Azioni egregie operate in guerra/1648

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1648

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Fu questo l’ultimo anno della guerra d’Alemagna, in cui però l’ingegno, il buon consiglio, l’intrepidezza, e il valore de’ Generali Italiani spiccarono mirabilmente nell’allontanare dal precipizio, in cui stava per traccollare l’Austriaca grandezza. Al Generale Milander, non ostante i varj falli commessi nell’anno trascorso, fu continuato il Comando dell’Esercito Cesareo, molto debilitato dalla mal consigliata escursione nel Paese d’Assia. A’ Svezzesi comandava il Conte d’Urangel, che durante tuttavia l’inverno uscì in Campagna, ed obbligò i Cesarei a lasciare anch’essi i quartieri, ne’ quali eransi adagiati, per ristorarsi da’ mali sofferti nell’impresa già detta. Il Maresciallo di Turena Capo de’ Francesi passò il Reno a Magonza, e andò a congiungersi cogli Svezzesi. Uniti campeggiarono per più mesi, ora in una Provincia, ora in altra, minacciando però sempre d’invadere la Baviera. Presero alcune Città meno forti. Nel Maggio poi s’accostarono al Danubio tra Ulma, e Donavert. Dall’altra parte del fiume a mezza strada tra Lavingen, ed Augusta dimorava il Milander coll’Esercito Imperiale, ma così trascurato, e disattento, che nemmeno sapeva la vicinanza, a cui erano giunti i nemici. Teneva l’Esercito diviso in più quartieri, ed alcuni per più miglia distanti dagli altri. L’Urangel, il Chinismarc, il Turena con tre mila Cavalli passarono il Danubio, ad indagare lo stato de’ Cesarei. Distaccarono una partita per osservare più da vicino la loro contenenza. Gli Uffiziali di quel corpo riportarono, che nel Campo Austriaco si viveva senza temenza di nulla: che la Cavalleria tutta era, o alla pastura, o al foraggio. Soggiunsero, che né meno avevano incontrati battitori di strade, i quali si fossero avveduti di loro. Incontanente i tre Generali determinarono, di spedire al proprio Esercito ordini, di valicare la notte il Danubio, e allo spuntare del giorno ritrovarsi con loro. Essi in tanto si tennero cheti, e nascosi in sito coperto. A due ore del giorno seguente le due armate Svezzese, e Francese, venute di qua dal Danubio, furono in istato di aggredire. Era precorsa qualche voce al Campo del Milander, che gli Svezzesi fossero per assalire. Ma non vi fu prestata fede. Al primo all’arme i Generali Montecuccoli, e Pompei, che si trovarono più prossimi, con tutta sollecitudine raccolsero alcuni reggimenti, e bravamente sostennero il primo impeto. Ma essi erano pochi al bisogno. Avvisarono il Milander dello Stato in cui si trovavano. In tanto collocarono in un bosco alquanta infanteria, e al favore d’essa caricando i mille Cavalli o Francesi, o Svezzesi, che in ciò non s’accordano gli Istorici, li respinsero più volte adietro. In questo mentre andavano recedendo vero il loro Campo più grosso. Sopraggiunse il Milander con due mila Moschettieri, qualche Squadrone a Cavallo, e alcuni pezzi d’artiglieria, co’ quali arrestò gli assalitori. Il Montecuccoli, ed altri Generali consigliavano, che si proseguisse a dar addietro, e si occupassero i siti eminenti, e le rive de’ piccoli fiumi, che si andavano incontrando, finché si fossero uniti tutti i quartieri più discosti. Ma il Milander volle combattere a piè fermo con quelli, che aveva condotti. Nel meglio della zuffa esso Milander fu ucciso. La morte del primo capo cagionò la disfatta di quel Corpo colla perdita di otto Cannoni. Ciò non ostante il Montecuccoli rimise la Cavalleria, e la congiunse ad altri pedoni, che incontrò in distanza di più miglia di viaggio. Con essi si collocò dietro ad un fiumicello, e trattenne per qualche tempo gli assalitori. Questi, vedendo tanta resistenza, dovettero attendere il Cannone per isforzare il passo. Arrivarono loro quindici, o sedici pezzi, e cominciarono a sparare terribilmente contra gl’Imperiali collocati sulla sponda opposta. Il Duca Ulrico di Vitemberg comandava a quel posto. Con una intrepidezza ammirabile sostenne sino alla notte la sponda di quel fiume. Le batterie Svezzesi davano furiosamente in mezzo a’ battaglioni, e agli squadroni Austriaci. Ma questi a misura che cadevano i morti, restringevano le file, e si rendevano inespugnabili col continuo fuoco de’ loro Moschetti, senza mostrare temenza veruna. I Fanti del Turena vollero aprirsi il passo colla forza, ma vi lasciarono cento cinquanta de’ suoi senza poterlo guadagnare. Al favore del gran contrasto, che frappose colà il Duca Ulrico, il Montecuccoli, ed altri Generali assemblarono tutti i quartieri delle loro genti, e coll’oscurità della notte si ridussero di là dal fiume Lec. Sette ore continue durò il conflitto. Una relazione Francese, parlando del Montecuccoli , dice, che in questa ritirata Egli non poteva operare meglio, di quello che fece. L’Istorico Alemanno assicura , ch’essendosi addossato l’Uffizio del defonto Milander, con prudente ritirata ridusse in salvo al men male, che fu possibile, la Fanteria, e la Cavalleria Cesarea; del che ne fu molto lodato dal Duca di Baviera appresso a Cesare.

