Come un sogno/II

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II

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I III
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II.

Immaginate dunque, come, dopo una lunga assenza, mi premesse di correre. Presi la via più spedita, quella da Napoli a Foggia, e di là fino a Bologna, d’onde avrei proseguito sulla linea di Padova. Delizioso viaggio, di cui, come di tante altre fortune, siam debitori all’Italia unita, e bisognerebbe che ce ne ricordassimo sempre, almeno noi altri della generazione presente, che ci godiamo il nuovo, dopo aver tribolato una parte di vita sul vecchio.

La via è, come tutti sanno, incantevole. [p. 16 modifica] Partito alle quattro del pomeriggio da Napoli, cominciai a passare in rassegna le viti maritate agli olmi di Casoria e di Aversa. Il ponte e la valle di Maddaloni mi riempirono di stupore; Benevento m’innamorò senz’altro. Credo non ci sia niente di più bello (in ferrovia, ci s’intende) che il veder Benevento a luce di tramonto. E quel fiume che serpeggia malinconico pei colti dell’ubertosa pianura rodendo chetamente le sue rive d’argilla! Per la prima volta ho inteso tutta la verità e la bellezza dell’oraziano:

.... Rura, quae Liris quieta
Mordet aqua taciturnus amnis.

Noto per amore di precisione, che qui non si trattava del Liri: chè non vorrei mi si appuntasse di aver confuso le acque del Calore con quelle del Garigliano, cosa che neppure Domeneddio s’è arbitrato di fare. Dico [p. 17 modifica] che la somiglianza del caso mi fece tornare alla mente quei versi. E ci pensai tanto, che sopravvenne la notte e mi tolse di vedere il rimanente del paese, che era dopo tutto la parte meno gradevole. La valle si restringeva o mi diventava intorno più brulla e più cupa. Intravvidi Montecalvo, che si dipinge nel nome da sè, Ariano che sa di scomunicato, Montaguto, Orsara, che non promettono niente di buono. Del resto, era notte e non posso dirne altro. Di Bovine, so che c’erano molti lumi, indizio d’un popolo illuminato, almeno quando va a letto. Di Foggia non potei ammirare che l’ampia stazione colla sua gran vôlta di cristallo.

Si smontava colà per aspettare al varco il convoglio diretto a Brindisi, e c’era per conseguenza il viavai, il tramestìo, il gridio, di tutte le stazioni d’incontro. Giunse il treno aspettato, e fu tosto un aprirsi di sportelli, [p. 18 modifica] uno scendere e un salir frettolosi, chi per tracannare un beverone alla bottega da caffè, chi per guadagnarsi un posto nei compartimenti meno abitati, e magari nei vuoti. Io, senza pigliarmi tanto fastidio, fui pronto a ficcarmi in un ammezzato (se lo permettete, chiamo così il coupé dei francesi), dove fu mia prima cura di accendere un sigaro, il vade retro più efficace pei cacciatori importuni di cosiffatte agiatezze.

Intanto i popoli pedestri duravano un po’ di fatica a raccapezzarsi, per aver due palmi di sedile su cui metter dimora. Come suole accadere in simili casi, i viaggiatori più comodi facevano le mostre di dormire e occupavano il posto di tre; altri, simulando un compagno disceso lì per lì e pronto a tornare, avevano messo una valigia per rappresentarlo degnamente nel posto vuoto che amavano tenersi per giunta alla derrata; [p. 19 modifica] gherminelle audaci, ma lecite, a quanto pare, delle quali veniam petimusque damusque.... ma no, smettiamola col latino, se no, chi ci ferma? Dirò dunque in volgare che ne facciam tutti, quando abbiamo trovato da sedere e guardiamo dall’alto al basso i nuovi venuti; e ce ne lagniamo poi tutti e mandiamo a settecentomila settecento settantasette diavoli i taciturni gaudenti, quando siamo noi sul predellino a domandar l’elemosina.

