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Ai Signori e Popoli d'Italia

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Fazio degli Uberti

XIV secolo Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu Poesie Letteratura Ai Signori e Popoli d'Italia Intestazione 3 settembre 2021 100% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Fazio degli Uberti


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AI SIGNORI E POPOLI D’ITALIA,

Serventese


     O pellegrina Italia,
Che è che sì t’ammalia
Che cacci via la balia, — e muor’ di fame?
O nobile reame,
5Come veggio in te grame
Donne donzelle e dame!...
Ben è peggio che morto
Colui che non s’è accorto — di tal male.
O nido imperïale,
10O sito liberale,
Le virtù c’hai, in male — hai promutate.
O genti desolate
Per cupidigie state,
Or siete in tale stremo
15Che noli me tangere!
I’ ti veggo sì frangere,
Che a pena puoi piangere.
Il giudicio si fermi.
Per li tuoi molti infermi
20E frodolenti schermi,
Di vermi — ti vegg’io fare dogana

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E di pelle e di lana.
E per molte fiumana
Ti converrà nuotare,
25E nel mar affogare — e toccar fondo.
Io più non mi nascondo;
Però che tutto ’l mondo
Par che si senta mondo — d’ogni bene;
Ma dicer mi conviene;
30Però che senza spene — son rimaso....
Italia, il tuo martìre
Intendo far sentire;
E non pensar fuggire — per peggiorare.
     E vòmmi incominciare
35Dal barattier che tien l’anguilla in mano.[1]
Tu che guardi Milano
E poi fai capitano
Di casa tua la morte,
Tu se’ verace morte
40Di giustizia e di pace.
Ogni guerra ti piace,
E ogni verace — t’è mortal nemico.
Io pure te lo dico:
Per non conoscer fico,
45Ti fia data la sorba;
I’ dico sorba nè mézza nè macera.
La gente già si macera;
E la biscia getta il pasto e l’orgoglio:
Ed al passar del soglio
50Ti fia data la stretta.
Ognun che vuol vendetta
Non abbia fretta:
Chè la giusta vendetta
Non tarda a chi l’attende.
55Or senza padiglioni e senza tende
Le bende avranno spaccio:
Senza tendere il laccio,
Avaccio avaccio — entrerai nella rete;

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I’ dico in rete
60Non di mura o parete, — ma di ferro.
Ed il monte del ferro[2]
Fa già chiocciar il ferro
Alla città del ferro[3] e a’ suffragani
Colle man de’ paesani
65E di molti più strani.
E la cicogna[4] rivorrà la torre
Con quelli dalla Torre,
Perchè vi vuol su porre — i cicognini.
Al tempo de’ pulcini
70Vedrai fatti gli uncini;
Ed i pulcin fatti pollastri,
E di guerra far mastri,
E tagliar volpi lupi e leopardi
E di molti Lombardi.
75E tal crederà tardi
Esser venuto, e fia assai per tempo.
I’ veggo assai per tempo
Di te fatto cornacchia:
Dico cornacchia
80Che si vestì, fu già, dell’altrui penne;
E quando a corte venne
Degli uccelli, convenne — pur cantare;
Vedendola gracchiare,
Ciascun l’andò pelare — delle sue penne.
85Questa favola intenda
Chïunque ha fatto co’ graffi e co’ morsi,
Chè io veggo gli orsi
Pigliar dentro le tane:
Osti agguati e gualdane
90La giustizia di Dio ti mena all’uscio.
In male serra l’uscio
Colui c’ha dentro all’uscio
Quel che fa la mostarda.
Questa mostarda

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95Toglie alla biscia ardire:
Ella suol partorire
Pe’ fianchi, e or partorisce per la bocca.
Ora noti a cui tocca
Quel che ’l mio dire iscocca
100Di questa cosa grave.
In su l’antica nave
Con quella di Soave
Veggio che si raccoglie.
Figlie sirocchie e moglie
105Veggo pianger per doglie,
Predate o tolte senza anello o dote;
Panni squarciar e gote,
E star le genti ignote
Come se fosser pazzi.
110Perder veggio sollazzi,
E le strade e li spazzi
Sanguigni e pien di morti;
Tagliar catene e porti,
E Giuda e Tolomeo e Ganellone
115Diventar qui Sansone,
Enea ed Antenorre dar l’entrata.
Che val terra murata?
Ah mente scellerata!
Quel da Posterla guata — il suo oltraggio.
120Oh quanti aspettan maggio — per dir: Moia!
Ma di tutte le cuoia
Non se ne fa pavesi.
     O ciechi Milanesi,
Bresciani e Piemontesi!
125Tutti li vostri arnesi — fien distrutti;
E molti pianti e lutti
Vi lascerano asciutti — d’ogni bene.
Alla Scala conviene
Di quel ch’ell’ha e tiene
130Lasciar di quattro i trene, — e quel non fermo:
Entrato c’è il vermo.
E per lo fermo — quelli da Gonzaga,
Parmigiani e Carrara,