Anche il Conte Pompei, avendo date in questo cimento gran prove d’intelligenza militare, e di coraggio fu singolarmente comendato dall’Imperatore, e ringraziato del suo degno, e valoroso operare.

Da’ vantaggi riportati in questa giornata animati gli Svezzesi, e Francesi, si avvicinarono al Lec per superarlo. Nel primo incontro furono ripulsati vigorosamente da’ Cesarei, schierati sull’opposta sponda. Ma, presentatisi ad altro sito più abbasso, trovarono aperto il passaggio; mercecché quegli, i quali dovevano difenderlo, sorpresi da vilissimo timore, la notte l’abbandonarono. Conché spalancatosi l’ingresso nella Baviera, l’Urangel, e il Turena v’entrarono, e s’impadronirono di tutto il Paese aperto sino al fiume Enno. L’Elettor Bavaro, introdotte buone guarnigioni nelle Città forti, lasciò che l’Esercito Austriaco si ricoverasse di là da questo fiume. Lo comandava il Baron di Fornammont per provvisione sino all’arrivo di D. Ottavio Piccolomini, richiamato in tutta fretta dall’Imperatore. Questo Signore era stato preteso sei anni fa, come si disse, al proprio servigio dal Re Cattolico per la Ducea d’Amalfi nel Regno di Napoli, conferitagli da quel Monarca. Giunto in Ispagna fu ricevuto tanto da quel Monarca con dimostrazioni abbondantissime di benevolenza, quanto da tutta la Corte con istraordinarj onori. Fu decorato dell’ordine del Toson d’oro, e provveduto d’altri nobilissimi stipendj. Poi spedito ne’ Paesi Bassi Cattolici con ampia autorità sopra le Soldatesche Austriache. Per mare tra gravissimi pericoli giunse nella Fiandra in congiuntura, che quelle Provincie erano fieramente assalite dalle armi di Francia, e dell’Ollanda. Colà ritrovò ostacoli, per assumere il comando, che gli era stato appoggiato. V’erano nell’Esercito Spagnuolo Capi Castigliani, Fiaminghi, Alemanni, Lorenesi. I nativi di Spagna, gran Signori, trovavano difficoltà, a soggettarsi ad un Italiano. Tutte le Istorie parlano, come nelle armate Cattoliche, tanto qui, come nella Catalogna, e in Italia l’emulazioni, e le dissensioni tra’ Generali pregiudicarono assaissimo agl’interessi di quella Monarchia. A. D. Ottavio fu tenuto in sospeso per qualche tempo l’assumere il comando. Presolo, non trovò né corrispondenza d’autorità sopra gli altri Uffiziali, né facoltà di disporre delle truppe Lorenesi a misura del bisogno, né intero possesso di quelle facoltà, che gli davano le patenti regie; con tutto ciò operò sempre con attività indefessa quanto gli veniva permesso. Leggo nelle Istorie Francesi nominata sovente la di lui persona, come applicata infaticabilmente, nel fra porre ostacoli agli avanzamenti, che gli Eserciti del Re Cristianissimo conseguivano con l’acquisto di Piazze. Il Re Filippo Quarto, ragguagliato delle discordie, che regnavano fra’ suoi Generali con gravissimo nocumento a’ proprj affari, giudicò che la presenza d’un Principe Austriaco avrebbe ridotti tutti alla sommissione, e all’ubbidienza. V’invitò l’Arciduca Leopoldo, il quale acconsentì, e si mise in possesso di quel governo. Allora il Piccolomini ebbe la libertà, di ritornare alla Corte Cesarea. L’Imperatore ben tosto, senza frappor indugio, lo indirizzò alla soprantendenza delle proprie truppe. Entrato il Giugno, D. Ottavio arrivò all’esercito, che vide scemato di molto, e discoraggito fuor di modo per le perdite rilevate. Accampava dietro al fiume Enno, per ricoprire il rimanente della Baviera, l’Austria, e gli altri Stati Ereditarj di Cesare. Trovo, che l’Elettor di Baviera vecchio di settantaotto anni erasi ricoverato colla Moglie, Figliuoli, ed arredi migliori nell’Arcivescovado di Salsburg.