Ora, mentre io vivevo abbastanza sicuro, mercè la sopratassa pagata e il sigaro acceso, in un cantuccio del mio ammezzato, lo sportello, non chiuso ancora dai guardiani del treno, si spalancò d’improvviso ed una forma nera si trafugò dentro sollecita; ma non tanto nera, nè tanto sollecita, che io non avessi modo di ravvisare in essa una donna, anzi una dama, da quella foggia d’abiti da viaggio, di eleganza britannica, che [p. 20 modifica] ci fanno della donna un quid medium tra la fascia d’ombrello e la cortina a festoni d’una sala da pranzo.

Era giovine o vecchia? Bella o brutta? Mistero. Un fitto velo le scendeva dalle falde del cappellino sul volto, ostacolo alla fuliggine del carbon fossile e divieto agli sguardi curiosi. Per giunta, il lumino che ci vigilava dall’alto, rammentava quello di cui ebbe a poetare il Burchiello:

“E vidi un lumicin che parea spento.„

Senonchè, bella o brutta, giovane o vecchia, era una donna, e quasi un’ospite, poichè là dentro io mi ci vedevo già come in casa mia. Feci dunque il primo atto di buona creanza, buttando il sigaro dal finestrino; un sigaro a mala pena cominciato, che andava come una canna di camino. Ciò non avvenne senza un pochino di stizza: homo sum et [p. 21 modifica] nihil humani.... Ahi maledetto latino! Insomma siam tutti carnali, come diceva il mio portinaio, filosofo a ore perse, e qualcosa bisogna pur condonare a un viaggiatore disturbato nella sua solitudine.

La viaggiatrice si accorse dell’atto, non già del moto involontario da cui era internamente accompagnato, e in quella che stendeva la mano per collocare sulla rete il suo ombrellino, la valigetta e gli altri nonnulla, di cui ognuno ha seco la parte sua in viaggio, cortesemente mi disse:

— No, fumi liberamente, la prego; non voglia scomodarsi per me. —

La voce, un tal poco tremante, era simpatica. Io ebbi una buona ispirazione, e, alzandomi a mezzo dal mio cantuccio, risposi:

— Signora, il fumare è una mala cosa e sono contento ogni qualvolta mi si offre una ragione, o un pretesto, a non farla. — [p. 22 modifica]

Ella accolse le mie parole con un lieve cenno del capo.

— Tanto meglio; — soggiunse a mezza voce, quasi parlando fra sè: — un uomo cortese! —

Quella frase, detta così a fior di labbra, mi scosse. Notai allora quel po’ di turbamento che traspariva dalla sua voce, e ricordai la furia con cui era salita là dentro.

— Grazie, signora; — ripigliai, approfittando della sua ultima parola, — capisco che non son molti, e che anzi la più parte....

— Pur troppo, non son fior di cavalieri! — diss’ella. — Ma scusi.... io dimentico....

— Oh non si trattenga per me. Ella non dirà mai del mio sesso tutto il male che ne penso io. E.... non m’abbia per indiscreto.... ha forse avuto qualche molestia?

— Ah, ne arrossisco! — esclamò, recandosi istintivamente le mani sul volto — [p. 23 modifica]

— Intendo; — diss’io, con amarezza. — L’hanno veduta probabilmente sola in viaggio.... —

Gli atti della viaggiatrìce mi dimostrarono che avevo dato nel segno.

— Ma non è una indegnità, signore? — aggiunse ella, con accento di profonda afflizione. — Da quando in qua....

— Sicuro; — interruppi io, per risparmiarle il fastidio dell’invettiva; — da quando in qua è egli proibito ad una donna, a nostra madre, a nostra sorella, alla madre dei nostri figli, di passare liberamente per via come facciamo noi, e senza la noia delle nostre pretensioni galanti? Da quando in qua non le è più concesso di andare pe’ fatti suoi, senza pagare il pedaggio al primo venuto, che ami scoccarle una boccata di fumo sul viso, o una impertinenza all’orecchio? —

Mentre io parlavo in tal guisa, ed ella [p. 24 modifica] era per adagiarsi al suo posto nell’altro scompartimento del sedile, si affacciò allo sportello un uomo, che io a tutta prima credetti un guardiano del treno, venuto per cosa dell’ufficio suo, puta caso per sincerarsi se tutt’e due i viaggiatori dell’ammezzato avessero pagato la giunta sul prezzo della corsa. Difatti, cacciata la testa avanti e veduta la signora tuttavia ritta dinanzi al sedile, costui messe il piede sul montatoio in atto di salire. Ma qui, il poco lume della nostra lampada mi consentì di vedere in faccia il nuovo capitato e di ricredermi intorno alla mia supposizione.