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Con quelli da Ferrara,
135Andranno insieme in bara; — ma non al Santo.
     Lo ippocrito ammanto — di Vinegia
Del titol che la egregia — fia vacante.
La gente soprastante
Superba ed arrogante
140Di Genova e sua banda
Farà tosto ghirlanda — di novi guai.
Ma non fieno i sezzai
Di quella terra che manuca il senno:
Io parlo qui per senno,
145Ch’ella manuca senno,
E poi serve a malizia
Usura ed avarizia
Colla perfida gola.
Ma colui che la ’ngola
150Vuol mostrar che la imbola:
Ma egli è pur di quelli del biscione.
Tosto farà ragione
D’altro che di Bologna:
E sua rogna — sarà foco salvatico...
155Ma il popolo scismatico
Raddoppierà lo statico — al tiranno;
E già per questo danno
Non riavranno — gli scacchi e ’l tavoliere.
Il panno in molte terre
160Si misura senza canna.
Il ciel m’ammanna
Che a chi fia di zanna
E a chi dato d’uncino.
     O romagnuol giardino,
165O vedovo meschino,
Come veggio tapino — ogni tuo nato;
E de’ tuoi far mercato
Come di gente schiava!
E a cui piace, e a cui grava.
170E Imola Faenza e sua montagna
Tende a Forlì la ragna;
Meldola a Bertinoro.
A questo concistoro

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Chi è chiamato capo fia percosso.
175Ora si guardi il dosso
La terra del Savio:[5]
Or si parrà se il savio
Sa fuggir il giudizio.
Chi non fuggirà il vizio
180Non fuggirà la spada;
Che molto poco aggrada
A quelli da Polenta.
In ciascun par che spenta
Sia in lui ogni ragione:
185Vuol saltar Rubicone,
E di te far fastello.
Aspetta il martello
Ed il coltello — con quel da Verrucchio,
E con chi succhio
190Per vïolenza trà’ dell’altrui bene.
In te daran le rene
E desinari e cene — del mal frate,
E l’opre dispietate
Di Tibaldello e di Ravenna.
195Io pur meno la penna,
E giustizia mi assenna
Del fatto di montagna e quel di Fano.
Tutto ’l tuo monte e ’l piano
I’ veggo pien di ragne
200E di fosse terragne.
Vegga giustizia l’opere tue ladre:
Chente saranno le dolenti madri!
     Vo’ ritornar a’ padri — de’ miei falli,
L’aguglie e’ gigli gialli,
205Per cui i vaghi galli
Che son due fanno sciarra.
Vòmmi far dalla lepre che si sfarra
E gitta via la sbarra — alla pantera.
O volpe[6] iniqua e fera,

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210Tu se’ giunta alla sera,
Chè ciascun uomo spera — te diserta!
Tu sarai Tebe certa,
Per l’innocente sangue che bevesti!
Quel da Milan prendesti,
215Per sacrificio ’l desti
Lui e’ figliuoli al serpe.[7]
Ahi anime crude più che serpe,
Ch’è de’ figliuoli del conte e di lor fame?
Distrutto il tuo reame
220Sarà colla tua rabbia;
Per grattar la pantera [8] avrai la scabbia,
Con fuochi sangue prede guasti e ratti;
E tra questi baratti
Terminerà la pantera, — e sarà sera.
225L’orsa[9] cupida e stanca
Sarà come chi affoga;
Camperalla la soga — ch’ella tiene.
Ma ella pur conviene
Pagar lo malo scotto;
230I’ dico il crudo e ’l cotto;
Che il veltro[10] e San Cerbon[11] son invitati
Con altri disfrenati
Che sono inebriati — all’altrui vino.
Lo lion del gran giardino[12]
235Da dritto e da mancino — s’arrosterà,
E darà e torrà,
E fuoco metterà — per molte selve
Pagando molte belve.....;
Ma e’ darà a ogni morso ’l pelo,
240Vedovo scuro sarà con suo velo;
Questo mi mostra ’l cielo;
Ma grande rimarrà in fra’ dispersi.

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Volgo alla lupa[13] vana i tristi versi,
Che spera in Talamone e nella Diana;
245Lascerà l’altrui tana,
E nella sua sarà poco sicura;
Arroterà la scura,
Che taglierà da piede ’l suo riposo.
Io pur noto e pur chioso.
250La pulce[14] to’ riposo
A chi dorme e a chi vegghia,
Per molte torte c’ha nell’altrui tegghia.
Vedrai menare stregghia
Al cavallo sfrenato[15]
255Più anni ammantellato;
Ma e’ fia liberato
E poi inceppato — dalla mala petra:
La mala petra scende la Scatorbia.[16]
Quadrella senza gorbia
260Veggio piover per turma:
Veggio per porta eburna
Entrar i novi gotti,
Ch’oggi son pegolotti.
E le ciance co’ motti
265Saranno del grifon[17] mortal tormento,
S’avuto n’ha il talento;
E per suo amor vorrebbe Ercol e Cacco;
Ben ne fia rotto e fiacco.
     Or vedrai novo macco
270Nella Marca Ducato e Patrimonio:
Dice ciascun che sa più del dimonio;
Ma e’ fian messi al conio,
E merti giusti avran di lor dispetti.
Lasso! il sasso dell’oca[18] ne’ miei detti
275E la vita de’ vecchi[19] e suoi gentili,