La presenza del Piccolomini influì gran coraggio in quelle squadre , per avanti abbattute dal timore, e seco ricondusse la buona fortuna. Adequò Egli la espettazione universale de’ suoi; poiché in vece di dare addietro coll’Esercito, com’erasi praticato sino allora, subito lo condusse avanti, tragittando l’Enno a Scardigen, e collocandolo a’ 13 Giugno a Vilsofen. Colla prudentissima elezione di questo posto si assicurò il transito del Danubio: venne a’ fianchi del Nemico, al quale inferì notabil danno colle partite della sua Cavalleria. Quivi accampossi in sito molto vantaggioso, e fortificò il Campo con ridotti, con tagliate d’alberi, e di boschi. Anche sul Viltz erano attendati i Svezzesi, e Francesi con avanti un gran bosco, e più oltre un’ampia pianura, che gli divideva dagl’Imperiali. Fuori del Bosco avevano alzato un Forte, e munito di dugento Soldati, che copriva la Guardia di Cavalleria.

Ritornati gli Svezzesi, e i Francesi all’impresa, di trapassare l’Enno, il Piccolomini vi si oppose, distribuendo il grosso della Fanteria, dov’eran guadi, o comodità di passare. Eresse trinceramenti negli altri siti. Per incoraggire gli Uffiziali, dubbiosi dell’esito, ed i Paesani, che concorsero alla difesa, scorreva Egli medesimo lungo le rive, e si dava sempre a vedere ne’ luoghi più esposti, e più pericolosi. Con questa intrepida assistenza rese vani tutti gli attentati de’ Nemici, i quali colle batterie, con barche, con Zattare, ed anche col gittarsi a nuoto si cimentaron più volte al travalicamento dell’Enno, particolarmente a Vasserburg, e a Niuldorf, d’onde furono sempre ributtati con danno. L’Imperatore, allora dimorante in Lintz, vide più volte venire a galla per la corrente dell’acqua uomini, e Cavalli nemici, annegati nell’Enno, indi trascorsi nel Danubio. Con tale prosperità incamminato l’affare, il Piccolomini spedì alla Corte il Co. Raimondo Montecuccoli per rinforzi di gente, denaro, ed attrezzi militari, e ne riportò qualche parte. Ad esempio di Cesare l’Elettor di Baviera pose in migliore stato il suo Esercito.

Svanito il tentativo, di valicar l’Enno, eransi i nemici ritirati ad Eghelfort, e a Pfarkirchen. In queste pendenze il Piccolomini propose un disegno molto generoso , ed era di passarsene all’improvviso, e con celerità alle spalle del nemico, prevalendosi di Landsut, presidiato da’ suoi. Con l’ostentazione di questo ardito progetto sperava d’imprimer timore ne’ nemici, togliere la comunicazione colle altre genti loro, lasciate a Rain, difficoltare loro le condotte delle provvisioni, e fors’anche obbligarli a battaglie svantaggiose, o ad una ritirata precipitosa, col lasciare addietro artiglierie, e bagagli per al qualità delle strade, rese cattivissime dalle pioggie continue. Comunicò il pensiero all’Elettor di Baviera, il quale non volle mai prestarvi il consentimento, non ostante l’evidente, e notabile sua utilità. Allegava per iscusa, che nel mentre si sarebbe trascorso alle spalle de’ nemici, questi avrebbero potuto coglier destro, per trapassar l’Enno. Immaginazione falsissima; poiché tutto il lido opposto era guernito di forti, e di trincee colla gente del Paese tutta in arme, ed ordinata. Dall’altra parte stava l’Esercito Cesareo, che aveva ripresa la solita animosità. Ciò non ostante ubbidì il Piccolomini, ed uniti insieme dodici mila Cavalli, e dieci mila Fanti marciò alla volta degli Svedesi, e de’ Francesi. Il secondo giorno Gio. di Vert con la Vanguardia rovesciò due partite nemiche. A quest’avviso l’Urangel, ed il Turena diedero addietro verso l’Iser a Diengelfingen; e il Piccolomini li 29 Luglio, a due leghe da loro, prese posto a Landau; e gittati due ponti sull’Iser, munendoli con trincee, cercò d’infestare al possibile i foraggieri del nemico. Quivi giunse l’infausto avviso della piccola Città di Praga, sorpresa dal Chinismarc, che turbò gli animi de’ Generali. Per rimediare al male, il Piccolomini propose