato uno fucile, col quale egli debbe mattere fuoco in questo Castello; e se questo voi non trovate che sia vero, fate di me ogni giustizia. A queste parole Niccolò tutto rinvenne, ed ebbe grande paura, perocchè colui che li dicea queste parole, gli parea una persona da bene. E comanda che le guardie si facciano con diligenza, e che se questo uomo colli sopraddetti segnali viene, che di subito sia rappresentato dinanzi a lui. In questo mezzo viene frate Ginepro solo, che per la sua perfezione si avea licenza d’andare e stare solo, come a lui piacesse. Iscontrossi frate Ginepro con alquanti giovanazzi, gli quali truffandosi, cominciarono a fare grande dissoluzione di frate Ginepro. Di tutto questo non si turbava, ma piuttosto inducea costoro a fare maggiore beffe di se. E giugnendo alla porta del Castello, le guardie vedendo costui così difformato, coll’abito stretto e tutto lacerato; perocchè lo abito in parte per la via l’avea dato per l’amore di Dio a’ poveri, e non avea alcuna apparenza di frate Minore; perocchè i segni dati manifestamente appareano, con furore è menato dinanzi questo tiranno Niccolò. E cercato dalla famiglia, s’egli avea [p. 177 modifica] arme da offendere, trovaronli nella manica una lesina, colla quale si racconciava le suole; ancora li trovarono uno fucile, il quale egli portava per fare fuoco; perocchè avea il tempo abile, e spesse volte abitava per li boschi e deserti. Veggendo Niccolò gli segni in costui, secondo la informazione del Demonio accusatore, comanda che gli sia arrandellata la testa, e così fu fatto; e con tanta crudeltade, che tutta la corda gli entrò nella carne. E poi lo puose alla colla, e fecelo tirare e istrappare le braccia, e tutto il corpo discipare senza nessuna misericordia. E domandato chi egli era, rispose: Io sono grandissimo peccatore; e domandato s’egli volea tradire il Castello e darlo a’ Viterbesi, rispose: Io sono massimo traditore, e indegno d’ogni bene. E domandatolo, se egli volea con quella lesina uccidere Niccolò tiranno, e ardere il castello rispose: che troppo maggiori cose e più grandi farei, sei Iddio il permettesse. Questo Niccolò, vinto dalla sua iracondia, non volle fare altra esaminazione; ma senza alcuno tempo di termine, a furore giudica frate Ginepro, come traditore e omicidiale, che sia legato alla coda d’uno cavallo, e strascinato per la terra insino alle forche, e quivi sia di subito impiccato per la gola. E frate Ginepro nessuna escusazione ne fa, ma come persona, che per l’amore di Dio si contentava nelle tribolazioni, stava tutto lieto ed allegro. E messo in esecuzione il comandamento del tiranno, e legato frate Ginepro per gli piedi alla coda di uno cavallo e strascinato per la terra, non si rammaricava, nè doleva; ma come agnello mansueto menato al macello, andava con ogni umiltade. A questo ispettacolo e subita giustizia, corse quivi tutto il popolo a vedere giustiziare costui in festinazione e crudeltade, e non era conosciuto. Nondimeno, come Iddio vuole, un buono uomo che avea veduto pigliare frate Ginepro, e di subito il vedeva giustiziare, corre al luogo de’ Frati Minori e dice: Per amor di Dio, vi priego che vegniate tosto, imperocchè egli è stato preso uno poverello, e [p. 178 modifica] di subito è stato dato la sentenza, e menato a morte: venite almeno che egli possa rimettere l’anima nelle vostre mani, che a me pare una brava persona, non ha avuto spazio di potersi confessare; ed è menato alle forche, e non pare che la morte curi, nè di salute della sua anima: deh piacciavi di venire tosto. Il Guardiano ch’era uomo pietoso, va di subito per sovvenire alla salute sua; e giugnendo, era già tanto moltiplicata la gente a vedere questa giustizia, che non poteva avere l’entrata; e costui istava e osservava il tempo, e così osservando udiva una voce infra la gente che dicea: Non fate, non fate cattivelli, che voi mi fate male alle gambe. A questa voce pigliò sospetto il Guardiano, che non fosse frate Ginepro; ed in fervore di spirito si gitta tra costoro, e rimuove la fascia dalla faccia di costui, e allora conobbe veramente ch’egli era frate Ginepro; e però volle il Guardiano per compassione cavarsi la cappa, e rivestire frate Ginepro. Ed egli con lieta faccia, quasi ridendo, disse: O Guardiano, tu se’ grasso, e parrebbe troppo male di vedere la tua nudità: io non voglio. Allora il Guardiano con grande pianto priega questi esattori e tutto il popolo, che debbero per pietade aspettare un poco, tanto che egli vada a pregare il Tiranno per frate Ginepro, se di lui gli volesse fare grazia. Acconsentito gli esattori e certi istanti, credendo veramente che e’ fusse di suo parentado; va il divoto e pietoso Guardiano a Niccolaio Tiranno con amaro pianto, e dice: Signore, io sono in tanta ammirazione e amaritudine, che con lingua io non lo potrei contare; imperocchè mi pare che in questa terra sia oggi commesso il maggiore peccato, e ’l maggior male, che mai fosse fatto a’ dì de’ nostri antichi e credo, sia stato fatto per ignoranza. Niccolaio ode il Guardiano con pazienza, e domanda il Guardiano: Quale è il grande difetto e male, che è oggi stato commesso in questa terra? Risponde il Guardiano: Signor mio, che uno de’ più santi Frati che sia oggi all’Ordine di san Francesco, di cui siete divoto [p. 179 modifica] singolarmente, voi avete giudicato a tanta crudele giustizia, e credo, certamente senza ragione. Dicea Niccolaio: Or dimmi, Guardiano, chi è costui? che forse non conoscendolo, io ho commesso grande difetto. Dice il Guardiano: Costui che voi avete giudicato a morte, è frate Ginepro compagno di san Francesco. Stupefatto Niccolaio Tiranno, perchè avea udito la fama sua e della santa vita di frate Gineprò, e quasi attonito, tutto pallido si corre insieme col Guardiano, e giunge a frate Ginepro, e iscioglielo dalla coda del cavallo e liberollo, è, presente tutto il popolo, si gittò tutto isteso in terra dinanzi a frate Ginepro; e con grandissimo pianto dice sua colpa dell’ingiuria e della villania, ch’egli gli avea fatto fare a questo santo Frate; e aggiunse: Io credo veramente, che i di della vita mia mala si approssimano, dappoichè io ho questo tanto santo uomo istraziato così senza alcuna ragione. Iddio permetterà alla mia mala vita, che io morrò in brievi di di mala morte, quantunque io l’abbia fatto ignorantemente. Frate Ginepro perdonò a Niccolaio Tiranno liberamente: ma Iddio permise ivi a pochi dì passati, che questo Niccolaio Tiranno finì la sua vita con molto crudele morte. E frate Ginepro si partì lasciando tutto il popolo edificato.