Non era un guardiano; era un viaggiatore, giovane all’aspetto, signorilmente vestito, colla sua borsa di cuoio ad armacollo e una berretta scozzese piantata alla spavalda sulla fronte. La foggia del vestire e l’acconciatura della barba in due ventole folte [p. 25 modifica] e prolisse, arieggiavano il milorde inglese; ma le fattezze più risentite del volto e due neri occhioni, coi quali pareva volesse sorbirsi il prossimo come si farebbe un uovo fresco, lo diceva d’altra razza; non so poi se latina o schiavona. Scegliete voi. Io, sbirciatolo appena di sotto al braccio della viaggiatrice che mi nascondeva a’ suoi occhi, e innanzi che un gesto d’ingrata sorpresa della mia compagna di viaggio mi avesse dato indizio più certo dell’esser suo, avevo fiutato il mio uomo.

È un brutto coso, il cacciatore di donne in ferrovia. Specie nuova, non ancora classificata dai naturalisti, vuol essere studiata un tantino, perchè tutti possano averne i connotati alla mano. Comincio a dire che nessun carrozzone, nessun compartimento gli serve, e va innanzi e indietro dall’uno all’altro, ormando e frugando, come un [p. 26 modifica] bracco da leva, fin tanto non siano tutti i viaggiatori a posto ed egli non abbia adocchiato il migliore per sè. Vede una donna nulla nulla piacente, che viaggia da sola? E lui pronto a ficcarsi dentro, senza badare se sia dama o pedina. Ci sono uomini nel compartimento? Spera che se ne vadano alla prima stazione. Intanto, s’industria a far servizio, a farsi scorgere, a farsi gradire. Alza o abbassa il cristallo del finestrino, secondo il bisogno; tira innanzi o indietro la cortina secondo la direzione del sole: risponde non chiesto, interroga a mezza bocca, si butta innanzi, vuole apparir manieroso, e non è che frammettente e importuno. Vi fa gli occhi languidi, mia bella signora, aspettando l’occhiata che voi gli darete, per mera curiosità od anche solamente per caso; tasta il terreno col piede, per incalzare, se trova un piedino di buona volontà, per domandarvi scusa e [p. 27 modifica] appiccar discorso, se ritirate il vostro da’ suoi toccamenti villani; si atteggia, fa il bocchino, si ravvia i capelli, si cava un guanto per farvi ammirare il brillante a casco che metterà ai vostri piedi, solo che voi lo vogliate; si tira i manichini, fa mille vezzi e moine; farebbe magari dio carte false, per darvi ad intendere che si specchierebbe volentieri nei vostri begli occhi, per aggiustarsi il nodo della cravatta e darvi il colpo di grazia.

Torniamo a noi. Riconobbi l’uomo, notai l’atto della mia compagna di viaggio e balzai in piedi senz’altro. Non so come io venissi a capo di assottigliarmi; ma il fatto sta che scivolai prontamente dall’altro lato della vettura. Mi vide quegli e si fermò sul montatoio; forse in cuor suo s’augurò di non essersi fatto tant’oltre; ma era tardi e bisognava far fronte.

Anch’io m’ero buttato innanzi di troppo; [p. 28 modifica] ma già, son fatto così e non c’è verso di cambiarmi. Tutte le prepotenze m’hanno sempre dato sui nervi, e quella del finto inglese, che accennava a voler entrar terzo in un ammezzato dove ci si va per esser soli, e due che non si conoscano l’un l’altro ci sono già in troppi, mi pareva una prepotenza di prima qualità, prepotenza singolare, prepotenza unica, e tale da non doversi comportare in nessun modo, niente affatto poi là, sotto gli occhi d’una donna.

— Signore, — gli dissi adunque, facendo il viso arcigno e la voce severa, — c’è pieno.... per Lei.

— Che? come? — tartagliò il messere, colto alla sprovveduta. — Ci sono due posti vuoti.... l’ammezzato è per quattro, e vo’ vedere....