all’Imperatore , di persuadere al Bavaro il trattenersi colà sulla difensiva colle proprie armi, e lasciare a lui il marciare colle Cesaree di là dal Danubio, e giungere d’improvviso a Praga, per ricuperare la detta piccola Città prima che giungessero rinforzi al Chinismarc. Ma l’Imperatore, sapendo, che tale determinazione avrebbe dispiaciuta sommamente al Bavaro, non permise, che né meno a questi se ne facesse moto. Solo comandò che si tenessero in pronto con ogni segretezza due mila Cavalli, e mille Fanti, per incamminarli ad ogni suo cenno in Boemia. Il Piccolomini gli scielse subito, e gli tenne allestiti per ogni occorrenza. In questo mentre, per istringere più vivamente i nemici, s’accostò loro più da vicino a Memingen. Il dì seguente assalì da tutte le parti le Guardie del Campo nemico, ricacciandole sin dentro il medesimo, e guadagnando un fortino coll’uccisione di dugento Francesi. Anche colle partite, massime di Cavalleria Unghera molestava, ed uccideva molti foraggieri nemici. E benché talvolta gli Ungheri vi rimanessero malamente percossi dalla grossa Cavalleria Svezzese; pure l’infestazione loro era così continua, ed impetuosa, che difficoltava, e bene spesso impediva loro il Foraggio. Gli 17 Agosto determinò il Piccolomini di attaccare tutti i corpi di guardia de’ nemici, per tirarli a battaglia. Dispose il Montecuccoli sull’ala destra, e Gio. di Vert sulla sinistra, a’ quali tenne dietro con tutto l’Esercito. I primi due, co’ loro distaccamenti spingendosi per varie strade addosso alle guardie nemiche, altre tagliarono a pezzi, ed altre sbaragliarono. Indi s’arrestarono in distanza del tiro di moschetto da’ trinceramenti avversarj con provocarli alla battaglia. Ma fermi questi entro a’ loro ripari, conobbe il Piccolomini, di non poterli indurre ad un fatto d’armi. A’ 22 d’Agosto praticò altro stratagemma. Finse d’abbandonare il Campo da lui preso. Marciò col suono delle trombe, e de’ Timballi; ma poi all’ombra di un bosco, che lo ricopriva, fece una contrammarcia, e ritornò verso il primiero sito. Ivi rinvenne un distaccamento nemico, spedito a presidiare i Forti, e trincee de lui abbandonate. Prestamente gli diede addosso; ed investendolo in testa, ne’ fianchi, ed alle spalle, lo costrinse ad una rapidissima fuga. Mancato il foraggio, i Francesi, e Svezzesi passarono l’Iser, e si collocarono fra l’Iser, e Lamber in luogo molto vantaggioso. Non potette, tenere loro dietro il Piccolomini per la situazione del Paese, impraticabile, a cagione d’essere pantanoso, e allora guasto dalle pioggie. Marciò dunque gli 8 di Settembre a Landau, e preso a discrezione il presidio del Castello di Achein, si trasportò a Vilsburg. Anche i nemici, levatisi da Masburg, tragittarono e l’Amber, e si spinsero a Dacau dietro un Marasso lungo una mezza lega. Furono seguitati dagl’Imperiali, che giunsero il primo d’Ottobre ad Ardingen. Quivi il Piccolomini ricevette ordine da Cesare, di spiccare mille Cavalli, e mille Fanti verso la Boemia al soccorso di Praga. In tale occorrenza comprovò il Piccolomini, quanto fosse grande la sua prudenza, fedeltà, e valore. Senza frappor indugio mosse il giorno seguente alla volta della Boemia non solo i mille richiesti da Cesare, ma 400 di più tanto Cavalli, quanto Fanti, per rendere il soccorso tanto più vigoroso. Aveva l’Imperatore scritto al Bavaro, chiedendogli lo smembramento di quella gente, tanto necessaria per la conservazione della Boemia. Il Piccolomini, sapendo, quanto fosse facile il Bavaro in simile congiunture, ad uscire in rimproveri contra di Cesare, ritenne quella lettera, e addossò a sé medesimo la liberazione presa. Scrisse all’Elettore, che stante gl’irreparabili pericoli, che soprastavano a Praga, i quali sariano rimbalzati ancora in danno della Baviera, aveva giudicato necessario , d’inviare colà qualche rinforzo; con tutto ciò rimanesse sicura S. A. Elettorale, che si sarebbono proseguite le operazioni contra