Commedia (Buti)/Inferno/Canto XXX

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Inferno
Canto trentesimo

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Inferno - Canto XXIX Inferno - Canto XXXI

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1Nel tempo che Giunone era crucciata
      Per Semele contra il sangue tebano,
      Come mostrò una et altra fiata,
4Atamante divenne tanto insano,
      Che veggendo la moglie con due figli
      Andar carcata da ciascuna mano,
7Gridò: Tendiam le reti, sì ch’io pigli
      La leonessa e’ leoncini al varco;
      E poi distese i dispietati artigli,
10Prendendo l’un ch’avea nome Learco,
      E roteollo e percosselo ad un sasso;
      E quella s’annegò con l’altro carco.
13E quando la Fortuna volse in basso
      L’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
      Sì che insieme col regno il re fu casso,
16Ecuba trista, misera e cattiva,
      Poscia che vide Polissena morta,
      E del suo Polidoro, in su la riva
19Del mar, si fu la dolorosa accorta,
      Fuorsennata latrò, sì come cane:1
      Tanto dolor le fe la mente torta.2

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22Ma nè di Tebe furie, nè troiane3
      Si vider mai in alcun tanto crude,4
      No in punger bestie, non che membra umane;5
25Quant’io vidi in due ombre smorte e nude6
      Che mordendo correvan di quel modo,
      Che porco, quando del porcil si schiude.
28L’una giunse a Capocchio, et in sul nodo
      Del collo l’assannò, sì che tirando,
      Grattar li fece il ventre al fondo sodo.
31E l’Aretin, che rimase tremando,
      Mi disse: Quel folletto è Gianni Schicchi,
      E va rabbioso altrui così conciando.
34Oh, diss’io lui, se l’altro non ti ficchi7
      Li denti a dosso, non ti sia fatica
      A dir chi è, pria che di qui si spicchi.
37Et elli a me: Quella è l’anima antica
      Di Mirra scelerata, che divenne
      Al padre fuor del dritto amore amica.
40Questa a peccar con esso così venne,
      Falsificando sè in altrui forma,
      Come l’altro, che là sen va, sostenne,
43Per guadagnar la donna della torma,
      Falsificare in sè Buoso Donati,
      Testando, e dando al testamento norma.
46E poi che i due rabbiosi fur passati,
      Sopra cui io avea l’occhio tenuto,
      Rivolsilo a guardar li altri mal nati.8

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49Io vidi un fatto a guisa di liuto,9
      Pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
      Tronca dal lato che l’uomo à forcuto.10
52La grave idropesi, che sì dispaia11
      Le membra con l’umor che mal converte,
      Che il viso non risponde alla ventraia,
55Facea lui tener le labbra aperte,
      Come l’etico fa, che per la sete
      L’un verso il mento e l’altro in su riverte.
58O voi, che sanza alcuna pena siete,
      E non so io perchè, nel mondo gramo,
      Diss’elli a noi, guardate et attendete
61Alla miseria del maestro Adamo:
      Io ebbi vivo assai di quel ch’io volli,
      Et ora, lasso! un gocciol d’acqua bramo.
64Li ruscelletti, che di verdi colli12
      Del Casentin discendon giuso in Arno,13
      Facendo i lor canali freddi e molli,
67Sempre mi stanno inanzi, e non indarno,
      Che l’imagine lor vie più m’asciuga,
      Che il male, onde nel viso mi discarno.
   70La rigida Giustizia, che mi fruga,
      Tragge cagion del luogo, ov’io peccai,
      A metter più gli miei sospiri in fuga.
73Ivi è Romena, là dov’io falsai
      La lega suggellata del Battista,
      Perch’io il corpo su arso lasciai.

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76Ma s’io vedessi qui l’anima trista
      Di Guido, o d’Alessandro, o di lor frate14
      Per Fonte Branda non darei la vista.
79Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
      Ombre che vanno intorno dicon vero;
      Ma che mi val, ch’ò le membra legate?
82S’io fossi pur di tanto ancor leggero,
      Ch’io potessi in cent’anni andare un’oncia,
      Io sarei messo già per lo sentero,
85Cercando lui tra questa gente sconcia,
      Con tutto ch’ella volge undici miglia,15
      E men d’un mezzo di traverso non ci à.
88Io son per lor tra sì fatta famiglia:
      Ei m’indusser a batter li fiorini,
      Che avean tre carati di mondiglia.
91Et io a lui: Chi son li due tapini,
      Che fuman, come man bagnate il verno,16
      Giacendo stretti a’ tuoi destri confini?
94Qui li trovai, e poi volta non dierno,17
      Rispuose, quando piovi in questo greppo,
      E non credo che dien in sempiterno.
97L’una è la falsa che accusò Gioseppo,18
      L’altro è il falso Sinon greco di Troia:19
      Per febbre acuta gittan tanto leppo.
100E l’un di lor che si recò a noia
      Forse d’esser nomato sì oscuro,
      Col pugno li percosse l’epa croia.20

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103Quella sonò, come fusse un tamburo;
      E maestro Adamo li percosse il volto
      Col pugno suo, che non parve men duro,21
106Dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
      Lo muover delle membra, che son gravi,22
      Ò io il braccio a tal mestiere sciolto.23
109Ond’ei rispose: Quando tu andavi
      Al fuoco, non l’avei tu così presto;24
      Ma sì e più l’avei quando coniavi.24
112E l’idropico: Tu dì ver di questo;25
      Ma tu non fosti sì ver testimonio
      Là ’ve del ver fosti a Troia richiesto.
115S’io dissi il falso, e tu falsasti il conio,
      Disse Sinone, e son qui per un fallo,
      E tu per più che alcun altro demonio.
118Ricordali, spergiuro, del cavallo,
      Rispose quel, ch’avea enfiata l’epa,
      E siati reo, che tutto il mondo sallo.
121E te sia rea la sete onde ti crepa,26
      Disse il Greco, la lingua; e l’acqua marcia
      Che il ventre inanzi alli occhi ti si assiepa.
124Allora il monetier: Così si squarcia
      La bocca tua per mal dir, come sole;27
      Che s’io ò sete, et umor mi rinfarcia,
127Tu ài l’arsura, e il capo che ti duole;
      E per leccar lo specchio di Narcisso,
      Non vorresti a invitar molte parole.28

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130Ad ascoltarli er’io del tutto fìsso,
      Quando il Maestro mi disse: Or pur mira
      Che per poco è che teco non mi risso.2930
133Quando il senti’ a me parlar con ira,
      Volsimi verso lui con tal vergogna,
      Che ancor per la memoria mi si gira.
136E quale è quel che suo dannaggio sogna,
      Che sognando desidera sognare,31
      Sì che quel ch’è, come non fosse, agogna;
139Tal mi fec’io, non potendo parlare,
      Che disiava scusarmi, e scusava
      Me tuttavia, e nol mi credea fare.
142Maggior difetto men vergogna lava,
      Disse il Maestro, che il tuo non è stato;
      Però d’ogni tristizia ti disgrava:
145E fa ragion ch’io ti sia sempre al lato,
      Se più avvien, che Fortuna t’accoglia32
      Ove sien genti in simigliante piato:
148Chè voler ciò udire è bassa voglia.