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Per far più brievi stili,
Saran pagati col gran prete errante.[20]
Volgomi al leofante[21]
Che fu del mondo tutto dominante,
280Che perderà le tre parti del cuore;
E il suo maggior dolore
Ragguaglierà il minore. — E la sua balia,
Ed il corno d’Italia,[22]
E le isole del zolfo e del foco,[23]
285E il côrso e il sardo loco,
Col lor traditor giuoco,
Piangeranno i lor morti
Ed i lor vivi torti;
E fia lor colpa e pena pareggiata.
290     Gente con gente cruda e dispietata,
Re contro a re armata;
E popoli e province stretti a’ ferri,
E di moltiplicati erri;
Di Ninive e di Tebe odo le strida
295E le troiane grida,
Gli stormi pompeiani e di Guiscardo,
E ’l figlio longobardo;
Attila Brenno Annibale affricano;
Tutti gli scempi che fe mai romano
300O Serse o Dario o Ciro o Maccabeo
O vuoi cristian saracino o giudeo;
Ceperan, Montaperto, Campaldino,
Altopascio..... e Montecatino.
Il giudicio divino
305Farà novelli a noi li detti scempi.
E fien propinqui i tempi
Che fia pestata la dolente salsa
Con molta gente falsa,
Serpi, sirene, nottole e leoni,
310Mosche, cani e scorpioni,

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Pecoron grossi e bramidi avvoltori.
E sotto i copertori
Donne infinite andranno sole a letto,
E in cambio di diletto
315Ogni sospetto — avranno in compagnìa.
Perirà qui la buona per la ria,
Spoglieransi le chiese e’ monasteri;
Color sanguigni e neri
Varranno più che scarlatti o velluti;
320Li stormenti e liuti
Saranno le campane e’ tamburelli;
Le gualdane e’ drappelli
Risponder cenni ed ammattar insegne;
D’ogni maniera legne
325Si troveranno a due spietati fuochi.
Oh quanto saran pochi
Que’ che Saturno e Marte a gloria serba!
O mala italic’erba,
Come ti veggo acerba — iscellerare,
330E il prezzo a rovinare — diventar esca!
Molta gente tedesca
Inghilese e francesca
E gli Ungheri e gli Schiavi e gli Spagnoli
Perderan padri fratelli e figliuoli
335Con agghiadati duoli:
L’offerta loro a Marte sarà sangue.
Crudele è chi non langue,
Veggendo il demon angue
Nelle sue reti entrar con tanta preda.
340Non fia più quistïon di chi sia reda,
Ma per niente fia quel ch’or è più caro.
     Or pianga ogni uomo avaro,
E que’ che fan suo dio argento ed oro.
Ov’è Mida con l’oro?
345Ov’è Sardanapalo
E il traditor Neccalo?
Ov’è la tirannìa col suo affanno?
Ov’è ogni tiranno
Ch’al nostro tempo portav’alto ’l capo?
350Tu rispondrai — Non sapo. —

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Ov’è superbia in ogni far e dire,
Ove i vizi seguire
E lasciar le virtù chiare ed aperte?
Ma state, o genti, certe,
355Ch’egli è de’ santi articoli veraci
Dio far bene a’ veraci
E punire i fallaci
E la mala famiglia.
E chi ben qui con meco si assottiglia,
360Non li parrà questo dir meraviglia.
Giustizia m’assicura e dà valore,
Vero frutto verranne dopo il fiore.


(Fu pubblicato da F. Trucchi con altre poesie dell’Uberti nel 1841 in Firenze; poi con miglior lezione nel vol. II delle cit. Poesie italiane inedite.)

Note

  1. (Postille dei Codici.) Barattier che tien l’anguilla in mano: ciò è il signor di Lombardia.
  2. Il monte del ferro: ciò è la Magna.
  3. La città del ferro: ciò è Milano.
  4. La cicogna: ciò è Crema.
  5. La terra del Savio: ciò è Cesena, dal fiume Savio che gli corre da lato.
  6. Lepre e Volpe: ciò è la città di Pisa.
  7. Visconti da Milano.
  8. La pantera: ciò è Lucca.
  9. L’orsa: ciò è Pistoia.
  10. Il veltro: ciò è Volterra.
  11. San Cerbone: ciò è Massa.
  12. Lo lione del gran giardino: ciò è Firenze.
  13. Lupa: ciò è Siena.
  14. La pulce: ciò è Montepulciano.
  15. Cavallo sfrenato: ciò è Arezzo.
  16. Scatorbia: una fiumana.
  17. Grifone: ciò è Grosseto.
  18. Sasso dell’oca: ciò è Orvieto.
  19. Vita de’ vecchi: ciò è Viterbo.
  20. Gran prete errante: ciò è il Papa.
  21. Leofante: ciò è Roma.
  22. Corno d’Italia: ciò è Roma.
  23. L’isole del regno di Sicilia.