all’esercito avversario; poiché un buon Capitano più guadagnava coll’industria, coll’arte, colla vigilanza, e con prevalersi delle congiunture favorevoli, che colla forza. Per levar poi ogni motivo di lamento all’Elettore, quel giorno medesimo che fu li 5 Ottobre il Piccolomini s’avanzò contra il nemico. Tale risoluzione fu giudicata assai animosa, e degna di sì gran Capitano; poiché essendo egli inferiore di milizie, d’artiglieria, e di tutto, osasse d’inoltrarsi verso de’ nemici,, accresciuti nuovamente di 3000 uomini, richiamati alla loro armata da Rain, dove accampavano. Si passò dunque l’Iser, e la fortuna, che ajuta i consigli arditi, e prudenti, favorì questo disegno. Avvenne, che l’Urangel con grosso corpo di Cavalleria, e di Dragoni in compagnia della maggior parte degli Uffiziali erasi portato alle caccie in un sito, due miglia distante da Monaco, ove gran quantità d’animali pascevano quietamente. Per sicurezza aveva posto un Colonnello con cento Cavalli in imboscata dentro gran selva a tiro di Cannone dalla mura della Città, per osservare quelli, che di là uscissero. Il Piccolomini, che marciava inanzi al suo esercito, per riconoscere i siti, ed il paese, discoperse da certa eminenza i nemici, e però fatta con prestezza trasportare tutta la Cavalleria con qualche numero di fanti, schierolla in un fondo coperto, e formatine tre corpi l’uno sulla sponda diritta sotto il Montecuccoli, l’altro in mezzo condotto dal Rausemberg, ed il terzo sulla sinistra dal General Vert, Esso poi con altri Cavalli, e Fanti s’impegnò a sostenerli. Assalirono impetuosamente i tre Generali Cesarei. Fugarono le prime truppe nemiche; e non ostante il gran fuoco de’ Dragoni ne uccisero da sette in ottocento, più di mille ne fecero prigioni. Quantità di gente abbandonati i proprj Cavalli si salvò a piedi attraverso di quella palude, e tra questi l’istesso Urangel con altri Generali. Poco dopo i nemici diedero più addietro, incamminandosi verso il Fiume Lec. Dubitò il Piccolomini, che quelli meditassero l’assedio di Lansberg. Per tanto con velocità tenne lor dietro attraverso a molte acque, e paludi, che difficoltaron non poco la marcia. In vicinanza del Lec i due eserciti furono a veduta l’uno dell’altro. Ma essendo rimasta addietro per le cattive strade l’artiglieria, non potette il Piccolomini cimentarsi alla battaglia. Usciti dalla Baviera i Svedesi, e Francesi, il Piccolomini s’avvicinò al Danubio, che alli 24 d’Ottobre tragittò ad Ingolstadt per coprire il Palatinato superiore, e prevenire la loro andata in Boemia, caso che occorresse. Si avanzò a Dietfourt sulla sponda dell’Altemul in faccia a’ nemici, attendati dietro il fiume Verniz. Poco dopo i Francesi, e Svedesi si divisero in varie Città, e Terre di quel Vicinato. Allora il Piccolomini, condotto l’esercito a Camb, lo avvicinò pian piano a’ confini della Boemia con intenzione, di lasciare colà i Bavari sicuri , perché lontani da’ nemici, come anco coperti da parecchi piccoli fiumi; ed Egli colla Cavalleria Cesarea, e colla Fanteria meglio in gambe spiccarsi all’improvviso verso Praga con risoluzione di piombar addosso agli Svedesi, che assalivano quella Città, sperando di disfarli,, e di levar loro l’artiglieria, ed il bagaglio, come aveva fatto a Camb contro il Banner. Spedì dunque il Montecuccoli al Duca di Baviera, per rappresentargli sì magnanimo disegno, e l’utilità che ne ridonderebbe al pubblico bene. L’Elettore nell’età troppo avanzata in cui era, soverchiamente inchinato al timore, e poco amico delle risoluzioni ardite, ed arrischiate, non volle condiscendere alla proposta fattagli. Lodò bensì la prudente condotta, e l’invitto valore del Piccolomini, e degli altri Generali, ringraziando ogn’uno del zelo dimostrato in suo servigio e dell’opera prestata in liberare da’ nemici i suoi Stati. Ma già il soccorso da lui mandato a Praga era giunto nelle vicinanze di quella Città, e prossimo ad entrarvi.