  1. v. 20. C. M. Forsennata
  2. v. 21. C. M. Tanto il dolor
  3. v. 22. C. M. Mai
  4. v. 23. C. M. vider in alcun
  5. v. 24. C. M. Non punger
  6. v. 25. C. M. Vidi due ombre
  7. v. 34. Oh, dissi lui,
  8. v. 48. C. M. Mi volsi a riguardar li altri dannati.
  9. v. 49. C. M. leuto,
  10. v. 51. C. M. Tronca dal lato onde l’uomo è forcuto.
  11. v. 52. Idropesi; idropesia, con doppia desinenza presso gli antichi, siccome paralisi, paralisia; poesi, poesia ed altri. E.
  12. v. 64. C. M. che de’ verdi
  13. v. 65. C. M, Di Casentin discenden
  14. v. 77. C. M. e d’Alessandro e di lor frate,
  15. v. 86. C. M. volga
  16. v. 92. C. M. bagnata
  17. v. 94. Dierno; sincope di dierono, la quale al poeta non si disdice. E.
  18. v. 97. Gioseppo. Il latino Ioseph o Iosephus diede Gioseffe, Gioseppe, Gioseffo, Gioseppo, adoperati indistintamente e nel verso e nella prosa. Anche i suoi contratti sono Beppe, Geppe; Beppo, Geppo. E.
  19. v. 98. C. M. da Troia:
  20. v. 102. epa croia. Croio qui vale indurato e teso per soverchio umore, e nella propria tensione irrigidito, come cuoio. E.
  21. v. 105. C. M. Col braccio suo,
  22. v. 107. per le membra,
  23. v. 108. C. M. Io abbo il braccio
  24. 24,0 24,1 v. 110-111. Avei; avevi. Nell’imperfetto della seconda e terza coniugazione fu sottratto il v all’ultimo, e si formò avea, dovea, sentia; avei, dovei, sentii e cotali. E.
  25. v. 112. C. M. Dì ben ver di questo;
  26. v. 121. C. M. A te sia reo
  27. v. 125. C. M. per dir mal,
  28. v. 129. C. M. a mutar molte parole.
  29. v. 132. C. M. m’adisso.
  30. v. 132. Per poco è; manca poco. E.
  31. v. 137. C. M. Che secondo desidera
  32. v. 146. C. M. ti coglia

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C O M M E N T O


     Nel tempo che Giunone ec. In questo xxx canto tratta l’autore ancora de’falsatori, e perchè nel passato à trattato de’falsatori alchimisti, tratta qui delli altri falsatori; e dividesi principalmente in due parti: imperò che prima pone certi falsatori, che come rabbiosi vanno mordendo li altri che sono nella x bolgia; nella seconda pone d’altri falsatori, differenti da questi e da quelli di sopra, et è la seconda, quivi: O voi, che sanza ec. La prima si divide in cinque parti: imperò che prima pone una istoria tebana, acciò che quindi faccia poi la sua similitudine che intende di porre; nella seconda pone una istoria troiana, acciò che di quindi formi ancora la detta [p. 761 modifica]similitudine, et è la seconda, quivi: E quando la Fortuna ec.; nella terza adatta le dette istorie alla similitudine sua, quivi: Ma nè di Tebe ec.; nella quarta induce lo Aretino, nominato nell’altro canto, a manifestare quali erano quelli rabbiosi, che correano così mordendo quelli della bolgia, quivi: l’Aretin, che rimase ec.; nella quinta pone come intese poi a riguardare li altri della detta bolgia, quivi: E poi che i due’rabbiosi ec. Divisa adunque la prima lezione, è da vedere ora la sentenzia litterale la quale è questa.
     Prepone l’autore una istoria della città di Tebe che fu in Grecia, dicendo cosi: Nel tempo che Giunone, la quale li poeti fingono essere la maggiore tralle idee e moglie di Giove, era crucciata contra li Tebani, perchè una della casa reale di Tebe, chiamata Semele era stata concubina del marito suo Giove, venne tanta insania e furore sopra li regi tebani che spesse volte feciono grandissimi mali; et avvenne a quel tempo che Atamante re de’ Tebani, essendo diventato furioso, vedendo la moglie ch’avea nome Ino, venire verso lui con due figliuoli in braccio, l’uno dall’un braccio, e l’altro dall’altro, parveli in quella furia che la moglie fosse una leonessa e figliuoli fossono leoncini, e però gridò: Tendiamo le reti sì ch’io pigli la leonessa e’ leoncini; et accostatosi a lei prese l’uno ch’avea nome Learco, e roteandolo lo percosse ad un sasso; ond’ella per dolore corse sopra uno monte che pendea sopra il mare, e gittovisi dentro con l’altro figliuolo. E poi ch’à fatto menzione di questa istoria, fa menzione di quella di Troia, dicendo che quando Troia, città posta in Asia, fu disfatta da’ Greci, la reina Ecuba, veduto morto il suo marito; lo re Priamo e li figliuoli grandi, e Polissena e Polidoro ch’era piccolo, diventò insana; cioè pazza, e cominciò ad abbaiare e mordere come cane: tanto la rivolse lo dolore. Poi adatta queste due istorie al suo proposito, per trarre quindi la similitudine, dicendo che mai non si vidono tanto crude in alcuno le furie tebane e troiane, non che a pugnere uomini; ma eziandio bestie, quanto elli vide due ombre smorte e nude, che correano mordendo quelli della decima bolgia, come corre lo porco quando escie del porcile, e giunse l’uno a Capocchio, del quale fu detto di sopra, e morselo in sul nodo del collo e trascinollo per lo fondo della bolgia, tirandoselo col morso di rietro. E quello maestro Grisolino d’Arezzo, del quale fu detto di sopra, disse a Dante rimaso con grande paura che non facesse così a lui: Quel furioso, che va così conciando altrui, è Gianni Schicchi de’ Cavalcanti. Et allora Dante li disse: Io ti priego, se l’altro di quelli due rabbiosi non ti ficchi i denti a dosso, dimmi chi è quelli. Allora colui rispose che quella era Mirra scelerata, figliuola di Cinara re di Cipri che, innamorata del padre, si contrafece sì che giacque con lui, così come si contrafece Gianni Schicchi in messer Buoso Donati, per [p. 762 modifica]guadagnare una cavalla ch’era nella torma di messer Buoso, che si chiamava la donna della torma e valea molti denari, facendo testamento in persona di messer Buoso. E dice l’autore che, poiché furono passati li due rabbiosi li quali avea attentamente ragguardati, elli si rivolse a ragguardare li altri miseri; e dice che vide uno fatto a modo di liuto: sì avea grosso il ventre, pur che non avesse avuta se non l’una gamba; e fìnge che costui era così diventato enfiato 1, per ch’era idropico, e faceali la idropesi tenere le labbra aperte, come fa l’etico che arrovescia 2 l’uno labbro in su, l’altro in giù per la sete. E qui è fine della lezione: ora è da vedere il testo con le allegorie.