IV. Come frate Ginepro dava a’ poveri ciò che egli potea,
per l’amore di Dio.

Tanta pietà avea alli poveri frate Ginepro e compassione, che quando vedea alcuno che fusse vestito male o ignudo, di subito toglieva la sua tonica, e lo cappuccio della sua cappa, e davalo al così fatto povero; e però il Guardiano gli comandò per obbedienza, ch’egli non desse a nessuno povero tutta la sua tonica, o parte del suo abito. Avvenne caso, che, a pochi di passati, scontrò uno povero quasi ignudo domandando a frate Ginepro limosina per lo amore di Dio: a cui con molta compassione disse: Io non ho [p. 180 modifica] ch’io ti possa dare, se non la tonica; ed ho dal mio Prelato per la obbedienza, che io non la possa dare a persona, nè parte dello abito: ma se tu me la cavi di dosso, io non ti contraddico. Non disse a sordo; chè di subito cotesto povero gli cavò la tonica a rovescio e vassene con essa, lasciando frate Ginepro ignudo. E tornando al luogo, fu addomandato dove era la tonica; risponde: Una buona persona la mi cavò di dosso, e andossene con essa. E crescendo in lui la virtù della pietà, non era contento di dare la sua tonica, ma dava e’ libri, paramenti e mantella, e ciò che gli venia alle mani dava ai poveri. E per questa cagione li Frati non lasciavano le cose in pubblico, perocchè frate Ginepro dava ogni cosa per l’amore di Dio, e a sua laude.

