Chiaroscuro/Chiaroscuro

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Chiaroscuro

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Chiaroscuro Le tredici uova
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CHIAROSCURO.

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L’uomo era bello, — alto, agile, con un viso bruno e rapace di arabo adolescente, — e sembrava sincero quanto il suo passato era brutto e torbido. Ma a sentirle raccontare da lui le sue vicende avevano un sapore quasi romantico. Seduto sullo sgabello che la sua piccola padrona di casa s’era affrettata a metter fuori della porta appena la figura di lui era apparsa in fondo alla piazza illuminata dalla luna, con le braccia nervose incrociate sul petto, la gamba destra attorcigliata intorno alla sinistra, ogni tanto egli si voltava contro il muro per sputare, sollevava il viso scuro ove il bianco dei denti e dei grandi occhi neri brillava anche nella penombra, e raccontava. La sua voce era sprezzante. Egli si rivolgeva alla donna accoccolata sullo scalino della porta e che lo ascoltava religiosamente, ma alzava la voce per farsi sentire anche dai vicini di casa appoggiati qua e là ai carri vuoti bianchi di calce, o aggruppati in mezzo alla piazza, in fondo alla quale sorgeva una montagna che sembrava di marmo.

Ma i vicini non badavano più a lui ( [p. 4 modifica] sentito tante volte la sua storia), e preferivano aggrupparsi intorno a Sidòre, un piccolo maestro di muri1 che era anche padrone di una fornace di calce e dava loro da trasportare la sua merce.

— Che cosa credi, Sabè, — diceva lo straniero, — che la mia famiglia sia una famiglia qualunque? È forse la prima del mio paese: va e domanda se non credi. Mio padre ha beni e denari, e se vuole può far a meno di salutare il vescovo, tanto egli è ricco e indipendente. E mia madre? È bianca, bella, non alza mai la voce, e tutte le donne ricorrono a lei per consigli. Ella sa anche scrivere, sebbene sia una donna all’antica. I miei fratelli han tutti sposato donne ricche: noi abbiamo un cortile grande come questa piazza, ricoperto tutto da un pergolato che sembra il cielo di maggio quando c’è qualche nuvola, tanto è bello e fresco. Non ti dico la roba che c’è dentro casa: a mio avviso è più la roba che dà mia madre ai poveri che quella che possiede il vostro sindaco....

Sabéra, nonostante tutta la sua ammirazione per il suo pigionale, tentava di difendere le ricchezze indiscusse del sindaco.

— Cosa dici, Cáralu? In verità mia, neanche nelle altre parti del mondo c’è gente così ricca da dar la roba di don Giame per elemosina! [p. 5 modifica]

Ma Cáralu era stato anche nelle altre parti del mondo.

— Tu sta zitta, bocca di chiocciola! Cosa sai tu? Perchè possiedi una casupola e un pozzo senz’acqua credi di poter giudicare la roba degli altri? Neanche il primo diavolo del mondo è buono a tirar fuori i soldi che possiede mio padre. In America i soldi ci sono, è vero, ma la roba costa cara e tu spendi più di quello che hai. A che serve allora? In casa mia invece ci son tutte le provviste, a mucchi, a mucchi, e i soldi mio padre li mette da parte. Questa è la vera ricchezza. Perciò mio padre è rispettato come un re. Quando alla sera egli siede sulla panca sotto il pergolato, e mia madre accanto, e intorno le mie cognate, i bambini, le serve, provi a venir avanti la Corte Reale, se è più bella di così! Dunque, ti dicevo, la mia rovina è stata quella di voler sposare una ragazza povera. Era alta, bella, grassa, però: lì ce n’era da consolare un cristiano!

Sabéra, piccola e magra, tentava nuovamente di protestare.

— Le donne del tuo paese son tutte nere come il tormento dell’inferno.