C. XXX — v. 1-12. In questi quattro ternari l’autor nostro induce una storia poetica, acciò che quindi e dell’altra, che inducerà nelli altri, traga 3 la sua similitudine; e questa si è presa dall’Ovidio, Metamorfoseos libro iii, ove l’autor tratta de’fatti di Tebe, e questa è la storia. Poi che lo re Cadmo ebbe edificata Tebe, ebbe figliuoli e figliuole molto belle, tra le quali era Semele bellissima di tutte, della quale s’innamorò Giove, sommo delli dii, come fingono li poeti; et avuto effetto della sua intenzione, ella ingravidò da lui. Sentendo questo Giunone moglie di Giove, fu crucciata contra questa Semele e contra tutti li Tebani, sicché molte volte fece loro danno assai; ma pur di Semele si puose in quore 4 di vendicarsi; e preso l’abito di una vecchia, andò a stare con Semele come va l’una donna a visitar l’altra, e finsesi d’essere una delle sue parenti; e ragionando con lei dimesticamente, vennono a ragionamento dell’amor di Giove, et in questo ragionamento disse questa vecchia: Tu se’ ingannata da Giove, elli non ti vuole bene come a Giunone: imperò che s’elli ti volesse bene, elli ti si mosterrebbe in quella forma ch’elli si mostra a Giunone, quando si congiugne con lei, che mai non vedesti sì maravigliosa cosa; e però fatti promettere che qualunque grazia tu li domanderai, elli te la debba osservare; e fatta la promessione, li domanda questo, e avrai da lui quello che mai non ài avuto. A Semele entrò in cuore questo fatto; e venendo Giove a lei, si fece promettere una grazia quale ella addomandasse; e fatta la promessione, li domandò ch’elli si giugnesse a lei in quella forma, ch’elli si congiugnea con Giunone. Udita Giove la domanda, si pentè d’aver faotta la promessione; et osservando la promessione, si congiunse con lei in ispezie di fulminante, come si congiugnea con Giunone; e non [p. 763 modifica]potendo Semele sostenere così fatta spezie, perch’era mortale, si morì. Allora Giove li fece trarre il fanciullo del ventre, e portollo elli tanto, che vennono li nove mesi; e compiuto il tempo, lo diede a nutricare ad Ino sirocchia di Semele e moglie di Atamante re di Tebe. E poi che fu allevato, fu fatto questo fanciullo idio e fu chiamato Bacco; e gloriandosi Ino et Atamante di avere allevato si fatto figliuolo, Giunone crucciata mandò furore in Atamante et in Ino tanto, che Atamante vedendo venire la moglie Ino con due suoi figliuoli in braccio, che l’uno avea nome Learco e l’altro Melicerta, parendoli che la moglie fosse leonessa, e figliuoli due leoncini, gridò a’ suoi che tendesseno le reti per pigliare la leonessa et i leoncini, e prese Learco e roteandolo lo percosse ad un sasso. Onde Ino vedendo questo, fuggì con l’altro alla marina e d’in su uno scoglio si gittò con esso in mare accesa di furore, e secondo li poeti furono fatti idii del mare, ella chiamata Leucotoe e il figliuolo Palemona. Ora dice così il testo: Nel tempo che Giunone; cioè la moglie di Giove, era crucciata Per Semele; figliuola del re Cadmo e concubina di Giove, contra il sangue tebano; cioè contra li reali di Tebe, e per loro contro a tutto il popolo, Come mostrò una et altra fiata; cioè come dimostrò due volte o più, Atamante; marito d’Ino che fu sirocchia di Semole, divenne tanto insano; cioè diventò tanto furioso, Che veggendo la moglie; cioè Ino, con due figli; cioè Learco e Melicerta, Andar carcata; cioè caricata, da ciascuna mano; cioè da ciascun braccio, Gridò; a’ suoi: Tendiam le reti: imperò che in quella furia gli parea essere a cacciare, si ch’io pigli La leonessa e’ leoncini al varco; della moglie e de’ figliuoli dicea che li pareano diventati la leonessa e leoncini; E poi distese i dispietati artigli; delle mani sue, parla l’autore, le quali chiama artigli perchè feciono crudeltà, come fanno li uccelli feritori, Prendendo l’un ch’avea nome Learco; de’ due suoi figliuoli, E roteollo e percosselo ad un sasso; lo detto suo figliuolo Learco, E quella; cioè Ino sua moglie, s’annegò con l’altro carco, perch’ella si gittò in mare con l’altro figliuolo, ch’avea nome Melicerta.

C. XXX — v. 13-21. In questi tre ternari l’autor nostro premette una istoria 5 poetica, acciò che da questa e da quella di sopra tragga la sua similitudine poi; e la storia è questa. Quando Troia, contrada e città posta in Asia, fu disfatta; presa e disfatta la città, che n’era capo, per li Greci et ucciso lo re Priamo co’ suoi figliuoli, come di ciò è fatto menzione di sopra cap. i, rimase la reina Ecuba, ch’era fatta 6 moglie del re Priamo, presa insieme con una sua figliuola che si chiamava Polissena, la quale fu morta e sacrificata da [p. 764 modifica]Pirro alla sepoltura 7 d’Achille suo padre, in vendetta della morte sua, poiché pervennono in Tracia, sì come pone Ovidio, Metamorfosi nel libro 13. Onde Ecuba andando alla piaggia del mare, per lavare lo corpo di Polissena, vide lo corpo del suo figliuolo Polidoro, lo quale essendo piccolino nel tempo della guerra, lo re Priamo avea accomandato al re Polinestorre re di Tracia, cognato suo, e mandatogliele con molto tesoro acciò che, se le cose andassono avverse, questo Polidoro rifacesse la città e lo regno. Ma questo Polinestor non servò 8 la fede; e per avere lo tesoro, udita la destruzione di Troia, fece uccidere questo Polidoro alla riva del mare occultamente; per la qual cosa la reina Ecuba, vedendo lo suo figliuolo piccolino morto, nel quale restava la sua speranza, diventò furiosa e cominciò ad abbaiare 9 come cane, e mordere qualunque trovava dinanzi da sè; onde i Greci la feciono lapidare, e secondo che pone Ovidio, ella andò così furiosa al detto re Polinestor, e trasseli li occhi della testa e straccioni la faccia. Dice adunque così lo testo: E quando la Fortuna; cioè la ministra di Dio, della quale fu detto di sopra cap. vii, volse in basso; cioè arrecò a disfacimento, L’altezza de’ Troian; ch’erano signori d’Asia, che tutto ardiva; questo dice, perchè i Troiani aveano prima combattuto li Greci, e tolto Elena, Sì che insieme col regno il re fu casso; cioè fatto vano, e venne meno ad una ora il re, e il regno disfatto, Ecuba trista; perduti tanti figliuoli, misera; perduta tanta felicità, e cattiva; perch’era menata dal re Ulisse serva, come l’altre Troiane, Poscia che vide Polissena morta; la qual fu sacrificata da Pirro all’avello 10 d’Achille, come già è detto, E del suo Polidoro; il quale avea dato in guardia al suo fratello Polinestor, come è detto, in su la riva Del mar: imperò che sulla piaggia vide il corpo di Polidoro, che si scoperse dalla terra ov’era coperto, secondo che finge Ovidio nel detto libro e luogo, si fu la dolorosa accorta; cioè ch’allora si avvide ch’era morto, Fuorsennata; cioè fuor del senno, cioè insanita e diventata furiosa; questo è vocabolo fiorentino, latrò; cioè abbaiò, sì come cane; cioè siccome abbaia il cane: Tanto dolor le fe la mente torta; dalla ragione umana, vincendo lo dolore la ragione.