V. Come frate Ginepro spiccò certe campanelle dello altare,
e si le diè per lo amore di Dio.

Essendo una volta frate Ginepro a Scesi per la Natività di Cristo allo altare del convento in alte meditazioni, il quale altare era molto bene parato e ornato; a’ prieghi del Sagrestano, rimase a guardia del detto altare frate Ginepro, insino che ’l Sagrestano andasse a mangiare. E istando in divota meditazione, una poverella donna li chiese la limosina per amore di Dio. A cui frate Ginepro rispose così: Aspetta un poco, e io vedrò se di questo altare così ornato ti possa dare alcuna cosa. Era a questo altare uno fregio d’oro molto ornato e signorile, con campanelle d’ariento di grande valuta. Dice frate Ginepro: Queste campanelle ci sono di superchio; e piglia uno coltello, e tutte ne le spicca dal fregio, e dalle a questa donna poverella per pietade. Il Sagrestano, mangiato che ebbe tre o quattro bocconi, si ricordò de’ modi di frate Ginepro, e cominciò forte a dubitare, che dello altare così ornato, il quale egli avea lasciato in guardia a frate Ginepro, egli non gliene facesse scandalo per zelo di [p. 181 modifica] caritade. E di subito con sospetto si leva da mensa, e vanne in chiesa, e guarda se lo ornamento dello altare è rimosso, o levato nulla; e vede del fregio tagliate e ispiccate le campanelle: di che e’ fu senza alcuna misura turbato e iscandalizzato. Frate Ginepro vede costui così ansiato, e dice: Non ti turbare di quelle campanelle, perocch’io l’ho date a una povera donna, che n’avea grandissimo bisogna, e quivi non faceano utile a nulla, se non che erano una cotale pomposità mondana e vana. Udito questo il Sagrestano, di subito corse per la chiesa e per tutta la Città afflitto, se per ventura la potesse ritrovare: ma non tanto ritrovò lei, ma non trovò persona che l’avesse veduta. Ritornò al luogo, e in furia levò il fregio e portollo al Generale, che era ad Assisi, e dice: Padre Generale, io vi addimando giustizia di frate Ginepro, il quale m’ha guastato questo fregio, il quale era il più orrevole che fusse in sagrestia; ora vedete come lo ha disconcio, e spiccatone tutte le campanelle dello ariento, e dice: ch’egli l’ha date ad una povera donna. Rispuose il Generale: Questo non ha fatto frate Ginepro, anzi l’ha fatto la tua pazzia; perocchè tu debbi pure oggimai conoscere le sue condizioni; e dicoti ch’io mi maraviglio, come non ha dato tutto l’avanzo; ma nondimeno io sì lo correggerò bene di questo fallo. E convocati tutti li frati insieme in capitolo, fece chiamare frate Ginepro e presente tutto il convento, lo riprese molto aspramente delle sopraddette campanelle; e tanto crebbe in furore, innalzando la voce, che diventò quasi fioco. Frate Ginepro di quelle parole poco si curò e quasi nulla, perocchè delle ingiurie si dilettava, quando egli era bene avvilito; ma per compensazione della infiocagione del Generale, cominciò a cogitare del rimedio. E ricevuta la rincappellazione dal Generale, va frate Ginepro alla cittade e ordina e fa fare una buona iscodella di farinata col butirro; e passato uno buono pezzo di notte, va e ritorna, e accende una candela, e vassene con [p. 182 modifica] questa scodella di farinata alla cella del Generale, e picchia. Il Generale aperse, e vide costui colla candela accesa, e colla scodella in mano, e piano domanda: Che è questo? Rispuose frate Ginepro: Padre mio oggi quando voi mi riprendeste de miei difetti, io vidi che la voce vi diventò fioca, credo fusse per troppa fatica; e però io cogitai il rimedio, e feci fare questa farinata per te; però ti priego, che la mangi, ch’io ti dico, che ella ti allargherà il petto e la gola. Disse ’l Generale: Che ora è questa, che tu vai inquietando altrui? Risponde frate Ginepro: Vedi, per te è fatta; io ti priego, rimossa ogni cagione, che tu la mangi, perocch’ella ti farà molto bene. E ’l Generale turbato dell’ora tarda e della sua improntitudine, comandò ch’egli andasse via, che a cotale ora non volea mangiare, chiamandolo per nome vilissimo e cattivo. Vedendo frate Ginepro, che nè prieghi nè lusinghe non valsero, dice così: Padre mio, poichè tu non vuoi mangiare, e per te s’era fatta questa farinata; fammi almeno questo che tu mi tenga la cardela e mangerò io. E il Generale, come pietosa e divota persona, attendendo alla pietà e semplicità di frate Ginepro, tutto questo esser fatto da lui per divozione, risponde: Or ecco, poichè tu pure vuogli, mangiamo tu ed io insieme. E amenduni mangiarono questa iscodella della farinata per una importuna caritade. E molto più furono ricreati di divozione, che del cibo.