— Tu sta zitta, spiedo di Giudeo! La mia fidanzata era bianca e bella. Viveva sola, come te, ma la sua casa era fuori di mano, con una finestra bassa senza inferriata. Una notte io stavo appoggiato a questa finestra, così, per gusto mio: a un tratto l’imposta cedette ed io precipitai dentro. La ragazza stava a [p. 6 modifica] letto. Essa dice che gridò: io non me ne accorsi. Del resto se avesse gridato davvero qualcuno l’avrebbe sentita. Invano le dissi: se vuoi ti sposo domani. Essa andò dal pretore, mi denunziò, disse che avevo buttato la finestra, che le avevo turato la bocca con un fazzoletto, eccetera, eccetera. Poi ritirò la querela, perchè non voleva rovinarmi, disse, e pagò anche le spese, duecento lire belle come duecento angeli del cielo. Io dissi a mio padre: paghiamo noi, queste spese. Ma mio padre rispose: allora tutti diranno che tu sei colpevole; bella figura fai! — Mia madre mi domandò: — Sei colpevole o no? Se tu dici di sì siamo pronti a pagare. — Io dissi di no, che diavolo? perchè, vedi un po’, Sabéra, se io mi fossi comportato come la ragazza diceva, avrebbe ella ritirato la querela e pagate le spese?

La padrona sospirò:

— Se ti voleva bene!... La donna è sempre donna....

— Una palla che vi trapassi la cuffia, a tutte! Sai cosa ti dico? L’uomo lavora tutta la settimana per la donna, ed è stato il Signore a cominciar così: Egli ha preparato il mondo e fatto l’uomo, tutto per la donna! E così io dopo quel fatto dissi: maledette tutte le donne! E me ne andai in America. Partii senza un soldo in tasca, sai, come emigrato; perchè mio padre non volle darmi un centesimo ed io piuttosto che rubare in casa mia e dare questo dispiacere a mia [p. 7 modifica] madre, io piuttosto mi sarei impiccato. Andai a lavori del Panama. Che brutti tempi, sorella mia! Ero costretto a vivere in una baracca con altri tre individui del mio paese, tre disperati che buscato il soldo lo mettevano entro un sacchetto come i mendicanti. Erano tre sacchetti piccoli entro uno grande: in tutto settecento lire. Ogni tanto quei tre pezzenti contavano i loro denari, e quando andavano a lavorare lontano uno di loro rimaneva a turno per guardare quel tesoro del re di Spagna! Io ridevo, ricordando che una volta mia madre aveva un biglietto da mille lire e lo credeva da cinquanta. Un giorno io avevo la febbre, quel malanno che ancora mi tormenta; e mi lasciarono solo nella baracca. Andarono lontani, non so dove, all’inferno. Io mi sentii meglio e ritornai al lavoro: dovevo marcire là dentro per custodire il loro tesoro? Fatto sta che quel giorno litigai col caposquadra, e lì per lì, non essendo io uomo da ricevere umiliazioni, piantai tutto e me ne andai. Me ne andai nel Brasile, dove speravo di trovar lavoro. Nel frattempo quelle tre immondezze sai cosa fecero? Telegrafarono, scrissero a mio padre, dicendo che io avevo portato via il sacco! Egli promise di pagare, purchè io acconsentissi. Ma figurati se io potevo acconsentire! ero malato; altrimenti avrei cercato quei tre per pelarli come pulcini. Tornai mezzo morto in paese e per questa storia quanti guai dovetti passare! Mia madre, cuore di miele, diceva: [p. 8 modifica] «quei poveretti hanno ragione di prendersela con te, figlio mio; se tu non lasciavi la baracca i malfattori non prendevano il sacco. Diamo dunque i denari!» Ma mio padre diceva: «Se noi diamo i denari è come confessare che Cáralu è colpevole. Lo sei o no?» Io dicevo: no e no! Finalmente, non potendone più, me ne andai via di nuovo. Non tornerò più al mio paese: è un luogo d’inferno. Adesso son qui, ci sto bene, son tranquillo, rispettato, ho un buon impiego, se volessi sposerei la prima ragazza del paese.... Che voglio di più?

La donna ascoltava pallida immobile, fissandolo coi suoi melanconici occhioni da schiava. No, egli non mentiva.... Solo, ella non sapeva ancora precisamente quale fosse il buon impiego di lui. Egli usciva alla mattina di buon’ora, ritornava a mezzogiorno, usciva ancora, ritornava la sera tardi e spesso passava la notte fuori di casa. Mangiava una sola volta al giorno, era parco, non beveva. Sabéra, che era stata lunghi anni serva d’un vecchio ex-maresciallo e da lui aveva ereditato la casetta e i mobili, procurava di rendere meno triste il volontario esilio del suo giovane pigionale. Gli stirava le camicie e i vestiti, ogni sera lo aspettava seduta sullo scalino della porta, senza degnarsi di rispondere agli scherzi e alle grossolane allusioni dei suoi vicini di casa. Tre di questi, il maestro di legno2, il maestro di ferro3 e il maestro di [p. 9 modifica] muri, da parecchi anni la corteggiavano. Ai primi due, molto poveri, nella cui assiduità poteva entrare un po’ di calcolo (il povero è sempre sospettato!) Sabéra aveva tolto ogni speranza; per il terzo era incerta: egli era brutto ma quasi ricco.