C. XXX — v. 22-30. In questi tre ternari l’autor nostro adatta le dette due istorie alla sua similitudine che vuol fare et alla sua intenzione, dicendo che, benché i Tebani fossono furiosi come detto è, e benché i Troiani fossono furiosi come detto è d’Ecuba; mai non si vidono tanto crudeli li furiosi Tebani e Troiani, quanto questi due ch’elli pone che vedesse andare correndo per la x bolgia, [p. 765 modifica]stracciando e mordendo li altri; e però dice: Ma nè di Tebe furie, nè troiane Si vider mai in alcun; cioè contra ad alcun, tanto crude; cioè tanto crudeli, No in punger bestie; che sarebbe minor crudeltà, non che membra umane; che è maggior crudeltà, Quant’io; cioè Dante, vidi in due ombre smorte e nude; pone che vedesse due anime così furiose e pone loro due accidenti; cioè ch’erano smorte et erano nude. E queste due condizioni si convengono a chi per furore d’avere, o d’amore, s’induce a falsificare sè in altrui, o altrui in sè, come fanno questi due de’ quali si dirà di sotto; e sì per conveniente pena nell’inferno: imperò che degna cosa è che chi per ispogliare altrui di sua onestà, o di suo avere, se è falsificato, sia nudo e privato di quello e d’ogni altro bene: e come la paura, che è significata per lo smortore, l’àe accompagnato in questa vita; così l’accompagni sempre nelle pene. E sì ancora per allegoria si convengono questi due accidenti a quelli del mondo: imperò che, quando l’uomo è sì 11 vinto dal furore dell’amore e dell’avere, ch’elli s’arreca a falsificare sè o in altrui, o altrui in sè, elli è sempre in paura che non si scuopra la sua falsità, et è nudo d’ogni difensione 12 quanto al vero e quanto alla sua coscienzia, benché si veli e cuopra alli altri. Che mordendo correvan di quel modo; due altre condizioni nota qui; correre e mordere, le quali benché sieno segno di furore, ancora si convengono loro per pena nell’inferno: imperò che degna cosa è che chi à avuto tanto furore, che à sostenuto di falsificarsi e non à riposato quel furore, sempre corra e mai non abbia posa: e come è stato bestiale in questa vita, mordendo l’onestà e facultà altrui; cioè togliendo con violenza e con inganno; così rimanga sempre in quella bestialità. Ma per allegoria di quelli del mondo puose queste condizioni: imperò che mai non si riposano li lor pensieri; ma sempre corrono e mordono sempre la facultà e l’onestà altrui: e che l’autor ponga in questi così fatti, che falsificano sè in altrui, o altrui in sè, lo furore che non l’à posto nelli altri, non è senza cagione: imperocché falsificare li metalli o altre cose è minor peccato, e puossi dire che sia infermità di mente, e però à finto che sieno infermi. Ma falsificare sè medesimo è maggior peccato, e puossi dire che al tutto è uscito della ragione chi tal cosa adopera; e però convenientemente l’autor finge alli dannati debita pena, poi che l’ànno avuto in questa vita, che l’abbiano ancora di là. E notantemente per allegoria mostra in quelli del mondo essere maggiore errore, in quanto li finge furiosi per rispetto delli altri che finge essere infermi di varie infermità, sì come varie circustanzie può avere sì fatto peccato. Che porco, quando del porcil si schiude; qui fa [p. 766 modifica]la similitudine di costoro a’ porci, dicendo che così correano come il porco, quando esce dal porcile ch’el truova aperto; e bene li assomiglia al porco: imperò che come il porco è brutto, così quelli così fatti sono brutti; e come il porco è crudele a mordere et assannare 13 chiunque si truova inanzi, così questi così fatti mordono co’detti e co’fatti chiunque volesse il lor furore raffrenare. L’una giunse a Capocchio; questo Capocchio è quello sanese di cui è detto di sopra, che disse tanto contra i Sanesi. E poeticamente l’autor finse che l’uno di questi furiosi mordesse Capocchio e non l’altro, perchè questo Capocchio com’era stato nella vita contrafacitore e schermitore delli altri uomini, riprendendo loro fatti e detti, e così l’avea ancor indotto a dir male de’ Sanesi quivi; così trovasse in questa vita chi mordesse lui e dicesse mal di lui e schernisse lui, dimostrando che quivi fosse morso, per ch’elli avea morso li Sanesi. et in sul nodo Del collo l’assannò; ecco che finge ch’el mordesse in sul collo, come chi volesse far tacere altrui, strignerebbe lo collo e la gola, sì che tirando; col morso il detto Capocchio, Grattar li fece il ventre; cioè li fece strofinar lo ventre, strascicandolo, al fondo sodo; cioè al fondo della bolgia ch’era di pietra, come detto fu di sopra. Degna cosa è che coloro che gittono altrui per terra, facendo beffe e strazio di loro, sieno gittati e strascinati 14 ellino dalli altrui per terra.

C. XXX — v. 31-45. In questi cinque ternari l’autor nostro fìnge che maestro Grifolino d’Arezzo, detto di sopra, manifestasse chi era l’arrabbiato che morse Capocchio, e come addomandato da lui dell’altro ancora, gliel manifesta dicendo così: E l’Aretin; cioè maestro Grifolino d’Arezzo, che rimase tremando; per paura che l’altro non mordesse così lui, Mi disse; cioè a me Dante: Quel folletto; cioè quel rabbioso, è Gianni Schicchi; questo Gianni Schicchi fu de’ Cavalcanti da Fiorenza, et era gran compagno di Simone parente di messer Buoso Donati ancora fiorentino; lo qual messer Buoso era molto ricco, e venendo a caso di morte per infermità, non fece testamento, o che questo Simone non gliel lasciasse fare, o ch’elli si morisse in tal modo che nol facesse, come per negligenzia spesse volte addiviene. Onde questo Simone, inanzi che niuno sapesse che messer Buoso fosse morto, ordinò che questo suo compagno Gianni Schicchi stesse nel letto in persona di messer Buoso, e contrafacesse messer Buoso con la voce tremante e debile come di malato, e facesse testamento e lasciasse lui suo erede; elli li promise di darli per questo una cavalla ch’avea messer Buoso in una sua torma, ch’era bellissima e d’un grande pregio, la quale si chiamava la donna della [p. 767 modifica]torma. Et ordinato questo si mandò per lo Notaio, e questo Gianni si acconciò nel letto col capo fasciato, nella camera, e con le finestre socchiuse e feciono stare il notaio un poco di lungi; e questi fece il testamento in persona di messer Buoso e lasciò a cui questo Simone volle; e lui, cioè Simone erede, nel testamento. E rogato il testamento 15, indi a poco stante, sparsono la voce come messer Buoso era morto e attesuono alla sepultura, e così si rimase erede il detto Simone. E va rabbioso altrui così conciando; come tu vedi che à conciato Capocchio. Oh, diss’io lui; cioè io Dante dissi all’Aretino detto di sopra, se l’altro non ti ficchi Li denti a dosso; cioè se quest’altro non ti morda rabbioso, non ti sia fatica A dir chi è, pria che di qui si spicchi; cioè innanzi che si parta quinci. Et elli a me; cioè l’Aretino rispose a me: Quella è l’anima antica Di Mirra scelerata; convenientemente induce l’autore questo maestro Grifolino a rispondere di Mirra: imperò ch’elli fu saputa persona e studioso de’ poeti. Questa Mirra fu figliuola del re Cinara, re d’Arabia, et innamorossi sozzamente del padre, intanto che per impazienzia d’amore si volle impiccare; se non che la nutrice la sopraggiunse; e saputa la cagione, quella mala nutrice diede opera al fatto, proferendo al re Cinara una bellissima giovane d’Arabia, a quel tempo che la reina Chencreis 16 non era col re Cinara, ch’era ita alla festa di Cerere che durava nove di’; e così diede opera che di notte venne Mirra nella camera del padre, sotto il nome di quella giovane 17 e giacque col padre due notti sanza lume. La terza notte il padre, volendo vedere chi fosse questa giovane 18, et elli vide che era la figliuola; e preso da grandissimo dolore, prese la spada per volerla uccidere: ella fuggì dinanzi da lui; e come pone Ovidio, Metamorfoses libro x, fu mutata poi in quell’arbore che fa la mirra, e di lei nacque Adon; e però dice l’autore scelerata per lo incesto che ella commise, e manifestò il peccato dicendo: che divenne Al padre fuor del dritto amore amica: amico è nome di virtù; et alcuna volta diventa nome di vizio, quando è fuori del diritto amore. Questa a peccar con esso così venne; ora manifesta il modo, Falsificando sè in altrui forma 19 : però che s’infinse d’essere quella giovane, ch’avea promessa la sua nutrice al padre Cinara, Come l’altro, che là sen va, sostenne; cioè [p. 768 modifica]Gianni Schicchi, del quale fu detto di sopra, Per guadagnar la donna della torma; cioè la cavalla, della quale fu detto di sopra, Falsificare in sè Buoso Donati; del quale fu ancora detto di sopra, Testando cioè facendo testamento, e dando al testamento norma; cioè regola come fa lo testatore.