Sin allora avevano difesa la parte maggiore di quella Città due Cavalieri Italiani, il Maresciallo Co. Ridolfo Coloredo, e con più assiduità, perizia militare, e valore indefesso perché più giovine, D. Innocenzio Conti de’ Principi Romani di quell’Illustre Casato. La parte minore, divisa dal fiume Molda, era caduta in potere degli Svezzesi. Certo Uffiziale Boemo caduto in grande povertà, per essere stato infermo, né potuto ottenere da Ministro di Cesare qualche trattamento, con cui vivere, benché ne avesse la promessa dall’Imperatore, si gettò dal partito del Chinismarc, e a lui offerse la sorpresa di Praga, quando volesse secondare i di lui attentati. Lo Svezzese aderì alla proposta, e la notte de’ 26 Luglio portatosi con Soldatesche sotto le mura della piccola Città, dove erano certe aperture mal custodite, per esse intromise i suoi Soldati. Sforzò il Corpo di Guardia; s’impadronì del Palazzo Imperiale; imprigionò più di dugento Signori principali, tra’ quali il Cardinal d’Arac. Saccheggiò tutte le Case, riportandone grosso bottino d’un milione. Chiamò a sé il General Vittemberg con altro corpo Svezzese, e si preparò all’espugnazione della Città maggiore detta Vecchia, e nuova; ma non poté prevenire il General Cesareo Conte di Buchain, il quale con prestezza rimarcabile introdusse in quella parte di Praga maggior presidio; perloché dovette affrettare la venuta di Carlo Gustavo Conte Palatino Nipote della Regina Cristina, destinato dalla medesima Generalissimo de’ proprj eserciti, e provveduto d’altri otto mila Combattenti, spediti dalla Svezia in accrescimento di forze. Gli Svezzesi incamminarono l’attacco alla porta detta de’ Cavalli, e ad un Forte verso la forca. Furono alzate batterie spaventose, le quali in pochi giorni atterrarono le mura, e le altre difese. D. Innocenzio, intendentissimo di fortificazioni, lavorò più tagliate, tra le quali una con fossa profonda sei piedi, e con avanti un robusto palizzato. Diedero gli Svedesi da quattro parti l’assalto alle due breccie, ma furono valorosamente ributtati. Quindi si rivolsero contro il Forte, di cui s’impadronirono; ma accorsi il Coloredo, e il Conti, assistiti da alcuni Religiosi armati, dopo quattr’ore di conflitto ricuperarono il Forte perduto. I difenditori sotto la direzione del Duca Conti lavorarono con benefizio di certo muro, e casamenti altra ritirata più addentro, e procurarono, che fosse ben fiancheggiato; acciocché in congiuntura, che si perdessero le prime, potessero i difenditori ricoverarsi in questa. Un secondo assalto nemico fu reso di niun profitto dalla bravura, e dalla costanza de’ Presidiarj. Si venne al terzo, per cui effettuare, furono ordinati quattro mila Fanti, e due mila Cavalli smontati. Il Generale Urangel aveva preparate cinque mine sotto le mura, e sotto le trincee degl’Imperiali. Fatte volare l’una dietro all’altra, e con esse atterrati i ripari per lo spazio di cento, e più braccia, gli assedianti s’impadronirono delle ruine, e vi piantarono sopra sei bandiere. La fazione durò quattro ore. Ne’ giorni seguenti faticarono ad altre mine più addentro, le quali però non operarono, per essere state contraminate. Piantarono quattro grossi Cannoni, e due piccoli contra l’ultima ritirata. Eressero di più alcuni Casoni di legno in forma di Torre, e uno d’essi a tre solari, da’ quali bersagliavano i difenditori. Rimaneva loro l’ultima mina, a cui dato fuoco sulla fine d’Ottobre replicarono l’ultimo assalto con impeto, e bravura ferocissima; ma anche da questo furono ripulsati con gravissima loro strage. E però il primo di Novembre gli Assedianti principiarono a ritirare l’artiglieria, e la notte seguente abbandonarono l’impresa, sotto cui avevano perduto tre mila uomini, e sparate diciotto mila Cannonate. Erano arrivati in Boemia i tre mila uomini, mandati dal Piccolomini, e radunate altre truppe, il Conte Slich con essi s’avvicinava al soccorso di Praga. Questa fu la cagione dell’assedio disciolto, nel sostenere il quale con maravigliosa fermezza acquistarono gran gloria tutti gli Uffiziali, e Soldati della Guarnigione. Ma sopra ogn’altro fu celebrato il nome di D. Innocenzio, che con l’ingegno, scienza mattematica, assistenza imperturbabile, valore costantissimo, ed animosissimo conservò alla Casa d’Austria quella gran Metropoli, la perdita della quale avrebbe tirato in conseguenza le altre di tutto il reame di Boemia. Nel giorno trent’un d’Ottobre era capitato nel Campo Imperiale del Piccolomini la lieta novella della pace, ultimata in Munster li 24 del Mese. Più tardi però giunse all’altro Campo del Principe Carlo Gustavo. I tre Generali Italiani D. Ottavio, il Coloredo, e il Duca Conti ebbero il contento, e la gloria di metter fine alla guerra presente con azioni strepitose, applaudite da tutto il Mondo Cattolico.