VI. Come frate Ginepro tenne silenzio sei mesi.

Ordinò una volta frate Ginepro di tenere silenzio sei mesi, in questo modo. Il primo dì, per amore del Padre celestiale. Il secondo dì, per amore di Gesù Cristo suo figliuolo. Il terzo dì, per amore dello Spirito Santo. Il quarto dì, per la riverenza della Santissima Vergine Maria; e così per ordine, ogni dì per amore d’alcuno Santo, osservò sei mesi senza parlare. [p. 183 modifica]

VII. Esemplo, contro alle tentazioni della carne.

Essendo una volta ragunato frate Egidio, e frate Simone d’Assisi, e frate Ruffino, e frate Ginepro a parlare di Dio e della salute dell’anima, disse agli altri Frati Egidio: Come fate voi colle tentazioni del peccato carnale? Disse frate Simone: Io considero la viltà e la turpitudine del peccato, e di questo mi seguita una abbominazione grande, e così scampo. Dice frate Ruffino: Io mi getto in terra isteso, e tanto istò in orazione pregando la clemenza di Dio, e la Madre di Gesù Cristo, che mi sento al tutto liberato. Risponde frate Ginepro Quando io sento lo strepito della diabolica suggestione carnale, subito corro e serro l’uscio del mio cuore, e per sicurtà della fortezza del cuore, mi occupo in sante meditazioni e santi desiderii: sicchè, quando viene la suggestione carnale o picchia all’uscio del cuore, io quasi dentro rispondo: Di fuori, perocchè l’albergo è già preso, e qua entro non può entrare più gente; e così non permetto mai entrare dentro del mio cuore pensiero; di che vedendosi vinto, come isconfitto si parte non tanto da me, ma da tutta la contrada. Risponde frate Egidio, e dice: Frate Ginepro, io tengo teco, perocchè col nemico della carne non si può combattere più che fuggire; perocchè dentro il traditore appetito carnale, di fuori per li sensi del corpo, tanto e sì forte nemico si fa sentire, che non fuggendo non si puote vincere. E però chi altrimenti vuole combattere, alla fatica della battaglia rade volte ha vittoria. Fuggi adunque il vizio, e sarai vittorioso.