— Non vedrà niente e scenderà di qui, o per l’anima mia.... [p. 29 modifica]

— Non scenderò; l’uomo che ha da farmi paura non è ancor nato. —

E mentre così diceva, tra la confusione e la rabbia, egli aveva già messa la mano sulla intelaiatura dello sportello per aiutarsi a salire.

Mi avvidi allora che ci voleva un gran colpo.

— Non entrerà, perdio! — risposi, a voce bassa, ma con accento vibrato. — Ella ha insultato una donna, che ha dovuto cercar rifugio qui dentro dalle sue persecuzioni villane. Faccia un passo e le mando il cervello per aria. — (Avevo, già si capisce, cavato di tasca e fatto balenare a’ suoi occhi un arnese da ciò). — Se poi chiede ai guardiani che lo mettano dentro ad ogni costo, si serva: faremo uno scandalo, ed Ella sarà svergognato davanti a tutta l’udienza. —

Il mio avversario rimase lì, istupidito tra [p. 30 modifica]i due corni del dilemma. Io colsi il buon punto per offrirgli uno scampo e metter fine all’alterco.

— Del resto, — soggiunsi, — se il mio atto le spiace, a quella stazione che le parrà meglio scenderemo tutt’e due, ed io le darò il resto del carlino. In piombo o in acciaio, a sua scelta.

— Sta bene; — diss’egli, sbuffando; — io scendo ad Ancona. Anzi no, scenderemo a Grottamare. Ci ho una palazzina di campagna.... e terra da seppellirci più d’uno.

— Ottimamente! — risposi ghignando, come portava il discorso. — Ancona, o Grottamare, per me è tutt’uno. Ho tempo da perdere.

— Ed ella mi renderà conto....

— Tutto quel che vorrà. — Intanto i guardiani, finito il viavai della folla irrequieta dei viaggiatori, si facevano innanzi a chiudere gli sportelli. — [p. 31 modifica]

— Partenza, signori, partenza! — e i rintocchi frequenti del campanello rincalzavano le parole.

Lo sconosciuto fu sollecito a scendere; mi diede ancora una torva guardata co’ suoi occhioni da spiritato; mi fe’ un gesto minaccioso col braccio e colla mano distesa, e sparì, per andarsi a cercare un posto, probabilmente per ripigliarsi il suo, abbandonato pur dianzi.

Io pure mi ritrassi dall’uscio, mentre il guardiano, veduta la nuova abitatrice dell’ammezzato, balzava sul montatoio per chiedere la giunta sul prezzo della corsa. La mia compagna di viaggio metteva mano al portamonete; io frattanto, ad agevolare il negozio, pagai speditamente in sua vece e ritirai dalle sue mani il biglietto, per consegnarlo al guardiano. Cotesto mi consentì di vedere che la viaggiatrice andava fino a [p. 32 modifica] Bologna, ultima stazione delle ferrovie meridionali. Il guardiano spiccò dal suo taccuino un foglietto di carta, vi scrisse con due tratti di matita la sua brava ricevuta, che, passando ancor essa per le mie mani, andò in quelle della signora; indi richiuse lo sportello e via, che il suo còmpito era in tal guisa finito.

Anche il mio era compiuto col suo. Accettai dalla mia compagna di viaggio la restituzione, o, per dire più veramente, il ricambio della moneta pagato al guardiano, e ritornai al mio posto, dopo aver fatto un inchino e balbettato alcune frasi di consuetudine, in risposta a’ suoi rendimenti di grazie.

Poco stante il fischio della vaporiera, lo scricchiolio dei carrozzoni e la scossa conseguente, annunziavano la nostra partenza da Foggia.

Foggia, capoluogo della Capitanata, oasi [p. 33 modifica] del Tavoliere di Puglia, ricca venditrice di frumento, di lane e di capperi in composta, il tuo nome ubertoso1 e il tuo grato ricordo non m’usciranno mai più dalla mente.)

  1. Secondo Pandolfo Collenuccio, nel I libro dell’Istoria del Regno di Napoli, fu così nominata Foggia dal gran numero delle fosse, che ad uso di granai vi sono per conservare i frumenti.
     (Leandro Alberti. Descrizione di tutta Italia.