C. XXX— v. 46-57. In questi quattro ternari l’autor nostro, proseguendo il suo processo, dice come, poi che furono passati quelli due rabbiosi li quali avea fisamente ragguardati, elli si diede a riguardar li altri che erano nella detta bolgia; onde dice così: E poi che i due rabbiosi fur passati; de’ quali è stato detto di sopra, Sopra cui io avea l’occhio tenuto; cioè sopra quali io era stato attento a riguardare, Rivolsilo a guardar li altri mal nati; della detta bolgia: mal nato è qualunque è dannato. Io vidi un fatto a guisa di liuto; questo dice, perchè avea il ventre grosso come idropico, Pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia Tronca dal lato, che l’uomo à forcuto; cioè s’elli avesse avuto meno una coscia con tutta la gamba sì, che li fosse rimasa pur l’una come à il liuto. La grave idropesi: l’idropesi è una grave infermità e fa enfiare l’uomo, e questo addiviene per lo troppo mangiare, quando il cibo si converte in malo umore, e fa enfiare le membra e massimamente il ventre; et è idropesi umore aquatico, subcutaneo che fa enfiare e putire chi à sì fatta passione; e però dice: che sì dispaia Le membra; cioè fa disiguale l’uno membro dall’altro, facendo enfiare l’uno e non l’altro, con l’umor che mal converte; mostra la cagione onde vegna; cioè dall’umore che mal converte lo fegato in nutrimento delle membra: imperò che parte dell’umore va 20 al fegato, e quivi si converte in sangue e di sangue in carne; ma nell’idropico non si fa sì fatta conversione; ma si converte in acqua, Che il viso non risponde alla ventraia; sì mal converte, e sì dispaia le membra, che il volto non risponde al ventre, essendo il volto piccolo e il ventre grosso, Facea lui; cioè quello idropico, tener le labbra aperte; l’idropici sempre stanno con le labbra aperte per la sete, Come l’etico fa; qui fa comparazione tra l’idropico e l’etico, perchè sono pari in avere sete: etica è generazione di febre che à tre spezie, che dell’una agevolmente si guarisce, della seconda malagevolmente, della terza non si guarisce mai; et à 21 diseccare l’umido, sicché l’etico che à tal passione à gravissima sete come l’idropico; e però fa compcrazione dell’uno all’altro, e però dice: che per la sete L’un; cioè labbro, verso il mento; cioè in giù, e l’altro; cioè labbro, in su riverte; cioè rivolge e piega in su, verso il naso. E qui finisce la prima lezione: seguita la seconda lezione.
     O voi, che sanza ec. Questa è la seconda parte della principale [p. 769 modifica]divisione del canto, dove l’autor compie di trattare della x et ultima bolgia, e fa menzione speziale di maestro Adamo e di Sinon greco; e dividesi questa parte in otto parti: imperò che prima induce a parlare lo maestro Adamo, del quale a detto di sopra ch’era idropico, a sè et a Virgilio, narrando della sua pena; nella seconda manifesta la sua colpa, che fu cagione della sua pena, quivi: La rigida Giustizia, ec.; nella terza manifesta lo suo desiderio, ch’elli avea di vedere coloro ch’elli furono cagione della sua colpa, quivi: Dentro c’è l’una; ec.; nella quarta pone come Dante medesimo domanda lui delli altri due che gli erano a lato, e com’elli risponde, quivi: Et io a lui: ec.; nella quinta pone come questo maestro Adamo si percosse con Sinone, quivi: E l’un di lor; ec.; nella sesta, come maestro Adamo si villaneggiò insieme con Sinone, poi che s’ebbono percossi, quivi: Ond’ei rispose: ec.; nella settima, come era attento a udire questi due villaneggiarsi insieme, e come Virgilio nel riprende, e com’elli se ne vergogna, quivi: Ad ascoltarli ec.; nell’ottava pone come Virgilio lo conforta, quivi: Maggior difetto ec. Divisa adunque la lezione, è da vedere la sentenzia litterale la quale è questa.
     Poi che Dante s’era rivolto a riguardar li altri dannati, partiti via li due rabbiosi, et era attento a riguardare uno idropico, come detto fu di sopra, dice che questo idropico cominciò a parlare a lui et a Virgilio, dicendo: O voi, che sete sanza pena, e non so perchè, in questo misero mondo, guardate alla miseria di me che sono il maestro Adamo: quand’io fui vivo, ebbi assai di quel ch’io volli, et ora non posso avere una gocciola d’acqua, e sempre ò innanzi li rivi dell’acque che sono in Casentino; e questo pensiero mi dà più pena che non fa il pizicore che io ò nella faccia, ond’io m’insanguino; et aggiugne la colpa che l’à fatto condannare a sì fatta pena, e dice la cagione, il perchè in Romena, che è uno castello di Casentino, elli falsò la lega de’ fiorini, mettendovi tre carati di’ mondiglia, per la qual cosa elli fu arso in Firenze; e nomina quelli conti che li feciono fare quella falsità, mostrando che abbia maggior desiderio di vederli quivi seco, che bere dell’acque di Fontebranda di Siena. E dice che già l’uno di coloro v’era dentro, se vero li diceano quelli arrabbiati che correano per la bolgia; et a dimostrare lo desiderio ch’elli avea di vederlo, dice che s’elli potesse pure in cento anni andare una oncia, elli si sarebbe messo a cercare per la bolgia, ben ch’ella giri undici miglia e sia largo un mezzo miglio; onde Dante poi domanda lui chi sono li due, che li giaciano dal lato ritto. Et elli risponde che l’una è la reina che fu moglie di Faraone, che accusò Gioseppo di falso, e l’altro è Sinone greco, che ingannò i Troiani con le sue bugie; et allora dice che quel Sinone, arrecatosi a noia di essere nominato, percosse lo maestro Adamo in sul ventre; e maestro Adamo [p. 770 modifica]percosse lui di uno gran pugno nel volto; e così si cominciarono a villaneggiare insieme l’uno l’altro, come appare nel testo. E dice l’autore com’elli stava tutto attento ad ascoltarli, onde Virgilio lo riprese crucciosamente tanto, che Dante mostrò che molto se ne vergognasse, e tacendo pensaya di scusarsi, e non parlando si scusava: imperò che mostrava di riconoscere lo suo errore. Allora Virgilio lo conforta, dicendo ch’elli avea con la vergogna purgato lo suo fallo, e non si desse più tristizia, e che da indi innanzi si guardi di fare restanza a sì fatte cose: imperò che volere udire due garrire insieme è vile desiderio. E qui finisce il canto: ora è da vedere il testo con le allegorie.

C. XXX — v. 58-69. In questi quattro ternari l’autor nostro fìnge che quell’idropico, del quale à detto di sopra, vedendo Dante attendere sopra di lui, li parlasse e manifestasseli chi elli era, e la pena che sostenea, dicendo: O voi; parla a Dante e a Virgilio, e però dice: O voi, che sanza alcuna pena siete, E non so io perchè, nel mondo gramo; cioè nel mondo tristo; cioè nell’inferno, Diss’elli a noi; cioè a me e Virgilio, guardate et attendete Alla miseria del maestro Adamo; quasi dica: Non so per che cagione voi attendete così, e guardate alla mia miseria, che fu’ nel mondo chiamato maestro Adamo. Questo maestro Adamo fu monetieri, et a petizione de’ conti da Romena di Casentino falsificò lo fiorino, battendo in Romena segretamente fiorini di xxi carato, ove li altri buoni 22 sono di 24; onde poi venendo a Firenze e saputo questo, fu arso; e però Dante finge che sia nell’inferno a sì fatta pena, per lo disordinato appetito 23 ch’ebbe dell’avere, che s’indusse a falsificare la moneta. Io ebbi vivo assai di quel ch’io volli; questo dice, per mostrare ch’elli fu abondante nel mondo sì, che allora gli era maggior pena avere il disagio, Et ora, lasso; cioè affannato dalla infermità e dalla pena! un gocciol d’acqua bramo; questo dice, perchè desiderava di bere come fanno li idropici, e non avea onde. Li ruscelletti, che di verdi colli Del Casentin: questo Casentino è una contrada in su quel di Firenze, nell’alpe che caggiono tra Bologna e Firenze, discendon giuso in Arno; quelli rivi, che caggiono dal Casentino, tutti entrano in Arno, Facendo i lor canali freddi e molli; questo dice, perchè li fossati et altri luoghi cavati, onde corrono li rivi, stanno freddi e molli per l’acque fredde che vi corrono, Sempre mi stanno inanzi; quasi dica: Sempre mi sono nel pensiere sì, che me li pare tuttavia vedere, e non indarno; questo dice, perchè sì fatto pensiere li accrescea la pena, e però dice: Che l’imagine lor; cioè la memoria ch’io nò, vie [p. 771 modifica]più m’asciuga; e fammi consumare, Che il male; cioè la infermità, onde nel viso mi discarno; cioè per la quale nel volto mi consumo, e viene meno la carne; e questo dice, perchè l’idropico, benché enfi il ventre, dimagra nel volto.