Da questa guerra dovuta terminarsi con la mentovata pace, la Casa d’Austria rilevò gravissimi danni, cioè la perdita dell’Alsazia patrimonio suo antichissimo, e la cessione delle due Lusazie all’Elettor Sassone; con tuttociò l’Imperador Ferdinando potette rattemprare l’afflizione, originata da’ presenti discapiti col riflesso, che tanto Egli, quanto il di lui Padre l’avevano sostenuta sin all’ultimo di loro possanza tra molti rischi, di rimanere spogliati di tutto. L’avevano sostenuta con tutta l’attenzione della loro mente, con tutte le industrie del loro ingegno, con tutti i sforzi a loro possibili ad effetto, di far rifiorire la vera religione in Alemagna, col ricuperare al Clero Cattolico tante mitre, prebende Sacre, e rendite doviziosissime di Monisteri Regolari, e di Ecclesiastici, intenti alla conversione delle anime; le quali ricchezze erano state usurpate per ottanta anni da’ Luterani, e da’ Calvinisti. Che se l’effetto non era sortito, qual essi con ardente zelo lo sospiravano, la mancanza non doveva attribuirsi a loro per verun conto. Quanto alla pace Ferdinando vi prestò il consenso, rapito dalla necessità, d’impedire sconcerti pessimi in tutto il Corpo dell’Alemagna ; perché Esso Cesare procrastinava ad accordarvi la propria sottoscrizione. I Deputati degli Stati dell’Imperio al congresso di Munster, impazienti d’ogni indugio, stavano in procinto di perdere a lui il rispetto, e si dichiararono di segnare essi la pace a nome di lui, caricandosi dell’obbligo d’estorcere da lui l’approvazione colla forza, ed anche col muovergli guerra. Fuvi chi propose di degradarlo, e di deporlo dalla dignità Imperiale, se prestamente non segnava la pace. Tra tante angustie fluttuava pur anco lo spirito Religiosissimo di Ferdinando, né sapeva risolversi a segnare un concordato, per cui si perdeva affatto la speranza di ristabilire in tante Cattedre Vescovili, ed Abbaziali, i Prelati Cattolici, i quali colla esemplarità della vita, col fervore delle Prediche, coll’ajuto de’ Ministri Ecclesiastici riducessero i popoli travviati nel grembo di Santa Chiesa. Finalmente vedendo rinnovate urgentissime istanze universali dal Corpo Germanico, e specialmente dal Duca di Baviera, che per essersi riunito a lui , pativa orribili devastazioni ne’ proprj Paesi, rilasciò a’ suoi Plenipotenziarj in Munster la facoltà di stringer la pace, come nell’occorrenza presente la prudenza avrebbe dettato. I Plenipotenziarj di Cesare agli 6 d’Ottobre pubblicarono, d’aver ricevuto il consentimento Cesareo, con cui a’ 24 dello stesso Ottobre imposero l’ultima mano a quella negoziazione, durata infruttuosamente per parecchi anni. La conclusione di questa pace può dirsi prodigio spiccato dalla volontà onnipotente di Dio, che a tal fine elesse, e pose in opera un mezzo, il più opposto in apparenza ad ultimarla. Cagione principalissima e quasi totale, mossa dall’Altissimo Signore a darvi compimento, fu Cristina Sovrana di Svezia figlia del Gran Gustavo, la quale co’ comandi risoluti, e costanti incaricò i suoi Plenipotenziarj, che levassero le difficoltà sin ora insorte, e la terminassero speditamente. Mortificò que’ Ministri di Stato, che n’erano riputati alieni. In somma la volle presta ad ogni modo. Si contentò di mediocri conquiste per sé, quando aveva nelle mani, e teneva imbrigliate co’ suoi presidiarj parecchie decine di Città, o Fortezze nell’Imperio. I di lei Plenipotenziarj, attenti a meritarsi la di lei grazia, convennero per sé, e per i Principi Protestanti due mesi prima, che per la loro parte la stabilissero i Francesi. Di volontà, così ardente in Cristina per la pace, ne cercarono la cagione alcuni Istorici. Altri la dissero generosità d’animo. Altri assegnarono la comodità, di coltivare con più quiete gli studj, e le belle arti, delle quali Essa era amantissima. Queste ragioni, a ben pesarle, pajono di forza insufficiente, ad indurre con calore accesissimo una Regnante, così saggia, come Cristina, ad arrestare le armi sue vittoriose, e