VIII. Come frate Ginepro vilifica se medesimo
a laude di Dio.

Una volta frate Ginepro, volendosi bene vilificare, si spogliò colle sole brache, e posesi li panni in capo, [p. 184 modifica] fatto quasi un fardello dell’abito suo, e entrò così ignudo in Viterbo, e vassene in sulla piazza pubblica per sua derisione. Essendo costui quivi, li fanciulli e’ giovani, riputandolo fuori del senso, gli fecero molta villania, gittandogli molto fango addosso, e percuotendolo colle pietre, sospingendolo di qua e di là, con parole di dirisione molto; e così afflitto e schernito. istette per grande ispazio del dì; poi se n’andò al convento. E vedendolo i frati, ebbero grande turbazione di lui. E massimamente, perchè per tutta la cittade era venuto col suo fardello in capo, ripresonlo molto duramente, facendogli grandi minaccie. E l’uno dicea: Mettiamolo in carcere: l’altro dicea: Impicchiamolo; e gli altri diceano: Non se ne potrebbe fare troppo grande giustizia di tanto malo esemplo, quanto costui ha dato oggi di sè e di tutto l’ordine. E frate Ginepro tutto lieto, con ogni umiltade rispondeva: Bene dite vero, perocchè di tutte queste pene sono degno, e di molte più.

IX. Come frate Ginepro, per vilificarsi, fece al
giuoco dell’altalena.

Andando una volta frate Ginepro a Roma, dove l’a fama della sua santità era già divulgata, molti Romani per grande divozione gli andarono incontro; e frate Ginepro, vedendo tanta gente venire, immaginossi, di fare venire la loro divozione in favola e in truffa. Erano ivi due fanciulli, che facevano all’altalena, cioè che avevano attraversato un legno sopra un altro legno, e ciascheduno stava dal suo capo, e andavano in su e in giù. Va frate Ginepro, e rimuove uno di questi fanciulli dal legno e montavi suso e comincia ad altalenare. Intanto giugne la gente, e maravigliavansi dell’altalenare di frate Ginepro: nondimeno con grande divozione lo salutarono e aspettavano che fornisse il giuoco dell’altalena per accompagnarlo poi onorevolmente insino al convento. E frate Ginepro di loro sa[p. 185 modifica] lutazione, riverenza, o aspettazione poco si curava, ma molto sollecitava l’altalena. E così aspettando per grande spazio, alquanti cominciarono a tediare e dire: Che pecorone è costui? Alquanti cognoscendo delle sue condizioni, crebbero in maggiore divozione; nondimeno tutti si partirono, e lasciarono frate Ginepro in sull’altalena. Ed essendo tutti partiti, frate Ginepro rimase tutto consolato, perocchè vide alquanti che aveano fatto beffe di lui. Muovesi, ed entra in Roma con ogni mansuetudiue e umiltade, e pervenne al convento de’ frati Minori.