C. XXX — v. 70-78. In questi tre ternari l’autor nostro finge come maestro Adamo, continuando lo suo parlare, manifesta la sua colpa e lo luogo ove la commise, dimostrando che per severità di giustizia e per dirittura che lo luogo, che li fu a diletto a commettere lo peccato, ora li sia a pena la sua memoria; e però dice: La rigida Giustizia; cioè di Dio, che mi fruga; cioè che mi stimola e puniscemi della mia colpa, Tragge cagion; cioè tira cagione, del luogo, ov’io peccai; cioè commisi lo peccato, A metter più gli miei sospiri in fuga; cioè a farmi sospirar più spesso: il sospiro 24 è esaltazione del cuore: lo cuore, quando à alcuna tristizia per cosa ch’elli desidera e non la può avere, s’apre nel desiderio, e poi si chiude venendoli fallito; e così fa mettere fuori l’impeto del fiato, e però si chiama sospiro, perchè è spirito che viene da alto; cioè dal cuore. Ivi; cioè in Casentino, è Romena; questa è una terra de’ conti di Casentino, posseduta da’Fiorentini, là dov’io falsai La lega suggellata del Battista; cioè lo fiorino fatto a lega 25 giusta, nel quale è suggellata, è imprentata l’immagine di san Giovanni Battista; ecco che accusa la colpa sua, Perch’io il corpo su; cioè nel mondo, arso lasciai; mostra che per questo fosse arso in Firenze, come comanda la giustizia mondana, che punisce imperfettamente, che non punisce se non l’ardente desiderio con fuoco; ma la giustizia di Dio punisce perfettamente, come detto fu di sopra. E mostra che, benché fosse punito, non ebbe contrizione; e però lo mette dannato: chè se fosse morto contrito, non l’avrebbe messo tra’ dannati. Ma s’io vedessi qui l’anima trista Di Guido, o d’Alessandro, o di lor frate; qui dimostra che abbia desiderio di vedere in simile pena alla sua coloro, che ve lo indussero; e questo finge l’autore, per mostrare che’ dannati sieno pieni d’invidia e voti d’ogni carità: che questo desiderio non avea già per amore di giustizia; ma perchè non vorrebbe che andassono bene, e però dice: Per Fonte Branda ,non darei la vista: Fontebrande è una fonte che è a Siena molto abondevole d’acque, et à bonissima acqua, quasi dica: Innanzi vorrei vedere coloro nell’inferno qui meco, che avere Fontebranda che n’ò sì grande desiderio per la grandissima sete ch’io ò.

C. XXX — v. 79-90. In questi quattro ternari fìnge l’autor che maestro Adamo seguiti il suo parlare, e continua alla materia detta di sopra de’ conti di Casentino; cioè di Romena, che lo indussono [p. 772 modifica]a falsificare i fiorini, dicendo ch’elli avea saputo da quelli peccatori arrabbiati che dentro della x bolgia era già giù l’uno di quelli conti; e però dice: Dentro c’è l’una già; di quelle tre anime de’ conti detti di sopra in questa bolgia, se l’arrabbiate Ombre che vanno intorno dicon vero; questo dice, perchè nell’infernali non n’è verità se non a danno o noia altrui, sì come ne’ beati non può essere bugia; le ombre arrabbiate sono quelle, di che fu detto di sopra; cioè Mirra e Gianni Schicchi. E secondo la fizione si dee intendere ch’ancora vi fossono dell’altre, benché non conti se non queste due per esemplo: imperò che tutti quelli che ànno falsificato sè in altrui, o altrui in sè, deono essere a quel modo, secondo la fizione dello autore; altrimenti non sarebbe verisimile. Ma che mi val: con ciò sia cosa ch’io non possa saziare lo mio desiderio, ch’io lo vegga, ch’ò le membra legate; cioè imperò ch’io ò le membra legate dalla infermità? S’io fossi pur di tanto ancor leggero; qui mostra ben l’ardente suo desiderio, Ch’io potessi in cent’anni andare un’oncia Io sarei messo già per lo sentero; a trovare l’anima di quel conte che c’è; e però dice: Cercando lui tra questa gente sconcia; che è in questa bolgia, così infetta d’infermità e guasta, come detto fu di sopra, Con tutto ch’ella volge undici miglia; quasi dica: Poniamo che questo cerchio sia di tondo undici miglia; e questo è secondo la sua fizione, che finge così per mostrare che l’altro cerchio, che è lo nono e l’ultimo, sia appresso al centro della terra, E men d’un mezzo di traverso non ci à; per questo dimostra che la latitudine di quella bolgia si 26 appunto un mezzo miglio. E per questo, secondo la ragione della Geometria, possiamo comprendere che, se il tondo della x bolgia che è l’ultima dello ottavo cerchio, xi miglia gira, è il suo diamitro un mezzo miglio; cioè dalla circunferenzia di fuori a quella d’entro, possiamo comprendere che tutto lo diamitro 27, che va per retta linea da l’una circunferenzia di fuori all’altra di fuori che li viene per apposito, è miglia tre e mezzo; e così resta che il diametro del tondo che rimane dentro è miglia due e mezzo, e così gira la circunferenzia d’entro di questo ottavo cerchio, ch’è di circunferenzia di fuori del nono, miglia sette e mezzo d’un altro miglia 28: e questo nono circulo è ancora diviso in quattro circuli per tondo, come si dirà di sotto; sì che ben si può comprendere che, mancando tutta via, si viene al centro. Io son per lor tra sì fatta famiglia; cioè tra questi dannati nella x bolgia: Ei m’indusser a batter li fiorini, Che avean tre carati di mondiglia: imperò che l’oro del fiorino dè essere di xxiiii carati; e l’oro, di che battea e contrafacea il conio, era di xxi [p. 773 modifica]carato; e così chi batte e fa batter moneta falsa, commette furto, e però il furto è delle compagne della falsità.