Quando il pigionale tardava a rientrare, il piccolo Sidòre, bianco di calce fin sui capelli, con la giacca sull’òmero, s’appoggiava al muro accanto alla donna e le diceva sottovoce:

— È inutile che tu lo aspetti! È dal Milese e gioca alle carte con don Giame. Dà retta a me, donnina; alzati e chiudiamo la porta.... Al resto penserà poi il parroco.

E tirava fuor dalla saccoccia un pugno di noci, o una melagrana, e gliele dava. Ella prendeva il regalo, ma non esaudiva i desideri di lui.

Una sera egli si avvicinò mentre Cáralu si dondolava sul suo sgabello.

— Sono stato al tuo paese, sai! Ho venduto a tua madre due carri di calce. Un sacco indovina a chi l’ho venduto? A quella ragazza alta che doveva sposarsi con te. Essa deve intonacare la sua casa perchè si sposa con un altro, un certo Muschineddu che è tornato dall’America, uno basso, nero....

Cáralu balzò in piedi, rigido, livido; ma a un tratto si rimise a sedere e cominciò a ridere: un riso nervoso, a singulti, che non finiva mai.

— E dire che essa ha fatto il salto! — gridò finalmente. — L’ha fatto con me, [p. 10 modifica] posso dirlo, adesso! Ma gli uomini che vanno in America diventano come i forestieri; non badano più se la donna che sposano è onesta o no!

I due non risposero, lì per lì, ma dopo un momento, il muratore, per vendicarsi, disse con malizia:

— Muschineddu è uno dei tuoi compagni d’America?

— Quali?— domandò Cáralu con disprezzo.— Io non ho mai avuto per compagni i braccianti e i contadini.

— Quelli del sacco!

— Oh, vadano al diavolo tutti; gentaglia!— egli disse, e si alzò e andò nella sua cameretta, ove rimase a scrivere fino a tarda ora della notte.

Nei giorni seguenti tornava ogni momento a casa e domandava se c’erano lettere per lui. Era agitato, febbricitante, e siccome la lettera non arrivava, egli finì con l’insultare la sua padrona di casa.

— È arrivata, l’hai aperta e lacerata....

— Ah, questo non me lo merito! Io non sono come le donne che tu hai conosciuto....

Egli allora le diede uno schiaffo.

— Per insegnarti la creanza! E adesso me ne vado, e non tornerò a metter più piedi in casa tua.

— Pagami almeno il fitto! Da quattro mesi non paghi.... E mi tratti così.... — piangeva la donna, con la testa appoggiata al braccio per paura di prenderne ancora. [p. 11 modifica]

Egli trasse il portafoglio di cuoio giallo su cui stava incisa la testa di Cavallotti (lavoro di un artista di Dorgali) ma poi si pentì e lo rimise in saccoccia.

— Ti pagherò quando mi pare e piace!

Se ne andò e rimase assente due giorni: in quel frattempo arrivò la lettera che egli aspettava e che Sabéra non esitò a mettere sul fumo della caffettiera e ad aprire senza lacerarla. Era della madre di Cáralu.

«Caro figlio, è inutile e pericoloso per te che tu ritorni. La ragazza è decisa a sposare Muschineddu.

«Essa dice che da lungo tempo ti ha perdonato, ma non vuol più saperne di te, tanto più avendola il suo nuovo fidanzato convinta d’essere stato tu a prendere il sacco dalla baracca del Panama. Egli inoltre minaccia di ucciderti, se tu ritorni qui. Dal canto suo tuo padre insiste nella sua idea di volerti lontano dal paese, altrimenti chiama subito il notaio, fa il testamento e ti disereda. Caro figlio, tu sei stato sempre rispettoso verso i tuoi genitori: obbedisci, dunque, non dar altri dispiaceri a tua madre. Se tu continui a vivere lontano di qui, vedrai che non ti calunnieranno più. Penseremo a cercarti una moglie seria e benestante, quando tu avrai messo giudizio; con questa speranza ti saluto e alla fine della settimana ti manderò la solita mesata. Tua madre.» [p. 12 modifica]

Sabéra riattaccò la busta con la saliva, e ci mise su il ferro da stiro: adesso capiva tante cose, e si pentiva di non aver aperto prima le lettere del suo pigionale e di avergli prestato fede e usato rispetto.