X. Come frate Ginepro fece una volta cucina ai frati
per quindici dì.

Essendo una volta frate Ginepro in uno luoghicciuolo di frati, per certa ragionevole cagione tutti li frati ebbero andare di fuori e solo frate Ginepro rimase in casa. Dice il Guardiano: frate Ginepro, tutti noi andiamo fuori, e però fa’ che quando noi torniamo, tu abbi fatto un poco di cucina a ricreazione de’ frati. Rispuose frate Ginepro: molto volentieri, lasciate fare a me. Essendo tutti li frati andati fuori come detto è, disse frate Ginepro: Che sollecitudine superflua è questa, che uno frate stia perduto in cucina e rimoto da ogni orazione? Per certo, ch’io ci sono rimaso a cucinare questa volta; io ne farò tanta, che tutti li frati, e se fossero ancora più, n’averanno assai quindici dì. E così tutto, sollecito va alla terra, e accatta parecchie pentole grandi per cuocere, e procaccia carne fresca e secca, polli, uova ed erbe, e accatta legne assai, e mette a fuoco ogni cosa, cioè polli con le penne e uova col guscio, e conseguentemente tutte l’altre cose. Ritornando i frati al luogo, uno ch’era assai noto della semplicità di frate Ginepro, entrò in cucina, e vede tante e così grandi pentole a fuoco isterminato; e ponsi a sedere, e con ammirazione considera e non dice nulla, e ragguarda con quanta sol[p. 186 modifica]lecitudine frate Ginepro fa questa cucina. Perocchè ’l fuoco era molto grande, e non potea troppo bene approssimarsi a schiumare, prese un’asse, e colla corda se la legò al corpo molto bene istretta, e poi saltava dall’una pentola all’altra, ch’era uno diletto. Considerando ogni cosa con sua grande ricreazione questo frate, esce fuori di cucina, e trova gli altri frati e dice: lo vi so dire, che frate Ginepro fa nozze. I frati, ricevettero quel dire per beffe. E frate Ginepro lieva quella pentola dal fuoco, e fa suonare a mangiare; e gli frati si entrano a mensa, e viensene in Refettorio con quella cucina sua, tutto rubicondo per la fatica e per lo calore del fuoco, e dicea alli frati: Mangiate bene; e poi andiamo tutti all’orazione, e non sia nessuno che cogiti più a questi tempi di cuocere; perocchè io ho fatta tanta cucina oggi, che io ne avrò assai più di quindici dì. E pone questa sua pultiglia a mensa dinanzi a’ frati, che non è porco in terra di Roma si affamato che n’avesse mangiato. Loda frate Ginepro questa sua cucina, per darle lo spaccio: e già egli vede che gli altri Frati non ne mangiano, e dice: Or queste cotali galline hanno a confortare il celabro; e questa cucina vi terrà umido il corpo, ch’ella è sì buona. E istando li frati in tanta ammirazione e devozione a considerare la devozione e semplicità di frate Ginepro; e ’l Guardiano turbato di tanta fatuitade e di tanto bene perduto, riprende molto aspramente frate Ginepro. Allora frate Ginepro si getta subitamente in terra ginocchioni dinanzi al Guardiano e disse umilmente sua colpa a lui e a tutti li frati, dicendo: Io sono uno pessimo uomo; il tale commise il tale peccato, il perchè gli furono cavati gli occhi; ma io n’era molto più degno di lui: il tale fu per li sui difetti impiccato, ma io molto più lo merito per le mie prave operazioni: ed ora io sono stato guastatore di tanto beneficio di Dio e dell’ordine; e tutto così dolendosi si partì, e in tutto quello dì non apparve dove frate nessuno fusse. E allora il Guardiano disse: frati miei carissimi, io vorrei che [p. 187 modifica] ogni di questo frate, come ora, sprecasse altrettanto bene se noi l’avessimo, e solo se ne avesse la sua edificazione, perocchè grande semplicitade e caritade gli ha fatto fare questo.

XI. Come frate Ginepro andò una volta ad Assisi
per sua confusione.

Una volta dimorando frate Ginepro nella Valle di Spuleto e vedendo che ad Assisi v’era una grande solennità, e che molta gente v’andava con grande divozione, vennegli voglia di andare a quella solennità: e odi come. Ispogliossi frate Ginepro colle sole brache, e così se ne venne, passando per Spuleto per lo mezzo della Città, e giugne al convento. I frati molto turbati, e scandalizzati, lo ripresero molto aspramente, chiamandolo pazzo e istolto confonditore dell’Ordine di san Francesco, e che come pazzo si vorrebbe incatenare. En’ l Generale ch’era allora del luogo, fa chiamare tutti li Frati e Frate Ginepro, e presente tutto il Convento gli fa una dura e aspra correzione. E dopo molte parole per vigore di giustizia si disse a frate Ginepro: il tuo difetto è tale e tanto, ch’io non so che penitenza degnati dare. Risponde frate Ginepro, come persona che si dilettava della propria confusione: Padre, io te la voglio insegnare: che così come io sono venuto insino a qui, per penitenza io ritorni insino a là, donde mi misi venire qua a questa cotale festa.