C. XXX — v. 91-99. In questi tre ternari finge l’autor nostro che li domandasse maestro Adamo, poi ch’ebbe finito lo suo ragionamento, chi erano quelli due che giaceano dal suo lato ritto; e come maestro Adamo a ciò li risponde, dicendo così: Et io a lui; cioè io Dante dissi a maestro Adamo: Chi son li due tapini; cioè li due miseri, Che fuman, come man bagnate il verno; qui fa una similitudine che coloro fumavano, come fumano le mani quando sono bagnate il verno, Giacendo stretti a’ tuoi destri confini; cioè al tuo lato ritto? Qui li trovai; poi che Dante ebbe domandato, finge che maestro Adamo rispondesse: Qui; cioè in questo luogo, li trovai; io Adamo, e poi volta non dierno; cioè questi due, Rispuose; il maestro Adamo, quando piovi; cioè discesi, in questo greppo; cioè in questa bolgia: imperò che l’autor finge che le bolge avesson greppo dall’una parte e dell’altra: greppo è cigliare 29 di fossa e sommità di terra, E non credo; io Adamo, che dien; volta costoro, in sempiterno; cioè per più lungo tempo: imperò che vuole che al giudicio risurgano costoro come li altri; e però dice sempiterno, che è tempo che à principio e ancora dè aver fine; ma dura assai. L’una è la falsa che accusò Gioseppo; questa fu la reina moglie di Faraone re d’Egitto, la quale innamorata di Gioseppo figliuolo di Giacobbo, il quale fu venduto da’ suoi fratelli a mercatanti egiziachi per invidia ch’aveano di lui, come si contiene nella Bibbia, nel Genesi libro, cap. xxxvii, per li sogni ch’elli facea et interpetrava, ch’elli dovea essere adorato dal padre e da’ fratelli: e mentirono li fratelli a Giacob, dicendoli che le fiere salvatiche l’avevano divorato, portandoli insanguinata la sua camicia del sangue dell’agnello, o vero cavretto. E menato Gioseppo in Egitto da’ detti mercatanti, venne alle mani del re Faraone e fu posto al suo servigio; e vedendo la reina questo giovane in processo di tempo tanto adatto 30 et intendente, domandollo al re Faraone per suo famiglio, e il re gliel concedette; et ella innamoratasi di lui, lo richiese di disonestà più volte. E perch’egli era santo e buono, non volle mai acconsentire; onde avendolo un di’ in camera e richiedendolo palesemente d’amore, et elli non consentendole, gridò et accusollo ch’elli avea richiesta lei, e ch’elli le volea far forza. Allora Gioseppo fu preso, e per comandamento del re fu messo in prigione, e poi ne fu tratto per lo sogno, che fece lo re Faraone, delle sette vacche grasse che ingrassavano le sette vacche magre; e così sette spighe fertili riempievano sette spighe vane, lo quale interpetrò veramente Gioseppo, come poi se ne vide la verità. Questa storia chi la vuole distesa, cerchela nella Bibbia nel libro del Genesi, ch’io [p. 774 modifica]l’ò abbreviata per meno scrivere; e perchè questa reina falsamente accusò Giosep, però la finge dannata l’autore in questo luogo. L’altro è il falso Sinon greco di Troia; questo Sinone, secondo che pone Virgilio nel secondo libro della sua Eneida, fu greco; e quando i Greci ebbono fatto il cavallo, lo quale infinsono 31 d’aver fatto a onore di Pallade per placare la sua ira, perch’aveano preso lo suo Palladio con le mani sanguinose; et andatisene a Tenedo, fingendo d’essersi partiti, rimase nel campo e studiosamente si fece pigliare, parandosi inanzi a’ pastori del re Priamo, per entrare in Troia et aprire la notte il cavallo, quando li Troiani dormissono, e fare fuoco per cenno a’ Greci ch’erano a Tenedo, di lungi da Troia forse x miglia, acciò che tornassono. E quand’egli fu dinanzi al re Priamo, disse molte bugie e falsità, come appare nel luogo preallegato; e perchè è cosa nota, però brievemente la passo; e però dice l’autore che maestro Adamo dice che l’altro è el falso Sinon greco, perchè fu greco; e falso, perchè molte falsità disse a’ Troiani; di Troia dice, perchè a Troia seminò le sue falsità. Per febbre acuta gittan tanto leppo; ora mostra la pena che costoro sostenean, ch’elli pone febricosi di febbre etica, e ponli putenti d’arsione, e però dice: Per febbre acuta: febre acuta è la etica che uccide l’uomo in tre di’, et arde che pare che getti fiamma: leppo è puzza d’arso unto, come quando lo fuoco s’appiglia alla pentola 32 o alla padella; e così dice che putivano costoro, come putono alcuna volta coloro che sostengono sì fatta passione. Questa è conveniente pena a coloro, che fanno pericolare altrui con falsità, come feciono questi due che, come ànno arrecato altrui a morte con loro falsità; così stieno elli infermi sempre a morte: e come sono stati freddi nella carità del prossimo; così ardano nella loro coscienzia per molestia del loro peccato, e putano come si sono sforzati di piacere con ogni falsità. Et allegoricamente si conviene a quegli del mondo, che continuamente ardono delli loro desidèri; et ad ognuno putono che li conosce, e sempre sono infermi quanto all’animo infino alla morte; cioè alla sua desperazione, per la ostinazione del peccato nel quale sono.

C. XXX — v. 100-108. In questi tre ternari l’autor nostro finge che Sinone, del quale fu detto di sopra, si crucciasse d’essere nominato forse in quel modo; perciò percosse il maestro Adamo che l’avea nominato, et elli percosse lui; e per questo avvenne che si villaneggiarono insieme, come si dirà di sotto. Dice adunque così; E l’un di lor; cioè Sinone detto di sopra, che si recò a noia Forse d’ esser nomato sì oscuro; cioè di essere nomato con infamia, come lo nominò maestro Adamo: però che come gloria fa chiarezza; così infamia fa oscurità, Col pugno li percosse l’epa croia; cioè li diede [p. 775 modifica]un pugno in sul ventre ch’aveva enfiato per idropisi: epa si chiama il ventre, Quella sonò, come fusse un tamburo; cioè l’epa di maestro Adamo percossa da Sinone, E maestro Adamo li percosse il volto Col pugno suo, che non parve men duro; cioè li diede col pugno suo in sul volto altressì gran colpo, Dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto Lo muover delle membra, che son gravi; cioè bench’io abbia le membra gravi, dice maestro Adamo, io ò il braccio libero a tale uso; e però dice: Ò io il braccio a tal mestiere sciolto; questa percussione fìnge l’autore per convenienzia tra li dannati, per mostrare che tra loro è odio et otfensione, e nulla carità. Et allegoricamente per quelli del mondo l’intende, perchè tutti inimicano l’uno l’altro: imperò che dice lo Filosofo: Ammalia ex eadem esca viventia, nunquam se diligunt; e così li peccatori che si conducono con uno medesimo peccato: però che ancora tra loro sempre è la invidia. E notantemente pone che l’uno percotesse l’altro nel luogo ove più si parca la infermità, per mostrare che nel mondo l’uno biasima l’altro di quello, ove più appare lo suo peccato.

C. XXX — v. 109-129. In questi sette ternari l’autor nostro fìnge come questi due detti di sopra, poi che si percossono, si villaneggiassono insieme, ponendo come l’uno rimpruoverava all’altro, dicendo: Ond’ei; cioè lo Greco, rispose; al maestro Adamo ch’avea dette le parole narrate di sopra: Quando tu andavi Al fuoco, non l’avei tu così presto; questo dice, perchè maestro Adamo fu arso in Firenze per la falsità de’ fiorini che falsò in Casentino; e chi è menato alla giustizia, è menato con le mani legate di rietro sì, che non può avere il braccio sciolto; Ma sì e più l’avei quando coniavi; li fiorini dell’oro falsato, avevi il braccio sciolto. E l’idropico; ora finge quel che rispondesse quel maestro Adamo, che à posto di sopra idropico, al rimprovero dettoli da Sinon greco, dicendo: Tu dì ver di questo; cioè ch’io non avea il braccio così presto, quand’io andava al fuoco; ma sì, quando coniava li fiorini falsi; Ma tu non fosti sì ver testimonio Là ’ve del ver fosti a Troia richiesto; e così li rimpruovera la falsità e le bugie che disse al re Priamo, quando fu addomandato da lui, perchè i Greci aveano fatto il cavallo del metallo, sì come è manifesto a chi legge Virgilio. S’io dissi il falso; ora finge che risponde Sinone, dicendo: S’io dissi il falso, e tu falsasti il conio; de’ fiorini, quasi dica: Peggio è a falsare, che a dire il falso; ma questo non è vero: imperò che s’attende a quello che ne seguita poi: del falsar della pecunia non si disfanno le città, come del dire la falsità che disse Sinone; e però aggiugne: Disse Sinone; al maestro Adamo, e son qui per un fallo; cioè per aver detto quella falsità, E tu per più che alcun altro demonio; questo fìnge Sinone, accrescendo la infamia al maestro Adamo, come è usanza de’ bugiardi. Ricordati, spergiuro, del cavallo; Rispose quel, ch’avea enfiata l’epa; cioè [p. 776 modifica]maestro Adamo, ch’avea enfiato il ventre: epa e ventre è una medesima cosa, rimproverò a Sinone che s’era spergiurato, quando fu addomandato del cavallo detto di sopra, E siati reo, che tutto il mondo sallo; cioè abbi a male che ne se’ diffamato 33 per tutto il mondo; e qui li rimprovera la manifesta e chiara infamia, che per tutto il mondo è diffamato di questo fatto, secondo che finge Virgilio, benché altrimenti stesse la verità come pone lo Troiano. E te sia rea la sete onde ti crepa, Disse il Greco, la lingua; cioè rispose Sinone al maestro Adamo, rimproverandoli la infermità ch’avea, che li fosse reo la sete, onde li crepava la lingua, e l’acqua marcia; ch’avea nel ventre, che li facea tenere enfiato il ventre, e l’acqua marcia; ti sia rea, Che il ventre; cioè per la quale il ventre, inanzi alli occhi ti si assiepa; che non ti lascia vedere li tuoi piedi. Allora il monetier: Così si squarcia La bocca tua per mal dir, come sole; fìnge che maestro Adamo rimproverasse a Sinone la mala lingua ch’avea, Che s’io ò sete, et umor mi rinfarcia; cioè l’umor mi riempie, se io ò la sete; ma non gli levava però la sete; e poi ch’à risposta 34 alla obiezione fatta a lui, rimpruovera a lui la infermità sua, dicendo: Tu ài l’arsura, e il capo che ti duole; queste due passioni à l’etico; lo caldo grande e il dolore della testa: et a questo aggiugne la sete, e però dice: E per leccar lo specchio di Narcisso; cioè la fonte ove si specchiò Narcisso, quando innamorò della sua immagine, Non vorresti a invitar molte parole; cioè non sarebbe bisogno di dire molte parole a invitarti che tu beessi dell’acqua, che fu lo specchio di Narcisso. Questo Narcisso, secondo che pone Ovidio, Metamorfoseos libro 3, fu uno bellissimo giovane e fu figliuolo di Liriope ninfa, e di Cefiso, e fu di tanta superbia per la sua bellezza che, benché fosse amato da molte donne, tutte le dispregiava. Questi amato da una ninfa che si chiamava Eco, la dispregiò ancora, onde fu bestemmiato 35 che così amasse elli e non avesse la cosa amata; e così addivenne che, essendo questo Narcisso cacciatore, andò a una fonte chiarissima per bere, affaticato per la fatica del cacciare; e chinandosi per bere nella fonte, vide l’imagine sua nell’acqua et innamorassi di quella e non si partì mai dalla fonte, e quivi venne meno per fame; e secondo che pone Ovidio fu mutato in fiore. E per tanto puose l’autore la fonte e l’acqua per lo specchio di Narcisso: imperò che specchiandosi nella fonte, morì.