— Hai veduto quel mascalzone? — domandò al piccolo Sidòre, quando questi si appoggiò al muro accanto alla sua porta.

— È dal Milese che gioca; è nero in viso come la polvere da sparo e diceva d’aver la febbre.

— Fammi il piacere, portagli questa lettera. Sai che non sta più qui? Io non voglio più vederlo neanche dipinto....

— Meglio! Così ti deciderai. Che pensiamo, Sabè? Ti rimodernerò tutta la casa, solleverò il pavimento che è tutto ammaccato, rifarò la scala nuova.... Che pensiamo, Sabè?

— Stasera ho mal di testa; sono molto arrabbiata. Domani sera ti darò una risposta decisiva.

Egli insisteva: ella ripeteva:

— Domani, domani.

L’indomani Cáralu ritornò: aveva la febbre e si mise a letto, e stringeva; denti minacciando col pugno un essere invisibile; ma ogni tanto rileggeva la lettera di sua madre e si calmava.

Sabéra si curvò sul viso ardente di lui.

— Mangia qualche cosa, anima mia, sta tranquillo, tutto passerà....

Egli la fissava attonito, quasi la vedesse [p. 13 modifica] per la prima volta, ma rifiutava il cibo e taceva: e quando ella si allontanava gli pareva di essere in carcere e di soffocare. Che tristezza in quella cameretta dal soffitto di canne intonacato con la calce! Nel vano della finestra, al di là del muro del cortile tempestato di pezzetti di vetro, si vedeva un paesaggio d’un grigio più triste di quello dei giorni invernali: roccie che avevano forme di rane e di tartarughe enormi si arrampicavano su una china selvaggia; le macchie e i cespugli erano dello stesso colore.

A un tratto Sabéra sentì il suo pigionale rantolare e chiamarla con voce soffocata. Accorse tremando ed egli si aggrappò a lei come un naufrago.

— Muoio.... muoio.... non si fa a tempo neanche a chiamare il confessore.... Sabéra, tu sei buona: mettiti in cammino, appena io sarò morto, va là, da mio padre.... digli che.... sì, che l’ho buttata io la finestra, che paghi almeno le spese.... E anche il sacco l’ho preso. Che restituisca tutto, a quei pezzenti! Non ho detto sì, quando egli domandava, perchè non volevo.... non volevo dar dispiacere a mia madre.... E che lei, lei non lo sappia....

Sabéra, mentre egli le stringeva i polsi e pareva volesse attirarla con sè nel regno delle ombre, si mise a piangere come una bambina. Le sue lagrime cadevano sul viso del malato.

— Andrò.... andrò.... E se tuo padre non paga pagherò io.... Ma sta tranquillo, muori tranquillo.... [p. 14 modifica]

A poco a poco egli si calmò; il suo respiro si fece lieve, le mani, umide di sudore fresco si rallentarono. La febbre era cessata ed egli si addormentò placidamente, ma Sabéra rimase a vegliarlo tutta la notte.

Nella piazza i vicini ridevano, ascoltando Sidòre che raccontava una storiella piccante. Egli aveva veduto rientrare il pigionale, e non si meravigliava quindi che Sabéra non comparisse; ma parlava male delle donne e raccontava aneddoti che facevano loro poco onore.

— Perchè, vedi, tu prendi un galantuomo e un malfattore e li metti davanti a una donna: se essa ha gli occhi bendati può darsi che per sbaglio scelga il galantuomo, ma se ci vede prende sempre l’altro. Una volta una donna che conoscevo io....

Egli alzava la voce per farsi sentire, come usava Cáralu; ma Sabéra vegliava nella cameretta ove il pigionale dormiva, bello e placido come un bimbo di sette anni; e di là tutto era silenzio sotto il chiarore della luna che rendeva azzurro il dirupo e faceva brillare come diamanti i pezzetti di vetro sul muro sgretolato....

  1. Muratore.
  2. Falegname.
  3. Fabbro.