fortunate, sicché non progredissero ad inalzare la di Lei gloria al più alto segno, e fermasse il corso a’ grandi vantaggi, che in pochi mesi le augumentavano padronanza maggiore nell’Imperio. Tanto più che i di lei Alleati spingevano essa Cristina con tutto vigore, a continuare la guerra. La cagione vera della brama ardentissima di pace può dirsi con più fondamento, esser stata la seguente. Aveva Iddio dotata quella Regina d’ingegno eccellente, pronto a rintracciare la verità, ed insieme ben disposto, ad abbracciare la verità medesima, quando a lei apparisse. Eguale in lei fu il genio allo studio, e all’acquisto delle scienze più sublimi, fra le quali la Teologia, ove tratta le controversie della Fede fra’ Cattolici, e Protestanti. Nel farvi sopra riflessi maturi, illustrata da lume soprannaturale, comprese la verità de’ dogmi Cattolici, e determinò di mettere tutto in opera per poterli abbracciare. Era allora giovine di circa ventun anno, ma virile di cuore, e fortissima di spirito. Affezionatasi alla Religione Romana, comprese i gran mali, che a quella inferivano le di lei armi. Perciò con magnanima costanza volle fermarle per ogni modo, e comporre gli affari della Germania col minor discapito d’essa Religione a misura delle circostanze, che allora correvano . Quasi nel tempo stesso decretò di lasciare il Regno; ed Ella medesima poco dopo la pace manifestò il pensiero della sua rinuncia al celebre Pietro Canuto, stato molto tempo Ambasciator di Francia in Isvezia. Giacché comprendeva impossibile il ridurre colà il Cattolichismo, volle absentarsene, e ridursi in provincie, dove potesse liberamente, e solennemente professare quella Fede, che sapeva di certo essere unicamente vera. Al gran passo giudicò necessario, che ben tosto precedesse la pace, come tempo più acconcio ad effettuare la discesa dal Trono, e lo stabilirvi sopra il Principe da lei disegnato. E’ vero, che dovette per alcuni anni prolungare la dimissione della Corona, ma non procrastinò il proporla agli Stati; molto meno differì il chieder dotti Cattolici, che la sincerassero in alcuni sofismi, de’ quali sono pieni i libri de’ Protestanti. Nell’anno 1650 venuto in Stocholm D.Giovan Pinto Pereria Ambasciator Portoghese, la Regina andò osservando, se tra’ Cortigiani del Pinto vi fusse soggetto capace, a cui manifestare con sicurezza di segreto le sue intenzioni, di rendersi Cattolica. In qualità di Segretario eravi occulto un Gesuita, non mai scoperto dagli Svezzesi, il quale maneggiava i negozj in buona lingua latina. Non si sa come, la Regina subodorò, che il Segretario fusse un Gesuita. Il tratto di lui assai modesto, e la lindura della favella latina gliene dovettero dare degli indizj. Ella trovò modo di abboccarsi con lui segretamente. Gli fece più quesiti intorno la Religione Cattolica, e i suoi Misteri. Poi nell’Agosto del 1651 gli scoprì il cuore con queste parole: Voi siete il primo Gesuita, da me conosciuto. Mio pensiero si è di abbracciare la Romana Fede, la quale sola credo vera. Andate a Roma. Manifestate questa mia volontà al vostro Generale. E perché so, che avete uomini eruditissimi in ogni genere di scienza, ditegli, che mi mandi due Padri dotti in abito mentito. Il finto Segretario era il Padre Antonio Maced. Con celerità si portò a Roma, d’onde si spiccarono due Gesuiti in abito di Cavalieri, e furono il P. Francesco Malines Torinese, e il P. Paolo Casati Piacentino amendue Teologi di grido, e l’ultimo, celebre Mattematico. Con questi conferì a lungo la Regina le sue intenzioni, e perplessità di mente. Erasi affezionata grandemente alla Casa Austriaca. Promosse con vigore l’elezione di Ferdinando Quarto in Re de’ Romani, Principe di gran pietà, e zelo, che potesse provvedere in parte a’ mali, cagionati dall’armi Svezzesi. Uscita poi furtivamente dal Regno, volle Cristina negli Stati Austriaci fare prima la privata, poi la professione solenne di sua fede. E qui sia detto abbastanza di sì eccelsa, e Religiosa Principessa.