XII. Come frate Ginepro fu ratto, celebrandosi
la messa.

Essendo una volta frate Ginepro a udire la messa con molta divozione, fu ratto per elevazione di mente e per grande spazio. E lasciatolo ivi per la stanza di lungi degli altri frati, ritornando in sè cominciò con grande fervore a dire: O frati miei, chi è in questa vita tanto nobile, che non portasse volentieri la cesta [p. 188 modifica] del letame per tutta la terra, se gli fusse data una casa tutta pieną d’oro? e dicea: Oimè, perchè non vogliamo noi sostenere un poco di vergogna, acciocchè noi potessimo guadagnare vita beata?

XIII. Della tristizia, ch'ebbe frate Ginepro della morte
del suo compagno frate Amazialbene.

Avea frate Ginepro uno compagno frate il quale intimamente amava, e avea nome Amazialbene. Bene avea costui in sè virtù di somma pazienza e obbedienza; perocchè, se per tutto il dì fusse stato battuto, mai non si rammaricava, nè si richiamava solo d’una parola. Era spesso mandato a’ luoghi, dov’era malagevole famiglia in conversazione, da cui riceveva molte persecuzioni: le quali sostenea molto pazientemente, senza alcuna rammaricazione. Costui al comandamento di frate Ginepro, piagnea e ridea. Ora morì questo frate Amazialbene, come piacque a Dio, con ottima fama; e udendo frate Ginepro della sua morte, ricevettene tanta tristizia nella mente sua, quanta mai in sua vita avesse mai avuta di nessuna cosa sensuale. E così dalla parte di fuori dimostrava la grande amaritudine ch’era dentro, e dicea: Oimè tapino, che ora non m’è rimaso alcuno bene; e tutto il mondo è disfatto nella morte del mio dolce e amantissimo frate Amazialbene! E dicea: Se non che non potrei aver pace con li frati, io andrei al sepolcro suo e piglierei il capo suo, e del teschio farei due scodelle; l’una, nella quale per sua memoria, a mia divozione, per continuo mangerei; e l’altra, colla quale io berei, quando io avessi sete o voglia di bere.

XIV. Della mano, che vide frate Ginepro nell’aria.

Essendo una volta frate Ginepro in orazione, e forse cogitava di sè grandi fatti, e parendogli vedere una [p. 189 modifica] mano per l’aria, udì con li orecchi corporali una voce, che disse a lui così: O frate Ginepro, con questa mano tu non puoi fare niente. Di che di subito si levò, e levato e drizzato gli occhi in Cielo, disse ad alta voce, discorrendo per lo convento: Bene è vero, bene è vero: e questo per buono spazio replicava.

XV. Esemplo di Frate Lione, come san Francesco li comandò,
che lavasse la pietra.

Nel Monte della Vernia, parlando san Francesco con frate Lione disse san Francesco: frate pecorella, lava questa pietra coll’acqua. Fu presto frate Lione, e lava la pietra coll’acqua. Dice san Francesco con grande gaudio e letizia: Lavala col vino; e fu fatto. Lavala, dice san Francesco, coll’olio; e quivi fu fatto. Dice san Francesco: Erate pecorella, lava quella pietra col balsimo. Risponde frate Lione: O dolce padre, come potrò io avere in questo così salvatico luogo il balsimo? Rispuose san Francesco: Sappi frate pecorella di Cristo, che questa è la pietra dove sedeva Cristo, quando m’apparve una volta qui; e però io t’ho detto quattro volte, lavala, e taci; perocchè Gesù Cristo mi ha promesso quattro singulari grazie per lo ordine mio. La prima è che tutti coloro che ameranno cordialmente l’Ordine mio, ei frati perseveranti, dalla divina grazia faranno buona fine. La seconda, che li perseguitatori di questa santa Religione, notabilmente saranno puniti. La terza, che nessuno malo uomo potrà durare molto tempo in questo Ordine, durando nella sua perversitade. La quarta, che questa Religione durerà insino al giudicio finale.