C. XXX — v. 130-141. In questi quattro ternari l’autor nostro fìnge che Virgilio si crucciasse del suo stare ad attendere a quella villania, che quelli due si diceano come fìnto à di sopra, et aggiugne come di ciò si vergognò, dicendo così: Ad ascoltarli er’io del tutto fisso; dice Dante com’elli era fermo al tutto ad ascoltar quelli due [p. 777 modifica]che si vellaneggiavano, Quando il Maestro; cioè Virgilio, mi disse: Or pur mira; tu, Dante, Che per poco è che teco non mi risso; cioè non mi corruccio. Quando il senti’; io Dante, a me parlar con ira, Volsimi verso lui con tal vergogna, Che ancor per la memoria mi si gira; cioè che ancora vi penso. E questo è notabile che pone l’autore che, quando l’uomo è ripreso ragionevolmente, se ne dee vergognare. E quale è quel che suo dannaggio sogna, Che sognando desidera sognare, Si che quel ch’è, come non fosse, agogna; fa qui la similitudine di colui, che sogna essere a qualche grande pericolo; e sognando parendoli vero, desidera che sia sogno, e dice 36: Beato me! che sia sogno: e fa come se, quel che è, non fosse; Tal mi fec’io; ora adatta la similitudine a sè, dicendo che così facea elli, non potendo parlare: imperò che per la vergogna tacea, Che disiava scusarmi; cioè io Dante desiderava scusarmi, e scusavami non parlando, e scusava Me tuttavia, e nol mi credea fare: imperò che, tacendo mostrava che riconoscesse lo suo errore e che n’avesse vergogna, la quale è segno che l’uomo non vorrebbe avere fatta la cosa, e questo è scusarsi: imperò che mostra essere caduto in errore per inavvertenzia, e non si credea per questo modo scusare; e questo dice l’autor per dare al lettore di ciò ammaestramento che, quando è ripreso giustamente, taccia e vergognisi d’aver fallito.

C. XXX — v. 142-148. In questi ultimi due ternari et uno verso finge l’autor come Virgilio, che prima crucciosamente l’avea ripreso, ora lo riprende benignamente, confortandolo prima dicendo così: Maggior difetto men vergogna lava, Disse il Maestro, che il tuo non è stato; quasi dica: Virgilio mi disse confortandomi: La tua vergogna è stata sofficiente a lavare maggior fallo che non è stato questo, ch’ella è stata maggior che il difetto; Però d’ogni tristizia ti disgrava; cioè pon giù ogni tristizia, E fa ragion ch’io ti sia sempre al lato; ora caritativamente l’ammonisce, dicendo che faccia sempre pensiere che Virgilio sia con lui: se l’uomo facesse suo pensiero d’essere sempre nel cospetto de’ savi uomini, non errerebbe, Se più avvien, che Fortuna t’accoglia Ove sieri genti in simigliante piato; cioè se più avviene che tu truovi 37 in luogo, ove sieno genti che si villaneggino: Chè voler ciò udire è bassa voglia; assegna ora dicendo la ragione, che è vil cosa e vile volontà volere udire due villaneggiarsi insieme; e questo è notabile, et attendanlo ben coloro che a diletto stanno a udire garrire le feminelle. E qui finisce il xxx canto: seguita lo xxxi canto.

Note

  1. Enfiato; infiato, cambiato l’ i in e alla guisa de’ Provenzali. Così enteriora abbiamo visto più addietro, e Ciullo d’Alcamo cantò «Entendi bella, quel che ti dich’eo». E.
  2. C. M. che rinversa l’un labbro
  3. Traga; tragga, da traiere, dove gli antichi mutavano l’i in due g, e talora eziandio in uno solo. E.
  4. C. M. in cuore
  5. C. M. un’altra istoria poetica,
  6. C. M. era stata moglie
  7. C. M. da Pirro al tumulo d’Achille
  8. C. M. non tenne fede;
  9. C. M. cominciò a latrare come cane,
  10. C. M. al tumulo d’Achille,
  11. C. M. sì iunto dal furore
  12. C. M. defensione
  13. C.M. et ad sannare
  14. C. M. stracciati per terra dalli altri ellino.
  15. C. M. il testamento, miseno la novella stando un poco, come messer Buoso era morto et inteseno alla sepoltura,
  16. C. M. Cencheris
  17. C. M. di quella giovana
  18. Questa congiunzione et, che vale allora, dona all’espressione una grazia ed efficacia, le quali non si possono a parole insegnare. Non si raccomanda mai a bastanza lo studio ne’ primi nostri padri, i quali mostrano tanta eccellenza nell’uso delle particelle, che torna più facile intenderne le bellezze che ragionarne. E.
  19. C. M. forma: che simulò essere
  20. C. M. dell’umore fa al fegato,
  21. C. M. et à a diseccare
  22. C. M. li altri buoni, et iusti erano d’oro, di ventiquattro carati; e falsificato sì il cunio che parevano buoni; unde
  23. C. M. disordina cupidità
  24. C. M. più spesso: lo spirito è esalazione del cuore:
  25. C. M. della lega
  26. C. M. sia appunto — . Il Codice nostro ne offre - si - voce primitiva dal sim, sis, sit dei Latini. E.
  27. C. M. diametro,
  28. C. M. miglio:
  29. C. M. è cavare di fossa sommità
  30. C. M. tanto avvenente et
  31. C. M. lo quale simulavano fatto ad onore
  32. C.M. pignatta o alla
  33. C. M. disfamato
  34. C. M. risposto
  35. C. M. fu biasimato che
  36. C. M. dice: Beato che non sia sogno;
  37. truovi; ti truovi. Non è raro il trovare presso i Classici in maniera assoluta il verbo intransitivo riflesso; come arrossisco, in vece di mi arrossisco ec. E
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